Una regia comune dietro complotti e fake-news

C’è un filo rosso — anzi, nero — che unisce i fascisti nostrani come Forza Nuova e CasaPound, una larga fetta dei Cinquestelle, la Lega salviniana e di Pillon, singoli esponenti di Fratelli d’Italia, il gruppo del Family day e del Congresso mondiale delle famiglie, l’Alt-right suprematista e antisemita di Steve Bannon, la destra religiosa americana, gli “Euroasianisti” russi, gli oligarchi in odor d’incenso come Konstantin Malofeev, l’ideologo Alexandr Dugin.
Corredati da tutto un bagaglio di esoterismo nostalgico e pensiero magico che si rifà a celebri cazzari complottisti del passato come Julius Evola e Rudolf Steiner.

L’obiettivo? Il sovvertimento dell’Occidente, della sua cultura, delle sue conquiste sociali. E, in Russia, la revanche dell’Impero zarista.

Russia, Cina, estremisti cristiani e internazionale di destra hanno in comune l’odio per tutto ciò che abbia vagamente un sapore democratico e liberale: la libertà d’espressione, il pluralismo culturale, le “complicazioni” del parlamentarismo, il bilanciamento fra i poteri dello Stato, il mercato che crea benessere, l’autonomia personale, la sessualità libera, la circolazione di idee eretiche e non conformi, la libertà di culto, la scienza libera, i partiti, il controllo di una libera stampa, la messa in discussione di qualsiasi dogma pretenda uno statuto di indiscutibilità, i diritti civili, lo Stato di diritto, le garanzie liberali, l’habeas corpus.
La Russia è il principale motore della macchina infernale di destabilizzazione dell’Occidente.
Il punto centrale di un libro molto demonizzato e poco letto di qualche decennio fa, Lo scontro delle civiltà di Samuel Huntington, è che, finite le grandi ideologie del Novecento (fascismo, comunismo), sono destinate a risorgere antiche identità religiose. Scritto otto anni prima dell’11 Settembre, non c’è male come capacità di analisi.
In Putin si ritrova lo stesso passaggio: da ufficiale del KGB a (finto) seguace della chiesa ortodossa e soprattutto credente nel nazionalismo grande russo. Ma d’altra parte, cosa ha da offrire al futuro la Russia? Non ha le capacità industriali della Cina, non ha la scienza e la tecnologia degli USA (il vaccino SputnikV insegna). Ha delle risorse naturali (gas, petrolio) in via di sostituzione se non si vuole bruciare il pianeta. Anzi, è stata proprio la “maledizione” — come la chiamano gli economisti dello sviluppo – della rendita energetica a viziare i russi, scoraggiare i loro imprenditori, alimentare la corruzione. E a far loro perdere i vantaggi che indubbiamente avevano al tempo dello Sputnik (quello vero, il primo satellite spaziale). A Putin rimane perciò solo la forza bruta. Quella ha e quella mette sul tavolo. Come dice Shakespeare, «c’è del metodo in questa follia».

Quando Vladimir Putin ha capito che, per mancanza di risorse e incapacità di innovare, il suo Paese non avrebbe potuto tenere il ritmo di quello che un tempo si chiamava “mondo libero”, si è convinto di una cosa semplice: se la Russia non può diventare come l’Occidente, allora bisogna che l’Occidente si trasformi in una specie di Russia.

Intorno a questo principio di relativismo strategico, Putin ha scatenato la sua offensiva globale contro la democrazia rappresentativa, contro i diritti civili, contro l’Unione Europea, contro gli Stati Uniti, contro la NATO. E, così, la guerra in Georgia, l’invasione dell’Ucraina, l’annessione della Crimea, i cyber attacks agli Stati baltici, i finanziamenti ai leader estremisti, i patti politici con i partiti populisti, le campagne omofobiche, il sostegno al despota Bashar al-Assad in Siria, la fabbricazione di fake-news, la scuderia di hacker informatici, la protezione di WikiLeaks e di Edward Snowden, i tentativi di manipolazione dei processi elettorali nel Regno Unito, in Germania, in Francia, in Italia e ovviamente in America, più qualche avvelenamento a Londra, sono tutti elementi della stessa strategia di diffusione del caos e di russizzazione dell’Occidente che sfrutta le debolezze della società aperta, abusa delle innovazioni tecnologiche americane e approfitta della mollezza del mondo libero.

Quella della Russia di Putin è una guerra ibrida. Quest’ultima si distingue dalla guerra asimmetrica perché comprende non solo l’impiego di assetti militari ma anche una penetrazione politico-mediatica.
Molti in occidente commettono l’errore di considerare questa componente avulsa dalla guerra, mentre la manipolazione dell’opinione pubblica avversaria e l’inquinamento della realtà sono da anni parte integrante della dottrina russa di guerra ibrida. Anzi, il loro potenziale è ben più tangibile e pericoloso di altre armi che la Russia minaccia solo di usare, come quelle nucleari.

Esistono quattro obiettivi specifici di tale strategia ibrida:
1) danneggiare la credibilità del sistema informativo occidentale;
2) minare la fiducia socioeconomica;
3) manipolare l’opinione pubblica;
4) influenzare l’avversario affinché prenda decisioni favorevoli alla Russia.

Il meccanismo più semplice è quello per cui un’opinione pubblica confusa, disorientata ed esausta può fare pressione su governi, attraverso i partiti o manifestazioni di piazza, per cambiare la politica estera nazionale. Questa operazione può conseguire un obiettivo strategico e non va derubricata a polemica mediatica.

Nel bel mezzo dell’invasione russa del 2022, la rappresentazione perversa di un’Ucraina guerrafondaia, che si ostina a combattere e chiedere armi, fa breccia nella mente di molti, ma è un sovvertimento della realtà. Uno Stato democratico aggredito da una dittatura sanguinaria è legittimato a difendersi a oltranza. È lo stesso periodo in cui circola anche una vulgata da bar, sempre più in voga sui social, secondo cui in Ucraina avviene un conflitto “per procura” da parte degli Stati Uniti, mentre l’Europa sarebbe una spettatrice impotente. Semplicemente una narrazione falsa e smentita dai fatti, ma molto comoda per Mosca perché mette sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito.
Vanno forte anche i cavalli di battaglia del Cremlino, per cui la NATO avrebbe accerchiato la Russia con provocazioni che giustificano l’invasione, e presunti laboratori batteriologici americani in Ucraina (vd. approfondimenti più avanti).

Non stupisce, perciò, il sondaggio di Demos&Pi dell’aprile 2022 secondo cui il 46% degli italiani ritiene che l’informazione sulla guerra in Ucraina sia pilotata e distorta, mentre il 25% pensa che le immagini dei massacri siano false o amplificate per delegittimare Putin e i russi.

Tra le cause di questo disorientamento ci sono anche l’analfabetismo funzionale, che in Italia sfiora il 28% secondo le statistiche OCSE, e l’analfabetismo digitale, con oltre due terzi degli italiani che non sono in grado di usare internet in maniera complessa e diversificata.

Obiettivo strategico russo raggiunto: inquinare e non riconoscere più la verità dei fatti. Una dimensione orwelliana di ribaltamento della realtà confermata anche dalla proibizione della parola guerra, come recita lo slogan della neolingua in 1984: “La guerra è pace”.

Un’Idra da terzo millennio

L’azione è supportata ideologicamente. Le fonti intellettuali dell’attacco di Putin all’Occidente sono il totalitarismo cristiano di Il’in, l’eurasiatismo di Gumilëv e il neonazismo di Dugin. Lo strumento è Internet. 

I governi occidentali e le grandi aziende della Silicon Valley non sono riusciti a evitare gli attacchi di agenti stranieri ai processi democratici del 2016 e degli anni successivi, ma gli americani si sono difesi meglio nel 2018. Si può discutere sull’impatto reale di queste ingerenze sulle elezioni dell’Occidente libero, e se effettivamente siano state decisive per far uscire il Regno Unito dall’Europa, per eleggere Trump alla Casa Bianca, per fermare le riforme italiane, per disarcionare i governi liberal e sostituirli con maggioranze populiste, ma il dato certo è che le intromissioni ci sono state. Lo sostengono 17 agenzie di sicurezza nazionale distribuite fra gli USA e buona parte dei Paesi europei, lo dicono i governi dell’Unione finiti sotto attacco, lo dice il governo britannico. Queste ingerenze sono state di natura digitale ma anche di natura analogica, sotto forma di elargizioni di denaro, di patti politici, di complicità e di propaganda vecchio stile.

Prima della guerra all’Ucraina, contro Putin e la sua strategia digitale del caos erano state mantenute le sanzioni economiche adottate dopo Crimea e Donbass, erano stati espulsi diplomatici del Cremlino, era stato impedito l’ingresso in Gran Bretagna a cittadini russi; la politica americana discuteva dei rapporti tra Mosca e il team Trump; erano state bloccate le trame oscure di Cambridge Analytica; era stata approvata una direttiva dell’Unione Europea contro l’abuso dei dati personali in possesso dei social network; ed era stato avviato un grande dibattito politico, sociale e culturale sull’impatto delle piattaforme digitali sulle società libere, con tanto di audizioni pubbliche dei vertici di Facebook al Congresso Americano e al Parlamento Europeo. Ma non c’è ancora una strategia unitaria di governi e industria digitale.
I due player più importanti di questa vicenda, quelli con potenziale e risorse in grado di prevenire e respingere gli attacchi — la Silicon Valley e il governo americano —, continuano a restare disconnessi e a non lavorare insieme. Nella Silicon Valley pensano che la responsabilità sia delle agenzie di intelligence che non si fidano in pieno dei colossi tecnologici e non condividono con loro le informazioni necessarie a prevenire l’ingerenza straniera; a Washington, invece, credono che Facebook e Google siano meglio equipaggiati dei servizi segreti per monitorare le attività sospette sulle loro piattaforme e lamentano di non avere accesso ai dati a loro disposizione.

C’È UNA SOLA REGIA

La pandemia di Covid-19 è stata una manna per questo “movimento del caos”. Un comune filo conduttore lega complottisti e radicali sparsi tra Europa e Nord America: sfruttare il coronavirus e i vaccini per attaccare in modo violento i governi in carica, rei di aver soppresso le nostre libertà sull’altare della “dittatura sanitaria”.

Anzi, sembra quasi che questi gruppi, radicalizzati e molto virali sulla Rete, non siano altro che le avanguardie di una regia comune che li usa per il lavoro sporco. Una strategia digitale improntata alla disinformazione scientifica e la veicolazione di teorie cospirative hanno avuto buon gioco sia nel destabilizzare l’opinione pubblica digitale ma anche nel portare in piazza manifestazioni violente contro l’«autoritarismo» dei governi che imponevano i lockdown.

È un problema gigantesco, e su cui c’è meno attenzione di quella che sarebbe necessaria. E non riguarda la sola Italia ma tutto l’Occidente. È per esempio assai allarmante la correlazione scoperta in Canada fra no-vax e adesione alla dezinformatsiya russa: i canadesi non vaccinati contro Covid-19 sono circa 12 volte più propensi di quelli che hanno ricevuto tre dosi di vaccino a credere che l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin, con relativi massacri, sia “giusta e giustificata”.
I risultati del sondaggio EKOS, condotto dal 9 al 13 marzo 2022 utilizzando un campione casuale di 1.035 canadesi, mostrano una netta correlazione tra lo stato di vaccinazione e gli atteggiamenti verso una serie di questioni politiche, compresa la guerra in Ucraina. Lo studio conclude che i risultati mostrano inequivocabili «influenze altamente corrosive della disinformazione».
«C’è sicuramente una forza insidiosa che sta contribuendo alla polarizzazione e alla disinformazione, e al cattivo processo decisionale. E non sembra un qualcosa prossimo ad andar via, anzi le cose stanno peggiorando», ha detto Frank Graves, presidente dell’istituto di ricerca. «Non credo sia dovuto al fatto che queste persone avessero una simpatia radicata per i russi. Leggono le notizie online, si approvvigionano dalle stesse fonti che hanno propinato loro la roba anti-vaccini».

Movimenti tra loro diversi — destre radicali, operatori sanitari dissidenti, seguaci di medicina alternativa, movimenti new age — si alleano in Rete per protestare in modo violento e aggressivo. Grazie al web infatti la natura di questa alleanza prende forma in maniera globale passando dagli Stati Uniti fino al nostro Paese e in tutta Europa. Oggi assistiamo, giorno dopo giorno, a un allargamento di questo blocco complottista e in particolare alla connessione tra teorici della cospirazione e movimenti estremisti già affermati.

Un report dell’Institute for Strategic Dialogue va proprio nella direzione di ricercare questa regia comune complottista, sparsa tra i pur differenti contesti nazionali. Per esempio, una prima radice che accomuna e fa da collegamento a questi vari movimenti è quella dell’NWO, il nuovo ordine mondiale. Si tratta, secondo le teorie complottiste, di una cupola formata da elité corrotte che governa in modo occulto le nostre vite avendo accesso alle stanze dei bottoni. In questi deliri, in cui è implicato nell’uso dei vaccini per uccidere e diminuire così la popolazione mondiale, l’NWO è il trait d’union tra un movimento no-vax di estrema destra, “i Patrioti italiani ribelli”, e i “Viral Vendetta”, un gruppo che invece vede nei vaccini l’emanazione del “nazifascismo” medico. A sua volta il NWO non è altro che il “Deep State”, lo Stato profondo, ovvero il governo occulto che secondo la comunità complottista QAnon è responsabile di ogni nefandezza — pandemia e “vaccini mortali” compresi. E il “nazifascismo” a sua volta torna anche a supporto delle fake-news russe sull’invasione in Ucraina. Insomma, queste strane coincidenze ci suggeriscono che esiste un modello internazionale di lettura complottista della realtà politica e sociale che lega — questa volta sì con una regia occulta — i vari movimenti sparsi tra Europa e America.

Oltre all’esistenza di élite corrotte da combattere, un altro elemento che accomuna i movimenti complottisti riguarda i bersagli dei loro attacchi. La ricerca dell’ISD ha notato che politici, giornalisti, scienziati e minoranze rappresentano delle categorie che i vari gruppi complottisti attaccano in modo aggressivo e contro cui organizzano delle vere e proprie sessioni di molestie dentro e fuori la Rete.
Il 24 luglio 2021 a Trafalgar Square l’ex infermiera Kate Shemirani si è rivolta a una folla di migliaia di persone — complottisti, attivisti contro i vaccini e militanti di estrema destra — additando medici e infermieri in lotta contro la pandemia di Covid-19 come “collaborazionisti di un regime nazista”. Poco meno di un anno prima, una simile folla mista di attivisti anti-governativi, cospirazionisti e suprematisti bianchi, ha tentato di prendere d’assalto il parlamento tedesco in protesta contro il lockdown. Scene che abbiamo visto durante l’insurrezione di Capitol Hill ma anche nel nostro Paese, quando i no-green pass hanno assaltato la sede della CGIL. È un caso piuttosto inquietante che in Italia stia prendendo piede un movimento complottista “i V_V” che si ispira in modo esplicito alle teorie del film V per Vendetta, dove un eroe si immola per la libertà del suo popolo facendo esplodere il parlamento corrotto.

Questa ondata di proteste violente è dunque il risultato più tangibile di una campagna globale che ha raccontato, in modo pressoché identico, la pandemia Covid come “il grimaldello usato dalle élite per imporci restrizioni alle nostre libertà”. Tra i vari gruppi analizzati nella ricerca dell’ISD, alcuni più di altri riescono a veicolare la disinformazione online verso lo sbocco della piazza, dove nascono appunto le manifestazioni violente citate. Parliamo di movimenti come i Groypers (suprematisti bianchi americani), il Partito Nazionale Canadese, Identitäre Bewegung (estremisti di destra europei) e infine i militanti di Forza Nuova.

Se ripensiamo ai fatti di Capitol Hill, quando l’assalto vero e proprio al Campidoglio americano era stato preparato da mesi di aggressive  campagne online sulla retorica del voto rubato (#StoptheSteal), possiamo realmente intuire quanto lo schema del cospirazionismo possa fungere da carburante per passare dalla Rete alle pistole.

Perché è una strategia così efficace

A livello psicologico e dei singoli, e sul ruolo decisivo dei social network, l’argomento è stato trattato abbondantemente in questo blogpost, in questo e in quest’altro, ma c’è in più un “elemento di massa” da segnalare: la dimensione religiosa assunta dal fenomeno. Una dimensione che i regimi russo e i cinese hanno capito prima degli altri.

Ci sono No-Vax italiani che manifestano sventolando bandiere russe e sfoggiando la lettera Z sulle loro magliette. QAnonisti che protestano contro l’Unione Europea che vedono come la nuova Unione Sovietica. Sovranisti col porto d’armi che si oppongono all’aumento delle spese militari. Partigiani anacronistici che accusano l’Ucraina di propaganda russofoba e la vorrebbero arresa alla bestialità dell’aggressore.
La lista potrebbe continuare. Ma se per il pubblico è difficile comprendere come tutto ciò sia possibile, per gli analisti non è certo un mistero. Dietro il supporto velato o esplicito per Vladimir Putin, così come alla base delle recenti vittorie elettorali dell’ungherese Viktor Orbán e del serbo Aleksandar Vučić o alla tentata (e fino all’ultimo in bilico) rimonta di Marine Le Pen nella corsa all’Eliseo, si nasconde un universo davvero inquietante, in cui i confini tra posizioni logicamente incompatibili si fondono in un’unica visione del mondo: il complottismo. Si tratta di una realtà la cui militanza si diffonde a macchia d’olio e che affonda le proprie radici nel rifiuto della modernità e nella lotta senza quartiere al neoliberismo economico, assumendo spesso la forma di radicalizzazione religiosa.

Il nuovo complottismo alt-right: meno UFO e più Tradizione

Va premesso che questa nuova versione del complottismo è fondamentalmente diversa dalla sua precedente incarnazione benevola e folkloristica in voga negli anni di X-files. Il complottista moderno crede ancora agli extraterrestri, ma li inserisce narrativamente come attori marginali in una galassia complessa, preferendo dare più peso a nemici immaginari più tangibili, come Big Pharma o gli immancabili George Soros e Bill Gates. Il complottista rifiuta la complessità sociale e riduce l’intera storia umana all’idea dell’eterna manipolazione orchestrata da una élite politico-finanziaria il cui unico scopo sarebbe quello di assoggettare le masse in un mondo amorfo, in cui non c’è spazio per la libertà individuale.

Sebbene suoni più ridicolo della trama di un film di serie B, il complottismo è una vera e propria ideologia reazionaria che riempie il vuoto lasciato dalle grandi filosofie del ’900 e offre una risposta semplice e lineare alla crisi epocale causata dai recenti grandi mutamenti economici, sociali e politici globali. Soprattutto, esso offre alle masse un conveniente colpevole: il globalismo, che ha determinato la fine della Tradizione (rigorosamente maiuscola) Occidentale, ed è figlio delle idee di uguaglianza e fratellanza universale. Il complottismo è di fatto un vasto apparato di pensiero per il quale il fascino del Putinismo non è che l’ultima irresistibile tentazione, incarnazione del mito del dittatore benevolo che prende le difese del popolo contro i cosiddetti “poteri forti” — un’idea immortale fin dai tempi di Re Artù (e non è un caso se il Graal è un archetipo popolare sia fra le vecchie generazioni di occultisti e misticisti alla Julius Evola e Otto Rahn che fra le nuove leve neofasciste e neonaziste: Alba Dorata, Thule, Teosofia, i concetti che girano sono sempre gli stessi).

Per comprendere il mondo fantastico dei complottisti bisogna procedere con ordine, partendo dalle sue origini americane e cercando al contempo di comprenderne i legami, spesso celati, con l’azione di disinfo warfare portata avanti dalla Russia e dalla Cina nel corso degli ultimi tre decenni. Da un punto di vista storico, il complottismo militante non è un fenomeno recente. Esso deve la sua fortuna alla piattaforma mediatica InfoWars lanciata nel lontano 1999 dal noto complottista americano Alex Jones, grazie al quale si è imposto poi come ideologia portante del movimento politico alt-right. La lenta erosione della componente conservatrice centrista del Partito Repubblicano, che inizia con la recessione economica del biennio 2006-2008, offre all’alt-right l’occasione per fare un salto di qualità rispetto al sottobosco dei social e dei network indipendenti in cui era nato. In un periodo di estrema instabilità politica, il fronte alternativo alla destra tradizionale repubblicana riesce ad affermarsi come la componente grassroot, popolare, del cosiddetto Tea Party, movimento antigovernativo formato dalla classe medio alta della borghesia americana, che lo sfrutta al fine di creare consenso popolare, ma finisce per venirne travolto.
Tuttavia, il vero salto di qualità avviene durante le elezioni presidenziali del 2016, quando l’alt-right grazie all’uso massiccio della disinformazione,  diventa predominante all’interno del partito che fu di Abraham Lincoln, Ronald Reagan e i due George Bush. In questi anni si può notare l’uso massiccio di fake-news e l’impiego di tecniche di memetic warfare i cui contenuti risalgono quasi completamente alle campagne di propaganda russe e cinesi volte a destabilizzare la società americana. La mossa vincente è anche quella di legarli alle fortune di Donald Trump, contribuendo prima a rendere possibile per l’outsider repubblicano l’impresa di vincere le primarie del partito e infine la sfida contro Hillary Clinton.
Accusando i media mainstream di censura o di riportare fake-news per beneficiare i “poteri forti”, questi movimenti hanno finito per strutturare un vero e proprio network dotato di sistema parallelo di social, come per esempio le notorie piattaforme 4chan, 8changab.com, Parlor e più di recente Telegram, tramite il quale diffondere le proprie teorie e reclutare nuovi membri. Con il tempo il brand di QAnon è diventato una sorta di franchise che raccoglie oggi tutti quegli individui, e gruppi vari, che pur non facendo magari diretto riferimento alle rivelazioni del fantomatico Q si riconoscono più o meno consapevolmente nelle idee del complottismo e si preparano per la “battaglia finale”.

A partire dal 2019, le forze dell’ordine e gli analisti americani evidenziano con preoccupazione come il movimento abbia avviato un’opera di penetrazione nel mondo dei suprematisti bianchi, degli estremisti di destra e del terrorismo homegrown (domestico) diventando in breve tempo la pietra angolare di una struttura multi-piattaforma per alcune note organizzazioni nordamericane come gli Oath Keepers, i Boogaloo Bois e i Proud Boys, e persino per gruppi neonazisti come la Atomwaffen Division. Questa convergenza, che è oggi riconosciuta come una delle cause scatenanti gli eventi del 6 Gennaio 2021 culminati con l’irruzione di manifestanti armati all’interno del Campidoglio, sede del Congresso Americano, permette al complottismo di espandere la propria base diventando una minaccia per la sicurezza statale.

