Le macerie dello statalismo e il fallimento PD

Come acutamente e lucidamente riassume Massimo Cacciari, «un mare mai prima navigato si era aperto con la caduta del Muro e le navicule antiche non potevano bastare. Aggiustate, rammendate, rammodernate sono giunte, invece, al PD, così da non essere né atte alla nuova tempestas, né riconoscibili da chi un tempo vi si era affidato. Alla sempre più stanca ripetizione dei motivi, nobilissimi un tempo, del welfare socialdemocratico, corrispondevano i sogni di un moroteismo postumo — a entrambi, nipotini del “compromesso storico”, si opponevano, pretendendo di abitare nella stessa dimora, gli alfieri di una prospettiva liberal-liberista, del tutto subalterna alle ideologie allora vincenti intorno alle meravigliose e progressive sorti della globalizzazione economico-finanziaria», ossia la famigerata Terza Via di Blairiana memoria.

Per tutti si trattava, nella sostanza, null’altro che di aggiustare la propria linea, adattandosi alle mutate condizioni. Una rincorsa del proprio tempo, o presunto tale. Una affannosa ricerca di apparire al suo passo, “moderni” — nell’organizzazione, nell’immagine del leader, nel “disincanto” con cui affrontare le nuove potenze del mondo globale — e perciò in costante inseguimento dell’adesso. In tutte le componenti che decidono di dar vita al PD, pur in forme specifiche a ognuna, c’è la stessa assenza di pensiero critico, di un pensiero, cioè, all’altezza della crisi che aveva spazzato via il mondo di ieri.
Né socialisti né popolari compresero (e tuttora comprendono) la corrispondenza storica tra le politiche di welfare classicamente keynesiane e un determinato assetto dell’industria e della composizione sociale.
Emersero figure di lavoro autonomo e dipendente, confuse tra loro, di lavoro precario, di sotto-occupazione che esigevano (e tuttora esigono) tutela e rappresentanza sindacale e politica impossibili nelle forme tradizionali. Per farvi fronte non sembra praticabile che la via del crescente indebitamento. E questo produce l’autentica bancarotta generazionale che stiamo vivendo.

La montagna del Debito, chiaramente inestinguibile, produce un vero e proprio asservimento delle generazioni future, una loro universale dipendenza dall’impersonale Mercato.

Per combattere questa catastrofe le culture politiche tradizionali si trovano del tutto impreparate: quella socialdemocratica persegue nei fatti una linea di assistenzialismo in deficit, quelle popolari e liberali si barcamenano intorno a una, complementare in fondo, fatta di austerità moderata o di “solidarietà austera”. Non si punta sull’autonomo spirito di impresa, sui settori che guideranno la riconversione globale delle nostre economie, sulla scuola, sulla formazione. Si dilapidano, invano, immense risorse per fingere di salvare strutture industriali, nascondendone o ritardandone il fallimento, e non il reddito e la qualità di vita delle persone che loro malgrado vi lavoravano.
Ma è uno, fondamentale, il problema che i fondatori del mai nato PD non sanno affrontare. Il problema cui tutti gli altri si collegano logicamente prima ancora che politicamente. La riforma delle riforme è quella dello Stato.

L’avevano pur capito alcuni illustri mentori di PCI e DC: le risorse per lo sviluppo, per la difesa dei redditi più bassi, per creare l’humus in cui nascano nuove imprese e nuove professioni, non possono più venire da sensibili incrementi del gettito fiscale (lotta strenua all’evasione, benissimo: ma contemporaneamente si dovranno ridurre i livelli intollerabili dell’imposizione a chi paga), e non devono venire da ulteriori aumenti del Debito.
Soltanto un radicale, complessivo riassetto della struttura istituzionale, burocratica, amministrativa le garantirà. Dall’elefantiaco apparato ministeriale, che di anno in anno vede aumentare i fondi disponibili, ai catafalchi centralistici delle Regioni; dall’inflazione legislativa con relativa confusione di competenze tra i diversi livelli dello Stato, alla miriade di organismi inutili, che sopravvivono a se stessinon si tratta di sprechi semplicemente, ma di una situazione che impedisce o blocca e frena ogni nuova impresa, ogni investimento.

Incanalare la rabbia

Oggi c’è più rabbia sociale che mai, perfino più degli Anni di piombo. E un rimpianto. Il rimpianto di una perduta saldatura tra la sinistra e il popolo: in particolare, nel caso dei partiti comunisti, tra gli intellettuali che guidavano il partito e la classe operaia. Oggi la sinistra ha perso questo aggancio ai ceti popolari e le cittadelle del progressismo sono sempre più lontane da quelle persone sia geograficamente sia elettoralmente. Nemmeno la classe operaia esiste più: come le altre classi sociali, si è in larga parte decomposta. Accanto a questa “nostalgia sociologica” ce n’è una culturale. Uno dei maggiori contributi teorici di Antonio Gramsci al pensiero marxista è stato il concetto di egemonia culturale: la battaglia politica non si combatte solo sul terreno economico e sociale, ma si combatte anche nel campo delle idee — nell’arte, nella letteratura, nelle scuole, nei giornali —. Oggi non solo Gramsci è letto e rivive lontano dalla sinistra (pensiamo per esempio all’uso che ne ha fatto l’ultradestra francese), ma l’egemonia culturale è in mano ai nazional-populisti. Appartengono a loro le parole chiave e le categorie mentali che dominano il nostro tempo: dall’immigrazione al ritorno dei confini, al rigetto della democrazia rappresentativa e al primato della leadership carismatica.

