La Chiesa Cattolica non è mai apparsa così forte e autorevole, nella società italiana. In questo inizio di terzo millennio, i laici sembrano scomparsi. Peppone non litiga più con don Camillo. A destra come a sinistra c'è un comune riconoscimento del ruolo del Cattolicesimo nella nostra cultura. Quando vescovi e cardinali parlano, trovano sempre molto rilievo su giornali e tv, e il papa gode di un'attenzione mediatica che non conosce crisi. Chi prevedeva che Nazinger non sarebbe riuscito a reggere il confronto con Wojtyla è stato smentito. Non solo: i più strenui difensori del papa e della Chiesa Cattolica sono diventati, paradossalmente, intellettuali (da Giuliano Ferrara a Marcello Pera) che ieri si proclamavano atei, magnificavano il libero pensiero, erano incalliti mangiapreti e oggi hanno scoperto la «profondità della cultura religiosa», il «mistero insondabile della fede» e soprattutto le «radici cristiane dell'Europa e dell'Occidente». La religione da sventolare come bandiera politica? Forse, ma comunque da sventolare e tenere alta sui pennoni.
Ma c'è un però. La Chiesa, che oggi appare così forte, in realtà non è mai stata così debole. Cresce la strana pattuglia degli atei devoti, aumentano i suoi rumorosi difensori politici; ma calano i fedeli. Il papa è applaudito nelle piazze e "passa" spesso in tv; ma le chiese si svuotano. Di più: la crisi di vocazioni sta inaridendo il ricambio dei preti, sempre in minor numero e sempre più vecchi, come dimostrano le sempre più numerose storie di preti polacchi o africani approdati in varie diocesi italiane in difficoltà. E se la Chiesa Cattolica Romana si stesse avviando verso l'estinzione?
L'ipotesi è paradossale, ma i numeri della scienza statistica danno qualche sostegno al paradosso. La progressiva e inarrestabile decrescita dei preti, come il loro costante invecchiamento, sono certificati da una accurata ricerca della Fondazione Giovanni Agnelli curata dal professor Luca Diotallevi e da Stefano Molina, presentata in un volume fitto di dati e tabelle, ma dal titolo che incrocia, nell'evocazione, geometria e vangelo: «La parabola del clero. Uno sguardo socio-demografico sui sacerdoti diocesani in Italia».
Primo shock: i preti diventano sempre più vecchi. L'età media dei sacerdoti diocesani in Italia è ormai di 60 anni. Il record di anzianità è delle Marche (età media 64 anni), seguite da Piemonte (63,7) e poi, via via, da Emilia, Liguria, Umbria, Triveneto, Toscana, Sardegna, Sicilia, tutte regioni in cui i preti hanno un'età media superiore ai 60. Più giovane — si fa per dire — il clero in Lombardia (età media 58 anni) e poi in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata. Il record di gioventù va a Lazio e Calabria, con un comunque poco consolante 54 anni e mezzo di media.
Secondo shock: è sempre più difficile rimpiazzare i preti che se ne vanno. In Italia il 40 per cento di chi esce dalla parrocchia (per pensionamento, per invalidità o per decesso) non viene sostituito. In alcune regioni la situazione è drammatica: nelle Marche e in Piemonte le uscite sono tre volte le entrate. Appena meglio in Lazio, Calabria e Puglia. Così così in Lombardia.
Terzo shock: i preti diminuiscono in tutta Italia. Oggi sono poco meno di 32 mila i sacerdoti diocesani. Un terzo di essi (10 mila circa) sta in Lombardia e Triveneto (Umberto Bossi direbbe: in Padania). Poi 2.700 stanno in Piemonte, 2.500 in Emilia-Romagna, 2.200 in Sicilia, altrettanti in Campania, in Toscana, nel Lazio. Attenzione, però: i preti erano 69 mila (più del doppio) agli inizi del Novecento, a disposizione di una popolazione di appena 33 milioni di italiani. Insomma: c'era 1 prete ogni 500 abitanti. Oggi la popolazione in Italia ha appena raggiunto i 60 milioni di persone, dunque c'è un prete ogni 2 mila abitanti (per la precisione, 0,53 ogni mille). Certo, le statistiche ci dicono che in Italia ci sono più sacerdoti che ostetriche (0,26 per mille abitanti), più preti che ricercatori universitari (0,36 per mille abitanti). Ma ci sono meno sacerdoti che odontoiatri (0,60 per mille abitanti), che psicologi (0,66 per mille), che commercialisti (0,89 per mille abitanti). E naturalmente meno preti che insegnanti (sono 21,4 ogni mille italiani).
Non tutta l'Italia è uguale. Va peggio nel centro-sud, soprattutto in Puglia, Sicilia, Lazio e Campania, dove i sacerdoti — dicono le statistiche — sono sotto lo 0,5 ogni mille abitanti. Va meglio invece nel centro-nord e soprattutto in Umbria, nelle Marche e nel Triveneto, regioni in cui ci sono 0,8 preti ogni mille abitanti. Bene, dunque? No, perché maggior densità vuol dire anche maggior anzianità: nelle zone d'Italia dove ci sono più preti, questi sono più vecchi.
Se i preti diocesani non stanno bene, non stanno meglio neppure gli ordini religiosi, i frati, i monaci (20 mila persone complessivamente). Statistiche e numeri precisi in questo campo non ce ne sono, ma è un fatto assodato che si svuotino anche le case religiose, i conventi e i monasteri. Che fare, per "mater ecclesia"? Chi resta deve rimboccarsi le maniche e "lavorare" di più? La domanda è cinica ma concreta: la diminuzione degli addetti in tanti settori del mondo del lavoro è bilanciata dall'aumento della produttività; ma questo si può fare anche per il "lavoro" di preti, frati, suore? Risposta difficile. Innanzi tutto perché si tratta di un "lavoro" assolutamente particolare, fatto di riti ma anche di insegnamento, di relazioni, di testimonianza, di esempio di vita... E poi perché per i sacerdoti l'organizzazione del lavoro è molto articolata. In Italia ci sono 26 mila parrocchie. Dunque già oggi nel nostro Paese operano, in media, 1,2 preti a parrocchia. Se questo rapporto diminuirà fino ad arrivare sotto l'un sacerdote per parrocchia, le parrocchie rimaste senza prete dovranno chiudere. O si dovranno affidare a preti che stanno nella parrocchia accanto e andranno "in trasferta" a celebrare qualche rito (la messa, la confessione, matrimoni e funerali).
All'estero va anche peggio. Sì, fuori dai confini dell'Italia la situazione è ancora più grave. Anche in Paesi tradizionalmente cattolici come la Spagna e il Belgio: oggi i preti sono solo 0,46 ogni mille abitanti. E ancor più in Francia e Austria: hanno soltanto 0,31 sacerdoti ogni mille abitanti. Dunque la Chiesa Romana rischia davvero l'estinzione?
Intanto c'è il "clero d'importazione", o "clero immigrato". Le definizioni non sembrino irriguardose: sono le definizioni ufficiali usate nelle ricerche demografiche e sociologiche. In Italia ci sono — numeri di fine 2008 — 1.500 sacerdoti stranieri, nati all'estero ma incardinati nelle diocesi italiane. Mica pochi: sono il 4,5 per cento dei preti diocesani. La regione con più preti stranieri è il Lazio, dove sono ben 462 (il 21,3% del clero totale). In Toscana sono 230 (il 10,3%). Nel Triveneto sono 106, un numero che pesa però solo per il 2% del clero. Nell'Abruzzo e Molise sono 105, in Umbria sono l'11,8%.
I freddi numeri sui preti stranieri non raccontano le difficoltà concrete che incontrano. Difficoltà culturali: non sempre un prete proveniente da un ambiente diverso e da una diversa cultura riesce a entrare in perfetta sintonia con la sensibilità, le attese, le difficoltà dei fedeli italiani. In più — inutile negarlo — ci sono difficoltà di accettazione. Ha fatto clamore, nell'ottobre 2008, il caso di padre Joseph Moiba, 37 anni, nato in Sierra Leone e cacciato dalla sua parrocchia, a Oppdal, nella civilissima (e protestante) Norvegia. Senza arrivare al rifiuto razzista del prete nero, anche in Italia a volte scatta il pregiudizio, magari inconscio, del cristiano italiano nei confronti del sacerdote "arrivato da fuori", ritenuto da alcuni incapace di comprendere i problemi e inadeguato a ricevere le confidenze più intime.
Da dove vengono i preti nati all'estero? Dalla Polonia innanzitutto, come don Pietro a Frosinone: «Accolto benissimo dai miei parrocchiani». In totale, sono 232 i sacerdoti prestati all'Italia dal Paese di Wojtyla. Poi dallo Zaire: 96. Dalla Colombia: 86. Dall'India: 82. E poi dalla Romania, dal Brasile, dalla Nigeria, dalle Filippine, dall'Argentina, dal Venezuela, dal Congo... Ma anche da Francia, Stati Uniti, Germania, Svizzera... I preti stranieri sono molto più giovani, hanno un'età media molto più bassa dei locali. Saranno loro la salvezza della Chiesa Cattolica?
Intanto però, anche con i rinforzi stranieri, la diminuzione del clero continua inesorabile. Lo dimostra una simulazione statistica realizzata dai ricercatori della Fondazione Agnelli: per mantenere l'attuale numero di preti, mantenendo inalterati gli attuali volumi d'ingresso, in Piemonte i preti dovrebbero restare in servizio 108 anni dopo la loro ordinazione, 118 nelle Marche. Evidentemente impossibile. Dunque il calo è inevitabile. Anche perché ogni anno arrivano sempre meno nuovi preti: le ordinazioni sacerdotali sono in caduta dal 1999: quell'anno erano 550, sono scese progressivamente fino alle 435 del 2003. I dati ufficiali si fermano a quell'anno, ma la tendenza alla diminuzione è confermata, informalmente, anche per gli anni seguenti. Di quei 435 nuovi sacerdoti, ben 77 (quasi il 18%) sono stranieri. Gli altri da dove vengono? Basilicata e Calabria sono le regioni più generose, seguono Abruzzo, Puglia e Liguria. Ultime: Sardegna, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana. Ci sono regioni che addirittura esportano preti (Sicilia, Sardegna, Puglia, Lombardia...) e regioni che invece (come Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo...) sono costrette a importarli da altre zone.
Come andranno, dunque, le cose tra dieci, vent'anni? Anche se continuassero a entrare ogni anno circa 500 preti, il calo sarebbe costante, a causa delle uscite. I 32 mila preti di oggi diventerebbero, secondo i calcoli statistici, 28 mila nel 2013, 25 mila nel 2023 (e di questi, 2 o 3 mila saranno stranieri). Le cose andranno peggio se continueranno a calare anche le ordinazioni. Drammatica la situazione in alcune regioni, come la Lombardia, dove il calo sarà almeno del 20%, o come il Piemonte, dove sarà addirittura del 40%. Tengono solo Lazio, Basilicata e Calabria, mentre i preti d'importazione passeranno dall'odierno 4,5% a un sostanzioso 10,3%.
In realtà le cose andranno anche peggio, e per una ragione non religiosa (il calo delle vocazioni), ma prettamente statistica: in Italia c'è una progressiva diminuzione demografica dei maschi. Diminuisce la platea da cui attingere i preti, che per la Chiesa Cattolica possono essere solo maschi. Dunque diminuiranno inesorabilmente anche i sacerdoti, anche a tassi di reclutamento costanti: le ordinazioni passeranno, secondo i calcoli statistici, dalle 435 del 2003 alle 367 del 2010, fino alle 314 del 2015 e alle 297 del 2020. Risultato: la previsione di 25 mila preti nel 2023 va ulteriormente abbassata a 23 mila preti. E questo a tassi di reclutamento costanti, mentre l'esperienza ci dice che il reclutamento cala...
Dunque la Chiesa Cattolica continua dolcemente il suo cammino verso il declino. Sempre più minoranza in una società che apparentemente la applaude, ma in realtà la usa. Per bloccare questa tendenza e almeno stabilizzare il numero dei sacerdoti oggi presenti, dovrebbe verificarsi un incredibile aumento delle vocazioni, con incrementi del 77% nazionale che in alcune regioni, secondo i calcoli degli statistici, dovrebbe essere addirittura del 200%. (Sarebbe davvero un miracolo.)