Pandemia e social media, una miscela esplosiva

Tramite influencer politici inseriti in un network internazionale (per esempio Steve Bannon, vd. approfondimento successivo), il complottismo inizia anche a diffondersi su scala globale e si fa sempre più evidente la sua dipendenza dalla propaganda russa e dallo spamouflage cinese, dei quali diventa presto l’inconsapevole braccio “armato”. Anche in Europa il complottismo militante opera contemporaneamente su diversi piani: attraverso contatti con i partiti tradizionali tentati dalla deriva populista e soprattutto legandosi a movimenti identitari e di protesta come i Gilets Jaunes francesi, l’italiano CasaPound e la vasta galassia dei movimenti neonazisti est-europei. In questi ultimi penetra principalmente grazie alla propaganda complottista anti-atlantista, filo-russa e all’influenza della Quarta Teoria Politica di Aleksandr Dugin (vd. sotto). Si tratta di un tipo di propaganda russa che viene diffusa tramite esponenti del mondo intellettuale antagonista che va dall’estrema destra neonazista all’estrema sinistra anarco-insurrezionalista. Questi rapporti si sono ulteriormente rafforzati a partire dal 2020, assieme all’aumento della base dei seguaci del complottismo, a causa della pandemia di COVID-19 e in particolare grazie alle politiche di lockdown che hanno aumentato l’esposizione alla propaganda tramite i social media.

L’apparente contraddizione di attribuire al complottismo etichette politiche così distanti tra loro non deve trarre in inganno. Il complottismo militante non è infatti la declinazione di una precisa teoria politica, come spesso si tende a pensare attribuendolo unicamente all’estrema destra. Esso opera come un parassita che, rispondendo all’eterno bisogno umano di appartenenza comunitaria che prescinde dalle stesse ideologie politiche, le sfrutta allo scopo di raccogliere consenso. Il supporto e l’adesione al complottismo si fondano dunque su una narrazione globale che sostituisce la dimensione localizzata del nazionalismo politico novecentesco senza abbandonarne — anzi, piuttosto incrementandone — la contrapposizione tra culture, e l’uso di un linguaggio di guerra caratterizzato dall’uso di termini altamente divisivi come per esempio invasione, conquista, guerra, estinzione, dominio e sostituzione etnica. La scelta del linguaggio è determinata dalla tradizione politica, derivante sia dall’esperienza post-fascista che dalla continuità con il mondo comunista e anarchico-insurrezionalista, ma di fatto non se ne discosta molto, permettendo la convivenza all’interno del complottismo di percorsi differenziati che rendono possibile l’imbarazzante coesistenza al suo interno di neonazismo e antifascismo.

Va anche aggiunto che il complottismo militante non ha una struttura verticistica, gerarchica, ma è strutturato come un’organizzazione capillare e ramificata al cui interno convivono diversi gruppi formalmente autonomi, vere e proprie tribù che vanno dai No-Vax fino ai mercenari che si arruolano per combattere al fianco dei russi in Ucraina, che interagiscono, condividono e trasferiscono idee, risorse, ideologie e militanti che diventano praticamente intercambiabili. Possiamo pertanto visualizzarlo come un sistema di cerchi concentrici interconnessi nel quale la sfocatura ideologica è la strategia dominante per raggruppare posizioni e istante diverse e canalizzare quanto più malcontento sociale possibile. Il complottismo può essere pertanto inteso come una vera e propria “alleanza di idee” — o addirittura come una “assemblea di fedeli” — che a un osservatore inesperto risulta troppo frammentata per essere pericolosa.

I gruppi No-Vax e quelli che protestano contro il Green Pass, insieme ai residuati trumpiani e agli “oppositori di Soros” che esprimono ufficialmente il proprio supporto e invocano l’aiuto il presidente russo contro il Deep State, anche nelle ore dei tristi mesi dell’invasione russa dell’Ucraina — quelle in cui avrebbe dovuto essere sempre più difficile ignorare le atrocità commesse dal regime di Putin —, sono tutti parte di questa alleanza. Se nemmeno le immagini di Bucha (vd. sotto) sono riuscite a convincerli che Putin non è né il Messia né il “difensore della libertà”, non resta che una sola spiegazione: per questi individui il complottismo è una religione e come tale non si arrende mai all’evidenza. («Quando i fatti smentiscono la sua teoria, lo scienziato accantona la teoria, il complottista accantona i fatti» è il riuscito titolo di questo già citato blogpost, titolo scopiazzato in lungo e in largo sul web.) Per tale motivo esso può essere compreso pienamente solo se inteso come un tipo di fondamentalismo che si struttura attorno a una vera e propria teologia, in grado di contenere e appianare le contraddizioni ideologiche. Una visione del mondo totalizzante, che diviene nel tempo l’unica lente attraverso la quale i suoi seguaci percepiscono e interpretano la realtà in modo incrementalmente deterministico e spiegano il divenire degli eventi come un flusso coerente possibile solo a causa dell’esistenza dei “poteri forti” e delle loro trame antidemocratiche.
Questo è un aspetto cognitivo tipico del fondamentalismo religioso, che viene definito in psicologia sociale come “apofenia”, ovvero l’identificazione di schemi e connessioni logiche inesistenti in eventi causali, contraddittori e non connessi tra loro. Una visione del mondo che è anche soprattutto escatologica. Un aspetto, quest’ultimo, che può essere riassunto nell’idea condivisa dai complottisti che il mondo stia vivendo le fasi finali di una guerra cosmica che vede contrapporsi i “poteri forti” autori del Grande Reset contro il popolo del Grande Risveglio, e cioè i complottisti. Il complottismo militante è dunque un’esperienza totalizzante di tipo settario che fa sì che i suoi aderenti vengano inseriti in una bolla sociale composta da persone con opinioni sostanzialmente omogenee. Questo processo viene definito in sociologia come un “incapsulamento sociale”, e cioè l’isolamento da influenze esterne che potrebbero comprometterne la socializzazione e la fedeltà dei seguaci del complotto. È lo stesso principio delle “camere dell’eco” causate dai social (precedenti post qui, qui, qui, qui). All’interno della “bolla” viene invece incentivato lo scambio di informazioni e la mobilità in un reticolo dei gruppi di interesse particolare che si innestano in un impianto ideologico, sia che essi si concentrino su un suo aspetto pseudo-scientifico (come per esempio il tema dei vaccini), oppure un altro esplicitamente geopolitico (come lo scioglimento della NATO), o più genericamente siano impegnati a combattere i “poteri forti”.

È infine sempre più evidente che i seguaci delle teorie del complotto, come le loro controparti fondamentaliste esplicitamente religiose, mostrano un livello allarmante e crescente di iper-aggressività nelle interazioni interpersonali e di gruppo quando vengono contestati. Il ripetuto fallimento delle profezie (come quella, nel caso di QAnon, della mancata rielezione di Trump “il liberatore dalla cabala di satanisti”), unito alle campagne informative contro le fake-news, non ha comportato la crisi del movimento, ma piuttosto ne aumenta l’ostilità nei confronti dei suoi detrattori grazie all’attivazione di ​​meccanismi di salvaguardia, anch’essi tipici delle esperienze settarie, meccanismi che sono sono spesso violenti, per assicurare la sopravvivenza del movimento anche tramite la trasformazione e la migrazione su altri temi (come il passaggio da «no-vax» a «sì Putin», vd. approfondimento più avanti).

Sotto il profilo sociologico, sappiamo che sebbene determinate caratteristiche sociodemografiche, come una bassa istruzione, la tendenza al pensiero irrazionale, opinioni politiche estremiste, la giovane età o l’instabilità economica, spieghino parte del successo popolare, le teorie del complotto sono per loro natura adattabili e non hanno un impatto circoscritto a un preciso gruppo demografico. Anche il modo in cui gli individui vengono a essere coinvolti in questo mondo varia sensibilmente da contesto a contesto. Esistono modi apparentemente innocui, in cui chi segue il complottismo si limita alla fruizione/divulgazione (tasti “condividi” dei social) di alcuni contenuti e informazioni. Esistono però anche modi più attivi, come l’essere coinvolti nell’attività di ricerca e produzione dei contenuti. Infine troviamo alcuni individui particolarmente “zeloti” che finiscono per essere impiegati in atti violenti o criminali.

L’abbraccio mortale tra complottismo e cristianesimo

Data la sua natura religiosa, non dovrebbe sorprendere che il complottismo militante abbia trovato nel cristianesimo la sua principale fonte di legittimazione ideologica, e contemporaneamente il suo principale avversario. In primo luogo il cristianesimo è il comune denominatore di una strategia multilivello volta ad assicurarsi il ruolo di portavoce del “popolo” — un collante tra istanze spesso divergenti. Tuttavia, il complottismo ne esprime una versione ultra-conservatrice e identitaria che si inserisce in una visione idealizzata dell’Occidente e della sua Tradizione come archetipo di cultura superiore da contrapporre all’ideologia neoliberale, al relativismo e al multiculturalismo, ritenute forme inferiori e dannose. Una Tradizione, presunta guida infallibile dell’agire umano sanzionata da Dio, che diventa il pretesto per giustificare le prese di posizione più imbarazzanti e le nefandezze più orribili.

Il processo di costruzione di questa visione religiosa cristiana identitaria, fondata sulla trifecta costituita dal cattolicesimo vandeano, dal protestantesimo evangelico e dall’ortodossia moscovita, è uno dei successi più evidenti della propaganda russa al fine di creare tensioni nelle società occidentali. Secondo gli analisti esso è stato certosinamente orchestrato nel corso degli ultimi tre decenni, fondendo la vaga nostalgia per un passato remoto di una mistica “età dell’oro” dell’Occidente al desiderio di ritrovare una comunità apparentemente perduta, che lotta per rimanere in vita nonostante le pressioni conformiste. Indipendentemente dagli obiettivi della propaganda russa e cinese, per i complottisti il cristianesimo identitario diventa l’alternativa perfetta sia all’ideologia comunista che a quella capitalista, il cui scontro ha caratterizzato il mondo a partire dalla rivoluzione industriale fino alla caduta del Muro di Berlino. Per il complottismo, la riscoperta della religione cristiana si lega dunque indissolubilmente al concetto di “popolo”, inteso come entità organica e non semplice somma di individui, laddove essa è la pietra fondante della libera civiltà occidentale.

Per il complottista il vero nemico rappresentato dalle élite è la modernità, associata al sistema del capitalismo neoliberale o a quello collettivista sul modello socialista, e la sua riscoperta è considerata come l’unica via d’uscita dall’asservimento imposto dai “poteri forti”.

Sul piano politico il cristianesimo così declinato finisce per incarnare anche la fonte di legittimazione delle democrazie illiberali, per esempio quelle appartenenti al Gruppo di Visegrád o le stesse Russia e Cina, che sarebbero fondate su un principio teocratico di libertà e giustizia che prescinde dalla democrazia e anzi la considera inevitabile corruzione del disegno divino. A tal proposito sono emblematiche sia la famosa dichiarazione di Orbán del 2019 — secondo cui per proteggere la libertà “cristiana” serve una democrazia illiberale che metta al centro il bene comune — che le parole condivise ironicamente da Trump sostenenti che la leadership cinese abbia «molto da insegnare in tema di organizzazione e controllo sociale».

Viganò, Kirill, Burke

Ancora più emblematico è il fatto che Papa Francesco sia visto spesso come uno dei principali antagonisti al mondo sognato dai complottisti. È proprio nell’opposizione a Bergoglio, contrapposto alla figura idealizzata di Benedetto XVI, che osserviamo il culmine della ricostruzione del cristianesimo in chiave identitaria e ultraconservatrice. La narrazione di Papa Francesco come “nemico della Tradizione” permette di ritagliare uno spazio per il complottismo all’interno del cristianesimo, avvalendosi di altre figure religiose. Il patriarca Kirill (vd. approfondimento più avanti) per esempio, è considerato un leader religioso di primo piano, ma alla lunga lista di influencer religiosi troviamo anche imam musulmani anti-occidentali, oltre che esponenti del mondo complottista che guarda a Mosca come la Terza Roma, tra i quali vanno citati Aleksandr Dugin (vd. più avanti) e Alessandro Meluzzi, autoproclamatosi metropolita della Chiesa Ortodossa Italiana Autocefala nel 2015. Nello stesso milieu troviamo anche leader storici del tradizionalismo cattolico, come il cardinale Raymond Burke (vd. più avanti) e il cardinale Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti. Viganò, considerato come uno dei punti di riferimento di QAnon, è l’autore di una lettera che nel 2018 chiese le dimissioni di Papa Francesco sulla base di una presunta cospirazione omosessuale all’interno della Chiesa. In una sua famosa lettera del 2020 indirizzata a Donald Trump, Viganò sostenne che il destino del mondo sarebbe minacciato da una guerra “contro Dio e l’umanità”: il Big Reset operato dalla “cabala politico-finanziaria”.

Accostando il Nuovo Ordine Mondiale a una “dittatura sanitaria anticattolica introdotta con il pretesto della pandemia di Covid-19”, il prelato si fece anche artefice della legittimazione religiosa della convergenza ideologica tra teorie del complotto, estrema destra cristiana e movimento No-Vax. Per Viganò il Nuovo Ordine Mondiale viene infatti a contrapporsi direttamente con l’ideale Chiesa delle origini, quella identitaria e tradizionalista, in contrapposizione con l’ecumenismo e la tolleranza proposte dall’attuale papato. Per questo motivo, la lettera di Viganò è diventata un documento fondamentale del complottismo, letta come una sorta di chiamata alle armi, una crociata contro il globalismo volta a preservare i presunti valori fondamentali del cristianesimo identitario — la famiglia tradizionale, la patria, la sovranità — e la lotta contro il neoliberismo. In questa crociata, grazie anche all’intervento della propaganda russa, la figura quasi messianica di Putin si è imposta con sempre maggior forza come un punto di riferimento nella difesa della Tradizione in Europa.

Il tradizionalismo religioso cristiano è diventato anche lo strumento principale per il reclutamento tramite l’offerta di una comunità esclusiva, strutturata sui valori tradizionali, senza però imporre a chi vi si avvicina il costo di attenersi in maniera rigorosa alle norme di comportamento dettate dalla dottrina cristiana. L’ambiguità tra valori e comportamenti è una caratteristica fondamentale dell’azione politica complottista e si traduce in un rifiuto della modernità ammantato di legittimità religiosa. Per esempio, i complottisti sostengono di non opporsi alla Scienza, ma solo ad alcune sue espressioni che violano i precetti morali fondati sulla Bibbia da loro convenientemente selezionati. Oppure di non essere ostili all’omosessualità, ma solo contrari all’estensione di diritti come l’adozione alle coppie dello stesso sesso in quanto ritenuti contrari al volere divino. E ancora non si dicono ostili alle campagne vaccinali, ma affermano che l’atto di vaccinarsi dovrebbe essere una scelta individuale (free-Vax). Infine, sul piano della politica, i complottisti non si dicono più apertamente pro-Putin, ma contro tutto ciò che a lui si oppone: che siano Biden, la NATO, oppure l’Unione Europea — tutti abilmente descritti come forze secolari e anti-cristiane. Insomma, per la religione del complottismo, il cristianesimo è uno specchietto per le allodole e una comoda scusa per dire (e fare) tutto e il contrario di tutto.


Cornoletame

Il ritorno del Pensiero magico

La foto dello “sciamano con le corna” protagonista dell’assalto al Campidoglio USA il 6 gennaio 2021 riecheggia dal lato opposto del pianeta, e rimbalza pure in Italia.

Jake Angeli, condannato a 41 mesi di carcere per l’assalto al Congresso USA

Il fascino dell’occultismo torna sempre in auge in periodi di riflusso e declino. E dunque ci sarebbe poco da sorprendersi per il significativo legame che esisterebbe fra Vladimir Putin e misteriose credenze. Legame che richiama tristemente alla memoria l’esoterismo nazista.
Secondo una teoria (ormai annosa e la cui origine è inverificabile) il ministro della difesa russo Shoigu avrebbe iniziato Putin a un antichissimo e contestato rito siberiano della regione dell’Altai, il “bagno nel sangue delle corna di cervo rosso”.
Una pratica di medicina alternativa contrastatissima dagli animalisti, ma a cui il presidente russo si sarebbe spesso sottoposto lontano da occhi indiscreti. Ne parla anche il Siberian Times, secondo cui questi impacchi avrebbero effetti miracolosi: «aumentano l’energia» (qualunque cosa significhi) e fermano l’invecchiamento. Ma nelle steppe russe Putin e Shoigu avrebbero cercato pure altro: alcuni particolari punti geografici dotati di un’energia segreta, luoghi considerati magici, come Arkaim, “la Stonehenge russa”. Si tratta di un sito archeologico che Vladimir Putin stesso ha visitato e che ogni anno è meta non solo di turisti, ma anche di appassionati di esoterismo. Arkaim emanerebbe una potente forza in grado di connettere il visitatore con il “flusso creatore del cosmo”.
Si parla anche di credenze sciamaniche per Putin. E poi ci sono le cosiddette “streghe di Putin”, un gruppo di donne che indosserebbero un saio nero e appoggerebbero da anni la politica del presidente, sostenendola con riti misteriosi. Compierebbero di fatto riti magici anche per trasmettere energia ai soldati russi.

Secondo un’indagine di Proekt, media russo indipendente legato alle poche opposizioni rimaste, specializzato in giornalismo investigativo, Putin sarebbe malato e soffrirebbe di un cancro alla tiroide. I giornalisti hanno sostenuto di aver trovato l’elenco di medici che accompagnano il presidente nei suoi viaggi e scoperto che lo zar avrebbe consultato uno specialista in cancro alla tiroide che «è andato a trovarlo 35 volte a Sochi». Secondo Proekt, i medici presenti nella lista avrebbero visitato Putin anche per un lungo periodo in cui apparentemente aveva problemi alla schiena.

Nell’inchiesta si legge che, oltre che praticare strani rituali antiscientifici (fra cui il citato bagnarsi in sangue di cervo), Putin starebbe frequentando intensamente anche la clinica Cchp di Mosca, una delle più rinomate e discrete di tutta la Russia. Putin viaggerebbe sempre accompagnato da un team di medici specialisti che l’avrebbero visitato per «quasi 60 volte in quattro anni»: due chirurghi specializzati in operazioni al collo e alla testa, un traumatologo e un neurochirurgo che ha pubblicato studi anche sul cancro alla tiroide e sulle malattie senili. Questo potrebbe essere il segnale che Putin sia molto malato, o semplicemente che sia paranoico.
Peraltro, la medicina in famiglia è assai comune. La figlia maggiore di Putin, Maria Vorontsova, è laureata in medicina ed è diventata rapidamente una ricercatrice di spicco presso il Centro Russo di Endocrinologia, per poi diventare azionista di Nomeko, un progetto medico che sviluppa, tra l’altro, nuovi metodi di trattamento del cancro. Il socio della Vorontsova in questa attività è Yury Kovalchuk, amico intimo di Putin.
L’idea che Vladimir Putin soffra di qualche malattia grave circola da anni. Alcune delle prime supposizioni risalgono al 2015, un anno dopo l’invasione della Crimea. Nel novembre 2020 il politologo ed ex professore dell’Istituto di Relazioni Internazionali di Mosca Valery Solovej disse ai tabloid britannici e poi a vari altri giornali che lo zar soffrisse del morbo di Parkinson e che stava meditando di ritirarsi proprio per questo motivo. Altre ipotesi circolanti parlavano di una forma precoce di demenza e dell’uso prolungato di steroidi per curare un cancro.
In altri casi si è fatta l’ipotesi opposta, cioè che Putin starebbe simulando la malattia, anche se in realtà è sano, per far credere all’Occidente di avere a che fare con un avversario irrazionale che è pronto a tutto (sulla scorta della “teoria del pazzo” dell’ex presidente americano Richard Nixon).

Di queste supposizioni la più recente è stata pubblicata sulla rivista New Lines Magazine da un giornalista considerato generalmente affidabile, l’esperto di cose mediorientali Michael Weiss. Anche per questo, l’articolo di Weiss è stato molto discusso e ripreso.
L’articolo è interessante perché tratta l’argomento con un certo rigore, pur essendo Weiss perfettamente consapevole che non esistano prove certe della malattia presunta di Putin: la novità riportata da New Lines Magazine sarebbe un’intercettazione di un oligarca russo che sostiene che Putin soffra di un non meglio precisato tumore del sangue. Weiss ha scritto di aver identificato l’oligarca, anche se non ne rivela il nome, e sostiene che si tratti di una persona ragionevolmente vicina a Putin. Nonostante questo, Weiss è il primo a scrivere che tutte le evidenze della presunta malattia sono «assurde se non contraddittorie» e che non è possibile verificare indipendentemente le affermazioni dell’oligarca.

I cambiamenti facciali nel tempo

È un fatto notato da tutti: da tempo l’aspetto fisico di Putin è cambiato. Ha il viso gonfio, come se fosse ingrassato, ma soltanto in faccia, perché il corpo sembra avere mantenuto le dimensioni del passato, anche se il presidente non si esibisce da un po’ a torso nudo come faceva prima. Il gonfiore potrebbe essere l’effetto di farmaci come il cortisone che vengono usati per la cura di tumori del sangue. Fiona Hill, una delle principali esperte americane di Russia, in un’intervista recente ha notato che a 70 anni Putin «è anziano per essere russo» (l’aspettativa di vita nel Paese per gli uomini è di 66 anni): il gonfiore potrebbe essere un banale segno di invecchiamento.
Alla parata militare del 9 maggio 2022 sulla Piazza Rossa, Putin è stato visto tossire. Inoltre a giudizio di vari osservatori camminava in modo strano, un particolare quest’ultimo notato da analisi dell’intelligence occidentale anche nel 2021 in varie cerimonie ufficiali al Cremlino. Sempre alla parata, a un certo punto, quando era seduto in tribuna, si è messo una coperta sulle gambe: un fatto insolito, perché gli altri ministri e dignitari vicino a lui non ne avevano bisogno e non era una giornata particolarmente fredda. Senza contare che Putin ci tiene a trasmettere un’immagine di macho.
Durante l’incontro in diretta TV dell’aprile 2022 con il ministro della difesa Sergej Shoigu, il leader russo sedeva sulla sedia ripiegato su sé stesso e ha stretto per tutta la conversazione il bordo del tavolo con la mano. Forse perché provava dolore. O forse per non evidenziare un tremore della mano che potrebbe essere il sintomo di altre malattie.