Quale potrebbe essere l’idea forte capace di rappresentare questo popolo arrabbiato?
Liberare l’Italia dal Debito Pubblico, dalla spesa inutile e dalla pressione fiscale. Se non si blocca la spesa pubblica improduttiva gli investimenti non ci saranno. Tutti sanno che la burocrazia, le tasse e la giustizia sono il freno allo sviluppo di questo Paese. Ormai lo hanno capito tutti gli italiani, non soltanto gli imprenditori i commercianti e gli artigiani. «Questo Stato arrogante ci considera dei sudditi e tassa oltre il 50 per cento del nostro reddito per poi spendere in modo inefficiente».

In Italia c’è un’ampia area liberale e socialista, progressista e democratica, allargabile a chiunque non voglia arrendersi al declino, ma che è ancora senza sbocco politico. I nostri partiti progressisti e liberali preferiscono annichilire il concorrente interno e arrendersi all’avversario esterno, piuttosto che sedersi intorno a un tavolo con gente che la pensa allo stesso modo.
La responsabilità di questo gigantesco fallimento politico non è dei populisti e dei nazionalisti, e nemmeno delle quinte colonne asintomatiche nel fronte democratico, ma ogni giorno che passa sempre più degli adulti del PD, di Matteo Renzi, di Pippo Civati, di Carlo Calenda, di Stefano Fassina, di Pierluigi Bersani, della sinistra laburista e ambientalista e di tutti quelli che scelgono la strada della divisione, del compromesso e del tornaconto personale.

Con una classe dirigente nella quale dominano il sospetto e la scarsa considerazione per l’altro, il punto di sintesi fra posizioni divergenti sarà sempre impossibile da trovare. E l’interesse collettivo finirà travolto da superficialità di pensiero o, al contrario, da dissertazioni accademiche raffinate quanto inutili.
Ma come scrive nel suo ultimo libro l’ex politico Matt Browne, infaticabile promotore di un’alleanza transatlantica di tutte le forze liberal progressiste: «È arrivato il momento in cui i partiti progressisti, anche quelli con tradizioni e culture diverse, accettino l’idea che ciò che hanno in comune oggi è molto più importante di ciò che li divide».

Sarebbe un peccato enorme non guardare in faccia, per cambiarli, i fattori che hanno aggravato gli effetti della crisi Covid-19: ritardi e debolezze dei metodi di ricerca; una cooperazione internazionale ed europea arrivate sfiancate all’appuntamento; un terzo dell’occupazione privata precaria o irregolare; dieci milioni di adulti italiani senza i risparmi per reggere tre mesi senza reddito; un terzo delle piccole e medie imprese vulnerabili e sorrette da bassi salari; un sistema sanitario indebolito prima di tutto nei suoi presidi territoriali e piegato alle logiche della privatizzazione, centrate non sul benessere collettivo ma sul profitto di pochi; un sistema di welfare privo di una logica universale e schiacciato in una dimensione di contenimento del disagio, non di emancipazione delle persone e tra esse le più fragili e in difficoltà; una massa di migranti senza diritti; amministrazioni pubbliche disabilitate a dialogare con i cittadini e ad esercitare discrezionalità.

Non c’è nulla di irrecuperabile. Certo, la crisi distrugge capacità produttiva e carica le pubbliche finanze di nuovi grandi oneri, richiedendo una politica che redistribuisca in modo equo questi costi. Ma, al tempo stesso, la crisi destabilizza vecchi equilibri e avvia tendenze non univoche, piene di nuove biforcazioni. La rottura delle catene internazionali del lavoro può penalizzare le nostre esportazioni, ma può anche offrire opportunità alle produzioni nazionali. La consapevolezza del ruolo dei “lavori materiali”, finalmente riconosciuti come “essenziali”, può accrescere il loro potere negoziale. La modifica delle preferenze a favore di servizi fondamentali e di prodotti di prossimità (agro-alimentare, turismo, energia) apre opportunità di nuove imprese e buoni lavori, anche in aree marginalizzate. L’accelerazione del ricorso al digitale se da una parte può accrescere la già grande concentrazione di conoscenza, potere e ricchezza nelle mani di mega-imprese digitali e produrre un’ulteriore frammentazione del lavoro, d’altra parte può essere impiegata per accelerare la ricerca, per implementare autonomia e responsabilità delle persone che lavorano, per promuovere nuove forme di creatività, conoscenza e mutualismo.