Oppure, finalmente, Mater Ecclesia potrebbe abbandonare il celibato del clero. Anacronistico. Ma soprattutto insensato, alla luce degli stessi testi sacri — Gesù "il Cristo" non ha mai detto nulla in proposito — e delle abitudini di ogni tempo e di ogni luogo da parte del clero. Addirittura, nell'ambiente giudaico che fu humus di Gesù, i rabbi dovevano essere sposati. (Addendum gennaio 2011: si è scoperto che perfino Ratzinger nel 1970 la pensava così! cfr. articolo più in basso.)

Ammettendo il matrimonio per i preti — che potrebbero così diventare padri di famiglia, e forse capirebbero molto meglio il mondo e come funziona! —, Mater Ecclesia risolverebbe in un sol colpo il problema della pedofilia del corpo sacerdotale e il pericolo dell'estinzione del Cattolicesimo (e dell'intero Cristianesimo).
"Famiglia cristiana": sì, a partire dai preti. Se allevi dei figli, e lo fai nell'amore insieme a una compagna che è anche madre, puoi trasmettere un messaggio qualitativamente molto migliore al tuo gregge, che non da un pulpito costruito su fondamenta di privazioni, coercizioni psicologiche e afflizioni contro-natura che durano tutta una vita...

(Aggiornamento dati 2 anni dopo: vd. sotto.)

Aprile 2010

Credenti, ma increduli

Addendum 1 anno dopo — nulla è cambiato, anzi la situazione precipita

Un anno dopo, la situazione per Mater Ecclesia è disastrosa: il Vaticano rischia di essere travolto dagli scandali di pedofilia dei suoi sacerdoti in giro per il mondo. E il pontefice attuale, dato per "interessato in prima linea" a rimettere le cose a posto, è in realtà uno dei principali artefici della situazione. Quanta di tale "sporcizia" è stata infatti da Ratzinger realmente denunciata? Denunciata, voglio dire, nell’unico modo in cui si denuncia un crimine, perché sia fermato e non possa essere reiterato: ai magistrati dei diversi Paesi... Quanti di quei sacerdoti pedofili sono stati denunciati alle autorità da chi ora dice di voler "ripulire" dalla "sporcizia"?
Nessuno e mai.
La copertura che è stata data per decenni a migliaia di preti pedofili sparsi in tutto il mondo, non denunciandoli alle autorità giudiziarie — garantendo perciò ai colpevoli un’impunità che ha consentito loro di reiterare lo stupro su decine di migliaia di minorenni (talora handicappati) —, chiama direttamente e personalmente in causa la responsabilità di Joseph Ratzinger e addirittura di Karol Wojtyla.
La questione cruciale è proprio questa: non la "Chiesa" in astratto, ma le sue gerarchie, e in particolare il Sommo Pontefice e il cardinal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, hanno imposto un obbligo tassativo a tutti i vescovi, sacerdoti, personale ausiliario, etc., sotto solenne giuramento «sul Vangelo», di non rivelare se non ai propri superiori — e dunque di non far trapelare minimamente alle autorità civili — tutto ciò che avesse a che fare con casi di pedofilia ecclesiastica.
La confessione viene da loro stessi. L’Osservatore Romano ha ripubblicato il motu proprio di Giovanni Paolo II, che riservava «al Tribunale apostolico della Congregazione […] il delitto contro la morale», cioè «il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età», e la "Istruzione" attuativa della Congregazione per la Dottrina della Fede, con queste inderogabili disposizioni: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolto un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per laDottrina della Fede».
Tutte le notitiae criminis dovevano (e devono) insomma affluire ai vertici, la Congregazione per la Dottrina della Fede (Prefetto il cardinal Ratzinger, ora papa, segretario monsignor Bertone) e il Papa (all'epoca Karol Wojtyla). Sarebbe stata la Congregazione a decidere se avocare a sé la causa oppure «comandare all’ordinario o al gerarca, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale». Papa e Prefetto, insomma, sono informati di tutto (sono anzi gli unici a sapere tutto) e sono loro, esclusivamente, ad avere l’ultima e la prima parola sulle procedure da seguire.
E tale dispositivo permane ancor oggi. Decidano direttamente, per avocazione, o demandino il "processo" al Tribunale ecclesiastico diocesano, ovviamente la "pena" estrema (quasi mai comminata) è solo la riduzione allo stato laicale del sacerdote (in genere si limitano invece a spostare il sacerdote da una parrocchia all’altra!, dove ovviamente reitererà il suo crimine). "Pena" esclusivamente canonica, comunque: nessuna denuncia deve invece esser fatta alle autorità civili. La Chiesa gerarchica si occuperà insomma del "peccato" (in genere con incredibile indulgenza) ma terrà segreto e coperto il "reato". Che perciò resterà "impunito". E potrà essere reiterato impunemente. Perché l’ordinanza della Congregazione, in ottemperanza al motu proprio del Papa, è imperativa e non lascia margini di scampo: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio».

I passi cruciali di questo dispositivo interno: «In taluni affari di maggiore importanza si richiede un particolare segreto, che viene chiamato segreto pontificio e che dev'essere custodito con obbligo grave […] Sono coperti dal segreto pontificio […]» e qui seguono numerosissimi casi, tra i quali due fattispecie che comprendono i casi di pedofilia ecclesiastica, il punto 4 («...le denunce extra-giudiziarie di delitti contro la fede e i costumi, e di delitti perpetrati contro il sacramento della penitenza, come pure il processo e la decisione riguardanti tali denunce...») e il punto 10 («...gli affari o le cause che il Sommo Pontefice, il cardinale preposto a un dicastero e i legati della Santa Sede considereranno di importanza tanto grave da richiedere il rispetto del segreto pontificio...»).
Ancora più interessante il minuzioso elenco delle «persone che hanno l'obbligo di custodire il segreto pontificio: 1) I cardinali, i vescovi, i prelati superiori, gli officiali maggiori e minori, i consultori, gli esperti e il personale di rango inferiore, cui compete la trattazione di questioni coperte dal segreto pontificio; 2) I legati della Santa Sede e i loro subalterni che trattano le predette questioni, come pure tutti coloro che sono da essi chiamati per consulenza su tali cause; 3) Tutti coloro ai quali viene imposto di custodire il segreto pontificio in particolari affari; 4) Tutti coloro che in modo colpevole, avranno avuto conoscenza di documenti e affari coperti dal segreto pontificio, o che, pur avendo avuto tale informazione senza colpa da parte loro, sanno con certezza che essi sono ancora coperti dal segreto pontificio». Cioè, tutti! Certosinamente! Non c'è persona che possa direttamente o indirettamente entrare in contatto con tale "sporcizia" a cui sia concesso il benché minimo spiraglio per poter far trapelare qualcosa alle autorità civili e quindi fermare il colpevole. La "sporcizia" dovrà restare nelle "segrete del Vaticano", pastoralmente protetta e resa inavvicinabile dalle curiosità troppo laiche di polizie e magistrati. L'impunità penale dei sacerdoti pedofili sarà di conseguenza assoluta e garantita.

Tutte le "istruzioni" sono ancora in vigore, ripeto, al momento in cui scrivo queste righe (10 aprile 2010). Il giuramento alla segretezza, imposto a tutti, funziona: in questi giorni di aspre polemiche, infatti, la Chiesa gerarchica non ha potuto esibire un solo caso di sua denuncia spontanea alle autorità civili, con il quale avrebbe potuto rivendicare qualche episodio di non omertà e di "buona volontà"...
Il "buon nome" della Chiesa è venuto sempre prima, sulla pelle di migliaia di bambini e infangando e calpestando quel passo dei Vangeli su cui si è fatta giurare questa raccapricciante congiura del silenzio: "Ma Gesù disse: «Lasciate i bambini, non impedite che vengano da me, perché il regno dei cieli è per chi assomiglia a loro»" (Mt 19.14). Sempre più testimonianze confermano anzi di una Chiesa gerarchica indaffarata per decenni a "troncare e sopire", e anzi a negare l’evidenza (in una corte si chiamerebbe spergiuro) o a intimidire le vittime (in una corte si chiamerebbe ricatto o violenza) se qualche ex-bambino ad anni di distanza trovava il coraggio di sporgere denuncia. I casi del genere ormai emersi sono talmente tanti che... «il mio nome è Legione», come dice lo spirito immondo di un altro Vangelo, quello di Marco (Mc 5.9).
Che senso ha, perciò, continuare a parlare di «propaganda grossolana contro il Papa e i cattolici» e «attacchi calunniosi e campagna diffamatoria» (l’Osservatore Romano), di «eclatante campagna diffamatoria» (Radio Vaticana), di «furibonda fobia scatenata contro la Chiesa Cattolica» (Joaquin Navarro Vals), di «menzogna e violenza diabolica» (monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino), di «accuse menzognere» (cardinale Angelo Scola), di «accuse ignobili e false» (cardinal Carlo Maria Martini), e chi più ne ha più ne metta, visto che sono gli stessi documenti vaticani a confessare la linea di reiterato rifiuto della Chiesa gerarchica a ogni ipotesi di denuncia dei colpevoli alle autorità giudiziarie secolari?
Se l’attuale regnante Pontefice ha davvero capito l’enormità della "sporcizia" e la necessità di contrastarla senza tentennamenti anche sul piano della giustizia terrena (sic!), può dimostrarlo in un modo assai semplice: abrogando immediatamente con motu proprio le famigerate "Istruzioni" che fanno riferimento al "segreto pontificio" e sostituendolo con l’obbligo per ogni diocesi e ogni parrocchia di denunciare immediatamente alle autorità giudiziarie ogni caso di cui vengano a conoscenza. E spalancando gli archivi, consegnandoli a tutti i tribunali che ne facciano richiesta, visto che alcuni Paesi hanno deciso di aprire per la denuncia del crimine una "finestra" di un anno per sottrarre alla prescrizione anche vicende lontane.
Se non avrà questa elementare coerenza, non si straccino le vesti il cardinal decano e tutti i cardinali del Sacro Collegio nell’anatema contro i credenti e i non credenti che insisteranno nel giudicare corrivo l’atteggiamento attualmente scelto... Tanto più che la Chiesa gerarchica, che in tal modo si rifiuterebbe di ordinare alle proprie diocesi la collaborazione per punire come reato il peccato di pedofilia dei sui chierici e pastori, è la stessa che pretende di trasformare in reati, sanzionati dalle leggi dello Stato e relative punizioni, quelli che ritiene peccati (aborto, eutanasia, fecondazione eterologa, controllo artificiale delle nascite, etc.), e che per tanti cittadini sono invece solo dei diritti, ancorché dolorosi e talvolta dolorosissimi!

11 domande a Joseph Ratzinger...