Un altro fatto a metà tra la prova e la paranoia è l’eccezionale isolamento in cui Putin si è rinchiuso nel corso della pandemia da coronavirus, durante il quale il presidente russo non ha praticamente mai lasciato il Paese, ha ridotto le sue visite al minimo e ha trascorso lunghi mesi chiuso in una specie di bolla protetta. Questo potrebbe essere visto come un ulteriore segno di paranoia, ma anche come il tentativo di proteggere un presidente già gravemente malato. Se fosse vera la rivelazione per cui Putin sarebbe malato di un tumore del sangue, ipotizzano alcuni medici sentiti da Weiss, è probabile che prenda steroidi per curarsi. Gli steroidi abbassano le difese immunitarie, e dunque è per questo che Putin si sarebbe isolato in maniera così eccessiva. Per l’ennesima volta non è possibile fare verifiche.

Sul modo in cui si muove Putin c’è una lunga serie di supposizioni. Si dice che abbia dei tremori, e dunque il Parkinson. Il giornale tedesco DW ha mostrato a tre medici esperti vari video di Putin, e tutti hanno detto che è effettivamente affaticato, ma non sembra malato di Parkinson (hanno anche ribadito quanto sia poco sensato tentare di fare delle diagnosi basandosi su video televisivi).
Si è parlato molto anche della strana camminata di Putin, che dondola il braccio sinistro e tiene fermo quello destro, finendo per muoversi in maniera molto asimmetrica. Per alcuni sarebbe il sintomo di una malattia, per altri una vecchia abitudine presa al KGB, quando Putin era addestrato a tenere sempre la mano destra vicino alla pistola.

Certo, in tutto questo potrebbe facilmente celarsi un’attività di “contro-propaganda” che cerca di contrastare in qualche modo quella (efficacissima) del Cremlino. Oppure del normale wishful thinking — che non è, evidentemente, il desiderio che l’uomo stia male: più pragmaticamente è l’idea che Putin si tolga di mezzo e così magicamente si torni al mondo di prima, niente più stragi, né avvelenamenti col Novichok o col polonio, né minacce nucleari, l’economia che ricomincia a marciare, magari pure una vera democrazia in Russia, insomma fine di ogni patema.
Una fantasia di potere assai comune a tutti coloro che vivono in un’autocrazia o un regime platealmente dittatoriale è che il tiranno, colui che non può essere rimosso dal potere in altro modo e che lo esercita senza limiti di tempo e spazio, venga rimosso “da Dio”.
S’è perso il conto delle volte che Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord, è stato dichiarato moribondo, malatissimo o addirittura morto e rimpiazzato segretamente da una cabala di governo che voleva occultarne la morte. Destino, questo, toccato anche a Fidel Castro nei suoi ultimi anni di vita. E a chiunque abbia mantenuto il potere per numero di anni superiore alla media — è successo pure per il leader turco Erdogan.
È un meccanismo psicologico comprensibile: non puoi esprimere in pubblico il tuo desiderio di rimuovere/esautorare/scacciare/colpire qualcuno che solo per una mezza parola di troppo potrebbe mandarti a morte o chiuderti in una cella dalla quale uscirai solo per entrare in una fossa comune coi cadaveri di tutti quelli che hai amato e conosciuto. Puoi però pregare un’evanescente divinità che dimora tra le nuvole di punirlo al tuo posto: facendolo, ti sentirai assai virtuoso, il tiranno non potrà punirti per qualcosa che esiste nel tuo intimo e non hai proferito, e nel caso effettivamente la malattia lo colpisse, la tua fede ne verrà rafforzata. Inoltre, diffondere voci sulla malattia di un leader che della sua prorompente fisicità ha fatto un culto (basti pensare agli infiniti meme di Putin vigoroso a petto nudo, simili alla propaganda QAnonista su Trump), lo colpisce duro proprio in quell’orgoglio.
L’obiettivo delle opposizioni sarebbe perciò palese: descrivere quel virile corpo di macho post-sovietico come indebolito e squassato dalla malattia servirebbe a trasformare nell’opinione pubblica il “rude cavalcatore di orsi” in un povero malato dall’andatura claudicante e la mente folle e paranoica — in altre parole, a distruggerne il mito.

Detto questo, però, è altresì assai significativo che questa eventuale “contro-propaganda” non si limiti a specialisti e strutture della medicina ufficiale, ma tiri in ballo un surplus di rituali di sapore magico che non sarebbe necessario (e anzi rischierebbe di screditare la narrazione contro-propagandistica). Per di più, questi riti esoterici sarebbero perfettamente in linea con le frequentazioni e le simpatie di Vladimir Putin — basti solo pensare ai nazisti del Gruppo Wagner (vd. approfondimento più avanti).
Fatto sta che le corna e altri riti di sapore magico sono diventati rapidamente popolari tra i Siloviki. Uno degli interlocutori di Proekt, ex funzionario dell’amministrazione presidenziale, racconta di essere stato lui stesso ai bagni di corna nell’Altai e di avervi incontrato, tra gli altri, il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin. Grandi appassionati di queste procedure cruente sono il capo della Gazprom Alexey Miller e il suo entourage, che almeno una volta all’anno trasportano a Mosca, con un jet d’affari, container con estratto di corna dall’Altai. Un’altra destinazione popolare per i funzionari russi è più semplice: le procedure anti-invecchiamento nella località careliana di Kivach. Lì l’alcol è vietato, ma ci sono clisteri quotidiani.
(Le eccentricità New Age devono essere di moda anche fra i russi: a quanto pare, i ricchi oligarchi si sono uniformati ai “miliardari picchiatelli” della California…)

Shoigu e Putin in un meme del sito investigativo Proekt

Dai freddi delle steppe siberiane facciamo un salto al calduccio confortevole del Parlamento italiano. Ma soltanto per ritrovare lo stesso tipo di pensiero.

Prendete un corno di mucca e versateci dentro una mistura di sabbia di quarzo e letame. In primavera sotterratelo e lasciatelo lì a decomporsi fino all’autunno successivo. Tiratelo fuori e sciogliete in acqua la sostanza che trovate dentro al corno. La quantità d’acqua dev’essere enorme: duecentocinquanta litri per un solo cucchiaino di quarzo. Spargete l’acqua sui vostri campi, ma fatelo in un giorno umido e nuvoloso. Se tutto va bene, otterrete una protezione dai funghi e aumenterete il processo di formazione di humus, lo strato di terra più ricco di nutrienti”.

Questo non è il riassunto di un manuale di agricoltura medioevale, ma uno dei principî cardine della “biodinamica”, una tecnica di coltivazione che incrocia agricoltura biologica ed esoterismo. Da qualche anno l’agricoltura biodinamica è molto popolare anche in Italia: ci sono quasi 400 aziende che hanno ottenuto la certificazione di produttori biodinamici. Giornali e TV hanno dedicato decine di servizi a questa nuova tecnica, che in più di un’occasione ha ottenuto l’apprezzamento persino del ministero dell’Agricoltura.

Quello che distingue la biodinamica dall’agricoltura biologica è la componente esoterica, che si basa sull’utilizzo di nove “preparati” dalle presunte proprietà mistiche. Il “502”, per esempio, consiste in una vescica di cervo riempita con fiori di Achillea Millefoglie. La vescica deve essere sotterrata per mesi e quel che ne resta dev’essere sciolto in acqua e poi distribuito sul campo. Altri preparati si ottengono riempiendo di fiori di vario genere l’intestino di una mucca. Il “506” consiste in pezzi di corteccia all’interno del teschio di un animale domestico.

Il preparato più semplice e diffuso — quasi un simbolo dell’agricoltura biodinamica — è il “Cornoletame” o “preparato 500”, e consiste in un corno di mucca riempito di letame. Il “Cornoletame” dev’essere seppellito in un campo durante l’inverno, estratto in autunno, “dinamizzato” (cioè sciolto in acqua in quantità “omeopatiche” e poi “agitato”) e infine spruzzato sul campo. L’importanza delle corna di mucca nel preparato è spiegata da Rudolf Steiner, l’inventore del metodo:

La mucca possiede le corna in modo da poter proiettare al suo interno le forze astrali e quelle eteree che così penetrano nel suo sistema digestivo. […] In questo modo le corna si trasformano in un dispositivo che per la sua stessa inerente natura proietta all’interno della vita interiore le proprietà astrali e vitalistiche. Nel corno abbiamo un principio di vitalità radiante – anzi no, persino di astralità radiante.

Questo passaggio è molto importante per comprendere cosa sia davvero l’agricoltura biodinamica. Non si tratta infatti di un’antica tecnica tradizionale, frutto della sapienza contadina, e nemmeno di un metodo scientifico, sviluppato in laboratorio dopo esperimenti rigorosi. La biodinamica è l’invenzione di un singolo ed eccentrico personaggio con pochissime esperienze agricole, che la espose nel corso di sette lezioni tenute in una piccola cittadina della Polonia nel mese di giugno dell’anno 1924.

Chi era Rudolf Steiner

Rudolf Steiner, nato nel 1861 in quello che all’epoca era ancora Impero Austroungarico e morto nel 1925, frequentò l’Istituto tecnologico di Vienna ma senza mai riuscire a laurearsi. All’inizio della sua carriera divenne noto come critico letterario e poi come autore di libri di filosofia. Da giovane raccontò di essere stato visitato dallo spirito di una zia morta e da allora rimase affascinato dalla spiritualità. All’inizio del Novecento entrò a far parte della Società Teosofica, un culto esoterico di ispirazione indiana: i suoi aderenti credono nella fratellanza universale, nel karma, nella reincarnazione e nei “poteri latenti dell’uomo”.

Nel 1913 Steiner decise di abbandonare la Teosofia e fondò un altro culto, la Società Antroposofica, i cui dettami contemplano i soliti “poteri latenti dell’uomo” (per esempio i “sette sensi interni” oltre ai cinque tradizionali) ma senza la maggior parte degli aspetti orientaleggianti della Teosofia. Prima di morire nel 1925, Steiner ebbe anche il tempo di scrivere diverse opere teatrali misteriche e iniziatiche, di fondare una loggia massonica, di progettare due edifici monumentali, di suggerire una nuova organizzazione della società tedesca, di teorizzare un nuovo modello educativo (le “scuole steineriane”, che esistono ancora oggi in tutto il mondo), di fondare una nuova disciplina di medicina naturale (la “medicina antroposofica”, una specie di omeopatia) e, naturalmente, di elaborare i fondamenti dell’agricoltura biodinamica.

Demeter e nazisti
La biodinamica cominciò a diffondersi soprattutto dopo la morte di Steiner, grazie a due dei suoi discepoli: l’agronomo Erhard Bartsch e il chimico Franz Dreidax. Insieme nel 1928 fondarono Demeter, una cooperativa che raccoglieva i produttori di agricoltura biodinamica in Germania. A differenza di Steiner, che fu personalmente criticato da Adolf Hitler e osteggiato dall’appena nato Partito Nazionalsocialista, Demeter ebbe un rapporto molto migliore con il regime nazista.

Come ha raccontato lo storico Peter Staudenmaier nel suo libro “Between Occultism and Nazism”, l’antroposofia era vietata ai tempi del nazismo, ma l’agricoltura biodinamica riuscì a ottenere l’appoggio di diversi leader del partito, per i quali rappresentava una specie di ritorno al metodo tradizionale di coltivazione degli antichi germani. Bartsch e Dreidax erano molto apprezzati nel circolo di Rudolf Hess, uno dei più importanti gerarchi nazisti, appassionato di dottrine esoteriche e considerato uno squilibrato dagli stessi vertici del partito. Negli anni Trenta, Demeter finì sotto l’ombrello di un’organizzazione nazista che aveva come scopo riunire tutti gli sforzi mirati alla “rigenerazione dell’uomo”. Bartsch e Dreidax facevano entrambi parte del direttivo e sottoscrissero un manifesto in cui veniva spiegato che l’ideologia alla base dell’organizzazione era “il nazionalsocialismo”.
Quando nel 1941 Hess partì per il suo viaggio nel Regno Unito, i suoi nemici interni al partito si liberarono di tutte le associazioni mistiche che aveva creato. Demeter venne sciolta e la biodinamica venne proibita. Soltanto dopo la fine della guerra, Demeter sarebbe stata ricreata e la biodinamica praticata nuovamente alla luce del sole.

«Quindi funziona?»

No. L’agricoltura biodinamica è prima di tutto una forma di agricoltura biologica e quindi produce effetti simili, alcuni positivi, altri negativi: per esempio, produrre in maniera biologica è solitamente più costoso e offre una resa inferiore per ettaro. Nessuno, invece, è mai riuscito a dimostrare che le peculiarità dell’agricoltura biodinamica producano qualche effetto. Non ci sono strumenti che abbiano mai registrato “forze astrali” o “correnti eteriche” nei pressi di campi coltivati in maniera biodinamica. Per quanto riguarda la scienza, corna di vacca e vesciche di cervo restano pezzi di animali morti che possono avere un ridotto effetto positivo soltanto grazie alla loro decomposizione.

Oggi, ottant’anni dopo la sua chiusura da parte dei nazisti, Demeter International è diventata un’associazione no-profit multinazionale, diffusa in 78 Paesi e, in molti di essi, proprietaria del marchio “biodinamica”. Demeter e le varie “associazioni biodinamiche” a lei affiliate rivendicano di essere gli unici a poter assegnare la certificazione di “prodotto biodinamico”. Diverse battaglie legali sono in corso, anche in Italia, tra Demeter e i produttori che utilizzano il marchio “biodinamico” senza aver ottenuto una certificazione ufficiale. Per ottenere una certificazione da Demeter servono circa 500 euro per il primo anno.

Secondo i dati di Demeter, l’Italia è il secondo Paese al mondo per superficie coltivata con metodi biodinamici: 11.524 ettari, dietro alla Germania dove gli ettari coltivati sono più di 72 mila. Le aziende agricole che usano questa tecnica sono 390 e fatturano in tutto circa 450 milioni di euro l’anno. La biodinamica ha goduto negli ultimi anni di un’attenzione crescente nel nostro Paese, tra seminari, convegni, lezioni, articoli di giornale e servizi televisivi, tutti spesso piuttosto entusiasti. Il FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), per esempio, ha organizzato sul tema un convegno nel febbraio 2016.
Anche il governo si è interessato al tema. Nel gennaio 2016 il viceministro dell’agricoltura Andrea Olivero partecipò a un convegno organizzato dall’Associazione Biodinamica Italia, una costola di Demeter, e sul tema condivise articoli molto positivi. Lo stesso ministro dell’Agricoltura dal 2014 al 2018, Maurizio Martina, auspicò sul suo blog personale che venissero organizzati corsi universitari sull’agricoltura biodinamica.
La deriva pseudoscientifica è arrivata nelle aule parlamentari: il 20 maggio 2021 il Senato ha approvato quasi all’unanimità (unico voto contrario quello della senatrice Elena Cattaneo) il disegno di legge 988 sull’agricoltura biologica, in cui uno dei punti del testo equiparava l’agricoltura biodinamica a quella biologica.
Immediata la reazione di scienziati ancora dotati di sale in zucca, che vollero far sentire la loro voce scrivendo una lettera aperta ai senatori, ispirata da Cinzia Caporale del CNR, esperta di bioetica. Fra i firmatari, scienziati dell’Accademia dei Lincei fra cui il presidente, il fisico Giorgio Parisi, i fisici Ugo Amaldi e Luciano Maiani, Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri, l’esperto di staminali Giulio Cossu, il biotecnologo Roberto Defez.

Sangue di cervo in Russia, cornoletame in Italia, corna di bisonte negli Stati Uniti: si direbbe una rinascita mondiale dello sciamanesimo… (Quando si è troppo ignoranti e non si capisce più nulla, ci si affida agli stregoni e si ritorna al fascino degli animali dei boschi.)


Il Rossobrunismo

L’ingerenza russa ha prodotto in Italia una specifica ondata di rossobrunismo, inteso come la convergenza di opposti estremismi su temi e azioni comuni. Convergenza non simmetrica: storicamente è quasi sempre il bruno che annette il rosso. Perché sia il bruno a mangiare il rosso è evidente. Un antimperialismo rancido e strabico, il “rosso”, è totalmente messo al servizio della narrazione bruna: le democrazie liberali sono in fondo peggio delle dittature, la propaganda NATO più pervasiva di quella russa, in quanto occulta. E ancora: i dittatori, pur dittatori, combattono anche in nome della libertà dal Grande Capitale e dal Grande Reset e, in realtà, comprimendo i diritti civili del loro popolo lo accudiscono e lo preservano dalla schiavitù occidentale. Una visione squisitamente fascista.

Il problema è che le teorie che vogliono il popolo ingannato da poteri occulti e sovranazionali, e che fondono anticapitalismo di matrice comunista e antimondialismo di stampo sovranista, non sono più confinate in nicchie estremiste. Anzi, la principale caratteristica del rossobrunismo contemporaneo è proprio l’uscita dai vecchi ghetti ideologici e sperimentali e la produzione di un “senso comune” che, se si volesse scimmiottare il lessico indigeno, si potrebbe definire “mainstream”.

Il rossobrunismo di matrice complottista ha origini in Italia nei tardi Anni ’70, quando una frangia del neofascismo teorizzò l’unione di rossi e neri contro il Sistema — con la S maiuscola, entità indefinita che riassume il potere economico, finanziario e mediatico. Ne nacque anche un gruppo terroristico, Costruiamo l’azione, peraltro largamente infiltrato dai servizi segreti. Secondo Costruiamo l’azione, il Sistema era felice che i giovani di opposta fazione si sparassero tra di loro, mentre la soluzione era cominciare tutti a sparare sul Sistema, annullando tutte le differenze in nome del comune nemico (uno dei leader di Costruiamo l’azione, Sergio Calore, praticò il rossobrunismo anche in chiave matrimoniale: sposò infatti una ex brigatista rossa prima di essere misteriosamente assassinato a Tivoli nel 2010 con un colpo di piccone, circostanze mai chiarite). L’annullamento delle differenze di campo giustificato dal disvelamento del complotto che tutti ci opprime è un passaggio chiave del rossobrunismo attuale, la cui influenza sull’opinione pubblica contemporanea è facilmente misurabile.

La destra vincente a livello mondiale non è più quella legge e ordine, di tipo reaganiano. È quella che nega ogni vincolo sociale, anarco-individualista, che relativizza ogni fenomeno, che pratica l’antiscientismo e rimuove i problemi reali ascrivendoli a complotti, intrighi, mistificazioni eterodirette dell’alto. Si è visto chiaramente con la pandemia prima e la guerra in Ucraina dopo. Il risultato finale effettivo è che non esiste ragione reale di essere Sì o No Vax, pro Putin o pro Ucraina: sono considerate tutte contrapposizioni artificiose provocate dall’alto, distinzioni fasulle. Dunque: tutto quello che pensi è falso e siamo vittime di “quello che non ci dicono”. Chiaro che, su queste basi, non ha più senso nemmeno la divisione destra-sinistra, teoria che infatti è il cavallo di battaglia dell’esperimento rossobruno di maggior successo, quello del Movimento 5 Stelle.


Il Dragone e le sue strategie

Dal “50 Cent Army” allo “Spamouflage Dragon”: come la Cina conduce le sue guerre di propaganda

Spamouflage Dragon è il termine usato dai ricercatori per riferirsi a una rete multipiattaforma su cui la Cina fa affidamento per promuovere una narrativa concepita allo scopo di supportare i propri interessi tramite la proiezione di un’immagine sostanzialmente benigna, cooperativa e rispettosa del diritto internazionale.
Lo spamouflage comprende centinaia di migliaia di prodotti multimediali che fondamentalmente elogiano la Cina e criticano l’Occidente. A detta di molti analisti questo apparato propagandistico è sempre stato caratterizzato dalla bassa intensità, dalla limitata ostilità e, al contrario della dezinformatsiya ispirata dalla dottrina Gerasimov sulla “guerra ibrida” e dalla dottrina Primakov che vede il rapporto con l’Occidente come un gioco a somma zero, si è generalmente tradotto in un coinvolgimento limitato di riceventi esterni alla propria echo-chamber di utenti fittizi. Con solo poche centinaia di tweet veramente virali e solo alcune decine di video che hanno raccolto un seguito internazionale significativo, gli analisti lo hanno ritenuto fino a oggi, al contrario di quello russo, scarsamente idoneo a influenzare grandi masse di individui.
Eppure lo spamouflage si è recentemente dimostrato molto efficace a costruire nel tempo l’immagine della Cina come Paese amico e partner commerciale affidabile. Un fatto che rischia in futuro di essere utilizzato come un’arma per influenzare l’equilibrio politico e sociale dell’Europa, degli Stati Uniti e dei loro alleati, indebolendoli in funzione di un potenziale conflitto più o meno “caldo” con la Cina. Per questo motivo è necessario conoscerne la storia.

All’inizio del 2010, il mondo ha assistito a massicce proteste di cittadini inferociti che reclamavano standard di vita dignitosi sul modello dei Paesi occidentali. Queste proteste che hanno scosso l’Africa e il Medio Oriente sono conosciute come la “Primavera Araba”: una stagione rivoluzionaria diretta contro i regimi autocratici e che per la prima volta nella Storia faceva ampio uso della rete internet e dei social media. Apparentemente in salvo da questa ondata di rivolte, il Partito Comunista Cinese non ne ignorò comunque la minaccia, ma prese atto di ciò che stava accadendo in modo da dotarsi delle misure necessarie perché lo stesso non si ripetesse nell’ex Impero Celeste. Solo tre anni più tardi, nel 2013, l’appena nominato Presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping espresse la sua intenzione di dominare l’informazione online mentre il quotidiano Beijing Daily gli faceva eco, sottolineando la necessità di fare di internet il principale campo di battaglia delle lotte per il controllo dell’opinione pubblica interna. Il messaggio era chiaro: le opinioni positive sul Partito e sulle sue basi ideologiche, ovvero il marxismo e il socialismo maoista, dovevano dominare il panorama virtuale in modo che il regime non rischiasse mai di soccombere al malcontento popolare.
Fu allora che il 50 Cent Army, un gruppo di burocrati e cittadini cinesi stimato tra le alcune decine di migliaia e due milioni il cui compito era di fingersi normali utenti inondando l’internet cinese di commenti pro-regime, aumentò il numero e la portata delle sue operazioni. Uno studio di Harvard del 2017 fa luce su numeri, obiettivi e tattiche del 50 Cent Army — il cui nome sembra derivare dal fatto che i membri fossero pagati 50 centesimi a post. Anche se il gruppo era già attivo nel 2004, la sua notorietà internazionale arrivò solo nel 2014 a seguito di un data breach che coinvolse migliaia di e-mail. Fu così che i ricercatori scoprirono come circa 450 milioni di commenti pubblicati su internet in Cina provenivano in realtà da commentatori al soldo del regime. Più della metà di questi commenti era apparso su siti affiliati al Partito, mentre il resto era stato diffuso attraverso altre piattaforme di social media. Lo studio riscontrò anche alti livelli di coordinamento sia nelle tempistiche degli interventi che nel tipo di contenuti, il che ha portato gli autori a ipotizzare che questi sforzi fossero diretti dai più alti livelli del Partito.