Per prendere a ogni bivio la strada della giustizia sociale e ambientale bisogna lavorare sodo, sapendo che la normalità di prima se per moltissimi era brutta non lo era per altri. Certo non per i cinquemila più abbienti che hanno visto salire dal 2 al 7 per cento in venti anni la propria quota di ricchezza nazionale. Per i rentier beneficiari di mille sussidi e benefici fiscali. Per chi, nel pubblico, nel privato o nel sociale, fa da intermediario di risorse pubbliche mal spese. Per i monopoli legali e per quelli criminali. Sono, questi, gli avversari di ogni cambiamento. E per batterli, nel confronto acceso, nel conflitto, che è l’anima della democrazia, occorrono la visione realistica ma emozionante di un futuro più giusto, proposte concrete e una capacità di mobilitazione organizzata.

Una situazione assai favorevole a una sinistra rosso-verde che abbia però nel suo DNA un dato essenziale: i problemi si risolvono e non si enunciano. Se c’è il fuoco siamo tutti pompieri e poi si pensa all’incendiario. Servirebbero cioè un Sanders e un Corbyn più giovani — molto più giovani! — che a ogni domanda cerchino di affiancare una risposta e che a ogni questione sappiano aggiungere uno sfondo ideale ampio e emozionante.

Il coronavirus è una sconfitta evidente di un modo di vivere, presuppone distanziamento sociale ma impone parità nella malattia, richiede maggiore solidarietà, indica il fallimento della soluzione privata nei servizi fondamentali alla persona.

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Il tappo

Tutto molto bello e ideale, non foss’altro che qui da noi c’è un tappo. Un residuato ideologico novecentesco.
Nella “sinistra” italiana serpeggia un’ideologia che ha alla base un certo D’Alema.

Questa ideologia reclama una fortissima intermediazione dello Stato nella vita del cittadino, un aumento della pressione fiscale per finanziarla, la repressione strisciante delle libertà individuali e la convinzione che lo Stato debba sempre intervenire a limitare, proibire, tassare.
Questa ideologia, sconfitta dalla Storia e dall’esperienza concreta di molti Paesi, si basa su un pericolosissimo e seducente pregiudizio, vale a dire l’assunto del primato della collettività sull’individuo. Seducente perché attira con promesse di facile riscossa sociale le masse, promettendo benefici per tutti a danno di pochi. Pericolosissimo perché non è per nulla vero nella realtà, e cioè nei comportamenti delle persone e delle famiglie e nella stessa natura umana.
Quest’ideologia sostiene l’opposto di chi pensa che invece la pulsione dell’uomo e la sua stessa natura siano portate al costante miglioramento della condizione propria, della propria famiglia e infine della propria comunità sociale. Ma in quest’ordine e non nell’ordine opposto, che non funziona mai. Lo Stato è la comunità che raccoglie correttamente risorse (tasse) per il beneficio delle famiglie, non l’opposto. Le tasse devono essere commisurate al beneficio comune, non all’obiettivo di raccogliere consenso elettorale con sconsiderate mancette. Le tasse sono un mezzo, non un fine in sé per aumentare il potere e l’intermediazione di chi le definisce. Sono un mezzo opportuno e necessario per gestire la comunità, non il meccanismo revanscista per mortificare chi produce ricchezza.

In Italia, i dati oggettivi dicono che la spesa pubblica calcolata sul PIL (escludendo per un momento gli interessi) è ai massimi livelli in Europa. All’opposto, la qualità della spesa è chiaramente ai minimi livelli.
Per contro, in Italia le entrate fiscali, sempre in percentuale sul PIL, sono ai massimi livelli rispetto al resto d’Europa e del mondo (per definizione, visto che la spesa è altissima e in più c’è un enorme debito). Questo benché la stima dell’evasione fiscale sia massima rispetto alle medie europee (si calcola che sia circa il doppio di quella tedesca). Basta applicare una matematica da prima elementare per dedurre che le aliquote fiscali sono elevatissime, quasi punitive. Massima evasione, massimo carico fiscale per bilanciare massima spesa uguale aliquote punitive.

Ebbene, in un contesto di questo tipo le priorità sono ovvie:

massimizzare la crescita economica per gestire il Debito (anche qui, matematica semplice);
ridurre la spesa pubblica improduttiva per potere liberare risorse per le famiglie, riducendo e non aumentando le aliquote;
attrarre investimenti e produttività in tutti i modi possibili per migliorare la base fiscale imponibile e gestire il drammatico calo demografico.

Massimo D’Alema e molti altri dentro il PD e fuori vogliono ignorare l’evidenza che il capitale esiste, che in un contesto globale è mobilissimo e che va là dove c’è rendimento. Azzoppare il rendimento del capitale significa, banalmente, perdere opportunità di crescita e di investimento. Non a caso, l’Italia è di gran lunga ultima nella capacità di attrarre “foreign direct investment” (i famosi capitali esteri). Siamo ultimi perché, nel tempo, i governi hanno populisticamente penalizzato il rendimento del capitale con una burocrazia pletorica, aliquote fiscali elevatissime e una giustizia straordinariamente lenta.