  1. Gentile pontefice, acconsentirebbe alla costituzione di una Commissione Parlamentare d'Inchiesta che indagasse sugli episodi di pedofilia che hanno visto il coinvolgimento di esponenti del clero negli ultimi 60 anni in Italia, come avvenuto in Irlanda con la “Commissione Ryan”?
  2. Come si comporterebbe se venisse a conoscenza di un fatto interno alla Chiesa che sia contrario ai principi dell'Ordinamento Giuridico italiano?
  3. Ritiene ancora valido il documento “Crimen Sollecitationis” del cardinal Ottaviani che nel 1962 prescriveva ai vescovi di «non pubblicare» e «conservare con cura negli archivi segreti della Curia» le denunce a sacerdoti per pedofilia?
  4. Nel 2005 Lei fu citato in giudizio da un tribunale texano per intralcio alla giustizia, ma si avvalse dell'immunità diplomatica in quanto capo di uno Stato. Oggi accetterebbe di incontrare i giudici di qualsivoglia tribunale?
  5. Nel 2008 Mons. Celestino Migliore, osservatore della Santa Sede all’ONU, si è espresso contro un progetto di dichiarazione, proposto dall'Unione Europea, per chiedere la depenalizzazione universale dell'omosessualità. Concorda con quella scelta?
  6. Concorda con la tesi del Card. Tarcisio Bertone, per il quale le condotte dei pedofili (e dei preti pedofili) siano collegabili a una loro natura omosessuale?
  7. È d'accordo con il principio che la donna debba avere i medesimi diritti (a cominciare dal diritto all’autodeterminazione) e i medesimi doveri dell'uomo?
  8. Non ritiene che si tratti di una vera e propria truffa accettare le quote dell'8 per mille dei contribuenti che non firmano né per le chiese né per lo Stato? Perché solo poco più del 20% dell’8 per mille va alle cosiddette "opere di bene"?
  9. Alla luce dei progressi scientifici degli ultimi due secoli, non ritiene urgente un ripensamento rispetto alle posizioni della Chiesa Cattolica su Darwin?
  10. Nel 2009, durante un suo viaggio in Camerun, ha affermato: «L’epidemia di Aids non si può superare con la distribuzione di preservativi, che anzi aumentano i problemi». Ripeterebbe tuttora tali parole?
  11. Ritiene lecito equiparare nelle leggi di uno Stato peccato e reato o è meglio — per ogni confessione religiosa — rinunciare a influenzare le leggi che riguardano i comportamenti personali dei cittadini e le loro scelte individuali?

...e 1 proposta concreta:

È davvero sorprendente il fatto che le gerarchie ecclesiastiche, sempre pronte a puntare l'indice verso i presunti danni che i ragazzi subirebbero in caso di adozione da parte di una coppia omosessuale, facciano finta di niente quando si tratta di riscontrare i disastri che l'obbligo del celibato potrebbe causare ai loro preti e ai ragazzi che hanno a che fare con loro.
Non c'è bisogno di essere scienziati — e men che meno anticlericali — per farsi venire il dubbio che l'incidenza degli episodi di pedofilia tra i sacerdoti, assai più elevata rispetto a quella che si riscontra in altre categorie sociali, abbia più di un legame con la compressione della sfera sessuale che viene loro imposta fin dall'adolescenza: dubbio che, detto per inciso, è stato ripetutamente e pubblicamente espresso non solo da laicisti impenitenti ma perfino da numerosi e spesso eminenti rappresentanti del clero cattolico.
Ognuno, ovviamente, è libero di imporre a se stesso le rinunce che preferisce: ma se fosse dimostrato un nesso causale tra l'obbligo del celibato e la propensione alla pedofilia, specie in una categoria di individui che lavora spesso e volentieri a stretto contatto con i bambini, il celibato cesserebbe di costituire semplicemente una questione di scelta personale, per assumere il contorno assai più inquietante di un vero e proprio pericolo per la collettività.
La Chiesa Cattolica dovrebbe farsi carico di promuovere un'accurata ricerca scientifica sulla vicenda, per verificare concretamente l'esistenza del rischio e la sua dimensione: rendendosi disponibile, se del caso, ad affrontare radicalmente la questione del celibato (che gli stessi Gesù e Paolo non hanno mai imposto né dichiarato essenziale).
Se si rivendica con enfasi un ruolo sociale, occorre anche assumersene pienamente tutte le responsabilità.

"Il lungo addio" dell'Impero Romano: i numeri della crisi inarrestabile...

Pochi fedeli alle messe. Crisi delle vocazioni. Matrimoni religiosi in calo. Un'allarmante perdita di consenso tra la gente. Il declino dei cattolici in Italia sembra inarrestabile. E la questione pedofilia c'entra solo fino a un certo punto

Da più di un decennio si parla del ritorno trionfante della religione al centro della scena pubblica e privata. Questa visione viene comunemente accettata come fosse una verità assoluta, quasi rivelata. Nessuno si chiede se sia proprio così. Se cioè l'impennarsi della presenza mediatica dei religiosi, accompagnata da ali plaudenti di atei devoti, rifletta una analoga ripresa di convincimenti e comportamenti ispirati dalla fede religiosa.
In realtà, in base ai dati empirici disponibili e non alle impressioni, la risposta è inequivocabile: la religione continua a essere in declino in Italia sotto tutti gli aspetti "visibili" ed empiricamente quantificabili. Lo è nei suoi aspetti istituzionali (nel numero dei religiosi e degli istituti religiosi), lo è nella pratica religiosa, lo è nei comportamenti dei cittadini e nella valutazione dell'opinione pubblica sui temi etici sui quali la Chiesa interviene frequentemente e con fermezza.

Partiamo dalla organizzazione della Chiesa cattolica. Il declino dell'apparato ecclesiastico in tutte le sue componenti — clero regolare, clero diocesano e appartenenti agli istituti religiosi femminili — continua perché il numero dei nuovi ordinati non compensa le "uscite" per ragioni demografiche (il clero è molto anziano). Purtuttavia rimane un esercito imponente di poco più di 150 mila persone, di cui circa 100 mila donne.
Quanto a strutture, il numero delle parrocchie rimane pressoché stabile (sopra le 25 mila) ma diminuiscono quelle che hanno un sacerdote che si dedica solo a una parrocchia, mentre invece cresce il numero di quelle a mezzo servizio (circa un sesto del totale).
La Chiesa è più povera di pastori ma in compenso straordinariamente più ricca in denari. L'8 per mille ha rovesciato nella casse del Vaticano un fiume di denaro, circa un 1 miliardo di euro all'anno a partire dal 2002 (rispetto ai 210 milioni del 1992). Questo grazie anche a quella buffa interpretazione della legge per cui chi non firma per nessuno nella dichiarazione dei redditi si vede ripartire il proprio 8 per mille proporzionalmente tra tutti gli enti che hanno ricevuto la firma. E visto che la Chiesa fa la parte del leone tra coloro che firmano, essa si vede poi arrivare molti più soldi dagli "agnostici" di quanti non ne riceva dai "fedeli".
Ma questa pur imponente organizzazione non riesce a colmare il distacco con l'opinione pubblica. La Chiesa non riscuote più la fiducia di un tempo. Dove si apre il baratro è nell'osservanza dei sacramenti e dei precetti: i cittadini non seguono più le indicazioni della Chiesa, e anche i cattolici esibiscono una religiosità fai-da-te dove l'insegnamento religioso è seguìto a macchia di leopardo. I numeri:

• Frequenza alla messa: 15% ogni domenica, 10% ogni mese.

• Matrimoni civili: 36,7% contro il 63,3% di quelli religiosi (dati Istat 2008). La media nazionale è però traditrice, perché nei Comuni ci sono segnali ben più significativi: Bolzano 78,9% di matrimoni civili, Siena 74,5%, Firenze 67,6% e così via (i comuni dove più della metà dei matrimoni sono civili assommano a 29, e sono tutti al Centro-Nord Italia).

• Adesione complessiva ai valori cattolici: nel 2000 il 65% degli Italiani, nel 2009 il 46%.
• Adesione dei "praticanti" ai valori cattolici: nel 2000 il 95%, nel 2009 il 73%.
• Ritengono validi gli insegnamenti della Chiesa: nel 2003 il 77%, nel 2009 il 59% degli Italiani.

Anche sui temi etici più scottanti degli ultimi anni, sui quali l'iniziativa della Chiesa è stata tambureggiante (referendum sulla procreazione assistita) con anatemi scagliati contro le posizioni laiche (testamento biologico), l'opinione pubblica va in direzione opposta...
• Favorevoli al testamento biologico: 92% nel 2009 contro il 50% nel 1997.
• Giudicano opportuna, a determinate condizioni, l'eutanasia: 86% nel 2009 contro il 50% nel 1997.
• Favorevoli alla fecondazione assistita: 80% (2009).

(Dati da confrontare con numeri aggiornati a fine 2011, vd. sotto)

In conclusione, non si riesce a capire cosa intenda chi parla di un risveglio religioso. Che vi siano fenomeni di spiritualità e di avvicinamento al sacro, magari diversi rispetto alle codificazioni delle "religioni di chiesa", è possibile (basta leggere i numeri della spiritualità diffusa, con migliaia di nuovi proseliti per "credo alternativi" come New Age, Buddismo Zen, Buddismo Nichiren et similia). Ma che si assista a una rinnovata centralità della religione (cattolica) nell'indirizzare i comportamenti e gli atteggiamenti su temi etici e religiosi, questo è semplicemente infondato. L'organizzazione ecclesiastica ha problemi di reclutamento e di ricambio del suo personale assai anziano; il numero dei praticanti è sovrastimato e lo si può ritenere nella migliore delle ipotesi tendente a un 20% di praticanti; la fiducia nella Chiesa e nei suoi insegnamenti cala costantemente anche e soprattutto tra i fedeli, e infine le indicazioni delle Chiesa su vari temi etici sono sempre più disattese.
Eppure la fanfara mediatica di questi anni ci aveva dipinto un quadro di «grande ripresa religiosa». I vertici del Vaticano devono aver confuso l'omaggio peloso di tanti corifei interessati, con le convinzioni profonde della società. E questo è il segnale più chiaro del declino ormai irreversibile: storicamente, quando i grandi imperi crollano, sono proprio gli imperatori e le loro corti, a essere colti da cecità, ad autoingannarsi che le cose stiano procedendo meravigliosamente bene, a rifiutarsi di vedere che il mondo va in direzione opposta rispetto alle loro illusioni...

...e sul rovescio della medaglia "numeri" da brividi: finanza e immobili

Da "mila anni" la Chiesa cattolica è presente in tutti gli angoli della Terra con oltre 4mila diocesi, 10 mila tra arcivescovi, vescovi e cardinali, centinaia di migliaia tra preti, suore e religiosi vari, centinaia di migliaia di parrocchie, santuari, monasteri, associazioni, scuole, case editrici, università, insegnanti di religione, cappellani militari e ospedalieri, testate giornalistiche (a migliaia, con milioni e milioni di copie diffuse), emittenti tv, circuiti radiofonici. E in Italia, con milioni di crocifissi nei luoghi pubblici dello stato laico (aule scolastiche, tribunali). Tutte realtà direttamente collegate e sottoposte ciascuna al dicastero di competenza della Santa Sede che, attraverso una sorta di centralismo non democratico, molto simile in assolutismo e despotismo a quell'Impero Romano da cui la Chiesa direttamente discende, organizza e dispone i metodi e i contenuti della "evangelizzazione". A questo immenso patrimonio di risorse umane e strutturali è da aggiungere una diffusa rete di sistemi globali e locali per la raccolta di risorse finanziarie, le quali hanno consentito alla Chiesa di realizzare un notevole — e incontrollabile — potere economico e finanziario custodito nel santuario dello IOR, quell’Istituto per le Opere di Religione da mezzo secolo al centro dei più torbidi intrallazzi della politica, della finanza e della criminalità (e che nel 1978 ha pure portato probabilmente all'eliminazione di un papa, Albino Luciani, il quale, appena eletto, aveva deciso di vederci chiaro). Dalla "extraterritorialità" dello Stato Vaticano, lo IOR "opera" (ossia, traffica senza controlli o quasi) nei paradisi fiscali di tutto il mondo, riservando appena qualche scampolo di elemosina a beneficio dei numerosi missionari immersi nell’inferno della povertà e della miseria dei Paesi "del sud del mondo", prima sfruttati e oggi abbandonati da quell’Occidente che alcuni si ostinano a dipingere «dalle radici cristiane» (!).