Le tattiche utilizzate dal 50 Cent Army seguivano un principio di base molto semplice: entrare in tutte le discussioni con un potenziale di azione collettiva, ma evitando le questioni controverse o lo scontro diretto. Paradossalmente, 50 Cent Army non interveniva quasi mai per silenziare le critiche al regime, bensì agiva per dirottare i commenti in modo positivo cercando di distrarre il pubblico da questioni particolarmente delicate. Una tattica molto comune adottata da 50 Cent Army era per esempio quella di inondare le discussioni online che avrebbero potuto potenzialmente portare a proteste di massa con commenti positivi sull’attività del partito e del governo. La maggior parte degli interventi, circa l’80%, consisteva in semplici attività di cheerleading a favore della Cina, mentre solo una manciata di commenti attaccava i dissidenti interni, le nazioni e i valori occidentali. Un modus operandi completamente diverso da quello russo o nord-coreano, decisamente più aggressivi.
Sebbene la ricerca di Harvard contenga informazioni oggi piuttosto obsolete, ci dà comunque un’idea di come sia nata la propaganda del cosiddetto Great Firewall of China e di come abbia operato fino al 2019. In seguito allo scoppio dell’epidemia di Covid-19 a Wuhan, e la successiva perdita di prestigio internazionale, il regime cinese ha però sentito la necessità di riorientare la sua disinfo warfare verso l’esterno, principalmente al fine di contenere i danni. Il Partito Comunista si è da allora impegnato in una campagna di propaganda diretta verso un pubblico internazionale, inclusa ma non limitata alla diaspora cinese, e ha cercato fin da subito di screditare gli Stati Uniti, che all’epoca erano in prima linea ad accusare Pechino di aver provocato la pandemia, elaborando e diffondendo anche molte delle attuali teorie del complotto che si raccolgono sotto l’ombrello di QAnon e il movimento No-Vax
Nasce in questo periodo lo Spamouflage Dragon, la rete di spambot e fake-users cinesi, attiva primariamente su Facebook, Twitter e YouTube, che negli ultimi anni ha sostituito progressivamente la 50 Cent Army. La società di analisi mediatica Graphika è stata la prima a isolare nel 2018 questa rete, battezzandola con il nome di spamouflage in ragione del fatto che gli account falsi che la compongono hanno, almeno inizialmente, camuffato i propri messaggi politici con contenuti spam apparentemente innocui — mostrando, per esempio, gattini e giovani donne, o usando questionari e simpatici test della personalità.

L’ultima evoluzione dello spamouflage

Nel 2019 i contenuti dello spamouflage avevano già raggiunto migliaia di utenti, tra i quali esponenti politici del Regno Unito, Stati Uniti d’America, Venezuela e Pakistan. Questo è l’anno della svolta, quando per la prima volta la rete della propaganda cinese raggiunge una audience così ampia da entrare nel circuito di importanti influencer globali. A partire dallo stesso anno si può anche osservare un cambiamento tecnologico promosso integrando ai classici bot anche account dall’intelligenza artificiale più sofisticata, in grado di apparire come persone reali, dando così una parvenza di autenticità a ciò che viene pubblicato. In aggiunta ai bot, oltre all’uso di fake account aperti con il nome di noti commentatori di regime cinesi, uomini d’affari americani e famosi attori di telenovelas latino americane, la rete spamouflage inizia a utilizzare il modello del flirty fishing, creando profili di giovani donne altamente sessualizzate e interessate a discutere di geopolitica con il pubblico degli uomini occidentali di classe media e di mezza età. Questi nuovi account hanno facilitato una maggiore penetrazione della propaganda cinese in una fascia demografica di per sé già altamente suscettibile alle fake-news e al complottismo.
Dal 2020 inoltre i contenuti dello spamouflage si sono sempre più intrecciati con le narrazioni politiche statali cinesi: video diffusi attraverso la Rete sono quasi sempre accompagnati da dichiarazioni ufficiali governative. Spesso queste dichiarazioni precedono la propaganda, ma altrettanto frequentemente la seguono come rinforzo cognitivo (come nel caso del lockdown di Shangai del 2022, che ha visto diversi video in inglese e cinese celebrare l’apparente successo dell’iniziativa sia sotto il profilo dell’ordine pubblico che quello dei risultati di contenimento dei contagi).

L’uso dello spamouflage al fine di proteggere l’immagine della Cina durante la pandemia non è comunque una novità di quest’ultimo periodo. Il 14 gennaio 2020, a seguito dell’emergere di notizie sulla bassa efficacia del vaccino cinese, la rete di  spamouflage aveva reagito immediatamente, diffondendo diversi video che mettevano in dubbio la sicurezza del vaccino Pfizer-BioNTech prodotto negli Stati Uniti. Infine, nel corso del 2021, la rete di propaganda ha anche ampliato il numero di temi trattati, focalizzandosi maggiormente sulle questioni geopolitiche inerenti la rivalità con gli USA, oltre che a temi cari all’opinione pubblica sia di destra che di sinistra, come il controllo degli armamenti, l’imperialismo americano, i progressi economici dei Paesi in via di sviluppo, le battaglie in favore della diversità o la critical race theory. Appare dunque evidente che lo spamouflage stia prendendo una piega sempre più aggressiva e conflittuale nei confronti dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti, mentre nei confronti dell’Unione Europea opera in modo da creare discordia tra i suoi principali Stati membri.
Dall’inizio della guerra in Ucraina sono stati sempre di più i video che gettano una cattiva luce sull’America, presentandola come il Paese cattivo che da sempre trasgredisce il diritto internazionale, che vìola costantemente la sovranità degli altri Paesi, che persegue solo i propri interessi egemoni e soprattutto come una nazione tormentata da irrisolvibili conflitti interni causati dalla cultura woke. Anche in questo caso non si tratta di un fenomeno completamente nuovo. Per esempio, a seguito dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, lo spamouflage ha risposto con diversi video che lo definivano uno “splendido spettacolo”, citando le parole che la speaker della Camera dei Rappresentanti al Congresso americano, Nancy Pelosi, aveva usato per descrivere il movimento pro-democrazia di Hong Kong. O ancora quando pochi giorni dopo l’insediamento di Joe Biden alla presidenza un video di spamouflage affermava che le tensioni politiche americane avevano reso evidente l’ipocrisia e l’inefficenza delle democrazie occidentali. Tuttavia il recente cambio di marcia è qualitativamente impressionante: solo nel mese di Marzo 2022 decine di video in lingua inglese hanno definito gli Stati Uniti come la “più grande minaccia” alla pace mondiale. Ciò riflette un rapido cambio di ritmo e di postura nel quadro della precedentemente lenta escalation tra Stati Uniti e Cina. Non è difficile immaginare come il passo tra l’additare l’America come una minaccia e costruire una narrazione della Cina come unica salvezza per i popoli del mondo possa essere molto breve.

La Cina e la favola della morte della democrazia occidentale

In conclusione, è l’aspetto più inquietante del targeting e del content design cinese che merita la nostra attenzione: il tema unificante alla base dello spamouflage è l’idea che la democrazia sul modello occidentale sia irreparabilmente corrotta, inefficace e fallimentare, dunque nessun Paese dovrebbe adottarla, preferendo invece il modello “dittatoriale benevolo” cinese.

In alternativa, il mondo dovrebbe emulare la Cina, accettando che i principî del liberismo, del libero mercato e della partecipazione politica collettiva tramite la rappresentanza elettorale siano ingannevoli e deleteri per il benessere reale dei popoli. In buona sostanza, piuttosto che essere un’arma spuntata per interferenze elettorali, come la sua controparte russa ha più volte dimostrato di essere, lo spamouflage è stato inteso fino a oggi come un dardo avvelenato: la cheerleader dell’ascesa cinese inquadrata nella narrazione dell’inevitabile caduta dell’America e dell’Europa. In questo modo, nonostante l’apparente innocuità, si è rivelato essere uno strumento raffinato, in grado nel lungo periodo di demolire le nostre società dall’interno fomentando la polarizzazione sociale e creando delle vere e proprie quinte colonne tra la popolazione.
In questo senso il cambio di postura della Cina cui ho fatto riferimento all’inizio di questo contributo potrà essere preceduto (o seguito) da una trasformazione in senso aggressivo della sua propaganda online. Se ciò dovesse accadere, l’Occidente non sarà solo esposto al rischio di non riuscire a controbattere culturalmente l’ascesa cinese ma, nella peggiore delle ipotesi, non vedrà l’ora di essere soggiogato e plasmato a immagine e somiglianza del gigante asiatico con o senza la guerra.


Prima della pandemia e della guerra Russia-Ucraina


3 DICEMBRE 2019 / riassumendo da questo blogpost

La libertà di Internet è messa sempre più in pericolo dagli strumenti e dalle tattiche dell’autoritarismo digitale che si sono diffusi rapidamente in tutto il mondo. I regimi repressivi, gli eletti in carica con ambizioni autoritarie e i dirigenti di partito senza scrupoli hanno sfruttato gli spazi non regolamentati delle piattaforme di social media per convertirli in strumenti di distorsione politica e di controllo della società. Mentre i social media a volte sono serviti come facilitatori della discussione civica, ora si stanno inclinando pericolosamente verso l’illiberalismo, esponendo i cittadini a una repressione senza precedenti delle loro libertà fondamentali. Inoltre, una sorprendente varietà di Stati sta usando su vasta scala sofisticati strumenti per identificare e monitorare gli utenti. Il risultato di queste tendenze è che a fine 2019 la libertà globale di Internet risulta diminuita per il nono anno consecutivo.

INTERNET STA AVVELENANDO LA DEMOCRAZIA?

Questa domanda circola con insistenza ma la risposta è un secco No. La verità è che gli “avvelenatori” sono sempre di più i social media (con in testa Facebook e Twitter). I quali consentono alle persone comuni, ai gruppi civici e ai giornalisti di raggiungere un vasto pubblico a costi bassi o nulli, ma hanno anche fornito una piattaforma estremamente utile ed economica alle operazioni di influenza maligna da parte di agenti stranieri e interni. I leader politici hanno impiegato sia individui che “bot” per influenzare segretamente le opinioni online in 38 dei 65 Paesi trattati nell’ultimo “rapporto sulla libertà del web” di Freedom House: un nuovo record. In molti Paesi, l’ascesa del populismo e dell’estremismo di destra coincide con la crescita di gruppi online iperpoliticizzati che includono sia utenti autentici sia account fraudolenti o automatizzati. Questi gruppi costruiscono un vasto pubblico intorno a interessi simili, allacciano i messaggi politici a contenuti falsi o provocatori e ne coordinano la diffusione su più piattaforme.

Sono un problema sempre più comune anche le operazioni di ingerenza fuori dai confini nazionali: dopo l’ampia attenzione suscitata dall’interferenza russa sulle elezioni presidenziali USA del 2016, nel 2019 anche Cina, Iran, Arabia Saudita e un elenco crescente di altri Paesi hanno aumentato i loro sforzi per manipolare il dibattito online e per influenzare i risultati politici stranieri.
Gli agenti del caos sono senza dubbio incoraggiati dall’incapacità degli Stati democratici di aggiornare le regole sulla trasparenza e sul finanziamento, regole vitali per elezioni libere ed eque, e dall’incapacità di applicarle efficacemente alla sfera online.

Ma c’è anche e soprattutto un disegno comune preciso messo a punto in posti precisi da persone precise. Che sfrutta abilmente e scientificamente gli spazi non regolamentati delle piattaforme social.

La Russia di Vladimir Putin. La destra religiosa degli Stati Uniti. L’«internazionale» di ultradestra.

La strategia del caos globale:
una montagna di idiozie fabbricate ad arte e inoculate in Occidente sfruttando le piattaforme tecnologiche

LO SPAURACCHIO DEGLI HACKER

Abbiamo già visto come agisce il dragone, concentriamoci sugli attori più assertivi e pericolosi. E poniamoci subito una domanda di tipo “ontologico”. Come mai la Russia può contare sulla superiorità schiacciante di un esercito apparentemente sterminato di programmatori di codice ed esperti di software — i famigerati “hacker russi” —, a un livello che nemmeno gli americani possono vantare? Tanto da poter influenzare tutte le società del mondo, anche le più avanzate, usando l’informatica al posto delle vecchie testate nucleari?
Non si tratta solo della gigantesca macchina della disinformazione e delle fake-news condotta da siti come Sputnik o RussiaToday: da quando esiste Internet ci sono loro, i russi, dietro al 90% delle azioni in ogni campo del “fraud”, dallo spam all’hackeraggio al dark web. Sono i numeri uno indiscussi. Perché?

Squatting Russians

Quantomeno da un punto di vista sociologico o antropologico, alla base potrebbe esserci un fenomeno “giovanile”.
In effetti, guardiamo a come crescono e maturano i ragazzi occidentali da mezzo secolo a questa parte. Quando sei un teenager in Occidente, anche se i problemi non mancano neanche a te (violenza, droga, lo spettro di un futuro di disoccupazione, etc.), comunque la tua è una vita invidiabile: organizzi feste, compri musica, vestiti e cosmetici, vivi negli agi del consumismo, hai tutta la libertà di espressione che desideri, fai qualche lavoretto pagato, stai sempre in giro con gli amici, fai sesso, viaggi molto, vai all’università in un’altra città, fai l’Erasmus. Le città offrono mille occasioni: musei, cinema, attrazioni, biblioteche, concerti, manifestazioni, negozi, ristoranti, pub, eventi, sport…
Quando invece sei un teenager russo, passi dalla padella della devastazione del regime sovietico alla brace del post-URSS con una società di stampo fascista dominata dalle mafie e dagli oligarchi. Una San Pietroburgo o una Ekaterinburg o una Novosibirsk o una Vladivostok non sono neanche lontanamente paragonabili a una Londra, a una Parigi, a Roma, Berlino, Los Angeles, Seattle, Boston, Milano, Madrid… In tale cupezza del vivere quotidiano, senza prospettive, chiuso in casa da perfetto hikikomori, non ti resta che tuffarti nella “libertà” che ti offre il cyberspazio. E a quel punto, alla lunga, o ti suicidi o diventi un genio del software.

DALLA RUSSIA CON AFRORE

L’Internet Research Agency (IRA), altresì nota come Internet Research (Интернет исследования), è uno dei più potenti espletatori di misure attive, cioè di operazioni psicologiche, di cui il Cremlino dispone. Fondata tra il 2013 e il 2014, e presumibilmente collegata all’affarista Yevgeny Prigozhin, il “cuoco di Putin” (vedi più avanti a proposito del “Gruppo Wagner”), l’IRA ha uffici a Mosca, San Pietroburgo — dove si trova il quartier generale, nel distretto di Olgino — e in altre città della Federazione.
Scoperta dalla Novaya Gazeta nell’agosto 2013, l’IRA ha sempre mantenuto il più stretto riserbo su tutto ciò che la riguarda: sfera di attività, organico, entrate e uscite. Gole profonde e inchieste, però, ne hanno rapidamente svelato il vero volto: non una compagnia internet qualsiasi, ma una composta da uno stuolo di psico-guerrieri, hacker e troll tanto abili quanto ben retribuiti.
Negli uffici dell’IRA, da San Pietroburgo a Mosca, si trovano “brigate del Web” (Веб-бригады) che lavorano notte e giorno, ogni giorno, per diffondere bufale, spargere semi-verità, produrre contenuti divisivi e materiale propagandistico. E lo fanno, ricevendo compensi elevati, allo scopo di manipolare e condizionare gusti, valori e idee dell’opinione pubblica propria e occidentale, anelando al compattamento della prima e alla frammentazione, o meglio alla polarizzazione, della seconda.

I numeri dell’IRA, stando alle inchieste dei giornalisti investigativi sia occidentali che russi, sarebbero di natura astronomica. (Va utilizzato il condizionale perché quando si scrive e si parla dell’IRA nulla è certo, tutto è speculazione. Troppo è, infatti, il mistero che la circonda.) Nella sola San Pietroburgo, dove le inchieste giornalistiche avrebbero scoperto almeno tre edifici adibiti a uffici multipiano, lavorerebbe un piccolo esercito. Perché uno solo di questi palazzi-ufficio, localizzato in strada Savushkina, sarebbe il contenitore di più di mille dipendenti.
Circa o più di mille persone a edificio, nella consapevolezza che ne esistono altri a Mosca, di simili dimensioni, e in città minori, di stazza ignota, fanno una squadra notevole, sicuramente superiore alle cinquemila unità. E si tratta di persone che, sempre secondo le inchieste, lavorerebbero su turni anche di dodici ore al giorno, perseguendo obiettivi diari elevati: almeno cento commenti e almeno dieci post per ogni profilo (falso) posseduto. Obiettivi che, se raggiunti (e superati), significano premi produttività a fine mese.

Ma che cosa fanno, di preciso, i troll e gli psico-guerrieri dell’IRA? Aprono profili falsi nelle principali piattaforme social occidentali, come Facebook e Twitter, che poi utilizzano per creare gruppi di denuncia, di controinformazione e di protesta politica, per intasare di commenti stordenti le pagine della vittima di turno e per realizzare post virali dall’alto potenziale disinformativo.
Gli obiettivi degli assalti virtuali variano a seconda della contingenza, ma l’analisi dei movimenti e delle azioni dei troll del Cremlino ha appurato che, spesso e volentieri, riguardano l’incitamento alla protesta, l’alimentazione di tensioni interrazziali, la diffusione di tensione tra le categorie sociali e la propagazione di spaesamento in occasione di importanti appuntamenti elettorali.
Quando si tratta di relazioni internazionali, le brigate del web promuovono delle narrative contrarie a quelle occidentali, mentre quando il tema sul tavolo è la politica domestica russa si accendono fari sulle (pochissime) figure dell’opposizione non controllata e si elogiano le scelte della presidenza Putin, nascondendone e/o minimizzandone i lati controversi.
Sebbene l’IRA operi in tutto l’Occidente, è negli Stati Uniti che ha concentrato il grosso delle misure attive fra il 2014 e il 2020, dedicandosi primariamente a confondere l’elettorato in sede di voto e a polarizzare (ulteriormente) la società su tematiche pungenti e per loro natura divisive come aborto, brutalità poliziesca, diritti arcobaleno, relazioni interrazziali e vaccini.

Tra i maggiori successi dell’IRA in terra americana figurano:

  • Alcuni cortei e marce organizzati nell’aprile 2016 fra Baltimora e New York per protestare contro la morte degli afroamericani Freddie Gray e India Cummings. Cortei e marce organizzati da Blacktivist, una pagina Facebook che successivamente è stata ricollegata all’IRA.
  • Due marce di protesta avvenute a Houston nel maggio 2016, una favorevole e una contraria all’apertura di un centro islamico in città, entrambe organizzate in Rete. Organizzate all’interno di due gruppi Facebook gestiti da profili dell’IRA.
  • Un corteo arcobaleno contro la Chiesa battista di Westboro nel maggio 2016, organizzato da un gruppo — LGBT United — poi risultato appartenere all’IRA.
  • Un corteo davanti alla Casa Bianca per chiedere sicurezza per i musulmani, avvenuto il 3 settembre 2016, e organizzato dal gruppo Facebook “United Muslims of America”, poi risultato appartenere all’IRA.
  • La realizzazione di un gruppo Facebook abbastanza longevo, BlackMattersUS, che, tra le tante azioni, il 12 novembre 2016 fu capace di radunare diecimila persone a Manhattan per protestare contro il razzismo.
  • L’organizzazione di marce appositamente concepite per degenerare in scontri, dunque per fornire ai media di tutto il mondo materiale con cui dipingere negativamente gli Stati Uniti. Una tattica tanto intelligente quanto diabolica, perfezionata nel tempo, con la quale l’IRA è riuscita a portare periodicamente in piazza, nello stesso giorno, suprematisti bianchi e neri, fondamentalisti evangelici ed estremisti arcobaleno, xenofobi e fautori dell’accoglienza, sostenitori delle forze dell’ordine e tifosi del Defund the police.

Si sapeva dunque perfettamente che Vladimir Putin fosse l’agente-in-capo del caos globale, e oltre che dall’IRA e strutture analoghe, si può dedurre mettendo in fila i pezzi e raccontando i risultati delle inchieste americane, a cominciare da quelle del FBI e del Procuratore speciale Robert Mueller. Ma ora c’è anche il nome, grazie al New York Times: «Unità 29155». È la divisione dei servizi segreti russi che dal 2009 coordina la campagna globale del Cremlino per destabilizzare l’Occidente.
Il New York Times ha ricostruito un pezzo di storia di un’unità segreta russa responsabile di alcuni crimini commessi in Europa e che per molto tempo erano stati ritenuti episodi non collegati tra loro. Basandosi sulle informazioni ottenute da diverse fonti rimaste anonime, il giornalista Michael Schwirtz ha raccontato per la prima volta quello che si sa dell’Unità 29155, una parte dei servizi segreti militari russi, specializzata in sovversione, sabotaggi e omicidi mirati, con l’apparente obiettivo di turbare l’equilibrio dell’Europa e del suo ordine democratico e liberale.

Oltre a coordinare (e coordinarsi con) le altre entità del Cremlino impegnate nell’intossicazione dell’Occidente attraverso una poderosa infodemia, questa divisione agisce sul campo con propri agenti. Le quattro operazioni dirette finora attribuite con certezza all’Unità 29155 sono state compiute negli ultimi anni in diversi Paesi europei: sono la destabilizzazione della Moldavia, con il forte appoggio a partiti antieuropei; l’avvelenamento di Emilian Gebrev, trafficante d’armi bulgaro; il tentato colpo di Stato in Montenegro, con l’uccisione del primo ministro e l’occupazione dell’edificio del Parlamento; il tentato omicidio di Sergei Skripal, ex spia russa avvelenata con il novichok.

Secondo la ricostruzione del New York Times, l’Unità 29155 opera a sua volta all’interno della struttura dell’intelligence militare russa, più nota in Occidente con sigla GRU, responsabile tra le altre cose delle interferenze nelle elezioni statunitensi del 2016 e dell’annessione della Crimea alla Russia, nel 2014. Rispetto alle unità incaricate di operare negli Stati Uniti, la 29155 è dedicata espressamente all’Europa: è formata da alcuni militari che negli ultimi quarant’anni hanno partecipato ai conflitti più violenti combattuti dalla Russia, tra cui le guerre in Afghanistan, Cecenia e Ucraina.