Da noi la serie di economisti “ideologizzati” come Mariana Mazzuccato o Emanuele Felice (responsabile economico del PD) postulano misure autolesioniste nella convinzione perenne che lo Stato debba aumentare il suo spazio e intermediare i privati. Fa orrore sentire con orgoglio che Cassa Depositi e Prestiti (cioè lo Stato) è il primo investitore nella Borsa italiana. Fa ridere l’affermazione che Apple ha “sfruttato” gli investimenti internet del governo americano (chissà perché solo Apple… e gli altri? E perché da noi nessuno ha “sfruttato” internet dal 1996?).

La matrice ideologica è sempre la stessa. Meglio che intervenga lo Stato, non regolando (cosa che sarebbe doverosa e peraltro non facile) ma gestendo direttamente (cosa fallimentare oltre che palesemente impossibile). Si richiamano a sproposito le socialdemocrazie scandinave, nelle quali però lo Stato interviene per correggere le storture capitalistiche, non certo per vessare con il tono paternalistico del genitore che castiga il figlio dandogli dell’incapace e del «delinquente per natura». E quindi nel 2020, in piena emergenza pandemica, buttiamo al vento gli ennesimi 3 miliardi per Alitalia, altri 4 per ILVA, gestiamo il dossier Autostrade con un dilettantismo patetico, etc.
Nel frattempo, l’ideologia “intermediativa” prevede la cattura del consenso con sussidi. Essendo incapaci di generare crescita e sviluppo, si producono mancette — ovviamente sempre a debito, e cioè a carico delle future generazioni che non votano — per mantenere il consenso delle masse. E così “cashback”, bonus vacanze, monopattini, presepi, banchi a rotelle, l’incredibile bonus 110 per cento per l’edilizia che va a favorire regressivamente la proprietà immobiliare concentrata, e molti molti altri esempi allucinanti.

Poi, comicamente, ecco là un bel convegno sul calo demografico — senza mettere in campo l’ovvia considerazione che, fino a quando si fa politica con un evidente, colossale, trasferimento intergenerazionale a danno dei giovani e in favore degli anziani, è impossibile pensare che i cittadini italiani non se ne accorgano nemmeno, e facciano molti figli.

Ma da dove arrivano i soldi per sanità, welfare, istruzione e ordine pubblico? Dai privati, ovviamente. Che bisogna però tassare, ostacolare, minacciare con cartelle esattoriali surreali, frenare. Sempre nella perversa logica del tagliare il ramo su cui siedono quelli che ostentatamente si vorrebbero “proteggere”, nel “loro specifico interesse”, con cui si spera di raccogliere voti e poltrone.

Il pantano Covid

Giuseppe Conte, l’uomo dalle convinzioni pieghevoli, è un personaggio romanzesco: faceva il professore per i fatti suoi ed è stato improvvisamente scagliato a fare il premier, ritrovandosi a gestire la crisi più drammatica dal Dopoguerra.
Quest’uomo apparso dal nulla ha costruito una sorta di “maggioranza della maggioranza” (composta da LeU, PD e M5S) di cui ha assunto dichiaratamente la leadership e progressivamente ne ha delineato il profilo identitario, basato sullo statalismo e sull’assistenzialismo, attraverso il quale guadagnarsi il consenso delle mille corporazioni incistate nella struttura economica e sociale del Paese: uno stato d’eccezione in cui il governo si intestava la protezione dei cittadini, ridotti a sudditi impauriti, attraverso un impasto incommestibile di trasformismo, di cultura notabilare meridionale (da cui Conte proviene), di antipolitica ereditata dalla sua cultura politica populista, e di una sostanziale estraneità al riformismo.
La politica come pura amministrazione, se non addirittura soltanto gestione, che non ha nulla a che fare con valori, ideali, pensieri, una politica che non si conta con il voto ma che è pura comunicazione di sé, indifferente agli schieramenti, sia sul piano interno che internazionale.
Non esistono più le differenze tra destra e sinistra: ci sono gli avvocati ambiziosi, bene educati, che parlano le lingue, dal portamento presentabile, dalle convinzioni pieghevoli, dalle identità mutevoli, un giorno liberale, un altro cattolico e moroteo, un altro ancora populista.

A opporsi a questa deriva è stata solo Italia Viva (cioè il vituperato Matteo Renzi), per la sua cultura riformista, per una visione opposta del futuro del Paese: da qui è nato il lungo scontro che stupidamente è stato personalizzato dai media, ormai strutturalmente incapaci di aiutare i cittadini a comprendere la politica, ma sempre più parte attiva, in un ruolo ovviamente subalterno, di un’opera sistematica di manipolazione dell’opinione pubblica volta a screditare la politica che dura ormai da un ventennio e che sostanzia l’egemonia culturale populista e illiberale nel Paese.