Lo IOR — comunemente conosciuto come Banca Vaticana — è una banca privata, formalmente istituita nel 1942 da papa Pio XII con sede nella Città del Vaticano. È erroneamente considerato la banca centrale della Santa Sede, compito invece svolto dall’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA). Lo IOR è stato più volte al centro di scandali, finanziari e non, fra i quali spicca il crack del Banco Ambrosiano. Secondo quanto stabilisce il suo statuto, ha lo scopo di: «...provvedere alla custodia e all'amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati allo IOR medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati a opere di religione e carità. L'Istituto pertanto accetta beni con la destinazione, almeno parziale e futura, di cui al precedente comma. L'Istituto può accettare depositi di beni da parte di Enti e persone della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano».
Lo IOR consta di 130 dipendenti, ha un patrimonio stimato (nel 2008) di 5 miliardi di euro, e 44 mila conti correnti (riservati a dipendenti vaticani, ecclesiastici e a una ristretta quantità di enti privati). Rilevanti sono gli investimenti esteri, in prevalenza in titoli di Stato o portafogli a basso rischio. Gli interessi medi annui oscillano dal 4 al 12%. (Non esistendo tasse all'interno dello Stato vaticano, si tratta di rendimenti netti.) Per quanto riguarda gli utili conseguiti, essi non vanno corrisposti ad azionisti — che nel caso dell'Ente non esistono — ma sono devoluti in favore di opere di religione e di carità. Il bilancio e tutti i movimenti che vengono fatti dall'Istituto sono noti solo ed esclusivamente al Santo Padre, al collegio dei Cardinali che lo gestiscono, al Prelato dell'istituto, al Consiglio di sovrintendenza, alla Direzione generale e ai revisori dei conti. Nel 1993, negli anni di Tangentopoli, il giudice Borrelli del pool di Mani pulite appurò il transito nelle casse dello IOR di 108 miliardi di lire in certificati del Tesoro destinati a quello che fu conosciuto come scandalo Enimont. Anche in questo caso l'extraterritorialità assicurò l'impunità del presidente dello IOR Angelo Caloia. Il 10 luglio 2007 uno dei "furbetti del quartierino", Giampiero Fiorani, rivelò ai magistrati milanesi la presenza, nella svizzera BSI, di tre conti della Santa Sede da «due o tre miliardi di euro», e di aver versato in nero nelle casse dell'APSA (la Banca centrale vaticana) oltre 15 milioni di euro. Secondo dichiarazioni del pentito di mafia Vincenzo Calcara, lo IOR era coinvolto nel riciclaggio di denaro di Cosa Nostra, mentre un altro pentito, Francesco Marino Mannoia (che Giovanni Falcone definì «il più prezioso collaboratore di giustizia»), rivelò nel 1998, durante il processo per mafia a Marcello Dell'Utri, che «Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano. Lo IOR garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione». Perciò «quando il Papa [Giovanni Paolo II] venne in Sicilia e scomunicò i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due bombe davanti a due chiese di Roma»...

Non differente è la rendita immobiliare. Nella sola capitale ci sono quattrocento istituti di suore, 300 parrocchie, 250 scuole cattoliche, 200 chiese non parrocchiali, 200 case generalizie, 90 istituti religiosi, 65 case di cura, 50 missioni, 43 collegi, 30 monasteri, 20 case di riposo, altrettanti seminari, 18 ospedali, 16 conventi, 13 oratori, 10 confraternite, sei ospizi. Sono quasi 2 mila gli enti religiosi residenti a Roma, e risultano proprietari di circa 20 mila terreni e fabbricati, suddivisi tra città e provincia.
Un quarto della capitale, a spanne, è della Curia. Partendo dalla fine di via Nomentana, all'altezza dell'Aniene, dove le Orsoline possiedono un palazzo di sei piani da oltre 50 mila metri quadri di superficie, mentre le suore di Maria Riparatrice si accontentano di un convento di tre piani; e scendendo a sud est per le centralissime via Sistina e via dei Condotti, fino al Pantheon e a piazza Navona, dove edifici barocchi e isolati di proprietà di confraternite e congregazioni si alternano a istituzioni come la Pontificia Università della Santa Croce. E ancora, continuando giù per il Lungotevere, l'isola Tiberina, che appartiene interamente all'ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio. E poi su di nuovo per il Gianicolo, costeggiando il Vaticano fin sull'Aurelia Antica, dove si innalza l'imponente Villa Aurelia, un residence con 160 posti letto, con tanto di cappella privata e terrazza con vista su San Pietro, che fa capo alla casa generalizia del Sacro Cuore. È tutto di enti religiosi. Un tesoro immenso che si è accumulato nei decenni grazie a lasciti e donazioni.
E non c’è solo Roma. La Curia vanta possedimenti cospicui anche nelle roccaforti bianche del Triveneto e della Lombardia: a Verona, Padova, Trento; e a Bergamo e Brescia, dove gli stessi nipoti di Paolo VI, i Montini, di mestiere fanno gli immobiliaristi.
«Il 20-22% del patrimonio immobiliare nazionale è della Chiesa» stima Franco Alemani del Gruppo Re, che da sempre assiste suore e frati nel business del mattone. Senza contare le proprietà all’estero. «A metà degli anni ‘90 i beni delle missioni si aggiravano intorno a 800-900 miliardi di vecchie lire, oggi dovrebbero valere dieci volte di più» osserva l’immobiliarista Vittorio Casale, massone conclamato, che all’epoca era stato chiamato dal cardinale Jozef Tomko a partecipare a un progetto di ristrutturazione del patrimonio di Propaganda Fide, il ministero degli Esteri del Vaticano.

Una domanda sorge spontanea: perché, alla luce di una tale potenza finanziaria, corroborata dalla storia dell'8 per mille (vd sopra), e a fronte del declino delle vocazioni (con conseguente... "diminuzione del personale"), gli ecclesiastici continuano a chiedere elemosine ai fedeli?

Gennaio 2011

RatzingerL'Ossexione

Quest'uomo è pericoloso quanto gli Integralisti Islamici

La frase di Joseph Ratzinger che nel gennaio 2011 ha fatto il giro del mondo è quella che stigmatizza come «minaccia alla libertà religiosa (omissis) la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile». In sé, un’affermazione insensata e al di là di ogni orizzonte del ridicolo. Se una persona qualsiasi, estratta a sorte, proclamasse che l’educazione sessuale nelle scuole minaccia la libertà religiosa, verrebbe preso per demente: proprio mentre il Papa esponeva i suoi anatemi, i giornali erano pieni dell’ultima statistica sul dramma dell’«analfabetismo sessuale» degli adolescenti, moltissimi dei quali ritengono che una lavanda vaginale con la Coca Cola garantisca contro una gravidanza indesiderata, e la stessa cosa avvenga se l’amore lo si fa in piedi...
Ratzinger non è un individuo qualsiasi, visto il potere che esercita — crescente presso troppi governi, anche se in caduta libera presso i credenti —, perciò di quanto dice bisogna (pre)occuparsi seriamente.
Anzitutto, il papa ha pronunciato i suoi strali contro le libertà laiche in un discorso che si apriva ricordando le violenze e le stragi contro i cristiani in Egitto e in altri Paesi a egemonia islamica, che hanno insanguinato l'inizio del 2011. Queste ultime sì, minacce alla libertà religiosa, e anzi minacce realizzate. In altre parole “terrorismo religioso”, più o meno coperto dai rispettivi governi. Far seguire, «spostandosi da Oriente ad Occidente», un elenco di “altre minacce” alla libertà religiosa, produce perciò un inquietante effetto amalgama — retoricamente ben calcolato — per cui sarebbe “terrorismo” anche quello dei governi democratici, delle cui laiche nefandezze il professor Ratzinger sciorina il catalogo. Egli non tollera che nelle scuole l’insegnamento sia “neutrale”, perché «in realtà» rifletterebbe «un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione». Ma quale altra “antropologia”, quale altra “retta ragione”, diversa dalla libertà/responsabilità di ciascuno, potrebbe mai trasmettere una Democrazia, il cui fondamento è la sovranità – esercitata in comune – di ogni cittadino? Lasciamo pure da parte l’educazione sessuale (Ratzinger evidentemente preferisce teenagers che credono che la masturbazione provochi cecità: qualsiasi bufala va bene, pur di reprimere la sirena del piacere, in una sessuofobia ossessiva di cui non c’è traccia nelle parole di Gesù ma che trae origine dalle nevrosi dei Padri della Chiesa quali Origene e Tertulliano — quest'ultimo, che arrivò a evirarsi, sosteneva che «la donna è la "porta dell'inferno"» —, i quali finirono perfino per truccare in senso misogino le Epistole di Paolo contenute nel Nuovo Testamento). Parliamo piuttosto di Educazione Civica. Che dovrebbe essere la principale materia d’insegnamento italiana, perché i valori della Costituzione sono l’unico ethos comune a cui tutti dovrebbero essere educati – quali che siano le convinzioni religiose, politiche, morali di ciascuno – se si vuole una civile convivenza. È proprio l’educazione a interiorizzare la Costituzione l’unico insegnamento davvero neutrale, l’unico rispettoso di tutte le altre differenze: senza quella educazione comune, la convivenza all’insegna della “sovranità popolare”, fondata cioè sull’autonomia di tutti e di ciascuno, rischierebbe di ricadere in una guerra civile potenziale permanente fra “appartenenze” conflittuali di fede, sangue, suolo, ideologia, pelle, casta.
ratzi-brothersRatzinger però (nella foto a dx. con il fratello Georg nel 1951, durante la loro ordinazione a Freising), quale “ethos comune”, quale “insieme minimo di valori”, non vuole la Costituzione democratica e la sua interiorizzazione educativa, per la quale sono egualmente sovrani l’ateo e il cristiano (di matrice cattolica romana, beninteso!), l’Ebreo e il Valdese, il Buddhista e il Maomettano: egli pretenderebbe una “antropologia” informata «alla fede e alla retta ragione». La sua. In questo senso vorrebbe perciò che venissero abrogate le «leggi che limitano il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari o di certi operatori del diritto», intendendo con questi ultimi i magistrati che dovessero dare ragione agli Englaro e ai Welby. Come se una Democrazia di tutti, e non solo dei fan di una “retta ragione” di clericale “bacio della pantofola”, non conoscesse semmai il problema opposto: diritti degli individui (in primo luogo donne) calpestati dall’uso politicamente incentivato di tali obiezioni.
L’anatema si estende ovviamente all’Europa, che ritiene discriminatorio (verso le altre religioni e verso gli atei) il simbolo cristiano negli edifici pubblici e ai «pretesi nuovi diritti, attivamente promossi da certi settori della società», che sono solo «l’espressione di desideri egoistici e non trovano il loro fondamento nell’autentica natura umana» (!).
Detto in poche parole: Ratzinger vorrebbe che le leggi dello Stato — qualunque esso fosse — obbedissero alla legge di Dio, «l’unica che promuove l’autentica natura umana». Ancora più stringato: Ratzinger vuole la Teocrazia. Del tutto incompatibile con la Democrazia. Come in Iran. Come nei molti altri Paesi ove le nefandezze del Potere e gli stati di abuso vengono coperti con la scusa ideologica della “parola rivelata di Dio”. Nessuno degli innumerevoli finti liberali baciapile che infestano i media e il Parlamento italiani lo ammetterà mai, ma il “papa-teologo” vuole far ripiombare l'Occidente nel Medioevo. Per questo dobbiamo vigilare tutti quanti, noi “comuni mortali”, sulle parole tendenziose e proterve di quest'uomo.