Nonostante l’unità sia stata identificata per la prima volta dopo il tentato colpo di Stato in Montenegro, nel 2016, l’intelligence europea cominciò a legarla a diversi crimini commessi in Europa solo dopo l’avvelenamento di Sergej Skripal e della figlia, avvenuto a Salisbury, in Inghilterra, nel marzo 2018. Da indagini successive, gli investigatori scoprirono infatti che un anno prima dell’avvelenamento tre operativi dell’unità viaggiarono nel Regno Unito, forse per raccogliere informazioni. Due di loro, identificati con gli alias Sergej Pavlov e Sergej Fedotov, erano stati parte del gruppo che nel 2015 aveva tentato di uccidere per due volte il trafficante di armi bulgaro Emilian Gebrev: una a Sofia, la capitale della Bulgaria, l’altra un mese dopo nella sua casa sul Mar Nero.


Il “ventre molle” italiano

FONTE: “L’influenza russa sulla cultura, sul mondo accademico e sui think tank italiani”, research paper dell’Istituto Gino Germani

“Neo-Euroasianisti” e “Russlandversteher

Disinformazione, falsificazioni, grandi processi farsa, cooptazione del mondo accademico occidentale, guerre cibernetiche: c’è una continuità profonda tra i metodi sovietici e quelli della Russia di Putin — non a caso, ex-agente del servizio segreto dell’URSS egli stesso.
L’aspetto preoccupante è la profondità della penetrazione in Italia, Paese in cui gli intellettuali ed esperti di politica estera filo-russi presenti sono divisi in due grandi categorie: i “neo-Euroasianisti” e i “Russlandversteher”.
Quest’ultimo termine, nato nel dibattito politico tedesco recente, viene reso normalmente con “simpatizzante della Russia”, ma più letteralmente è “uno che comprende la Russia”, nel senso che non solo comprende le ragioni della Russia, ma le ritiene legittime, e ne spiega appunto questa legittimità. In Italia il termine ha assunto una sfumatura ulteriore: non si tratta solo di spiegare la legittimità degli interessi russi, ma anche di convincere gli italiani che questi interessi sono complementari a quelli del nostro Paese, o che per difendere gli interessi del nostro Paese ci potrebbe essere utile fare sponda con certi interessi del Cremlino che vengono a essere coincidenti.
Per comprendere invece cosa sia un “neo-Euroasianista” bisogna fare un passo di lato e accennare all’«Euroasianismo» (detto anche «Euroasiatismo») vero e proprio.
I Russi sono un popolo orientale che ha una diversa concezione dell’esistenza. A causa delle dimensioni del territorio, l’idea di proprietà è del tutto diversa. La proprietà delle persone come “cose” fa parte di questa cultura di base. Per secoli sono appartenuti a dei padroni, e poi sono appartenuti al Partito. I Russi hanno sempre bisogno di un dominatore, di un timoniere forte. Questa terra è un intreccio di tre elementi. Il primo è l’autocrazia: governo forte, uomo forte, un papà, uno zio, un Segretario del PCUS, un responsabile di kombinat, un capo di kolkhoz o di sovkhoz. Il secondo elemento è il territorio, la patria, l’amore per il proprio Paese e così via. Il terzo elemento è l’ideologia, politica o religiosa, che tiene insieme lo spirito popolare. Fra Chiesa e Partito Comunista, Dio e Comunismo, non c’è molta differenza. Se guardiamo la storia della Russia, troviamo sempre questi elementi uniti. È l’unico modo per tenere insieme la Russia: se togli un elemento, il Paese crolla.

Ivan Il’in

E infatti nel dopo-URSS c’è pure l’ideologia sostitutiva già pronta, rimasta in un cassetto per un secolo, oscurata dall’imbroglio bolscevico del Comunismo. Per esempio gli scritti del filosofo religioso Ivan Il’in, fervente antisovietico, il quale credeva che la nuova identità nazionale russa si dovesse basare sulla fede ortodossa e sul patriottismo. O anche gli scritti di linguisti, storici ed economisti come Trubeckoj, Vernadskij e Savickij, e soprattutto dell’etnologo Lev Gumilëv, figlio della celebre poetessa Anna Achmatova, “l’ultimo eurasiatista” come amava definirsi: sostengono tutti la natura unica della Russia in quanto fusione delle culture slava, europea e turca dopo secoli di invasioni delle orde mongole. Questi pensatori sottolineano l’unicità del percorso eurasiatico russo, promuovendo la filosofia dell’«Eurasianismo» come alternativa all’Atlantismo dell’Occidente. Tanto che oggi in Russia si è fatta strada l’idea, tanto tra la classe intellettuale quanto tra la gente comune, che la civiltà russa non sia né europea né asiatica, ma per l’appunto “eurasiatica”.

Ivan Il’in è il faro filosofico di Putin e della sua cerchia, il più citato. E Il’in è stato un appassionato sostenitore del fascismo — non solo negli anni Venti quando sviluppò le sue principali teorie, ma anche dopo la guerra, fino alla morte avvenuta nel 1954 —. Il fatto è che Il’in, seguace di Kant e di Hegel, sviluppò poi teorie tutte sue, riprese e spesso citate da Vladimir Putin. Principalmente l’idea del ruolo secolare della Russia, della sua lotta contro i nemici che vogliono sempre impedirle di conseguire la sua missione. Che alla fine è quella di costituire una specie di impero su un vastissimo territorio per permettere «il ritorno di Dio» (vd approfondimento a fondo pagina). Lo storico Timothy Snyder dell’Università di Yale che lo ha studiato a fondo parla di un “fascismo russo”. E sottolinea alcuni concetti espressi dal filosofo che, evidentemente, oggi possono essere apprezzati molto dal signore del Cremlino: «Credeva che uomini audaci possono cambiare una realtà debole e imperfetta con azioni audaci».
Il’in completò la sua teoria del fascismo concludendo che la Russia era «l’unica nazione non corrotta e indebolita al mondo». Da una piccola regione attorno a Mosca, la Russia si era sviluppata in un impero ideale. Il’in era convinto che si fosse espansa senza attaccare nessuno pur essendo costantemente sotto attacco da tutte le parti. La Russia era la vittima perché gli altri Paesi non coglievano «le virtù che stava difendendo acquisendo maggiori territori».
Per Il’in, la Russia doveva essere governata da un capo indiscusso e indiscutibile. Le elezioni dovevano avere l’unico scopo di «confermare la subordinazione del popolo». La concezione del filosofo del «ritorno della Russia a Dio» richiedeva l’«abbandono non solo dell’individualità e della pluralità ma anche dell’umanità». Insomma, per raggiungere uno scopo superiore si può passare sopra a qualsiasi cosa: idee nelle quali certamente credevano Mussolini e Hitler.

I “neo-Euroasianisti” italiani hanno visioni radicali filo-Mosca e anti-occidentali. Sono spesso ammiratori di Aleksandr Dugin (cfr. più avanti), percepiscono la Russia di Putin come un modello sociale e politico, nonché un potenziale alleato contro l’UE e le «élite globaliste» che avrebbero «impoverito l’Italia privandola della sua sovranità». I neo-Euroasianisti esprimono opinioni radicali anti-NATO e anti-UE e invocano un’alleanza strategica tra Europa e Russia.
I “Russlandversteher” italiani, invece, hanno una posizione filo-russa moderata e pragmatica, spesso basata su considerazioni di realpolitik. Tendono a percepire che: A) la Russia è un’opportunità piuttosto che una minaccia; B) l’Occidente è in gran parte responsabile delle rivoluzioni ucraine e dell’attuale crisi nelle relazioni Russia-Ovest; e C) anche se l’Italia è un membro della NATO e dell’UE, ha bisogno di avere un “rapporto speciale” con la Russia come garanzia energetica. Anche in questa componente c’è una traccia di risentimento per l’Europa a guida tedesca, che spesso si unisce infatti a simpatie per Trump o per la Brexit. Una idea abbastanza diffusa tra i Russlandversteher è però soprattutto quella secondo cui i veri nemici dell’Occidente sono la Cina e/o l’Islam radicale, piuttosto che Putin. Il quale, secondo questa visione, può invece essere un “utile alleato”: una suggestione sempre presente è quella dello schema triangolare con cui Kissinger, da Segretario di Stato di Nixon, impostò l’alleanza tra Occidente e Cina maoista contro l’URSS, facendo prevalere la convergenza di interessi strategici sulla purezza ideologica. Compito dell’Italia dovrebbe essere dunque quello di far capire a USA e Occidente questa opportunità.

Le posizioni del primo tipo sono minoritarie, sebbene in espansione, e tendono oggi a essere collocabili in un’area ideologica di destra, in contrasto con la storia novecentesca in cui l’ideologia filo-russa era notoriamente ancorata a sinistra. Quelle del secondo tipo sono invece diffuse ovunque.

La storia dei sentimenti filo-russi in Italia è d’altronde molto antica: il 24 ottobre del 1909 il re Vittorio Emanuele III e lo zar Nicola II firmarono a Racconigi un’alleanza tra Italia e Impero Zarista, e al di là degli slogan ufficiali su antibolscevismo e antifascismo anche Mussolini tentò di fare sponda con Stalin per controbilanciare lo strapotere di Hitler, prima di arrivare alla dichiarazione di guerra. La macchina di propaganda del regime fascista, pronta a pompare le malefatte dei “rossi” in Spagna, tacque per esempio sull’Holodomor, il genocidio per fame in Ucraina del 1932-33. E anche le relazioni economiche tra Italia fascista e URSS si mantennero sempre floride.
Nel secondo dopoguerra, durante la Prima Repubblica, i governi a guida democristiana legarono l’Italia alla NATO e alla Comunità Economica Europea e i partiti della maggioranza usarono spesso anche la propaganda antisovietica in campagna elettorale; tuttavia, da Enrico Mattei fino a Togliattigrad, continuarono a fare affari col blocco comunista in quantità. Un atteggiamento di fatto filo-russo che non era ostile all’Occidente. Accanto a questo, il PCI gramsciano e togliattiano tra il 1944 e il 1989 cercò di costruire una “egemonia culturale” in cui era presente non solo l’esaltazione del Socialismo Reale, ma anche una continua denigrazione dell’American Way of Life, e poi in generale del “consumismo occidentale”.
Quello che dopo il 1991 si caratterizza come “Eurasianismo/Russlandversteher” riprende in pratica questo humus culturale, facendolo però virare da sinistra a destra (e dal rosso al rossobruno). Restano l’avversione verso il capitalismo, la democrazia liberale, la cultura USA, l’integrazione europea. Piuttosto che basati su slogan come il no a imperialismo e sfruttamento del proletariato, tuttavia, vengono ancorati a temi come la difesa dei valori cristiani tradizionali contro la globalizzazione, l’immigrazione, il femminismo, le teorie gender e le lotte LGBT+.

L’ESCALATION ITALIANA

Uno dei pionieri italiani di questo movimento è Claudio Mutti: ex attivista di estrema destra, esperto di lingue ugro-finniche e fondatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro, con cui oltre a testi di Corneliu Codreanu, Julius Evola, Pierre Drieu La Rochelle (e perfino Adolf Hitler), pubblica anche, nel 1991, la prima traduzione in italiano di un’antologia di saggi di Dugin.
Altri personaggi di riferimento sono gli ex dirigenti del MSI Carlo Terracciano e il neofascista milanese Maurizio Murelli, e l’esperto di geopolitica Tiberio Graziani. Il loro momento arriva in particolare al tempo dell’intervento di Bush in Iraq, quando la loro campagna anti-USA riesce a collegarsi a settori di estrema sinistra del cosiddetto Campo Antimperialista. Su questa medesima ondata, nel 2004 Mutti e Graziani fondano Eurasia – Rivista di studi geopolitici, che apre il suo primo numero con un saggio di — ancora lui, sempre lui — Aleksandr Gel’evič Dugin.
Varie intelligenze di questa area iniziano a penetrare anche nella Lega, specie dopo che nel 1999 Umberto Bossi, in occasione della crisi del Kosovo, ha preso posizioni filo-serbe. In particolare, a lavorare per il collegamento tra Eurasianismo, Lega e Dugin è il giornalista Gianluca Savoini. Nel 2001 il processo si arresta temporaneamente, quando la Lega di Bossi decide di tornare con Berlusconi in un’alleanza occidentalista, e dopo gli attentati alle Torri Gemelle appoggia anche l’intervento USA in Afghanistan. Berlusconi, attraverso il rapporto personale che stabilisce con Putin, ha poi a sua volta una sterzata filo-russa, anche se più del tipo Russlandversteher.
L’animosità nel centro-destra italiano verso i tradizionali alleati occidentali cresce dopo che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sono indicati come mandanti di un “golpe anti-berlusconiano”, e si accresce quando la Primavera Araba crea un contraccolpo di rifugiati che investe in pieno l’Italia. Il parossismo è toccato con la crisi economica innescata nel 2008 dai mutui subprime e dal crac Lehman, crisi il cui peggioramento in Europa è imputato alle rigidità tedesche.
Su questa base, il 15 dicembre 2013 a Torino, Matteo Salvini è eletto segretario di una Lega lanciata verso una nuova proiezione nazionalista-sovranista, in un congresso dove tra gli ospiti d’onore figurano Viktor Zubarev (deputato del partito putiniano Russia Unita) e Alexey Komov (fiduciario dell’oligarca Konstantin Malofeev). Il ruolo di Savoini e della sua associazione Lombardia-Russia cresce, prima di andare a sbattere sulle intercettazioni dell’Hotel Metropol.

Nel frattempo, dopo la “rivoluzione colorata” in Georgia del 2003 e quella in Ucraina del 2004, Putin risponde richiamando in vita — modernizzandolo — l’apparato delle “misure attive” di epoca sovietica, appoggiandovi strumenti nuovi come il canale all-news RussiaToday (TV satellitare dotata di un seguitissimo portale in inglese), l’agenzia Sputnik (media company multicanale — radio, agenzia, sito web — che vanta persino un’edizione italiana; RussiaToday e Sputnik News sono controllate direttamente dal Cremlino tramite l’agenzia stampa Rossiya Segodnya) e una serie di fondazioni e istituti.
Oltre a Sputnik e RussiaToday, uno dei centri propulsori delle campagne di disinformazione è News-Front, un network composto da sito internet e account social, gestito dal servizio di sicurezza federale russo (FSB) e con sede nella Crimea occupata dalla Russia. Prima che venissero rimossi, i canali YouTube controllati da News-Front avevano raggiunto quasi mezzo milione di abbonati e mezzo miliardo di visualizzazioni totali. News-Front è accompagnato da altri network editoriali come New Eastern Outlook e Oriental Review, che sarebbero emanazione del servizio segreto straniero russo (SVR), e Rebel Inside, controllato dal GRU, l’agenzia di intelligence militare della Russia.

L’architettura della propaganda putiniana utilizza anche media privati che fanno capo a miliardari moscoviti. In particolare a Konstantin Malofeev, oligarca e finanziere con la passione per l’informazione. Tsargrad è la holding che dà il nome a una delle emittenti (“Tsargrad” è la versione russo-ortodossa di Costantinopoli/Istanbul). Ma poi c’è soprattutto il “centro analitico” Katehon, un sito in varie lingue che oltre a diffondere la magnificenza di Putin è strumento del conservatorismo dell’estrema destra sovranista in tutta Europa.
Tra i collaboratori di Katehon c’erano per esempio Marine Le Pen, la leader francese del Rassemblement National (in passato Front National), alleata da tempo con Salvini. Fino al 2019 una pagina era dedicata alle firme esterne, oggi è scomparsa. Dall’Italia scrivevano invece Alessandro Fiore, figlio del leader nero Roberto, storico capo dell’estrema destra italiana, e alcuni giornalisti di CasaPound. Anche l’immancabile Gianluca Savoini è comparso di tanto in tanto sulle pagine web di Katehon.

Uno degli aspetti più interessanti è il tentativo di “ripulire” la propria immagine per renderla più rispettabile e apparentemente neutrale, non solo con il cambio di nome. Infatti, nel corso degli anni, i giornalisti e autori russi sono stati progressivamente sostituiti con presentatori e articolisti occidentali, spesso appena usciti dalle scuole di giornalismo, strapagati nonostante la scarsa esperienza e quindi entusiasti di aderire alla linea editoriale dettata da Mosca.
Questo fenomeno è stato studiato da ricercatori di Oxford e confermato dalle dimissioni di molti dipendenti di RT a Berlino e Londra, che hanno ammesso il modus operandi dell’emittente.

Ma esiste un nutrito sottobosco di siti e piattaforme legati più o meno apertamente al governo russo, una vera costellazione di disinformazione. Per esempio, il sito canadese Global research, diretta emanazione dei servizi militari GRU, i cui funzionari scrivevano articoli sotto pseudonimo. Spicca la Strategic Culture Foundation, che dal 2010 pubblica contenuti in inglese e dal 2018 è stata ripulita da autori con nomi russi, a favore di anglofoni o comunque occidentali, per infondere maggiore fiducia nei lettori.
Si tratta spesso di individui senza la minima competenza, come tale Finian Cunningham, un irlandese specializzato in chimica agricola che per qualche ragione è divenuto il secondo autore più prolifico con oltre 550 articoli in cui, per esempio, definisce gli Stati Uniti uno “Stato canaglia fuorilegge”, invoca rispetto per la Corea del Nord e definisce Putin un “vero statista globale”.
Quando ha potuto, la Strategic Culture Foundation ha ingaggiato anche militari occidentali in congedo come l’ex attaché australiano in Pakistan Brian Cloughley. Non è difficile trovare qualche ufficiale in pensione disposto a sostenere tesi controverse per un po’ di visibilità, come fa per sincera convinzione il generale Fabio Mini sul Fatto Quotidiano. In questo caso non c’è una longa manus russa, ma i titoli segnalano una linea editoriale volta ad aumentare i lettori filoputiniani e antiamericani.

Accanto a questi, vengono finanziati in tutta Europa — a volte con cifre risibili, non superiori ai 500/700 euro al mese per i più fortunati — una miriade di microblog e micrositi web che non fanno altro che amplificare questa echo-chamber, moltiplicandone incontrollabilmente i contenuti. Si spacciano per “media alternativi”, e le loro banalità (finanziate dal Cremlino) le chiamano “controinformazione”. «Aprite gli occhi!1!!», «Non fatevi ingannare!1!» sono alcuni dei tipici urli di battaglia sui social. Mosca ci sguazza: Breznev o Andropov avrebbero sognato uno strumento come i social network.
La loro funzione dichiarata è offrire un punto di vista alternativo a quello dei media occidentali. E i loro lettori occidentali sono cresciuti in maniera esponenziale negli ultimi anni, in parallelo con il montare in USA ed Europa di quell’ondata sovranista che ha visto in Putin un punto di riferimento da contrapporre, in maniera a volte messianica, alle proprie classi dirigenti tradizionali.

In Italia Pandora TV, condotta tra il 2014 e il 2020 da Giulietto Chiesa, è stata un riuscito esperimento per sondare la capacità di penetrazione dell’opinione pubblica italiana, con messaggi visceralmente antiamericani. Il canale si serviva dei video forniti da Ruptly, un’agenzia controllata da Russia Today, per distribuire contenuti prodotti da Mosca.
Come in una matrioska, Ruptly controlla a sua volta la piattaforma Redfish, creata appositamente per avvicinare militanti di sinistra europei all’ideologia “rossobruna”. Infatti, i contenuti di Redfish sono volutamente incentrati sulla critica all’imperialismo americano e a denunciare l’ipocrisia occidentale senza sembrare legati a Mosca.
Uno dei post di maggior successo di Redfish è diventato virale su Instagram all’inizio dell’invasione dell’Ucraina, con una mappa che mostrava i bombardamenti nel mondo nelle ultime 48 ore e insieme all’Ucraina elencava Siria, Yemen e Somalia. Il post recitava: “condanna la guerra ovunque”. (La propaganda russa opera su più livelli: alcuni apertamente filorussi e altri più ambigui, tesi a delegittimare l’avversario.) Il sottile messaggio subliminale di questo post, condiviso da molti ignari cittadini europei, era il seguente: “le guerre ci sono in tutto il mondo e quella in Ucraina non è più importante delle altre”.
Obiettivo di Mosca è anche quello di portare dalla sua parte altri segmenti del mondo, tra cui la Nigeria, l’India e i Paesi arabi, le cui società emergenti tendono a simpatizzare con il modello proposto dalla Russia.

Dove l’azione di questi network è più facile è all’Est, nelle democrazie più giovani e non ancora consolidate — quando non già precipitate nell’illiberalismo —. In Repubblica Ceca esistono centinaia di siti che diffondono disinformazione, divisi in due gruppi: i siti sulle teorie del complotto, che appaiono come blog di carattere non professionale, e i media alternativi, che si presentano come contrapposti ai “media nazionali schierati e di parte” e vantano un maggior numero di lettori. In Ungheria e in Moldova, le fonti di disinformazione sono anche i siti delle organizzazioni non-governative finanziate dalla Russia, ma i media nazionali (come l’agenzia di stampa statale ungherese MTI) sono tutt’altro che impermeabili all’informazione manipolata. La stessa situazione vige in Polonia. In alcuni casi i media russi hanno gli strumenti per spargere fake-news direttamente: per esempio in Moldova trasmettono i canali televisivi russi Pervy kanal (primo canale), NTV e Rossiya.
I modus operandi sono comuni in tutti i Paesi “inquinati”: la copertura distorta degli eventi, la manipolazione con fatti o emozioni, lo sfruttamento di paure o punti dolenti, l’unione di eventi che non hanno alcun tipo di connessione tra loro, i riferimenti a fonti contestabili e/o l’assenza di riferimenti, il ricorso agli pseudo-esperti, il mancato confine fra il punto di vista d’autore e i fatti.