La strategia di Conte si sarebbe potuta fermare prima se non fosse stato proprio il PD a consegnargli lo scettro indicandolo come campione del progressismopunto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti», copyright di Nicola Zingaretti in persona…!) e come punto di riferimento per costruire quell’alleanza organica tra PD e M5S che fino all’avvento di Draghi costituiva la linea egemone nel partito. Quello che, con Di Maio e Salvini, è stato il servitor di due padroni, è diventato il dominus della scena politica nel Governo Conte II perché il PD ha rinunciato alla sua “vocazione riformista” per diventare un partito minoritario di sinistra ossessionato dalla convinzione che il M5S sia un’altra “costola della sinistra” nella quale si è accasato il suo “popolo” disgustato dal renzismo. Ma il “popolo della sinistra” è un’invenzione ideologica: quasi un’opera artistica, letteraria, che affonda le sue radici nella struttura di classe della società di massa novecentesca e che la quarta rivoluzione industriale delle macchine intelligenti e della comunicazione globale ha da tempo disintegrato.

Oggi esistono solo elettori che hanno abbandonato il PD perché, molto banalmente, non è stato coerente con il messaggio che con la sua nascita aveva dato a tanti cittadini e cittadine alla ricerca di quel riformismo moderno, radicale ma non ideologico, che il PD ha smesso troppo presto di rappresentare. Questo travisamento della realtà ha determinato la scelta del gruppo dirigente stretto intorno a Zingaretti — un intreccio di vecchia sinistra, ministerialismo doroteo ed eredità berlingueriane mai completamente superate — di costruire sull’asse con LeU (ossia D’Alema) e M5S un nuovo rassemblement demopopulista che rompesse i ponti con il riformismo liberalsocialista (la cultura politica che ha forgiato l’identità originaria del PD) e si candidasse a sfidare la destra sovranista sulla base di un programma regressivo giustizialista, antiindustriale, dove alla riscoperta dello Stato imprenditore si combini una concezione della redistribuzione del reddito sganciata dallo sviluppo economico.

Una follia. Basti pensare alle differenze programmatiche fra PD e Grillini.
Il problema che il neosegretario Enrico Letta dovrà porre ai Cinquestelle per allearsi è quello di stabilire se sono d’accordo o no col Partito Democratico con l’impianto dei termovalorizzatori per risolvere il problema dei rifiuti. Il PD è per i termovalorizzatori. I Grillini non lo sono. Se sono d’accordo o no sul via libera alle trivelle italiane nell’Adriatico (dove tutti gli altri Stati rivieraschi trivellano). I dem sono d’accordo, i Grillini non lo sono. Se la piantano di pensare che l’ILVA deve diventare un parco giochi e smettere di produrre acciaio. I Grillini non la piantano: il PD invece lavora a una soluzione industriale.
Se sono d’accordo strategicamente, non perché è troppo tardi, sulla TAV e sulla TAP. Il Partito democratico le vuole. Loro no.
Se sono d’accordo con le Olimpiadi in Italia. I dem le vogliono. Loro le hanno affossate.
Se sono d’accordo con lo stadio della Roma. Hanno affossato anche questo.
Se la smettono di credere che il problema della viabilità si risolva con i monopattini che hanno finanziato con incredibili contributi a pioggia: non lo faranno.

Con l’elezione di Enrico Letta a nuovo segretario, il PD tenta il tutto per tutto di un rilancio che nelle intenzioni si vuole radicale. Letta ha chiaramente indicato che ciò che serve non è un nuovo segretario, ma un nuovo PD. Ha anche ammesso che la situazione è gravissima, e molti sono molto scettici sulle possibilità di riuscita di questa operazione.
Cambiare un partito è cosa difficile ma non impossibile. Tuttavia, nella storia dei partiti che si sono succeduti al PCI i cambiamenti sono sempre stati modesti e pagati a caro prezzo, segno del fatto che nel partito sopravvive una cultura antica e radicata, quella che affettuosamente Pierluigi Bersani chiama «la ditta», e che costituisce una poderosa forza inerziale.

Per capire cosa significhi cambiare un partito è utile confrontare la traiettoria del PD con quella della Lega di Matteo Salvini. Salvini ha ereditato un partito regionalista in crisi e l’ha trasformato in un partito nazional-populista. Ci è riuscito per almeno due ragioni. La prima è che il sistema di governo della Lega consente al segretario di dettare la linea del partito in modo meno ambiguo che nel caso del PD. La seconda è che il processo di cambiamento è stato guidato da una visione politica lucida e radicale, in cui l’affermazione di nuove idee ha richiesto l’abbandono di molte idee e miti fondatrici del partito.
Salvini ha accettato, e vinto, la sfida apparentemente impossibile di convincere a votarlo quelli che fino al giorno prima i suoi compagni di partito chiamavano “terroni”. Ha sapientemente deviato gli odi popolari da Roma a Bruxelles, e dai meridionali agli immigrati, ed è riuscito a combinare capitalismo produttivista e assistenzialismo (leggi riforma “Quota 100” delle pensioni). Ma per farlo ha dovuto rottamare definitivamente alcuni valori centrali come l’autonomia del Nord e l’unicità culturale della Padania.