Addendum: Il 9 febbraio 1970 Joseph Ratzinger — all’epoca 42enne — mise in discussione l'obbligo del celibato per i sacerdoti cattolici. Lo fece in una lettera confidenziale, scritta insieme ad altri otto giovani teologi, inviata alla Conferenza Episcopale tedesca. Il Pastore Tedesco conservatore, lo strenuo difensore di tradizioni, ortodossia e dogmi, allora chiese di considerare l'ipotesi di permettere ai preti una normale vita sessuale e la costruzione d'una famiglia. Lo ha rivelato il 28.01.2011 la Süddeutsche Zeitung: «Le nostre riflessioni riguardano la necessità urgente di una riflessione e di un approccio differenziato sulla legge del celibato della Chiesa. Siamo convinti che ciò sia necessario al più alto livello ecclesiastico». Qui l’articolo. Quest'uomo ondivago mi risulta sempre più impenetrabile...

Gennaio 2012

La Messa è finita - part II

La secolarizzazione avanza, malgrado lo (ri)chiamassero Trinità

«Privilegi, immunità, ingerenze, denari, disparità giuridica... Ma quale libertà religiosa!». Questo il titolo del convegno che si è svolto a Roma presso l’Aula Magna della facoltà valdese il 12 dicembre 2011, promosso da CGIL-Nuovi Diritti (responsabile Gigliola Toniollo) e Fondazione Critica Liberale (direttore Enzo Marzo) per presentare un’anteprima del VII Rapporto sulla secolarizzazione in Italia (file PDF) dell’Osservatorio Laico.
Lo studio, curato da Giovanna Caltanissetta, Laura Caramanna e Silvia Sansonetti, si serve delle fonti statistiche Istat, di dati governativi (Ministero dell’Istruzione e della Sanità) ed ecclesiastici (Annuario statistico vaticano e Cei). Dati ufficiali, quindi, che ognuno può consultare, ma che in questo rapporto formano un quadro organico che delinea un crescente, sicuro e progressivo processo di secolarizzazione della società italiana. Insomma, l’incidenza della Chiesa cattolica sui comportamenti e le scelte degli italiani è decisamente in ribasso.

Diminuiscono matrimoni concordatari, aumentano quelli civili, e soprattutto le coppie di fatto. In calo battesimi, prime comunioni, cresime. Gli anticoncezionali e le interruzioni di gravidanza non sono certo più tabù. Sempre meno studenti si avvalgono dell’ora di religione cattolica (IRC). Le scuole cattoliche chiudono per mancanza di discepoli.

Lo chiamavano Trinità  
   
Mario Girotti, alias Terence Hill: da Lo chiamavano Trinità a Lo chiamano per la Trinità...  
   

Anche il portafoglio degli italiani è sempre meno generoso: le offerte e le donazioni sono in caduta libera, e pure lo scudato meccanismo dell’8 per mille regista un calo di firme pro-Chiesa. Per non parlare della crisi di vocazioni sacerdotali, che nessun serial televisivo alla “don Matteo” riesce a far crescere.

Questa situazione, allarmante per la Chiesa, la porta a cercare sempre maggiori appoggi politici per riconquistare il terreno perduto. Così, mentre le chiese si svuotano e la fede catechistica è da tempo in default, aumentano i politici-chierichetti che la incensano e la rilanciano elargendo finanziamenti e sfornando (quando possibile) leggi-precetto. Un fenomeno che nell’era berlusconiana, coincidente quasi con gli anni del Rapporto dell’Osservatorio Laico, si è amplificato oltre ogni misura assecondando il sogno papista della riconquista cattolica. A partire dall’Italia, considerata eccellente cosa propria.

Interessanti in questa operazione di riconquista, sono anche i due dossier del Rapporto sulla quantificazione della presenza del “sacro” nelle trasmissioni televisive: dai telegiornali, ai dibattiti, alle dirette di riti sacri, viaggi pontifici, iniziative religiose... fino alle fiction con storie di santi e prelati: Don Fumino, Don Matteo, Papa Pio XII, Frati in convento, La monaca di Monza, Don Fabrizio Canepa, Suor Therese, Mons. Simon Castell, Suor Amelia e le consorelle, Don Blasco, Don Silvano, Suor Clotilde, il Cardinale Rospigliosi, Frà Tuck, Karol, un uomo diventato Papa, Jesus, AnnoDomini, Dio vede e provvede, Il sangue e la rosa, e chissà cos'altro in arrivo. Un mare mediatico, che irrompe nelle case degli italiani per “normalizzarli” all’universalità della fede.

Insomma, se gli italiani non vanno in chiesa, la Chiesa entra in casa loro dalla finestra TV. Una sorta di spirito santo via etere, universale e totalizzante, dove la laicità è ridotta a lumicino e anche i minimi spazi che erano dati a protestanti ed ebrei — le altre due religioni importanti per presenza e storia in Italia — sono stati erosi fino a scomparire quasi del tutto (o relegati a fasce orario impossibili).

In definitiva, mentre la secolarizzazione avanza, si tende a dare della cattolicità un quadretto idilliaco di unica possibile normalità, che indipendentemente dal fatto di non credere o credere, è spacciata quasi come appartenenza etnica che ingloba all’italianità.
Un gioco pericoloso che in Italia ha portato alle famigerate leggi razziali del Fascismo, e che oggi nella stessa brodaglia fa crescere i veleni che armano spedizioni contro Rom e stranieri.

I dati del Rapporto di fine 2011

Crolla la sacra famiglia – Sul totale di tutti matrimoni celebrati, sono in aumento quelli con rito civile che nel 2008 sono arrivati al 62,8% del totale. Ma l’elemento ancora di maggior crisi per la l’appartenenza alla Chiesa cattolica è proprio la diversa concezione di famiglia, al di fuori del sigillo matrimoniale. 820.000 le unioni di fatto nel 2009. E se nel 1991 erano 207.000, tra il 1993-2003 se ne sono registrate 556.000. Molte di queste coppie hanno figli, il cui numero è in aumento costante. Tra il 1991 ed il 2009, cresce oltre sedici punti percentuali, raggiungendo quota 23,7% dei nati. Tra gli italiani, nonostante la pressione clericale abbia fatto fallire la legge sul riconoscimento delle coppie di fatto, si conferma sempre più l’esigenza di vivere l’affettività familiare e di coppia al di fuori della concezione cattolica.

Diminuiscono battesimi, prime comunioni e cresime – Sul totale dei nati, nel 2009 i battezzati entro il primo anno di vita sono il 70,3%. Nel 1991 erano il 90%. Non va meglio per le comunioni e le cresime. Anzi. Le prime sono scese dal 9,9% del 1991 al 7,5% del 2008 e le seconde dall’11,1% al 7,6%. Trattandosi di riti di “confermazione”, la tendenza all’emancipazione dalla chiesa curiale è evidente.

Anticoncezionali crescono – Nonostante l’educazione sessuale lasci moltissimo a desiderare nel nostro Paese, il catechistico crescete-e-moltiplicatevi è molto in ribasso. Mettere al mondo un figlio è una scelta seria e consapevole, e l’uso degli anticoncezionali è quindi un atto di responsabilità. I dati di Federfarma sulla diffusione della pillola anticoncezionale segnano una indicizzazione del 16,3% nel 2009, rispetto al 10,3% del 1992. Per contrastare questa tendenza la Chiesa ha intensificato negli ultimi anni i propri centri di difesa della vita e della famiglia, che da 487 nel 1991, sono passati a 2.345 nel 2009. E sta andando all’assalto dei consultori pubblici per addomesticarli con infornate di personale a lei fedelissimo (i pro-vita).

8 per mille e offerte. Il portafoglio per l’obolo di Dio piange – Va ricordato che il meccanismo dell’8 per mille è truffaldino: esso consente infatti alla Chiesa cattolica di fare l’asso pigliatutto, nonostante solo un italiano su tre scelga di destinarlo a essa. Questo avviene grazie all’espediente voluto dal governo Craxi e suggerito dal consulente Tremonti: «in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse» (L. 222, 1985, art.37). Un articoletto che fa incamerare alla Cei anche oltre l’85% del totale. Una quota sicurissima che porta nelle casse vaticane ogni anno ormai circa un miliardo di euro. Più dello scudato 8 per mille, è il calo del numero e dell’entità delle offerte a evidenziare come gli italiani non siano così propensi a mettere mani al portafoglio per sostenere la Chiesa. Da 185.000 offerte nel 1991, si è scesi a 146.000 nel 2009, con un valore medio di erogazione che si aggira sui 102 euro.

Ora di religione. Aumentano i No grazie – L’insegnamento della religione cattolica (IRC), previsto dal nuovo Concordato craxiano del 1984, dopo essersi mantenuta intorno al 93% fino al 2003, negli ultimi tre anni è diminuita, raggiungendo nel 2009 il 90,0%. Il dato però è globale e quindi non emerge, per esempio, che nelle grandi città (Roma, Milano, Torino, ecc) alle superiori — e in particolare nei licei — i ragazzi che si avvalgono dell’IRC sono una minoranza. Molto spesso uno o due per classe.

Scuole cattoliche: molte chiudono – Nonostante le campagne a favore della scuola privata (in Italia per lo più cattolica) e le generose erogazioni statali per sostenerla (anche contravvenendo all’art. 33 della Costituzione — prevede che i privati possano istituire scuole, ma “senza oneri per lo Stato”), famiglie e studenti preferiscono le scuole statali in tutti gli ordini e gradi. Il calo delle iscrizioni alla scuola cattolica è costante (anche quando aumentano le altre private). Se nel 1992 gli iscritti erano 9,1% del totale degli studenti, nel 2009 scendono a 7,1%. Il numero di iscritti più basso è caratteristico delle superiori, a cui si rivolgono attualmente il 3% di studenti. Le scuole superiori cattoliche sono passate da un totale di 304 nel 1991, a 146 nel 2008, e solo 89 nel 2009. La decrescita, contrariamente a quanto si potrebbe credere, è notevole nella fascia della scuola elementare, passata dal 6,5% nel 1992 al 4,7% del 2008; in quella d’infanzia poi, la percentuale passa dal 28,1% del 1992 al 22,7% del 2008. Sembra essere ormai lontana l’epoca della scuola materna ed elementare cattolica che faceva man bassa di alunni a causa della mancanza del tempo pieno nelle scuole pubbliche. Un tempo pieno che si sta cercando di tagliare. E non è l’unico taglio da favoreggiamento del trio Berlusconi-Tremonti-Gelmini.