La struttura che “inquina” l’Italia

Il Cremlino conduce dai primi anni Duemila un’operazione di “contaminazione” attraverso la promozione della cultura russa. Una promozione che nasconde i reali obiettivi di istituti, centri culturali, fondazioni e associazioni, emanazione diretta del governo di Putin, e che ha coinvolto, in Italia, settori dell’economia, ma anche della società e parte della nostra classe dirigente.
La Russia ha costruito un modello di propaganda che sfrutta un doppio binario. Il primo visibile, riconoscibile nei suoi tratti radicali, fondato sulla disinformazione, diffusa dai gruppi editoriali controllati dal Cremlino o dagli oligarchi della cerchia di Putin. Il secondo impercettibile, almeno a prima vista. Entrambi servono ad accreditare le sue politiche all’estero e a influenzare le elezioni negli Stati tradizionalmente ostili del blocco atlantico.
I ministeri degli Esteri e della Cultura russi utilizzano lo straordinario patrimonio letterario, artistico, scientifico russo come strumento per entrare in contatto con le istituzioni dei Paesi occidentali. È l’abito elegante indossato dalla propaganda, che attraverso il fascino delle arti parla al cuore e non mira a suscitare pulsioni sovraniste come nel caso della disinformazione.
A capo di questi centri-satelliti Putin ha voluto solo persone di esclusiva fiducia, giornalisti specialmente. La definizione è “soft power”, l’arte diplomatica di influenzare uno Stato estero con un’attività culturale che, esaltando le doti della Russia, ha permesso al Cremlino, per esempio, di relazionarsi con le istituzioni e la classe dirigente italiana.

All’apice di questo sistema c’è un’agenzia federale, Rossotrudnichestvo. Agisce per conto del ministero degli Esteri e si occupa ufficialmente di cooperazione internazionale e di scambi culturali. Rossotrudnichestvo in Italia è conosciuta con il nome più immediato di “Centro russo di scienza e cultura” e ha sede a Roma in un bel palazzo storico del XVI Secolo.
Per molti anni il direttore della succursale romana era Oleg Osipov: corrispondente dell’agenzia di stampa russa Tass, controllata dal governo. «Abbiamo contatti in diversi settori e livelli: municipi di città, università, scuole, teatri di tutta Italia, associazioni di amicizia Italia-Russia (tra cui le associazioni ex Urss-Italia), organizzazioni di compatrioti russi, ambasciate straniere, aziende commerciali, banche», aveva dichiarato nel 2017 dettagliando così il capitale relazionale accumulato negli anni. Nella stessa intervista, poi, aveva esplicitato il reale scopo del centro: «Contro di noi esiste una guerra ideologica che è stata condotta per molto tempo e ha dato risultati negativi. Coloro che l’hanno ideata sono malati di questa guerra ideologica. Attualmente noi russi stiamo applicando il “soft power”, invenzione dell’occidente a cui tutti erano predisposti fino a quando la Russia non lo possedeva».

La figlia di Osipov, Irina Osipova, è stata candidata con Fratelli d’Italia alle elezioni comunali di Roma nel 2016. Si era avvicinata alla Lega e al movimento neofascista CasaPound. Irina ha sostenuto la causa filorussa nel Donbass incontrando lì alcuni militanti dell’estrema destra italiana partiti per combattere con le milizie filorusse.

Rossotrudnichestvo è accompagnata nella sua missione da Russkij Mir Fund, fondazione costituita con decreto da Putin nel 2007, che vive di fondi statali e finanzia nel mondo progetti sulla lingua e la cultura russa (per approfondire il concetto di Russkij Mir, vedere a fondo pagina). La fondazione è attiva anche in Italia. Ha collaborato con le università italiane, ha sponsorizzato premi con istituti di credito e importanti case editrici. Fino al 2012 ha avuto a disposizione alcuni locali nel complesso universitario della Sapienza di Roma. Secondo diversi esperti e analisti, al pari della Rossotrudnichestvo è usata dal governo russo per esercitare soft power sulle istituzioni dei Paesi occidentali.

Di recente al posto di Osipov il Cremlino ha nominato una donna per dirigere il Centro russo di scienza e cultura. Si chiama Daria Puskova, giornalista anche lei, figlia di Aleksej Puskov, esponente del partito putiniano Russia unita, politico di lungo corso e particolarmente legato al presidente.
Puskov è considerato anche uno dei contatti dei leghisti filorussi: in particolare Claudio D’Amico avrebbe rapporti privilegiati con lui. D’Amico è tra i fondatori dell’associazione Lombardia-Russia insieme a Gianluca Savoini, l’ex portavoce di Salvini protagonista della trattativa dell’hotel Metropol. D’Amico durante il governo Cinquestelle-Lega era stato chiamato da Salvini a palazzo Chigi come “consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale”. In una recente intervista vantava di aver presentato lui Putin al leader della Lega. Di certo è stato tra gli osservatori sul referendum per l’autodeterminazione della Crimea contesa nel 2014.

La biblioteca del centro Rossotrudnichestvo a Roma

L’agenzia federale Rossotrudnichestvo è stata voluta nel 2008 dall’allora presidente Dmitri Medvedev, amico e fedelissimo di Putin, attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza nazionale.
Il direttore è Yevgeny Primakov, giornalista passato dall’agenzia di stampa Tass. È nipote d’arte: il nonno era Yevgeny Maksimovich Primakov, deceduto nel 2015, capo del servizio centrale dell’intelligence dell’Unione Sovietica e ministro degli Esteri. Primakov senior è il padre della “dottrina Primakov”, fondata sull’idea di una Russia indipendente dalla sfera di influenza occidentale e perno di un sistema multipolare di alleanze strategiche per controbilanciare il potere degli Stati Uniti dopo la dissoluzione dell’URSS. Dottrina che ispira la politica estera di Putin.

La vice di Primakov junior nell’agenzia Rossotrudnichestvo si chiama Natalia Poklonskaja. In patria è conosciuta come la “dama di ferro” di Putin. Riconoscimento guadagnato sul campo con il costo altissimo di rischiare il carcere nel suo Paese di origine, l’Ucraina, dopo che da membro dell’ufficio del procuratore di Kiev ha appoggiato l’indipendenza della Crimea e il Cremlino l’ha nominata procuratrice generale della Crimea. Colpita da sanzioni per questo, è stata poi eletta alla Duma. Per il governo ucraino è una criminale, colpevole di «azioni intraprese per modificare o rovesciare con la forza l’ordine costituzionale o impadronirsi del potere statale, nonché cospirazione per compiere tali atti». Così riportava l’agenzia Tass in un lancio in cui annunciava l’inserimento di Poklonskaya nell’elenco dei latitanti ricercati dal ministero dell’Interno di Kiev.

Alla Rossotrudnichestvo è dedicato un ampio capitolo nel rapporto di minoranza della Commissione Affari Esteri del Senato americano, datato 18 gennaio 2018, intitolato “L’assalto asimmetrico di Putin alla democrazia in Russia e Europa: quali implicazioni per gli Stati Uniti”. L’agenzia è considerata un’arma della propaganda nel mondo, beneficiaria di svariati milioni di dollari per diffondere le istanza del Cremlino. E lo fa attraverso iniziative culturali che coinvolgono le istituzioni dei vari Paesi con cui spesso realizzano partnership e eventi in collaborazione.
Il politologo Anton Shekhovtsov, che insegna in Austria all’Institute for Human Sciences, è considerato uno dei massimi esperti delle relazioni fra Mosca e i movimenti politici europei. Nel 2019 scriveva che Rossotrudnichestvo è «il maggior strumento usato dalla Russia per esercitare soft power in paesi stranieri». I numeri sono la forza di questo network. Presente, infatti, in almeno 25 nazioni e con 600 dipendenti all’attivo, beneficia di generosi finanziamenti del Cremlino: erano 48 milioni di euro del 2013, nel 2019 sono saliti a 228 milioni.

Il capo di Rossotrudnichestvo lo ritroviamo anche nel board di Gorchakov Fund. Il direttore esecutivo della fondazione Gorchakov è Leonid Drachevsky, diplomatico di cui Putin si fida ciecamente. Tanto da volerlo a capo di questa organizzazione nata nel 2010, satellite del ministero degli Esteri della federazione. L’obiettivo è ambizioso. Come riportato sul sito web, ha il compito di «sostenere la creazione di un clima pubblico, politico e imprenditoriale all’estero, favorevole alla Russia». A capo del board della fondazione c’è l’attuale ministro degli Esteri Sergej Lavrov.
Al suo fianco un lungo elenco di politici del partito di Putin, deputati e oligarchi potenti con affari miliardari in Europa e negli Stati Uniti. C’è per esempio Nikolay Tokarev, boss della società Transneft (attiva nell’oil&gas), già collega di Putin nel KGB. C’è Alisher Usmanov, magnate del metallo nella black list dei sanzionati. E anche Alexei Mordashov, tra i 50 più ricchi del mondo: controlla industrie siderurgiche, a Londra ha messo su un impero controllando il più grande tour operator d’Europa, detiene partecipazioni nella Rossiya Bank, sospettata dall’Unione Europea di essere l’istituto usato dagli alti funzionari russi coinvolti nell’annessione della Crimea. La caratura dei personaggi presenti nel consiglio della fondazione, dunque, fanno capire quanto sia rilevante l’attività che svolge.
Nel 2015 il governo ucraino ha chiuso la sede di Kiev accusando la fondazione di aver condotto una campagna contro il governo legittimo. Gorchakov fund è considerata una delle massime espressioni del soft power del Cremlino. Ed è anche tra le entità più foraggiate dal governo. Opera anche in Italia. Nel 2018 la fondazione ha organizzato, per esempio, un incontro pubblico per presentare il libro postumo di Primakov senior. All’evento ha partecipato l’ex ministro dei governi Berlusconi, Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale e dell’Istituto studi euroasiatici, che insieme alla Gorchakov fund aveva promosso il convegno. Con Frattini e Lamberto Dini (già premier e ministro), c’era naturalmente il direttore della fondazione. Ovviamente in rappresentanza degli interessi relazionali del Cremlino.

Franco Frattini

La propaganda russa paga da anni i maggiori giornali italiani

Pagina promo sul Sole 24 Ore (cliccare per ingrandire)

Il quotidiano russo Rossijskaja Gazeta era stato responsabile della progettazione e del finanziamento, dal 2007, della testata internazionale Russia beyond the headlines (“La Russia oltre i titoli”), promossa dal governo russo, e che aveva costruito accordi commerciali con molti quotidiani internazionali che l’avevano allegata come inserto per i propri lettori. In Italia, su Repubblica — dove il supplemento apparve anche con la testata Russia oggi — era specificato che l’inserto fosse prodotto senza la collaborazione dei giornalisti di Repubblica stessa.
Sul sito del Sole 24 Ore è tuttora presente una pagina promozionale che recita così: “Il mondo sta cambiando. Non restare indietro. Scopri nuove opportunità di business e investimento in Russia. Su Russia Beyond the Headlines , il nuovo giornale che porta le informazioni dalla Russia a casa tua, tutto quello che volevate sapere su questo Paese. Business, attualità, turismo e cultura. Per scoprire una terra di opportunità”. La testata contiene molti articoli che propongono tra i temi più vari anche la versione del regime russo su questioni contestate, confezionandola con accortezza per i lettori occidentali.

Gli accordi di pubblicazione (che coinvolsero molti quotidiani autorevoli, come il New York Times o il Washington Post negli Stati Uniti) furono contestati o derisi da alcuni commenti su altri giornali, che li definirono strumenti di propaganda del regime, accolti per ragioni economiche chiudendo un occhio sulle implicazioni etiche: sul Guardiansul New Statesman, o su Slate.

IL RUOLO DELLA STAMPA FILO-RUSSA

Partita nei primissimi anni del premierato di Putin, la contaminazione raggiunge presto i giornali italiani. Il 28 novembre 2004 esce sul Corriere della Sera un articolo di Sergio Romano che si intitola “La spina di Putin”, che chiede di tener conto degli interessi di Putin in Ucraina e che è considerato un po’ la prima uscita allo scoperto del mondo “Russlandversteher” italiano.
Perfino la rinomata (e insospettabile) rivista di geopolitica italiana Limes, a partire dal numero 3 del 2008 (intitolato “Progetto Russia”) si converte a Russlandversteher, con vari articoli che arrivano addirittura ad appoggiare la spartizione di Ucraina e Georgia.
Nel 2009 torna alla carica Sergio Romano, con la prefazione al libro di Edward Lucas “La nuova guerra fredda. Il putinismo e le minacce per l’occidente” in cui gli dà del «russofobo». Dopo la Rivolta di Kiev, mentre su opposte sponde politiche il Giornale e il Manifesto si schierano compattamente contro la protesta ucraina, negli stessi Corriere della Sera e Repubblica il numero degli articoli filo-Putin aumenta, sebbene sempre bilanciato con pezzi di diverso orientamento. Anche Massimo Cacciari inizia a fare interventi da Russlandversteher. Fra il 2014 e il 2015 vengono pubblicati in Italia ben 35 libri sull’Ucraina: alcuni di autori sconosciuti, altri di accademici affermati, in massima parte anti-Maidan.

Dopo le elezioni del 2018, in Italia vanno al governo i due partiti che più hanno attinto a questo humus: Movimento Cinquestelle e Lega. E il popolo filo-russo dilaga: il marxista dei dibattiti CasaPound Diego Fusaro, l’ex inviato in URSS e poi teorico del “complotto dell’11 settembre” Giulietto Chiesa, lo scrittore Nicolai Lilin, il leader di CasaPound Simone Di Stefano, l’ex seguace di Toni Negri Giuseppe Zambon, l’ex-direttore di RAI2 Carlo Freccero, il docente di storia del Caucaso a Ca’ Foscari Aldo Ferrari, il reporter di guerra Fausto Biloslavo, lo storico cattolico e medievalista Franco Cardini, quel Sebastiano Caputo insegnante alla Link University (tutto torna, tutto si tiene), editore di destra (casa editrice Magog, già Circolo Proudhon), antisemita, direttore del giornale online L’intellettuale dissidente il cui programma RAI annunciato a inizio 2019 fu bloccato per le proteste della comunità ebraica, il noto complottista e collaboratore di Sputnik Maurizio Blondet, l’ex vicedirettore di Famiglia Cristiana Fulvio Scaglione.
Ancora più degna di nota è una rete di connessione con think tank e università che, un po’ per interesse (in un momento in cui trovare finanziamenti non è facile) e un po’ per convinzione, coltivano determinate relazioni: per esempio, la Fondazione Russkij Mir, strettamente connessa al Cremlino, ha centri di cultura russa alle università di Milano, Pisa e Orientale di Napoli; e l’Istituto di Stato di Relazioni Internazionali di Mosca ha una partnership con la Luiss, che gestisce un doppio master in collaborazione con ENEL. L’istituto moscovita ha un simile rapporto — con doppio master — anche con La Sapienza e con l’università di Urbino. Vari docenti legati tramite questi rapporti alla Luiss e alla Sapienza hanno espresso punti di vista pesantemente anti-Kiev, fino ad appoggiare una spartizione dell’Ucraina; La Sapienza inoltre ha una relazione di collaborazione con l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), stabilita nel 2010 dal citato Tiberio Graziani, il quale gode di contatti con varie entità russe ed è anche finanziato dal Ministero degli Esteri italiano. L’IsAG ha organizzato alcuni eventi per spiegare che Putin «è calunniato dai russofobi», e Graziani viene spesso intervistato da Sputnik.
C’è poi il caso di Ca’ Foscari a Venezia, che nel 2014 nominò professore onorario Vladimir Medinskyi: non solo Ministro della Cultura russo, ma nientepopodimeno che il fautore della riabilitazione di Stalin. Perfino la SIOI, storica Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, tradizionale centro di formazione per aspiranti alla carriera diplomatica ora presieduto dal berlusconiano (ça va sans dire…) Franco Frattini, il 24 settembre 2015 organizzò una “conferenza sulla crisi ucraina” in cui figuravano numerosi esperti italiani e russi, ma neanche un ucraino.

C’è un nodo geopolitico di fondo, naturalmente.
Su diritti umani, cybersicurezza e Ucraina la divergenza fra UE e Russia è cresciuta fino al punto da convincere più capitali che Putin persegua una strategia europea fatta di aperte aggressioni militari ai Paesi confinanti — Georgia e Ucraina — e incursioni cyber in quelli più distanti, al fine di creare una vasta area di instabilità geopolitica per consentire un rafforzamento dell’influenza russa nello scacchiere euro-mediterraneo.
La Russia si sta progressivamente “disconnettendo” dall’Europa anzitutto su questioni fondamentali come il rispetto dei cittadini e la tutela delle minoranze — in una parola: sullo Stato di Diritto —. Nessuno ignora che Europa e Russia abbiano radici culturali e politiche assai diverse ma la comune intenzione, dopo la fine della Guerra Fredda, di dar vita a una forte partnership si scontra ora con una gestione del potere da parte del Cremlino che include l’uso di armi chimiche per eliminare gli oppositori, e vede Vladimir Putin da oltre venti anni alla guida incontrastata della nazione e ostacola la genesi di ogni tipo di dissenso interno.
La cybersicurezza ha a che vedere invece con le “interferenze maligne” che i Paesi UE e NATO dal 2016 in più forme e modi hanno attribuito ad “attori russi”, imputando a Mosca una sofisticata strategia di infiltrazioni digitali — in Europa come in Nord America — tese a creare scompiglio nelle singole nazioni al fine di indebolirle dall’interno con ogni strumento possibile: dal sostegno ai movimenti di protesta populista e sovranista alla diffusione delle fake-news, dal furto di brevetti allo spionaggio militare vero e proprio.
Infine c’è la questione dell’Ucraina, ovvero dell’intervento con cui la Russia nel 2014 ne violò la sovranità, si annesse la regione della Crimea e aprì la crisi militare nel Donbass divenuta da allora — con almeno 14 mila vittime — la maggiore emergenza umanitaria europea.

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La postura particolarmente assertiva assunta dalla NATO nei confronti delle iniziative russe in Ucraina a partire dal 2014 ha rappresentato un grosso problema per Mosca, in particolare lo schieramento preventivo che ha assunto l’Alleanza nei Paesi baltici (la cosiddetta “Enhanced Forward Presence”). Un altro elemento che dà molto fastidio ai russi è la presenza della NATO nel Mar Nero, impersonata dalla Turchia.
Per quanto riguarda l’Italia e la presunta “convenienza alla russofilia”, sarebbero in realtà molti i campi di interessi in conflitto con la Russia, dal sostegno di Mosca al governo-fantasma libico di Tobruk, all’influenza russa nei Balcani. Il gas è un altro grande scenario di collisione tra interessi italiani e russi: in particolare, il Cremlino non vede di buon occhio il progetto di trasformazione dell’Italia in un hub energetico europeo del sud. L’Italia è la principale porta d’accesso per la diversificazione del paniere energetico verso l’Europa: trasporta gas in Europa da Algeria, Libia e Azerbaigian. E infatti il progetto TAP è osteggiato in tutti i modi dai russi.
Dunque bisognerebbe andarci quantomeno coi classici piedi di piombo, prima di parlare di “convenienza”.

“Soft power”, lo chiamano. Operativamente si tratta di disinformazione, spionaggio e cooptazione del mondo accademico e culturale occidentale. Il succo è che, superati i dieci anni di sbandamento sotto Eltsin, l’URSS è tornata sotto altre vesti. Con un colore politico opposto. Ma con le stesse, immortali ambizioni imperiali.

Ed è davvero insopportabile l’ingenuità dell’«anti-imperialismo» orientato solo contro gli Americani, quando in fatto di imperialismi ne abbiamo un altro, gigantesco e oscurantista, proprio alle porte di casa.
(Pare incredibile, ma i carrarmati russi a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968 non hanno lasciato alcun ricordo.)

In fin dei conti, le radici del male sono ancora sotto i nostri occhi, a distanza di appena 30/35 anni. La stagione gorbacioviana della perestrojka superò la diffidenza, ma non la differenza, con il Grande Orso orientale. Gigante coi piedi d’argilla, imbalsamato dalla nomina di Cernenko alla guida del Cremlino, il sistema sovietico non poté proseguire la corsa agli armamenti, e avviò la strategia del dialogo, del confronto, delle riforme. Nella perestrojka l’URSS e l’Occidente sembrarono scambiarsi le parti: Michail Gorbacëv nei suoi viaggi europei raccoglieva un consenso mai visto per un leader sovietico, ma in patria l’equilibrio tra la struttura autoritaria e la gestione del potere tollerante non reggeva e l’uomo che l’Europa acclamava come il primo riformatore, a Mosca veniva criticato come l’ultimo segretario generale. Si ribellavano le repubbliche che chiedevano la propria indipendenza, protestavano i progressisti per il passo troppo lento delle riforme, reagivano i conservatori del PCUS, dell’esercito, del KGB con un golpe che il presidente della Russia, Eltsin, ribaltò imponendo a Gorbacëv la fine dell’URSS e la dissoluzione dell’impero.

Fu in quel momento di debolezza e di smarrimento che l’Europa avrebbe potuto dialogare con Mosca per spingerla a una seconda conversione, questa volta alla democrazia dei diritti e delle istituzioni, scambiando aiuti in cambio di riforme. L’Occidente compì probabilmente un errore storico, perché non giocò la carta della pressione per una trasformazione democratica dell’URSS ridivenuta Russia: anzi, sbagliando, ritenne che Mosca fosse ormai ridimensionata nelle sue ambizioni e nella sua influenza, e potesse essere retrocessa al rango di potenza regionale. Una sottovalutazione, ma soprattutto un’incomprensione, perché non teneva conto che la dimensione imperiale della Russia non era una sovrastruttura dello Stalinismo e ancor prima dello Zarismo, ma un elemento della natura russa, parte della sua anima, qualcosa di insopprimibile, di eterno. Il consenso di Putin — e la ripulsa postuma di Eltsin e Gorbacëv a Mosca — si spiegano proprio attraverso questa perennità imperiale che vuole sopravvivere, un’autocoscienza a cui l’Occidente non ha mai dato un segno di riconoscimento, provando invece a pilotarla verso un approdo democratico.

Piuttosto, Vladimir Putin ha giocato la carta contraria, andando direttamente all’attacco della cultura liberale che è alla base delle costituzioni e delle istituzioni europee, giudicandola “obsoleta”, perché «il liberalismo ha tradito i suoi presupposti» e «non è più capace di rappresentare gli interessi dei cittadini». Da Mosca, dunque, alla fine di questa contrapposizione storica, arriva l’arma finale, un pensiero politico che separa la democrazia e il principio liberale, aprendo la strada a un’inedita “democrazia autoritaria”.
E così il cerchio si chiude: finito il secolo della rivoluzione, la Russia torna a essere per l’Europa quello che l’800 chiamava “il nemico ereditario”, accumulando in pochi anni antagonismo militare (con la penetrazione in Medioriente e le mire sul Mediterraneo), espansionismo sovranista (la Crimea e il Donbass, antipasto dell’Ucraina intera), infiltrazione strategica (i cyber-attacchi), compravendita di segreti NATO, il tutto rivestito da una nuova vernice ideologica, con la teorizzazione putiniana dell’autoritarismo come cultura politica e istituzionale figlia perfetta dei tempi, dopo la stagione esausta della democrazia.