Rivoluzionare un partito significa operare rotture anche violente, cambiamenti di passo radicali. Confrontato a Salvini, il rottamatore Renzi appare come un timido riformista, e da questo bisogno di radicalità Letta non potrà prescindere. Ciò che conta non saranno tanto i suoi sì, quanto i suoi no.
Cambiare il PD significa oggi innanzitutto fare una radicale scelta di campo in uno spazio politico che è profondamente diverso da quello di fine ’900 in cui si formò la cultura politica del PD. Una fetta importante dei ceti popolari che tradizionalmente votavano il PD ora vota in maniera solida per la Lega. L’Italia non è un caso isolato. I ceti popolari sono sovra-rappresentati nell’elettorato dei partiti populisti di destra in molti Paesi occidentali: i Repubblicani di Trump, il Rassemblement National di Marine le Pen, l’UKIP di Nigel Farage, per fare solo alcuni esempi.

Questo perché oggi quei partiti danno voce in modo più completo alle preferenze e ai valori di quell’elettorato, combinando protezione economica e protezione culturale: proteggendo il lavoro al tempo stesso dal capitalismo globale, dagli immigrati, dalla competizione fondata sul merito, e forse anche dall’eguaglianza di genere, in un Paese ferocemente misogino.

Resta il fatto che il cambio di fase è avvenuto e che le forze che sostenevano «o Conte o morte» (Di Maio, Conte, Zingaretti, Bettini, D’Alema e Franceschini) sono state sbaragliate da forze superiori: la prima pandemia dopo un secolo, e la disperata necessità delle montagne di soldi assicurate da quel nuovo Piano Marshall che è il “Recovery Plan” (vero nome Next Generation EU).
Ciò ha aperto uno spazio politico notevole alle forze riformiste liberal-democratiche e liberal-socialiste che però, per esistere politicamente, va strutturato intorno a dei programmi e dal punto di vista organizzativo. Questa è la sfida che hanno di fronte i vari Elly Schlein, Civati, Renzi, Calenda, Bonino, i pezzi più lucidi del PD e perfino di Forza Italia. Il Paese ha bisogno di un riformismo alternativo sia a una destra sovranista e statalista che a una sinistra veteromassimalista. Serve perciò uno sforzo di sintesi. Per tirare fuori il Paese dal pantano, bisogna andare oltre il recinto delle formazioni attualmente in campo; bisogna superare le piccole identità e lasciarsi alle spalle incomprensioni e inutili personalismi.
Su questo si misurerà la capacità di leadership. Come sempre, in fondo, uno statista supera il test cruciale della leadership — il criterio di Mosè — quando sposta la sua società da un ambiente che le è familiare a un mondo che non ha mai conosciuto. E se mai c’è stato un momento, quel momento è adesso, attorno a Mario Draghi.

Sarebbe del resto finalmente ora che i “progressisti” la smettessero di non occuparsi d’altro che di se stessi. È dai primi anni Novanta che la politica italiana di sinistra — e il centrosinistra in particolare — si occupa quasi solo di leggi elettorali e riforme istituzionali (cioè di come eleggere i parlamentari e le altre cariche istituzionali), mentre il Partito Democratico e i suoi partiti-predecessori si occupano solo di congressi e primarie (cioè di come eleggere il proprio gruppo dirigente). Con analoghi risultati su entrambi i fronti. E poi hanno pure il coraggio di lamentarsi che «in periferia prendono pochi voti».


Da una DC a un’altra…

CORRENTI

Sinistra radicale
È la corrente più vicina ai fuoriusciti di LeU/Articolo Uno quella che fa capo a Gianni Cuperlo, presidente della fondazione dem e alla deputata ed ex ministra Barbara Pollastrini

Sinistra
È il gruppo di sinistra, quello che fa capo al ministro del Lavoro Andrea Orlando e comprende Giuseppe Provenzano, ex ministro e ora vicesegretario di Letta, e Anna Rossomando

Fianco a Fianco
È l’area che fa capo all’ex ministro e capogruppo alla Camera Graziano Delrio. Con lui Debora Serracchiani e Matteo Mauri

Piazza Grande
All’ex segretario Nicola Zingaretti fa riferimento un’area che comprende Goffredo Bettini, la presidente Valentina Cuppi e l’ex ministra Paola De Micheli

Areadem
È la corrente del ministro della Cultura Dario Franceschini. Con lui, l’ex segretario dei Ds Piero Fassino e Marina Sereni

Gli amministratori
Negli ultimi mesi si è fatto strada il gruppo di sindaci e governatori che guarda al presidente della regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Con lui Dario Nardella (sindaco di Firenze) e Antonio De Caro (sindaco di Bari)

Giovani turchi
È la corrente capitanata da Matteo Orfini, già presidente del partito e segretario ad interim dopo le dimissioni di Renzi nel 2017. Con lui Francesco Verducci e Giuditta Pini

Base riformista
È la corrente di ex renziani guidata dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Assieme a lui l’altro leader del gruppo, Luca Lotti, e Simona Malpezzi

SCISSIONI

25 febbraio 2017
Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza annunciano la nascita di Articolo 1 (aka Liberi e Uguali), con loro esce dal PD un gruppo di ex dirigenti Pci-Pds-Ds di cui fa parte anche Massimo D’Alema