Le vocazioni non arrivano… E molte si perdono – Se nel 1991 i sacerdoti erano 57.274, nel 2009 sono 48.333. Un calo questo, che non è compensato dalle nuove ordinazioni (405 nel 2009). In relazione al rapporto popolazione-abitanti, se nel 1991, ogni diecimila abitanti c’erano 10,09 sacerdoti, nel 2009 diventano 8,03. Inoltre, circa 40 preti ogni anno lasciano l’abito. Gli ordini monastici poi si sono dimezzati: da 4.947 a 2.988 quelli maschili; da 125.887 a 93.391 quelli femminili. Un aumento si registra invece tra diaconi (non soggetti a voto di castità) che se nel 1991 erano 1.146, nel 2009 hanno raggiunto quota 3.799. Aumentato notevolmente il numero di catechisti, che se nel 1996 (primo dato annuale disponibile) erano 75.648, sono diventati 235.306 nel 2009. Per la crescita esponenziale di questo ultimo mestiere, aperto anche alle donne, sarebbe da approfondire quanto pesi la vocazione o piuttosto la crisi occupazionale. In ogni caso si conferma quanto osservato a inizio pagina a proposito dell'utilità di un... addio al celibato per i preti.

(Leggi anche: «Vatican Connection», Repubblica, 31 maggio 2012)

11 Febbraio 2013

La Messa è finita - part III

Le misteriose dimissioni del pastore tedesco

L’11 febbraio 2013 è un giorno che passa inevitabilmente alla Storia per un evento rarissimo nella plurimillenaria vicenda della Chiesa: le dimissioni di un papa sono infatti un dato che fa scalpore, vista la sua eccezionalità. Prima di Ratzinger solo Pietro da Morrone “Celestino V” (giudicato severamente da Dante come «colui che per viltade fece il gran rifiuto», rinunziò alla carica il 13 dicembre 1294), il caso più famoso, il semi-leggendario Clemente I (tradizionalmente in carica dall’88 al 97), primo a lasciare, Gregorio XII (papa dal 19 dicembre 1406 alle dimissioni del 4 luglio 1415), l’ultimo caso ben sei secoli or sono. Nel mezzo anche dei “casi limite” per i quali è problematico parlare di “dimissioni”: Ponziano (III Sec., che rinunciò mentre veniva deportato), Silverio (deposto da Belisario e dimissionario in punto di morte l’11 marzo 537), Martino (VII Sec.), Benedetto IX (che prima venne deposto in favore di Silvestro III, salvo poi riassumere la carica per subito ‘rivenderla’ a Gregorio VI, il quale, accusato di simonia, fece atto di rinuncia dopo aver ammesso le sue colpe, nella prima metà dell'anno Mille. Ratzinger dunque è il secondo “Benedetto” a saltare prima del tempo...).

Joseph Ratzinger, nato a Marktl in Baviera il 16 aprile 1927, 265esimo papa di Roma, nono successore tedesco di Pietro, abdica e rassegna il suo mandato quando è ancora in vita, adducendo “motivi di salute”. Ma è difficile credere alla giustificazione ufficiale, alla luce degli accadimenti alquanto torbidi degli ultimi tempi in seno al Vaticano.

1. La spy story
Il 25 maggio 2012 “l’aiutante di camera” di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, viene arrestato dalle autorità vaticane con l’accusa di aver diffuso documenti riservati che riguardano le massime gerarchie ecclesiastiche. La notizia è ripresa dai giornali di tutto il mondo, che tornano a occuparsi del Vaticano, dei suoi giochi di potere e di un pontefice ritenuto da diversi commentatori ormai incapace di mantenere il pieno controllo su quanto avviene tra le mura vaticane.

2. «Vatileaks», il complotto per uccidere/detronizzare Ratzinger
C’è poi il “documento anonimo tedesco”, il Mordkomplott (Complotto di morte). All'inizio del 2012 viene fatto circolare un documento in lingua tedesca, consegnato dal cardinale colombiano Castrillón Hoyos alla segreteria di Stato e al segretario del Papa — smentito con nettezza dalla Santa Sede —, con voci di un complotto ai danni del Papa, che allude alla possibilità di un attentato “entro 12 mesi” al pontefice, o quanto meno alla sua “detronizzazione”.
Fa impressione leggere nero su bianco su un documento strettamente confidenziale e riservato, pubblicato in esclusiva dal Fatto Quotidiano, che un Cardinale autorevole, l’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo, prevede con preoccupante certezza la morte del Papa “entro novembre del 2012”. Una morte che, per la sicurezza con la quale è pronosticata, lascia intendere agli interlocutori del cardinale l’esistenza di un complotto per uccidere Benedetto XVI. L’appunto è anonimo e reca la data del 30 dicembre del 2011. Viene consegnato dal Cardinale colombiano Darío Castrillón Hoyos alla segreteria di Stato e al segretario del Papa nei primi giorni di gennaio con il suggerimento di effettuare indagini per comprendere esattamente cosa abbia fatto e con chi abbia parlato l’arcivescovo Romeo in Cina. Un complotto che può realizzarsi entro novembre 2012 e che è inserito nel documento all’interno di un’analisi inquietante delle divisioni interne alla Chiesa, che vedono contrapposti il Papa e il Segretario di Stato Tarcisio Bertone alla vigilia di una presunta successione. Secondo la ricostruzione attribuita dal documento all’arcivescovo Romeo, sarebbe Angelo Scola, arcivescovo di Milano, il successore designato da Ratzinger.
Il paragrafo sulle critiche che Romeo rivolge al capo del governo della Chiesa, il segretario Bertone, è sintomatico: «Il Cardinal Romeo ha aspramente criticato Papa Benedetto XVI, perché si occuperebbe prevalentemente della liturgia, trascurando gli “affari quotidiani”, affidati da Papa Benedetto XVI al Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Chiesa Cattolica Romana». Bertone e Ratzinger sono poi descritti come una coppia di litiganti costretti a convivere nelle mura leonine: «Il rapporto fra Papa Benedetto XVI e il suo Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone sarebbe molto conflittuale. In un’atmosfera di confidenzialità il Cardinale Romeo ha riferito che Papa Benedetto XVI odierebbe letteralmente Tarcisio Bertone e lo sostituirebbe molto volentieri con un altro Cardinale. [...] In segreto il Santo Padre si starebbe occupando della sua successione e avrebbe già scelto il Cardinale Scola come idoneo candidato, perché più vicino alla sua personalità. Lentamente ma inesorabilmente lo starebbe così preparando e formando a ricoprire l’incarico di Papa. Per iniziativa del Santo Padre, il Cardinale Scola è stato trasferito da Venezia a Milano, per potersi preparare da lì con calma al suo Papato».

Dunque i veri motivi delle storiche dimissioni di Benedetto XVI devono quasi certamente essere ricercati altrove.

Dove? Senza andare troppo lontano, molto facilmente nella scarsa capacità di guida politica, nella “assenza di polso” di un pontefice-ideologo più incline alla (pretenziosa) scrittura di libri e alla riflessione teologica che alla praticità del governo della immensa struttura ecclesiastica, pressata da problemi ancor più grandi: opacità delle operazioni finanziarie e coinvolgimento in traffici valutari internazionali, class-actions per pedofilia, incapacità di stare al passo coi tempi (rivendicazioni dei gay, contraccezione, aborto, fecondazione assistita, ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali, rapporti prematrimoniali, scioglimento del matrimonio, protezione dall’AIDS, diagnosi preimpianto, testamento biologico, eutanasia, pillola del giorno dopo...), caduta verticale delle vocazioni e più in generale della “fede costituita”.
In una delle fasi storiche più drammatiche per la solidità della Chiesa di Roma, Joseph Ratzinger è stato ritenuto inadatto a tenere il timone, e le torbide vicende del “complotto” e della “spy story” sono segnali inequivocabili di tentativi di pressione da parte degli stessi vertici ecclesiastici, di una lotta intestina per il potere forse arrivata perfino all’elemento ricattatorio (per conto di chi agiva Paolo Gabriele, e quali documenti sono stati trafugati davvero?).

Con le dimissioni, Benedetto XVI si è peraltro assicurato la massima continuità rispetto al futuro. Un capo che passa le deleghe operative, restando nel contempo “in azienda”, è un capo che vuole assicurarsi un qualche controllo sul funzionamento dell’organizzazione. Se un conclave a papa morto può sempre riservare delle sorprese, infatti, un conclave con il vecchio papa vivente non può concedersi grandi aperture: il successore di Benedetto XVI, cioè, non potrà essere uno non gradito al pontefice “uscente”. E dovrà confrontarsi, fino alla scomparsa di uno dei due, con la presenza di un ex pontefice estremamente autorevole sul piano dottrinario (‘paparatzi’ è pur sempre un ex capo dell’ex Sant’Uffizio, la Congregazione per la Dottrina della Fede), e magari lo stesso che lo ha ordinato cardinale. Da una prospettiva “organizzativa”, insomma, è una mossa sorprendente, sì: ma anche estremamente efficace dal punto di vista strategico.

Staremo a vedere. Al di là dei candidati, già la scelta del “nome di battaglia” che il successore farà potrebbe risultare indicativa sull’indirizzo prossimo venturo della Chiesa Cattolica: un “Pietro” o un “Paolo”, per esempio, sarebbero nomi esplicitamente conservatori, di chiusura alla modernità, di recupero delle radici. Niente di più pericoloso, però, per la sopravvivenza dell’istituto.

Un bilancio

Il bilancio di otto anni di Ratzinger? Magrissimo. Scrittore di best-seller editoriali (ma senza fondate basi storiche), qualche incidente diplomatico agli esordi, e poco altro. Fin dai tempi del pontificato di Giovanni Paolo II, il ruolo di Joseph Ratzinger fu quello di braccio esecutivo di una strategia di progressiva emarginazione della “teologia della Liberazione” all’interno della Chiesa. Ratzinger è stato l’esecutore per conto di Wojtyla della repressione del pensiero teologico e delle teorie portate avanti durante il Concilio Vaticano II. «Grazie all’umiltà di papa Giovanni XXIII, che aprì alle diverse anime della Chiesa dicendo “aiutatemi, facciamo un Concilio”, il cattolicesimo riuscì a scuotersi e ad aprirsi verso spazi di modernità. Tutto ciò è stato progressivamente smantellato in maniera autoritaria prima da Giovanni Paolo II e poi dal suo successore Benedetto XVI», dice “dom” Giovanni Battista Franzoni, teologo ed ex sacerdote, già il più giovane tra i padri conciliari italiani, poi dimesso dallo stato clericale in seguito ad alcune prese di posizione considerate troppo progressiste dalle gerarchie cattoliche.
Un pontefice forte con i deboli e gli emarginati e troppo debole verso i comportamenti assai poco cristiani del clero, come la piaga dei preti pedofili. Dice Franzoni: «C’è stato troppo silenzio su questi crimini. Wojtyla prima e Ratzinger poi hanno dimenticato che il Vangelo dice di far esplodere gli scandali, e invece loro si sono prodigati a coprirli».
Ma non solo. Tra le critiche al pontefice dimissionario ci sono anche la debolezza della vanità e la scarsa vicinanza alla contemporaneità. Le pantofole rosse griffate Prada e la decisione di sbarcare su Twitter, tanto per far due esempi. Perfino le chiese orientali — per non parlare dei protestanti — hanno adottato costumi di maggiore sobrietà: invece qui si è indugiato nel lusso, con uno spirito antifrancescano e antievangelico.
E non parliamo poi della scelta di andare su Twitter, che lo ha coperto di ridicolo. Ci vuole ben altro per dimostrare di conoscere i linguaggi del presente.