Ideologia

DUGIN, IL POPE NERO

L’Europa ha molti nemici, più di quanti non si voglia credere. Proprio questo è emerso con chiarezza negli ultimi anni. Talvolta è bene conoscerli, anche per capire meglio i pericoli che incombono su tutto ciò che fino a ieri sembrava fosse certo, ovvio, condiviso: Europa, democrazia, unione dei popoli.

Quando in Germania, all’inizio del 2016, è stato pubblicato “Mein Kampf” di Adolf Hitler, che fino allora era inaccessibile perché sotto censura, molti ritennero che l’opinione pubblica fosse ormai immunizzata contro quel veleno. Tuttavia, mentre il nazismo ora sembra diventato un’emergenza, c’è da chiedersi se quelle difese non siano state sopravvalutate. Il che non vuol dire in nessun modo ricorrere alla censura. Forse è tempo, però, di non minimizzare i rischi e di sondare quell’ideologia della nuova destra che un pregiudizio frettoloso, e forse in questo momento controproducente, vorrebbe ridurre a non-pensiero. Tanto più che il suo influsso è devastante.

Chi è allora il singolare personaggio — lunga barba semincolta e sguardo misticheggiante — invitato sia a convegni leghisti sia a conferenze organizzate da neofascisti, e immortalato davanti al Metropol di Mosca accanto a Gianluca Savoini? È Aleksandr Gel’evic Dugin, il “filosofo dei sovranisti”, il “Rasputin del Cremlino”, lo strenuo ammiratore di Matteo Salvini, che considera il politico del futuro. Se il suo nome è venuto alla ribalta della cronaca italiana per la vicenda dei fondi russi alla Lega, di lui si parla da tempo in Francia per i suoi legami con il Fronte Nazionale dell’adorata amica di Salvini, Marine Le Pen, e in Germania, dove è ritenuto uno degli ispiratori del partito di estrema destra AfD Alternative für Deutschland.

Definirlo “filosofo” sarebbe però un insulto alla Filosofia, quella con la maiuscola. Alcuni preferiscono perciò chiamarlo ideologo. Claudio Gatti lo annovera tra i «demoni» di Salvini. C’è qualcosa di mefistofelico e minaccioso nella sua figura. Dugin non uccide, come il suprematista Breivik; piuttosto invita a uccidere. È avvenuto nel 2014, durante l’annessione russa della Crimea, quando lanciò un appello sanguinario al «genocidio»; l’effetto fu un violento scontro a Odessa tra manifestanti pro-ucraini e pro-russi che provocò quaranta morti. Anche per Mosca fu troppo.

Dopo una raccolta di firme degli studenti, nell’imbarazzo delle autorità, non gli fu prolungato il contratto all’Università Lomonosov (quella associata alla Link di Enzo Scotti), dove dal 2009 aveva insegnato Sociologia delle relazioni internazionali. Non si deve però credere che sia stato relegato in un angolo e che il suo influsso sia stato sminuito. Al contrario.
Dugin continua a sguazzare nella zona grigia della propaganda mantenendo il suo ruolo non solo come leader della nuova destra, ma anche come accorto tessitore di una rete geopolitica che ha al centro la Russia. Fa parte di quest’incessante attività il sostegno ai partiti e ai movimenti populisti in ogni parte d’Europa. È lui a intrecciare i legami politico-ideologici di quella paradossale alleanza dei sovranisti sugellata a Milano nel 2016.

Se prima le idee di Dugin potevano essere ritenute la… dottrina esoterica di una frangia folkloristica, oggi anche oltreoceano gli occhi sono puntati sul suo “euroasiatismo” che la storica Marlène Laurelle ha definito una «sintesi restaurativa di motivi antioccidentali e politiche autoritarie».

Per il compito che Dugin assegna alla Germania vivo è l’interesse dei media tedeschi che si interrogano in particolare sul suo nesso con Putin. In un’intervista pubblicata sullo Spiegel il 14 luglio 2014, pur negando ogni influsso, Dugin ha lasciato in forse la sua funzione, senza nascondere però il suo giudizio. «C’è un Putin lunare e un Putin solare (…). È il Putin solare quello che mi piace. Il Putin lunare è quello degli accordi, della cooperazione, delle forniture di gas». E ancora: «Putin è tutto, Putin è insostituibile». Senza sopravvalutarne l’importanza, sembra indubbio, come ha sottolineato in un libro edito da Suhrkamp il politologo tedesco Claus Leggewie, che Dugin abbia fornito al Cremlino l’indispensabile terreno ideologico alla cui fraseologia attingere, per poi prendere opportunisticamente le distanze. Lo confermano gli espliciti riferimenti alle parole d’ordine dell’ideologo — come “Novorossia!” (Nuova Russia) — anche in popolari show televisivi. D’altronde il nuovo corso proclamato da Putin nel 2012 guarda a una Russia, bastione dell’Europa cristiana, “contro la decadenza occidentale e l’egemonia americana”.

Si sa che la Russia è stata sempre combattuta tra la tentazione di avvicinarsi al modello occidentale, di cui fu protagonista Pietro il Grande, e il desiderio di volgersi invece a oriente rimarcando, con una ostinata slavofilia, testimoniata nell’opera di Dostoevskij, lo scarto insormontabile tra la democrazia liberale e il popolo russo. Se durante la Rivoluzione d’Ottobre, per via dell’internazionalismo, prevalse l’apertura, già Stalin cambiò rotta. Ma la fine dell’impero sovietico segnò il vero punto di svolta. In quella situazione caotica andò emergendo la corrente nazionalistica che aveva covato sotto la cenere.

In quegli anni ha inizio l’oscura carriera di Dugin che, dopo essere stato membro del movimento neonazista Ordine Nero delle SS, aderisce al gruppo antisemita Pamyat. Nel 1993 fonda il Partito Nazional-bolscevico, il cui simbolo è una bandiera nazista con una falce e martello al posto della svastica. Qualche anno più tardi, nel 2002, tenta ancora, dando vita al Partito Euroasiatico. Si tratta di insuccessi, ma solo in apparenza. Vestendo l’abito del professore per rendersi presentabile, Dugin ha modo di introdursi nel sottobosco della politica e di avvicinarsi alla sfera del potere diventando consigliere di Gennadiy Seleznyov, presidente della Duma. Soprattutto riesce a cogliere lo spirito del tempo delineando il progetto neoimperiale “Eurasia”.

Il pensiero di fondo è sganciare l’Europa dall’Occidente politico-culturale, sottraendola all’egemonia americana. La visione è quella di un territorio che si estende da Lisbona a Vladivostok e di un complesso di popoli organizzati nella forma di un impero. In un mondo globalizzato, liquido e multilaterale, Dugin vede nei “poli” la salvezza. L’Eurasia rappresenterebbe un polo alternativo e forse in futuro dominante. Accanto alla Nuova Russia, e sotto le sue ali protettive, riemergerebbe un’Europa europea, dove la Germania, libera e indipendente, non più «ridotta», come oggi, «a un grande lager americano», potrebbe riprendere il ruolo di guida. Non è difficile scorgere in questo auspicato patto russo-tedesco una ripresa del nazional-bolscevismo di Weimar. (È incredibile, spiazzante, terrorizzante pensare che non si sta parlando di un romanzo distopico o della riuscita rielaborazione TV “L’uomo nell’alto castello” del romanzo “La svastica sul sole” di Philip K. Dick, ma che questa sia realtà, roba che accade sul serio.)

Dugin ha per così dire l’abilità di attingere alle dottrine della “rivoluzione conservatrice”, da Ernst Jünger a Martin Heidegger, a Julius Evola (di quest’ultimo si sente quasi un diretto erede), coniugandole con quelle della nuova destra, in particolare di Alain De Benoist, per tradurle nell’attualità. Da Carl Schmitt riprende l’idea di un conflitto insanabile tra le “potenze di mare” (USA e Gran Bretagna) e quelle “di terra” (Germania e Russia), conflitto che non si è ancora risolto e che, anzi, esploderà nel futuro. L’enorme risentimento verso l’Occidente trova sfogo in una concezione complottista che cerca il burattinaio, che sia Soros, lo spirito ebraico o il sionista di turno. Con destrezza, imitata anche altrove, evita di passare per razzista sostituendo “razza” con “cultura”, “purezza” con “autenticità”. Le commistioni non sono auspicabili. Inutile poi sottolineare la supremazia dei bianchi — è implicita.

Il logo del “Movimento internazionale eurasianista”, fondato da Aleksandr Dugin. La Grande Eurasia coincide con l’intero blocco continentale, ma Europa, Cina e India sono evidentemente sottodimensionate: la Russia soltanto, infatti, può avere un ruolo egemone nell’«Heartland».

Ma il successo è legato alla “Quarta teoria politica”, un libro tradotto in molte lingue, che contiene — come l’autore suggerisce — una “metafisica del populismo”. Né di destra, né di sinistra. Fascismo e comunismo si sono estinti; delle tre teorie scaturite dalla modernità solo il liberalismo si è conservato degenerando tuttavia nella società del mercato globale. L’alternativa è quella “vicinanza al popolo” che deve aggirare ogni scoglio della democrazia burocratica. (Se qualcuno in tali concetti crede di ascoltare echi italiani, grillini e leghisti, sappia che non si sta sbagliando… solo che sono quelli italiani, gli echi di un originale russo, non il contrario.)

Non sorprende che Dugin sia ormai visto come l’eminenza grigia che ispira la politica russa e trova consenso non solo in patria, ma anche all’estero, dove non si può sottovalutare il suo ruolo nel sostegno ai partiti sovranisti.

IL POPE NERO IN ITALIA

Ma il moscovita filosofo militante, attivista politico e studioso poliglotta Alexandr Dugin, classe 1962, non si è mai limitato all’elaborazione teorica. Fondatore del partito nazional-bolscevico con lo scrittore-intellettuale-rockstar dalla vita romanzesca e spericolata Eduard Limonov (quello mirabilmente dipinto da Emmanuel Carrère), ha ormai superato il compagno di strada in notorietà tanto da potersi permettere una tournée italiana nel mese di giugno 2019 fra imprenditori nel mirino della giustizia, massoni eretici, goliardi sovranisti, neofascisti con il pedigree, sofisti con sussidio pubblico. Tutti impegnati a dimostrare che destra e sinistra sono dimensioni ideologiche superate e che bisogna abbandonare il Satana anglosassone per realizzare l’unione eurasiatica, la sola capace di salvare valori e tradizioni.

Da Michail Bakunin ad Antonio Gramsci, da papa Francesco al patriarca degli ortodossi, il profeta del trasversalismo vive della sua abilità di conferenziere in ottimo italiano e della cambiale, non si sa se scaduta e da quanto, di una sua prossimità con lo zar di tutte le Russie, Vladimir Putin.

La situazione è grave, forse gravissima, ma non seria. Il riferimento a Ennio Flaiano è scontato ma si rende necessario di fronte al tour picaresco dell’intellettuale russo che a fine primavera 2019 ha tenuto nove conferenze in tutta Italia. A dimostrare che il presunto trasversalismo è molto più bruno che rosso, in Lombardia lo hanno accolto l’amico Gianluca Savoini, presidente di Lombardia-Russia e indagato per la trattativa petrolio-fondi neri del Metropol, insieme ai quadri giovanili della Lega, Davide Quadri e Alessandro Viviani.
Hanno partecipato agli incontri anche Rainaldo Graziani, figlio di Clemente, il neofascista fondatore del Movimento politico Ordine Nuovo, Maurizio Murelli, condannato per l’omicidio del poliziotto Antonio Marino a Milano il 12 aprile 1973 e oggi riabilitato come fondatore di Aga Editrice, Andrea Scarabelli della Fondazione Julius Evola e Adolfo Durazzini di REuropa.

Non gli va tutto liscio, nel roadshow in Italia. Il suo incontro romano, annunciato nella redazione di AdnKronos per il 14 giugno con la partecipazione di Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2 e Giampaolo Rossi, consigliere di amministrazione della RAI (peraltro entrambi già sperticati adulatori di un altro sovranista molto potente, Steve Bannon), non si tiene dov’era stato programmato e non vede la presenza né di Sangiuliano né di Rossi. Non è l’unico incidente di percorso. Per quanto attiri folle piuttosto sparute, Dugin incontra ancora resistenze in chi vede in lui un paravento di squadristi e razzisti. Lo confessa lui stesso con una punta di civetteria: «Dopo la mia polemica con Francis Fukuyama e Zbigniew Brzezinski, sono stato definito il filosofo più pericoloso del mondo». Parole pronunciate l’11 giugno 2019 a Gioia Tauro, una zona dove i soggetti pericolosi, anche al di fuori della filosofia, non scarseggiano.

FUGA A GIOIA TAURO

È possibile che Dugin non abbia un’idea precisa di chi lo accompagna. Ma contro il beneficio del dubbio, paradossalmente, giocano la sua cultura e la sua intelligenza. Se nel sito geopolitika.ru (sottotitolo: Delenda Carthago) e nel profilo personale su vk.com (il facebook russo che ospita i fascisti italiani transfughi dal bando di Zuckerberg), Dugin si professa antirazzista e non fascista, la sua conoscenza dell’italiano gli dovrebbe mostrare che qualcosa di bizzarro accade attorno a lui.
La conferenza dell’11 giugno a Messina, per esempio, è stata organizzata da alcune associazioni locali (gli universitari di Morgana, Vento dello Stretto, Città plurale) che hanno in comune la militanza sovranista e ottimi rapporti con l’area tra Fratelli d’Italia e l’ultradestra.
Quando l’ateneo messinese nega l’ospitalità, anche per le proteste delle associazioni di partigiani, si pensa di tenere l’incontro sulla sponda continentale, a Reggio, nella sala del consiglio regionale intitolata a Giuditta Levato, martire delle lotte contadine contro i latifondisti nell’immediato dopoguerra. Anche qui, contrordine: Dugin viene caricato in macchina e portato 50 chilometri a nord, in un locale di Gioia Tauro, la Commanderie. Lì viene presentato a un pubblico rado come una settimana prima a Benevento, dall’avvocato Francesco Maria Toscano, autore di “Dittatura finanziaria, il piano segreto delle élite”, un pamphlet rivolto contro la “sinistra sorosiana”. «Dopo il no dell’università di Messina», racconta Toscano seduto su un prato accanto all’ideologo della quarta teoria politica, «ho contattato Roberto Occhiuto (vicepresidente del gruppo Forza Italia alla Camera, ndr) che conosco da tempo e che mi ha indirizzato al consigliere regionale Francesco Cannizzaro per ottenere la sala. Poi ho ricevuto una telefonata e la sala non era più disponibile».
All’incontro di giugno a Gioia Tauro con Dugin c’è anche il proprietario della Commanderie Nunzio Foti, costruttore di 42 anni con base a Roma (Italia costruzioni, Consoter, Magistri) che ha già una lunga esperienza di lavori pubblici in tutta Italia e qualche procedimento giudiziario. All’inizio del 2019, a seguito dell’inchiesta sul fallimento del Jolly Hotel a Messina (“operazione default”), è stato inibito per un anno dalle attività professionali. A ottobre del 2013 è stato arrestato insieme al padre Rocco per irregolarità nei lavori commissionati dalle FS a Valenza, in Piemonte.

La Commanderie di Gioia Tauro è già stata usata per eventi politici locali-globali. A febbraio ha accolto il candidato sindaco Diego Fusaro, giovane filosofo caro a Dugin nato a Torino e tuttavia sostenuto alle urne dalla formazione Risorgimento Meridionale. Con lui c’erano il direttore del canale filorusso Pandora TV Giulietto Chiesa e l’ex ambasciatore Alberto Bradanini, presidente del centro studi sulla Cina contemporanea. L’avventura di Fusaro alle comunali di Gioia Tauro si è conclusa con un quinto posto su cinque candidati (2,8%, pari a 281 voti). Era andata meglio a Toscano qualche anno fa (2015) quando era riuscito a entrare da assessore nella giunta guidata dal sindaco Giuseppe Pedà, durata solo due anni. È stato un curioso esperimento politico perché Pedà e Toscano facevano riferimento, oltre che al centrodestra, al Movimento Roosevelt, aggregazione di massoni dissidenti presieduta da Gioele Magaldi, fuoriuscito dal Grande Oriente per fondare la sua obbedienza. Si chiama Grande Oriente Democratico o GOD, che in inglese suona autorevole. GOD accomuna impegno civico e misticismo come nell’evento del 9 novembre 2019 «incentrato», si legge nel sito, «sul tema degli angeli e su alcune previsioni politico-astrologiche riguardanti il governo Conte bis» (!). Previsioni giocoforza infauste visto che il Movimento Roosevelt ha appoggiato “Umbria civica” alle ultime regionali e dunque la vincitrice di centrodestra Donatella Tesei. Fusaro e Toscano, invece, hanno continuato insieme fondando il partito Vox Italia.

Raduno di Nazbol, i “nazibolsci”

I FASCIO-BOLSCEVICHI

Se al Sud è stato uno spettacolo per pochi intimi, non è andata molto meglio al nord. Nel varesotto, a Gavirate e Castiglione Olona, Dugin giocava in casa potendo godere della compagnia e dell’introduzione dell’amico Savoini, che lo stesso Limonov, a volte polemico persino con Duginle fiabe di Alexander non se le beve più nessuno e Putin non lo ha mai incontrato»), è intervenuto a difendere in un’intervista a Repubblica dichiarando il Russiagate della Lega «un fake di pessima qualità».

Ma è davvero difficile dire fino a che punto Dugin racconti fiabe a una platea marginale e dove scatti l’allarme sociale per una resurrezione di nomi e movimenti legati a un passato luttuoso.
Per esempio, alla serata al Corte dei Brut di Gavirate, in un locale molto amato dall’ultradestra lombarda, era presente anche Daniele Bertello, socio della cooperativa Arnia che gestisce il locale e responsabile di REuropa (come riferisce La Stampa). In Arnia c’è anche il figlio di Clemente Graziani che, dopo la rinascita di Avanguardia Nazionale, ha pensato bene di riproporre il Centro studi Ordine Nuovo (CSON), fondato da Pino Rauti negli anni Cinquanta dello scorso secolo e ribattezzato Movimento politico Ordine Nuovo a fine anni Sessanta, quando Rauti rientrò nella legalità del MSI di Giorgio Almirante.
Da questo punto di vista, la scarsità di pubblico presente alla tournée duginiana non è rassicurante in se stessa, soprattutto quando entra in fase con un blocco elettorale in forte espansione com’è quello, a dar retta ai sondaggi, con guida leghista. Alla fine, è l’abc del bolscevismo: un’avanguardia rivoluzionaria alla guida delle masse. In questi termini, la cialtroneria italiana diventa quasi una speranza di salvezza. Dugin deve saperlo. Infatti insiste sui paragoni bakuniniani che vantano «l’orgoglio degli slavi di essere uomini liberi contro tutti gli ostacoli».

Nello stesso modo in cui, ancora ai tempi di Umberto Bossi, i padani avevano tentato di sfondare oltre il confine elvetico, senza grande successo, anche Dugin ha avuto diritto alla sua escursione in Canton Ticino.
La puntata di Lugano, il 10 giugno, dedicata al nuovo mondo multipolare (“Quali scenari per la Svizzera?”) si tiene nella sala dell’hotel Pestalozzi, a due passi dal casinò. Dugin ha un seguito di pochi intimi ma gode di un accompagnatore di prestigio. Si tratta dello hedge funder-leghista-no euro Alberto Micalizzi, detto “il Madoff della Bocconi”, arrestato nel 2014 e condannato in primo grado a sei anni per una truffa milionaria perpetrata soprattutto ai danni di banche russe.

Quanto meno per la chiusura del tour, il 15 giugno 2019 al Castello di Udine, era giusto aspettarsi fuochi d’artificio intellettuali, se non le adunate oceaniche poco adatte alla filosofia.
A nulla sono servite le proteste dell’ANPI e dell’ex sindaco di centrosinistra della città friulana, Furio Honsell. L’assessore alla cultura in carica, Fabrizio Cigolot, ha replicato di non avere ben chiaro chi fosse Dugin e che comunque l’ospite non avrebbe preso un soldo, a parte la copertura delle spese dell’iniziativa, cena ufficiale inclusa, pari a poche migliaia di euro.
Il titolo dell’appuntamento, finanziato dalla giunta di centrodestra del sindaco leghista Pietro Fontanini, recitava “Identitas, uguali ma diversi” e prevedeva la partecipazione, oltre che della star moscovita, del collega filosofo Fusaro, dell’attore Edoardo Sylos Labini, già genero di Paolo Berlusconi, ex responsabile della cultura di Forza Italia e fondatore del movimento sovranista CulturaIdentità, che pubblica un mensile allegato al Giornale. Ma la spalla che minacciava di oscurare il protagonismo di Dugin era né più né meno che Noam Chomsky, padre della linguistica moderna, professor emeritus al MIT di Cambridge, Massachusetts, e figura di punta della sinistra radicale negli Stati Uniti.
L’intellettuale di Philadelphia, 90 anni, avrebbe dato «la sua entusiastica adesione al progetto», secondo le anticipazioni di CulturaIdentità. È finita come a Roma. Chomsky, che avrebbe promesso di presenziare attraverso un intervento registrato in video, non ha mandato nemmeno un messaggio vocale su WhatsApp. Non per questo si è scoraggiato l’organizzatore dell’evento, Emanuele Franz, che si dichiara editore per i tipi di Audax, scrittore e, inevitabilmente, filosofo contro il sistema. La sua casa editrice organizza un premio di poesia che all’articolo 1 del regolamento impone: «Il requisito fondamentale che deve avere il candidato è che esso (il candidato, ndr) non abbia nessun titolo di studio accademico superiore». In un’intervista dell’anno scorso Franz ha rivelato che il premio Audax gli ha procurato gli auguri della regina Elisabetta, che Chomsky ha speso belle parole per il suo saggio “Le basi esoteriche della microbiologia” (!), che il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio ha definito il premio un’idea meritoria e geniale e che infine Matteo Renzi e Matteo Salvini seguono con attenzione le sue attività. «Salvini», ha concluso Franz, «l’ho visto con in mano una copia del mio lavoro “La storia come organismo vivente”. Si può dire che di me ci si accorga più facilmente lontano dalla nostra regione».

Nemo propheta in patria. Può ben dirlo anche Dugin.