4 luglio 2015
Se ne va anche Stefano Fassina con il gruppo di Futuro a Sinistra, poi confluito in Sinistra Italiana nel 2017 che alle elezioni politiche si allea con Liberi e Uguali

26 maggio 2015
In polemica con Matteo Renzi esce dal partito Giuseppe Civati per dare vita a una nuova formazione politica: Possibile

11 novembre 2009
Francesco Rutelli scrive il pamphlet “Lettera a un partito mai nato”. È il settembre 2009. Due mesi dopo fonda ApI, Alleanza per l’Italia

28 agosto 2019
Carlo Calenda esce dal Partito Democratico e annuncia la nascita di Azione

17 settembre 2019
Matteo Renzi esce dal partito di cui è stato due volte segretario e lancia la sua nuova formazione politica: Italia Viva

IL PARTITO

PD
Nella nuova forza politica nel 2007 confluiscono, oltre alla Margherita, ai Ds e ai Repubblicani Europei, molte personalità senza partito come Carlo Petrini, Donata Gottardi, Vittoria Franco, Marcello De Cecco, Mario Barbi, Tullia Zevi, Paola Caporossi, Lella Massari. Molti di loro, come Walter Veltroni, lasceranno ben presto la politica attiva

ORIGINI

LC Lotta Continua
È stata una delle tre grandi organizzazioni extraparlamentari (le altre erano Avanguardia operaia e Pdup-Manifesto) tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta. In Lotta Continua militava Gad Lerner, vicedirettore del quotidiano omonimo. Giornalista in diverse importanti testate, è stato anche direttore del Tg1 Rai. In seguito Lerner aderì alla Margherita

MLS Movimento Lavoratori per il Socialismo
È un’altra formazione maoista nella quale ha militato l’ex premier e Commissario europeo per gli affari economici Paolo Gentiloni. Il Mls è poi confluito nel Pdup per il Comunismo. Gentiloni, diventato direttore di Nuova Ecologia, è entrato con Francesco Rutelli nella Margherita e in seguito nel PD

DS Democratici di Sinistra
È il nuovo nome assunto dall’ex Pds nel 1998 quando Massimo D’Alema decise di togliere anche la falce e martello dalla base della Quercia per sostituirla con la rosa del socialismo europeo. Il partito si scioglierà nel 2007 quando, guidato da Piero Fassino, parteciperà alla fase costituente del PD

Margherita Democrazia e Libertà
Si chiama DL ma tutti lo chiamano “Margherita”, il partito nato nel 2002 dalla fusione del Ppi con l’Asinello, Rinnovamento Italiano dell’ex premier Lamberto Dini e l’Udeur di Clemente Mastella. La Margherita è il simbolo della nuova forza politica che, alleandosi con i Democratici di Sinistra, darà vita al Partito Democratico

CCD Centro Cristiano Democratico
È il partito fondato da Pier Ferdinando Casini con un gruppo di ex DC che alle elezioni del 1994 si allea con il Polo delle Libertà di Silvio Berlusconi. Ne hanno fatto parte Marco Follini, che del Ccd è diventato segretario, e Agazio Loiero. I due politici cattolici sono poi arrivati al Partito Democratico seguendo percorsi diversi

RI Rinnovamento Italiano
È il partito fondato da Lamberto Dini che, dopo essere stato ministro nel primo governo Berlusconi, era diventato premier alla guida di un governo di tecnici. Fondato nel 2002 da Dini, RI confluisce nella Margherita. Ma nel 2007, alla nascita del PD, una parte degli ex di Rinnovamento Italiano (tra cui lo stesso Dini) si stacca e fonda i Liberal Democratici che confluiscono nel Popolo delle Libertà

ML Marxisti Leninisti
Il principale gruppo maoista della fine degli anni Sessanta è Servire il Popolo. In questa piccola formazione sono state Barbara Pollastrini, a Milano nei giorni della contestazione all’università Statale, poi entrata nel PCI e Linda Lanzillotta, a Roma, poi transitata nel Partito Socialista Italiano

PDS Partito Democratico della Sinistra
È il principale erede della tradizione comunista in Italia e per simbolo ha una Quercia con alla base la falce e il martello. Ha avuto sue soli segretari: Achille Occhetto, già leader del PCI, autore della svolta della Bolognina, e Massimo D’Alema

Asinello I Democratici
Il partito nasce dopo la caduta del primo governo dell’Ulivo. Romano Prodi annuncia la nascita della nuova formazione, ma a diventarne leader nel 1999 sarà Arturo Parisi perché il Professore nel frattempo diventerà presidente della Commissione UE. Fanno parte del partito dell’Asinello anche Francesco Rutelli e Marina Magistrelli

UDC Unione di Centro
È il partito fondato nel 2002 e nato dall’unione del Ccd di Pier Ferdinando Casini e del Cdu di Rocco Buttiglione. Ne ha fatto parte Marco Follini prima di diventare uno dei fondatori del Partito Democratico