Ora la palla al potentissimo Bertone

L’uomo ora più potente di Santa Romana Chiesa si chiama Tarcisio Bertone. Il cardinale non è solo Segretario di Stato del Vaticano, ma anche cardinale “camerlengo”, la figura che presiede la sala apostolica e che amministra i beni e i diritti temporali della Santa Sede quando quest'ultima è “vacante”. Qualcuno sostiene che abbia buone chance anche nella corsa al seggio di Pietro dopo Ratzinger. Di certo il cardinale resta snodo decisivo del potere vaticano, nonostante lo “scandalo Vatileaks”, le inchieste sullo IOR e i corvi che da mesi lo attaccavano e lo davano per sicuro dimissionario.

Ma chi è Bertone?
Il braccio destro di Joseph Ratzinger si presenta come uno alla mano. Amico di Silvio Berlusconi e Gianni Letta (con cui ha creato un idillio durante l'ultimo governo del Cavaliere), è accanito tifoso della Juventus e lui stesso in passato buon terzino destro: ha un pallone di cuoio nascosto sotto la scrivania nel suo ufficio con cui palleggia da solo, tra un appuntamento con un cardinale e un'omelia da correggere. Bertone appena può pedala nel parco di Castel Gandolfo, o negli splendidi giardini della Santa Sede.
Ma non è uno che perdona: è un vendicativo. Negli ultimi anni gli attacchi dei nemici interni (che sono molti, dal cardinale Camillo Ruini al predecessore Angelo Sodano, passando per l'arcivescovo Giovanni Battista Re) sono stati respinti con durezza, e chi s'è permesso di fargli la fronda ha avuto la peggio. Carlo Maria Viganò, ex segretario del Governatorato della città del Vaticano tra i primi ad aver contestato la sua nomina, viene spedito come nunzio apostolico a Washington (sarà proprio una lettera di Viganò pubblicata sul Fatto Quotidiano a dare il là a “Vatileaks”) mentre ad altri contestatori va ancora peggio, e finiscono a vivere in Africa e Papuasia.
Dopo aver messo il suo sigillo sulla Curia, Bertone si è poi concentrato sui settori strategici del potere temporale della Chiesa: ossia la sanità, lo IOR e il controllo della comunicazione, RAI in primis.
Bertone nasce nel 1934 a Romano Canavese, tremila anime in provincia di Torino. Quinto di otto figli, genitori molto devoti (in paese il padre Pietro era l'unico abbonato all'Osservatore Romano) si diploma in un liceo salesiano. La congregazione fondata da Giovanni Bosco diventa la sua casa: è qui che costruisce, passo dopo passo, la sua scalata ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche. Soprattutto, è dai salesiani che pesca il gruppo di amici e fedelissimi che porterà in Vaticano: come Angelo Amato, nominato prefetto della Congregazione della cause dei Santi nel 2008, Enrico Dal Covolo, promosso rettore dell'Università Lateranense; Raffaele Farina, fatto bibliotecario di Santa Romana Chiesa, e monsignor Mario Toso, Segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. Con loro quattro Bertone passa gran parte del proprio tempo libero, organizzando cene durante le quali si esibisce con la sua pianola elettrica Bontempi (il buon Tarcisio ama suonare Giuseppe Verdi, ma se è in vena può cantare anche "Io vagabondo" dei Nomadi).
Dopo un'esperienza come arcivescovo a Vercelli (qui conosce un altro uomo-chiave della sua squadra, Paolo Ambrosini, un imprenditore che si occupa di sanità, immobiliare e rifiuti finito in varie inchieste della magistratura), Bertone viene chiamato da Ratzinger a fare il vice alla Congregazione per la Dottrina della Fede: il suo nome è raccomandato al futuro papa da Gianfranco Girotti, che apprezza le qualità di giurista dell'amico Tarcisio.
Bertone, arrivato a Roma, comincia a fare quello che sa far meglio: tessere relazioni. Inizialmente il rapporto con Ratzinger è ottimo, vorrebbe rimanere a Roma, ma Giovanni Paolo II lo manda a fare l'arcivescovo a Genova. Sotto la Lanterna conosce altre due pedine oggi fondamentali nel suo sistema di potere: Giuseppe Profiti, che chiama a dirigere l'ospedale Galliera e che è oggi il vero "ministro della Salute" del Vaticano, e il lobbista di Sanremo Marco Simeon, che diventa il suo uomo di punta prima nella finanza (Simeon ha ottimi uffici con Cesare Geronzi, al tempo ras di Capitalia), poi dentro la RAI.
Quando Ratzinger diventa papa, rivuole subito Bertone al suo fianco. Ruini e la cordata dei "diplomatici di carriera" fa di tutto per evitare la sua nomina a Segretario di Stato. Sodano manda persino una lettera a Bertone, sconsigliandogli di accettare la carica. Gliela dà in mano, attraverso il suo segretario, Piero Pioppo. Ma non c’è nulla da fare.
Diventato braccio destro di Benedetto XVI, Bertone fa a pezzi la vecchia struttura di Wojtyla. I “nemici” vengono isolati. Sarà un puro caso, ma nel 2010 Pioppo viene "promosso" nunzio apostolico in Camerun (deve viaggiare anche in Guinea Equatoriale). Crescenzio Sepe viene defenestrato dagli incarichi romani e mandato a Napoli, il segretario del Governatorato Renato Boccardo spedito a Spoleto. Un altro vescovo molto vicino a Sodano, Antonio Guido Filipazzi, nel marzo 2012 è invece "premiato" e inviato in Indonesia.
Le tensioni interne sono tali che il Papa, per la prima volta nella storia, è costretto per ben tre volte a sottolineare ufficialmente sull'Osservatore Romano la sua stima e fiducia per Bertone. I corvi dello scandalo Vatileaks hanno proprio Bertone come loro principale obiettivo. Nonostante tutto, non riescono a defenestrarlo: è di luglio 2012 l'ultima conferma fatta in pubblico da Benedetto XVI.

Se le ambizioni sono tante, e i successi pure, Bertone inanella anche parecchi fallimenti: nel 2011 il progetto di conquistare il San Raffaele di Milano per creare un unico, grande impero sanitario controllato direttamente dalla Santa Sede non decolla. La partita per il controllo del Gemelli viene persa: la fondazione Toniolo, che possiede l'Università Cattolica e l'ospedale, nonostante tutti i tentativi resta nelle mani dell'arcivescovo di Milano Angelo Scola, altro papabile che con il Segretario di Stato non ha mai avuto grande feeling.
Anche allo IOR le cose non vanno lisce: Ettore Gotti Tedeschi, l'ex presidente voluto da Bertone in persona nel 2009 al posto di Angelo Caloia dimissionato, è cacciato su due piedi dallo stesso Tarcisio, ma non è ancora riuscito a imporre il successore (Bertone vorrebbe per quella poltrona l'americano Carl A. Anderson, cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo). Ora, con ogni probabilità, sarà il nuovo papa a nominare i nuovi vertici della Banca di Dio e occuparsi della faccenda. Bertone si consola con Paolo Cipriani, direttore dell'istituto di cui si fida ciecamente. Anche in RAI il suo potere traballa: l’ex numero uno Lorenza Lei, che doveva la nomina all'amico salesiano, è infatti saltata, e il nuovo dg Luigi Gubitosi non ha rapporti così stretti con il Vaticano.
Il camerlengo gode comunque di ottima stampa: Giovanni Maria Vian, suo amico, dirige l'Osservatore Romano, mentre il giornale dei vescovi Avvenire, seppur vicino al numero uno della CEI Angelo Bagnasco, non gli è avverso come ai tempi di Dino Boffo, ruiniano di ferro fatto fuori da Bertone con l'aiuto (involontario?) del Giornale di Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti.

Luglio 2013

Un maquillage perfetto

Il francescano venuto “dalla fine del mondo” lava più bianco

Lo chiamavano Trinità  
   
In volo verso... Dio de Janeiro: il Bergoglio alla mano, con bagaglio a mano.  
   

Quello che maggiormente sorprende dei primi 100 giorni alla guida della Chiesa di Jorge Mario Bergoglio è il coro pressoché unanime di consensi che l’ex arcivescovo di Buenos Aires raccoglie nel mondo cattolico come in quello laico. Se si escludono i soliti mugugni dell’estrema destra cattolica, tutti, dai progressisti ai conservatori, dai laici ai cattolici, dagli esperti di cose vaticane fino alle persone che chiacchierano al bar, considerano questo papa una sorta di straordinario miracolo, “il grande riformatore che rinnoverà completamente la Chiesa e le sue strutture”. Non c’è gesto o parola di questo pontefice che non venga amplificata a dismisura, definita un “evento di portata storica”, una “novità assoluta”, una “rivoluzione”, una “svolta epocale”.

Vale la pena spendere qualche parola per capire il perché di un così diffuso e clamoroso successo del papa presso l’opinione pubblica.
Una prima spiegazione sta nel linguaggio di Francesco. Si tratta nella maggior parte dei casi di discorsi a braccio, che dànno l’impressione di evitare formalismi e cerimoniali tipici di una gerarchia ingessata e incapace di mettersi in sintonia con le folle cattoliche: Bergoglio comunica con un linguaggio alla portata di tutti, dice frasi di filosofia spicciola, utilizza un'oratoria colloquiale, imperniata su immagini o metafore di immediata presa comunicativa.
Una retorica assolutamente non improvvisata — anzi, molto studiata —. Come quando parla di «Chiesa babysitter» (17 aprile 2013) per stigmatizzare una Chiesa che solo «cura il bambino per farlo addormentare», invece che agire come una madre con i suoi figli; o di «Dio spray» (18 aprile 2013) per mettere in guardia dall’idea di un Dio non cristianamente connotato, che va bene per ogni situazione (salvo poi partecipare alla kermesse per eccellenza del “Dio spray”: quella Giornata Mondiale della Gioventù che continua a riempire le piazze di effimeri entusiasmi mentre le chiese e i seminari continuano a svuotarsi); o quella dei «cristiani satelliti» (20 aprile 2013), usata per bollare quei cristiani che si fanno dettare la condotta dal “senso comune” e dalla “prudenza mondana”, invece che da Gesù. O ancora nell’esortazione ai pastori della Chiesa, vescovi e preti, a prendere «l’odore delle pecore».
L’immaginario religioso di Bergoglio è intriso di un devozionismo molto tradizionale e popolare, simile a quello tardo-ottocentesco (un periodo non a caso in cui la Chiesa cercava di recuperare terreno presso le masse, “distratte” da anarchia, socialismo, scientismo, materialismo) fatto di madonnine oleografiche, di Gesù zuccherosi, indulgenze plenarie (nuovamente concessa a tutti i partecipanti alla GMG brasiliana del luglio 2013) e fervorini «contro il demonio». In totale continuità sostanziale col predecessore Ratzinger. Come nell’enciclica ‘Lumen fidei’, la prima “storica” scritta “a quattro mani” ma in realtà stesa in gran parte da Ratzinger, e firmata da Francesco: un testo costruito nella contrapposizione tra fede cristiana e mondo moderno, nella polemica contro il relativismo, finalizzata ad ancorare la ricerca teologica all’obbedienza al Magistero.
Anche sul versante delle donne, non pare che da papa Francesco ci sia da attendersi grandi sorprese: «Siate madri, non zitelle», ha detto Francesco alle 800 suore convocate all’assemblea dell’Unione delle superiori generali l’8 maggio 2013. La castità, ha spiegato, deve essere «feconda», generatrice, come insegna la figura di Maria Madre. «Che cosa sarebbe la Chiesa senza di voi? Le mancherebbe maternità, affetto, tenerezza, intuizione di madre!». Insomma, le suore come indispensabili procreatrici spirituali, curatrici di corpi e anime altrui. Dal punto di vista teologico, la semplice riedizione del ruolo materno celebrato attraverso la figura della mamma acrobata che concilia casa e lavoro. Ma che non deve rinunciare all’accudimento dei figli come funzione che ne caratterizza la dimensione “naturale”, oltre che sociale, nella più classica visione maschilista cristiana.