PPI Partito Popolare Italiano
Fondato nel 1994, è il principale partito erede della Democrazia Cristiana. Diversi fondatori del PD ne hanno fatto parte. Tra questi l’attuale segretario Enrico Letta, Rosy Bindi, Giuseppe Fioroni, Dario Franceschini, Antonello Soro, Angelo Rovati, Rosa Russo Iervolino

Udeur Unione dei Democratici per l’Europa
È il partito fondato da Clemente Mastella nel 1999 dopo la rottura con Casini nel Ccd. Mastella si è poi alleato con l’Ulivo e ha partecipato alle primarie di coalizione nel 2005. Dell’Udeur ha fatto parte Agazio Loiero, presidente della Regione Calabria, uno dei 45 fondatori del PD

PCI Partito Comunista Italiano
Dal maggior partito della sinistra italiana sciolto nel 1991 proviene un buon gruppo di fondatori del PD, poi transitati nel Pds e nei Ds: Antonio Bassolino, Pier Luigi Bersani, Sergio Cofferati, Massimo D’Alema, Vasco Errani, Leonardo Domenici, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Maurizio Migliavacca, Enrico Morando, Barbara Pollastrini, Marina Sereni e Walter Veltroni

Ulivo Coalizione di Centrosinistra
È l’alleanza costruita da Romano Prodi che ha messo insieme le tradizioni riformiste ex comunista, socialista, repubblicana e cattolica con personalità che non avevano mai fatto politica attiva. Con quel simbolo e con l’Unione di centrosinistra il Professore è diventato due volte presidente del Consiglio sconfiggendo Silvio Berlusconi

Verdi Il sole che ride
Le liste ecologiste nascono in Italia nel 1985. Inizialmente erano divise in due tronconi. I Verdi Arcobaleno, con simbolo il girasole, di cui faceva parte Francesco Rutelli, erano nati nel 1989 dalla fusione di Democrazia Proletaria e di un gruppo di Radicali. Il girasole però ha avuto vita breve e alla fine del 1990 è confluito nella Federazione dei Verdi

PRI Partito Repubblicano Italiano
Dall’antico partito fondato da Giuseppe Mazzini veniva Luciana Sbarbati eletta parlamentare nel 1996. Quando il Pri di Giorgio La Malfa decide di allearsi con Berlusconi nel 2001, Sbarbati, in quel momento parlamentare europea, fonda il Movimento Repubblicani Europei che aderisce al centrosinistra. Nel 2007 quella di Sbarbati è una delle 45 firme dei fondatori del PD

DC Democrazia Cristiana
Dal partito storico del centro italiano, vengono numerosi fondatori del Partito Democratico: Rosy Bindi, Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Enrico Letta, Agazio Loiero, Rosa Russo Iervolino, Angelo Rovati, Antonello Soro, Patrizia Troia. Molti di loro sono passati per il Ppi, la Margherita e altre formazioni di centro

PSIUP Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria
Era l’ala sinistra del Psi, staccatasi dal partito quando i socialisti entrarono nel governo con la Democrazia Cristiana nel 1964. In quel partito militò Giuliano Amato prima di entrare nel Psi. Nel 1972 lo Psiup divenne Pdup e successivamente si unì al Manifesto nel 1974

PSI Partito Socialista Italiano
Dal partito socialista, esploso negli anni di Tangentopoli quando segretario era Bettino Craxi, vengono l’ex premier e più volte ministro Giuliano Amato, Ottaviano del Turco, ex sindacalista, poi ministro e presidente della Regione Abruzzo, transitato per Rinnovamento Italiano, Linda Lanzillotta e l’ex segretario della Cgil Guglielmo Epifani

Partito Radicale
Dalla forza politica di Marco Pannella ed Emma Bonino proviene Francesco Rutelli che poi è stato dirigente dei Verdi Arcobaleno, dei Verdi e della Margherita. Ex sindaco di Roma, e vice premier, più volte ministro e personalità di spicco del PD, è stato uno dei primi a uscire per fondare la formazione di centro ApI, Alleanza per l’Italia

Bruciare segreterie come incenso, e il consenso come candele accese dai due lati

Una base instabile e ondivaga…
…come instabile e ondivago è il risultato alle urne.
Il PD resta comunque il più radicato partito italiano, doppia eredità PCI-DC.
I “circoli” erano 7.200 alla fine del 2014, sono 5.125 nell’ultimo report a disposizione dell’organizzazione. In alcune regioni “rosse” la presenza rimane capillare: 667 circoli in Toscana e 600 in Emilia-Romagna, regioni che lasciano il primo posto del podio alla Lombardia con 754. E il Veneto del leghista Zaia conta comunque 452 sedi che sono avamposti dell’opposizione nel territorio. Ma solo un terzo di questi circoli ha una sede propria, gli altri per una buona metà sono in affitto (anche solo per singoli eventi) o si appoggiano ad altre associazioni o enti. Tutti hanno un segretario o un commissario ma non tutti sono davvero attivi (in Toscana, per dire, si stima che oltre 150 siano “silenti”).
Intensità del “sentiment” territoriale (in base al numero di circoli)

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