Se i contenuti di papa Francesco non sono diversi dai suoi predecessori, il modo di comunicarli quello sì, è radicalmente diverso.
In questa sua enorme capacità comunicativa Bergoglio appare simile al Wojtyla pope-star, quello che agitava la mani, ritmava i canti assieme ai giovani che assiepavano gli stadi delle GMG, parlava in romanesco al clero romano, celebrava messe negli stadi e faceva continui bagni di folla. Ma a differenza di quest’ultimo, l’attuale pontefice ha un’arma in più: riesce ad avere un rapporto quasi personale con la folla. Bergoglio ha iniziato la sera stessa della sua elezione, salutando con un semplice «buonasera», chiedendo alla folla di benedirlo e presentandosi semplicemente come il «vescovo di Roma» (poi però se si va a guardare sull’Annuario Pontificio pubblicato due mesi dopo, i titoli tradizionalmente attribuiti capo della Chiesa cattolica ci sono tutti: «Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei Servi di Dio»).

La strategia è quella di apparire come “un uomo qualunque”.
Quando è in mezzo alla gente, sembra capace di un rapporto diretto e immediato con le persone. Anche all’interno di eventi collettivi, sembra cioè capace di interloquire con i singoli, di avere una parola, un abbraccio, un gesto particolare per ciascuno. Rompe l’anonimato dei raduni di massa con piccoli e accurati “fuori programma” (conversazioni, battute, gesti di quotidianità, carezze, abbracci) che dànno la sensazione di un papa che individua e cerca proprio te, in mezzo a tanti. E questo colpisce i fedeli ma anche e soprattutto i media che continuamente rilanciano le immagini del papa vicino a un malato, con in braccio un bimbo, che parla di aspetti quotidiani della vita con qualcuno dei fedeli che riesce ad avvicinarlo, che parte per il Brasile, come si vede nella foto in alto, con una borsa in mano (fatto di per sé insignificante, ma che i media di tutto il mondo hanno trasformato in un evento), che augura «buon pranzo» alla fine dell’Angelus domenicale.

Quando invece parla, i temi affrontati dai discorsi di papa Francesco sono ispirati a concetti molto generici: la misericordia, il perdono, i poveri, le “periferie”, gli esclusi dal sistema, i poteri finanziari che schiacciano la dignità umana, l’amore e l’egoismo. Una delle frasi più ricorrenti del papa è «non fatevi rubare la speranze»: un’espressione d’una vaghezza e inconsistenza disarmanti.
Mancano sempre i nomi, le circostanze, i responsabili. Cioè tutti quegli elementi che contribuirebbero a dare forza e profezia alle parole di un vescovo, quello di Roma in particolare. E questo vale anche per la visita del papa a Lampedusa (luglio 2013), dove alla grande attenzione per le vittime non ha fatto da pendant quella nei confronti dei loro “carnefici”, cioè delle leggi e delle scelte governative italiane ed europee (legge Turco-Napolitano, legge Bossi-Fini, respingimenti, sostegno a dittatori e autocrati nordafricani e asiatici di ogni tipo, guerre e sfruttamento economico), che hanno consentito che il Mediterraneo divenisse un cimitero di disperati.

A un papa non spetta fare questo tipo di denunce”, dirà qualcuno. Giusto: se però questo valesse anche per i temi su cui la Chiesa è sempre intervenuta direttamente e pesantemente nella vita politica, lanciando su questioni come i matrimoni gay, la fecondazione assistita, i “diritti” dell’embrione, il divorzio breve, l’aborto, l’eutanasia, e il testamento biologico anatemi e scomuniche di ogni tipo.
Lo stesso Bergoglio, quando era arcivescovo di Buenos Aires ha parlato di aborto e eutanasia come di «crimini abominevoli», dei movimenti pro-choice come di organizzazioni che promuovono una «cultura della morte»; si è opposto alla distribuzione gratuita di contraccettivi nel suo Paese, all’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole, all’adozione da parte di coppie omosessuali, alla legge che nel 2010 fu varata dal governo per legalizzare i matrimoni gay, definita un provvedimento «ispirato dall’invidia del diavolo», «un attacco devastante ai piani di Dio», divenendo il punto di riferimento delle manifestazioni a favore della famiglia e del matrimonio tra uomo e donna che si susseguirono tra la primavera e l’estate del 2010. In quei casi le denunce furono circostanziate e puntuali. Sui poveri, gli sfruttati, i derelitti, i perseguitati, invece, solo generiche critiche al “sistema” che produce marginalità e disperazione.

Eppure nella storia della Chiesa è accaduto spesso che preti e vescovi denunciassero i meccanismi reali di esclusione e miseria. Per esempio Romero, finito vittima di un sicario al soldo del leader del partito nazionalista conservatore D’Aubuisson e ucciso mentre celebrava messa. Per esempio il recente caso del vescovo di Nola, mons. Beniamino Depalma, che il 15 giugno 2013 si è apertamente e concretamente schierato dalla parte di chi sta lottando per i propri diritti sindacali presentandosi davanti ai cancelli dello stabilimento di Pomigliano d’Arco (Napoli), in occasione della protesta contro due sabati di recupero lavorativo, suscitando la dura reazione dei dirigenti Fiat, i quali hanno sostenuto che il vescovo si è collocato «dalla parte dei violenti e prevaricatori».

Senza nomi e cognomi, i discorsi restano inevitabilmente solo delle prediche buoniste. Che commuovono le coscienze, ma che hanno scarsa o nulla incidenza nelle dinamiche dei processi reali.
E infatti non risulta al momento che qualcuno dei «poteri forti» chiamati quasi quotidianamente in causa da Bergoglio (sempre senza nomi e cognomi) abbia mai veramente reagito in alle generiche critiche papali, a parte qualche infastidita ed estemporanea dichiarazione di pochi leghisti ed esponenti del Centrodestra dopo la visita papale a Lampedusa.
Senza fare nomi o accuse ai politici o ai governanti, poteva il papa decidere di stanziare una parte dell’8 per mille (più di quella misera parte – circa il 20% – attualmente destinata dalla Chiesa alle opere di carità) a favore dei migranti e delle strutture che si occupano di loro? Poteva mettere a disposizione una minima parte dell’immenso (circa un quinto degli edifici esistenti, solo in Italia) patrimonio immobiliare italiano che la Chiesa possiede per l’accoglienza di una parte di questi disperati? Poteva, e senza grandi difficoltà: ma non l’ha fatto.

Più in generale, il papa che “paga il conto dell’albergo dove ha alloggiato” per il Conclave, che ha deciso di rinunciare all’appartamento papale, che “gira senza l’auto blindata” e che si richiama continuamente alla sobrietà e alla povertà come condizione indispensabile per la Chiesa, poteva — solo per restare in ambito italiano (il dramma di Lampedusa si consuma nel nostro Paese) — chiedere di rinegoziare il Concordato o almeno qualcuno dei privilegi di cui gode la Chiesa (che dal 1999 non paga allo Stato italiano nemmeno la fornitura di acqua, che ammonta a circa 5 milioni di metri cubi l’anno) come l’ampia esenzione dal pagamento dell’Imu; il pagamento a carico dei contribuenti dei docenti di religione cattolica, dei cappellani militari, delle carceri, ospedalieri; l’8 per mille garantito anche per quella parte di gettito che proviene dalle quote non espresse (cioè da coloro che non hanno barrato alcuna casella nella dichiarazione dei redditi, ma i cui soldi vengono ugualmente ripartiti tra lo Stato e le confessioni religiose in maniere proporzionale alle quote espresse); contributi statali alle scuole cattoliche e all’editoria cattolica; finanziamenti pubblici a parrocchie, oratori e scuole materne; esenzioni per Ires e canone tv; benefits per lo Stato della Città del Vaticano e i suoi cittadini, etc. etc.?
Più in generale, allargando la questione dalla Chiesa italiana a quella “universale”, poteva il papa decidere di utilizzare una piccola parte dei 55 milioni di euro che ogni anni lo IOR stanzia a favore del bilancio della Santa Sede a favore di poveri e migranti, o di utilizzare a questo scopo una parte dei proventi delle speculazioni finanziarie su valute, azioni e obbligazioni che da diversi anni tengono in attivo i conti della Santa Sede?
Il papa poteva farlo: ma, almeno finora, non l’ha fatto.

Il rivoluzionario a parole

Bergoglio, il papa del “pauperismo francescano”, fa la “rivoluzione” delle parole, ma non della sostanza.
La linea della Chiesa resta la stessa. E anche per quanto riguarda la necessaria riforma dell’istituzione ecclesiastica, da molti invocata e implicitamente promessa dall’avvento di un papa dal nome così impegnativo, per ora è accaduto poco o nulla.
La Curia è sempre lì, in testa il segretario di Stato.
Se qualcosa cambierà allo IOR sarà per le pressioni che da anni la comunità internazionale sta facendo sul Vaticano affinché si adegui agli standard europei sull’antiriciclaggio (e che se hanno consentito finora enormi vantaggi stanno però restringendo sempre più il campo dei partner bancari a cui il Vaticano può affidarsi, come il caso del blocco del servizio bancomat gestito da Deutsche Bank all’interno delle Mura Leonine all’inizio del 2013 ha dimostrato).
Anche sul campo dottrinario nulla sembra profilarsi di particolarmente nuovo all’orizzonte. Il 15 aprile, Bergoglio ha confermato la linea severa della Congregazione per la Dottrina della Fede nel trattare il caso delle suore degli Stati Uniti riunite nella Leadership Conference of Women Religious, messe sotto inchiesta dal Vaticano per la loro pastorale troppo liberal.
Tutti ricordano il caso del cardinale scozzese Keith Patrick O’Brien, arcivescovo emerito di St. Andrews ed Edinburgo, che aveva ammesso le sue responsabilità nello scandalo sulle molestie sessuali che lo aveva coinvolto e che per questo motivo era stato indotto dalle pressioni dell’opinione pubblica a rinunciare a partecipare al Conclave. Ebbene, a metà maggio il papa ha condannato O’Brien — udite udite — a un esilio di qualche mese del cardinale in un luogo di preghiera e di penitenza...
Un provvedimento simile a quello preso da Ratzinger nei confronti del fondatore dei Legionari di Cristo Maciel, indotto nel 2006 a ritirarsi dalle sue cariche all’interno della sua potente congregazione e a fare penitenza. Niente scomuniche allora, niente nel caso di O’Brien. E niente dimissioni — per l’uno come per l’altro — dallo stato clericale. Nonostante i gravissimi crimini.

Certo, si potrebbe obiettare che un papa che come suo primo viaggio va a Lampedusa e parla dei poveri sarà sempre meglio di chi lo ha preceduto, vestito di ermellino e chiuso nella sua impenetrabile fortezza teologica, sempre pronto a lanciare strali contro chi a suo avviso assediava la cittadella fortificata della fede. Obiezione condivisibile: non foss’altro però che pauperismo e «francescanesimo a puntate» sembrano più funzionali a una gigantesca operazione di marketing piuttosto che a una reale riforma delle strutture della Chiesa.
Un maquillage d’immagine di cui la Chiesa aveva urgente ed estremo bisogno, a fronte degli scandali, dell’emorragia di fedeli e vocazioni, di credibilità generale.

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