La lucciola venduta per lanterna

L’inspiegabile fascinazione per il modello Russia, fallimentare in ogni campo

Da sempre gli italiani, sia il popolo che le cosiddette élite, si sono divisi sulle simpatie verso questo o quel Paese straniero. L’esterofilia che ci contraddistingue è sempre stata non solo importante, ma anche molto variegata.
Durante il Risorgimento c’erano gli anglofili e i francofili, vennero poi i tedescofili, seguiti dai filo-americani. Ad accomunare tali preferenze era il fatto che erano rivolte verso Paesi più avanzati, più ricchi, oltre che più potenti. Avevano motivo di essere un punto di riferimento, nel bene e nel male, non solo perché avevano una forza militare maggiore, ma anche e soprattutto perché avevano raggiunto standard di benessere effettivamente più alti.
Anche la fascinazione, più culturale e pop, verso i Paesi nordici, all’avanguardia nei diritti civili — o, per esempio, per il Giappone dei manga — ha le sue motivazioni.

A queste simpatie si sono aggiunte, però, quelle verso l’URSS, e dopo verso la Russia. Se la prima aveva tra le ragioni l’ideologia, il raggiungimento del Sol dell’Avvenire, la realizzazione del socialismo reale, obiettivo utopistico che faceva ignorare la realtà di una vita povera, a tratti miserabile, dietro la Cortina di Ferro, la seconda ha caratteristiche tutte nuove, inedite, molto più irrazionali.
Il filone filo-russo degli ultimi 20 anni è solo in piccola parte erede di quello filo-sovietico. La maggioranza di coloro che hanno guardato, e ancora guardano, al Paese di Putin come a un modello, in realtà erano un tempo, e sono, fermamente anti-comunisti. Come si sa a motivarli è l’attrazione verso l’uomo forte, che conserva le tradizioni, che contrasta quel liberalismo fatto di “teoria gender”, immigrazione incontrollata, presunta distruzione delle identità di cui l’Occidente sarebbe colpevole.
Questo fan club riesce a sopravvivere, pur rimpicciolendosi, anche di fronte all’aggressione e ai massacri in Ucraina. Il motivo è lo stesso che lo ha generato: l’irrazionalità e l’emotività di tale fascinazione, che è rivolta a un Paese e un sistema che in realtà nulla ha da offrire a coloro che lo venerano, neanche qualche soddisfazione ideologica.

La Russia adorata da chi teme la conquista islamica dell’Europa e la sua sostituzione al cristianesimo ospita in Cecenia la moschea più grande d’Europa, capace di accogliere 30mila persone, inaugurata da Ramzan Kadyrov, autocrate locale indispensabile alleato di Putin, cui ha fatto avere il 91,4% dei voti alle ultime presidenziali. Putin stesso nel 2015 ha presenziato all’apertura della nuova enorme moschea centrale di Mosca — 10mila posti —, punto di riferimento per i cittadini russi di religione islamica, ben il 6,5%, percentuale superiore al 4,5% di musulmani italiani.

PIL e disuguaglianze — Dati OCSE e World Inequality Database

E questa è solo una minima parte delle incoerenze che circondano il sentimento filo-russo in Italia. Ancora più importanti sono quelle a livello economico e sociale. È ironico che spesso proprio chi negli ultimi anni più si è lamentato e più spesso ha sofferto delle conseguenze della nostra stagnazione, della povertà diffusa, della disuguaglianza, abbia come punto di riferimento un Paese, la Russia, appunto, in cui il PIL pro capite è molto inferiore al nostro, anche volendolo calcolare considerando la parità di potere d’acquisto. Parliamo di 26.300 dollari contro 35.300. Inferiore anche a quello dell’odiata UE e naturalmente a quello tedesco o americano, molto più che doppi (il PIL del Texas, per dire, è superiore a quello della Russia: e il Texas è solo uno dei 50 “Stati Uniti”).
Non solo: nel regno di Putin anche la disuguaglianza è peggiore. Vi sono molti modi di calcolarla, e utilizzandone uno semplice, ovvero la quota di reddito del 50% più povero, emerge come i russi se la cavino meglio dei corrispettivi americani o brasiliani, ma peggio degli europei, in particolare dei tedeschi e degli italiani. Nel nostro Paese la metà più povera ha il 20,7% del reddito complessivo, in Russia il 16,9%.

È molto probabile, poi, che gli ammiratori del presidente russo, o, meglio, della sua immagine, siano poco informati sui poco invidiabili record in ambito sanitario della Russia. Qui (dati 2019) si vive mediamente solo 73,2 anni, meno che in uno Stato in via di sviluppo come il Brasile (75,9), e molto meno che in Polonia (78), negli Stati Uniti (78,9), e soprattutto in Germania (81,4) e Italia (83,6). Il tutto nonostante i miglioramenti degli anni precedenti: la speranza di vita agli albori del Terzo Millennio era di poco più di 65 anni. La differenza maggiore la si ritrova nelle statistiche sugli uomini: in Russia mediamente non vanno oltre i 68,2 anni, contro gli 81,4 in Italia.

Dati OCSE

Ancora più silenzio vi è intorno a quello che un tempo era stato definito il “male del secolo”, l’AIDS. I morti dovuti a esso sono in aumento in Russia da 20 anni consecutivi, e hanno raggiunto nel 2019 i 12,8 ogni 100mila persone. Si tratta di un livello circa 18 volte superiore a quello italiano.

Secondo gli standard occidentali, e italiani in particolare, si tratta di un Paese in uno stato di degrado sociale che può essere confrontato solo ad alcune realtà sudamericane, e non europee. Nonostante questo è diventato uno dei più ammirati da coloro che lamentano che “non si può andare in giro da soli la sera”.
Ciò è accaduto anche se ha un tasso di omicidi di 7,68 persone ogni 100mila abitanti, circa 15 volte quello italiano (0,52), più alto di quello americano (4,94), nonostante siano New York o Los Angeles a essere note per la pericolosità di molte periferie, più che Mosca o San Pietroburgo. Le città russe sono meno sicure di quelle peruviane e boliviane, per esempio, e solo nei luoghi più noti al mondo per le attività delle gang (Honduras, Messico, Brasile, Sudafrica) vi sono statistiche peggiori.
La Russia ha numeri ancora più da record se invece degli omicidi si analizzano i suicidi. A togliersi la vita ogni anno sono 21,6 persone ogni 100mila, circa 5 volte in più che nel nostro Paese. E più che in quasi tutti i più importanti Stati del mondo.
Cosa penseranno, come potranno giustificare questi numeri coloro che preferiscono il modello russo a quello occidentale perché in Europa e USA ci sarebbe un declino dei legami sociali, della famiglia, dei valori?
Cosa potrebbero dire di fronte ai numeri degli aborti? 418,8 ogni 1000 nati nel Paese di Putin, contro i 259 dell’Ungheria, tra i membri della UE in cui ve ne sono di più (nonostante l’impronta tradizionale-conservatrice del governo di Orbán), e i 174,5 dell’Italia.

Dati OMS e fonti nazionali, 2019

Sarebbe lungo l’elenco degli indicatori di ogni tipo, sociale, economico, demografico, che smentiscono in modo clamoroso la narrazione di una Russia forte, potente, prospera, modello alternativo a un Occidente in declino.

Ci dovremmo chiedere come sia stato possibile che l’idolo di tanti pro-life sia diventato il Paese con più aborti, il punto di riferimento di chi chiede “legge e ordine” sia quello con più omicidi, la società ammirata da chi vuole Dio, Patria e Famiglia sia quella in cui si muore di più per AIDS e suicidi. Perché chi crede che ci stiamo impoverendo a un livello intollerabile guardi con maggiore fiducia verso un’economia più povera e più diseguale. Come mai chi grida alla dittatura sanitaria elogia un regime che avvelena e imprigiona gli oppositori.

Conosciamo buona parte delle risposte: da un lato il corto circuito dell’informazione, della disperata ricerca di un modello alternativo a uno, quello in cui si vive, che ha deluso, che non dà quello che ha promesso; dall’altro l’avvelenamento e l’intossicazione dell’opinione pubblica occidentale scientemente perpetrati attraverso l’inarrestabile sfruttamento dei social network. Ancora più importante del trovare i perché, tuttavia, è che coloro che non sono mai caduti vittime di questa irrazionale fascinazione per un Paese in fondo povero e per molti versi ancora in via di sviluppo, perlomeno non la assecondino.

Invece di regalare una narrazione favorevole e fasulla ai nostri avversari, è l’ora di riscoprire la nostra, di forza. Che esiste, e che si alimenta proprio della natura democratica, quindi innovativa e competitiva, e di conseguenza produttiva, del nostro sistema. Non nascondiamola — al contrario, diventiamo capaci di comunicarla e di esserne orgogliosi.


Fascismo cristiano

DA NEOCON A TEOCON

Ma se la Russia, malgrado la millanteria su fantomatiche riserve, non è un Paese ricco, e se i suoi “agenti del caos” che stanno riempiendo l’Europa di pensiero fascio-nazista sono una simile corte dei miracoli, com’è possibile che così tanti partitini e personaggi sovranisti e populisti continuino a insistere con l’attrazione fatale russa?
La risposta è: non c’è dietro il solo Cremlino. È all’opera, con un effetto moltiplicativo, un potere ben peggiore, oscuro. E straricco.
Qualcuno che il mondo ha già visto all’opera vent’anni fa, al comando degli USA sotto i Bush.

Si tratta dei NeoCon, ala politica delle nefande e pericolosissime idee partorite nella cosiddetta Bible belt statunitense. Su tutte, quella dello “Scontro di civiltà” e della necessità di un biblico Armageddon finale per ripulire il mondo (si vedano le deliranti teorie costruite a partire dal già citato saggio di Samuel Huntington e dei suoi sodali). A partire magari dall’attuale pontefice.

LA FURIA SOVRANISTA CONTRO PAPA FRANCESCO

C’è una rete internazionale cattolica di estrema destra, dall’Italia agli USA passando per il Brasile, che ha come obiettivo quello di fermare a tutti i costi Bergoglio.
Parlano i luoghi. Sfarzosi, discreti, con il costante richiamo all’Europa delle armi e dei cavalieri. Eleganti palazzine, conventi medioevali e castelli incastonati nella provincia profonda francese, dove respiri l’aria della guerra di Vandea. Il mondo della fronda anti Bergoglio ci tiene a quell’apparenza da Ancien régime. Un fronte dove la ricchezza diventa forza di propaganda, con donazioni — riservate — pronte a essere investite in oro e immobili. Hanno cardinali di riferimento, come Raymond Leo Burke, statunitense arrivato dalla provincia profonda, da sempre in prima fila nel mondo teocon vicino a Donald Trump.

Burke

I luoghi, dunque. C’è un triangolo geopolitico da cui partire per capire la guerra che il mondo reazionario e sovranista sta conducendo contro la Chiesa di Papa Francesco. Un vertice è l’Italia, con Roma come evidente epicentro. Non solo la Città del Vaticano, ma una serie di fondazioni, associazioni, gruppi sconosciuti ai più — ma in grado di mobilitare nomi che contano — sparsi tra l’Aventino e i palazzi liberty del quartiere Trieste. Ci sono gli Stati Uniti, dove Trump in fondo è l’ultimo arrivato in quella strana alleanza che La Civiltà Cattolica, la rivista della Compagnia di Gesù, ha definito «ecumenismo dell’odio». Network di TV, radio, scuole esclusive, siti internet di successo, dove il verbo del cattolicesimo integralista si unisce e si fonde con l’infinita serie di chiese evangeliche. Qui conta, prima di tutto, la ricchezza, il successo personale, in pieno american way of life. Sei quello che guadagni. E, infine, il terzo vertice, il Brasile di Jair Bolsonaro. Il Sinodo pan-amazzonico (6-23 ottobre 2019) come luogo dello scontro finale. Apparentemente per alcuni passaggi contenuti nel documento preparatorio, “Instrumentum laboris”, che richiamavano alcune tesi sostenute dalla parte progressista della conferenza episcopale tedesca (la possibilità di ordinare sacerdoti anziani con famiglia, riconosciuti dalle comunità indigene locali e una maggiore apertura alle donne). Ma il nocciolo, la questione chiave è ben altra. Riguarda la protezione integrale dell’ambiente — che nella visione sinodale si unisce allo sviluppo umano —, la lotta per la democrazia, la guerra alla corruzione. E l’opzione preferenziale per i poveri. Una visione “progressista” (evangelica in realtà) che diventa insopportabile e pericolosa per il fronte iperliberista mondiale. Tra Europa, USA e America Latina.

TRADIZIONE, FAMIGLIA E PROPRIETÀ

«Il cardinal Burke in questa sede è stato non so quante volte, ha celebrato messa qui, non so se ha visto l’altare lì dietro…». Julio Loredo mostra la piccola cappella nascosta dietro due porte scorrevoli nella sede dell’associazione Luci sull’Est, nel cuore di Roma. Nato in Perù, cittadino spagnolo, arrivato in Italia nel 1994, Loredo è il presidente della sezione italiana della potente e antica fondazione Tradizione, Famiglia e Proprietà, Tfp. Fondata nel 1960 in Brasile da Plinio Corrêa de Oliveira, Tfp è stata la principale lobby a ispirare il golpe militare a Brasilia e Rio, nel 1964. Ha una vera ossessione: la difesa dei grandi latifondi e la lotta senza tregua alle riforme agrarie. Quelli di Tfp amano definirsi il più grande network anticomunista e antisocialista del mondo. Roba seria e tosta. Quando nel 1987 la costituente brasiliana, eletta dopo il ventennio di dittatura militare, stava elaborando la carta fondamentale attualmente in vigore, Tradizione, Famiglia e Proprietà riuscì, con un profondo lavoro di pressione, a bloccare il principio della ridistribuzione delle terre.

Il legame con il cardinal Burke è antico, assicura Loredo: «Lo conosciamo da quando era vescovo di La Crosse, con lui siamo amici da sempre». Strettamente legato all’associazione è anche il vescovo di Astana Athanasius Schneider, che con Burke ha firmato la lettera contro il Sinodo panamazzonico pubblicata il 24 settembre 2019, dove accusano l’attuale pontificato di “confusione dottrinale”: «Anche lui lo conosciamo da quando era seminarista, lo abbiamo visto formarsi».

ORO E CASTELLI. CON IL ROSARIO IN MANO

Tradizione, Famiglia e Proprietà dal Brasile ha allargato il campo di influenza e di reclutamento — soprattutto di giovanissimi — in ventotto Paesi. Non punta ad avere un alto numero di seguaci, ma a creare reti di influenza nei confronti dei governi sui temi tipici dell’internazionale sovranista. Famiglia tradizionale, lotta contro gender e aborto, certo. Ma anche un programma politico chiaro: «Le nostre battaglie sono state contro la linea a favore dei diritti umani del presidente Carter, contro la teologia della liberazione, contro l’ambientalismo e il pacifismo», si legge sul sito statunitense. E a Washington oggi la Tfp ha sessanta dipendenti, settantacinque volontari a tempo pieno e 14 milioni di dollari di donazioni, quasi raddoppiate negli ultimi cinque anni. Soldi che in parte investe in acquisto di oro, come si legge nei bilanci degli ultimi anni. E in una quantità industriale di rosari da mostrare, in stile Salvini, nelle manifestazioni pubbliche: una partita da un milione di dollari è arrivata da Giussano, in provincia di Monza e Brianza.

In Europa possono contare su un tesoro accumulato grazie a donazioni discrete e riservate. Nella zona della Mosella, in Francia, nella piccola città di Creutzwald, c’è la lussuosa villa La Clarière, che ha ospitato le conferenze del cardinal Walter Brandmüller, altro punto di riferimento del fronte che si oppone a papa Francesco. Acquistata nel 2003 e completamente restaurata, è stata inaugurata nel 2006 dal cardinale Jorge Arturo Estévez Medina, conosciuto come il “Cardinal Pinochet”, per la sua vicinanza con il dittatore cileno («prego per lui tutti i giorni», aveva dichiarato alla fine degli anni Novanta). Qui ha sede la Federazione per la civilizzazione cristiana, think-tank fondato nel 2010 che per alcuni anni ha agito come lobby a Bruxelles, centro di una fitta ragnatela di associazioni, dall’Italia alla Polonia, dalla Germania al Belgio.

L’INFLUENZA RUSSA NEL NOME DEL CONGRESSO DI VIENNA

In Italia un ruolo importante di quest’area è ricoperto da Roberto de Mattei, storico del Cristianesimo che ha legami antichi con il mondo di Tradizione, Famiglia e Proprietà. Antievoluzionista, antigay, convinto che «le catastrofi naturali talora sono esigenza della giustizia di Dio», è uno dei protagonisti della guerra contro Bergoglio, in prima linea nel fronte anti-Sinodo. Il 28 settembre 2019 ha organizzato un flash mob a Castel Sant’Angelo, chiamato “Acies ordinata”, proponendo una preghiera contro «gli spiriti maligni dell’Amazzonia». È a capo della Fondazione Lepanto, con sede a Roma, nel complesso medioevale di Santa Balbina, di proprietà del noto ospizio Ipab Santa Margherita. Ma ha anche un indirizzo a Washington, segno del legame stretto con i teocon: «Più che una sede abbiamo molti amici negli Stati Uniti». Dunque fede atlantica, certo. Ma nel maggio del 2014 De Mattei viene anche invitato a Vienna per un incontro, destinato a rimanere segreto, organizzato dall’oligarca russo Konstantin Malofeev. C’erano, tra gli altri, Marion Maréchal-Le Pen, l’allora leader del Partito delle libertà austriaco Heinz-Christian Strache e l’immancabile filosofo Aleksandr Dugin, il più amato dai sovranisti: «C’erano anche dei parlamentari italiani, ma era un incontro riservato e non vorrei violare la loro privacy», racconta. Era stato invitato come storico, il tema era il bicentenario del Congresso di Vienna: «Però io mi sono subito trovato a disagio, le mie idee sono antitetiche a quelle di Dugin». Per De Mattei quell’incontro aveva un obiettivo chiaro: «A mio parere c’è una manovra da parte della Russia di infiltrazione del mondo conservatore e tradizionale europeo. Nei confronti di alcuni partiti politici, a partire dalla Lega, e dei movimenti pro-life. Mi sembra che la Russia stia un po’ svolgendo il ruolo che ha avuto la CIA nei decenni passati». E l’influenza atlantica oggi? «In America sono i movimenti pro-life a condizionare la politica, mentre in Russia è l’inverso, è la politica che condiziona». L’antica cortina di ferro è diventata fluida. Ma l’obiettivo è lo stesso: fermare la spinta riformatrice di papa Francesco.

L’INCHIESTA DI REPORT

Per allacciare un po’ di fili di questa intricatissima matassa torna utile ripassare le scoperte di una fenomenale indagine della trasmissione Report, recente inchiesta TV diventata già semi-leggendaria per bravura e portata.
Magari assaporando un mojito. Lo stesso che è stato consumato in una giornata di mezza estate in una discoteca nei giorni successivi alla pubblicazione di alcune registrazioni. Quelle che proverebbero l’esistenza di un patto segreto tra italiani e russi, una trattativa che si sarebbe svolta nell’hotel Metropol a Mosca il 18 ottobre del 2018. Qualcuno, rimasto fino a oggi segreto, ha registrato questa trattativa finalizzata a portare, attraverso la compravendita di gasolio, soldi freschi nelle casse sofferenti della Lega dopo lo scandalo dei 49 milioni delle truffe dei rimborsi elettorali.
Ad anticipare alcuni contenuti di queste registrazioni sono stati i giornalisti de L’Espresso. Poi il sito americano Buzzfeed ha pubblicato i nastri, le registrazioni integrali. Dalle voci emerge che c’è Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini, Gianluca Meranda, che è un avvocato con affari a Malta (toh!, ancora l’isola…) ed è un funzionario della banca londinese Euro-Ib, poi c’è un suo collaboratore, Francesco Vannucci, che è anche un ex funzionario del Monte di Paschi di Siena. Ci sono anche tre russi. Uno è rimasto fino a oggi nell’ombra. Poi c’è Andrey Kharchenko, un funzionario dell’ambasciata russa in Italia, dirigente del movimento politico che fa riferimento al sovranista Dugin. Poi c’è Yakunin, legato a un potente avvocato d’affari, politico, amico di Putin.
Il giorno dopo lo scandalo, sia il premier Conte che l’opposizione parlamentare dicono: «Salvini, vieni a spiegarci». Invece lui al Parlamento preferisce la spiaggia. È qui al Papeete, sulla famosa spiaggia di Milano Marittima, che quest’estate Matteo Salvini ha cercato rifugio subito dopo essere stato trascinato nello scandalo “Metropol” dal suo ex portavoce, Gianluca Savoini.

Nella formazione politica di Savoini e nel suo stretto rapporto con la Russia c’è una figura chiave degli anni di piombo: Maurizio Murelli, fin dagli anni ’80 punto di riferimento del neofascismo milanese. Murelli ha scontato undici anni di carcere per il concorso nel già citato omicidio dell’agente di polizia Antonio Marino, ucciso da una bomba a mano durante una manifestazione di piazza nel ’73. Dopo essere uscito di prigione, Murelli fonda Orion, un centro culturale che mescola idee neonaziste e filosovietiche, e lavora per la nascita di un continente euroasiatico sotto l’egemonia della Russia. Tra gli adepti di Orion c’è anche Gianluca Savoini.
In comune tra Murelli e Savoini c’è anche la Lega. All’inizio degli anni ’90 Murelli decide di far iscrivere al partito di Bossi i suoi uomini migliori del gruppo Orion per perseguire una precisa strategia politica. Il cui obiettivo è di estrapolare l’essenza del fascismo (e soprattutto del nazismo) per poi riuscire a rivitalizzarlo.
A un certo punto cominciano a vedersi i primi segni della nascita delle varie leghe in Lombardia, in Piemonte e in Veneto. Lui capisce che quelle possono essere il nuovo corpo a cui dare un’anima. «Io sono tra quelli che ha intuito la potenzialità di sviluppo della Lega. Quell’ambiente lì era culturalmente più debole ma con diverse, con notevoli potenzialità di sviluppo», dichiara Murelli ai giornalisti di Report. «Si buttano semi al vento, alcuni cadono sul terreno fertile e germogliano e altri no». E uno dei semi che germoglia è proprio quello di Savoini, che a partire dal 2013 diventa il consigliere più stretto di Salvini. È in quel momento che Salvini avvia la metamorfosi della Lega: da movimento secessionista e antimeridionale, diventa partito sovranista, con posizioni radicali che conquistano i neofascisti italiani.
Una prova importante si trova in un comizio del 2015 che Salvini fa a Roma con il leader di Casapound, l’organizzazione di neofascisti che Maurizio Murelli ha definito pubblicamente “suoi figli”. E qualche seme evidentemente deve essere germogliato anche in Russia. È infatti grazie a Maurizio Murelli che Gianluca Savoini conosce Alksandr Dugin, che nella trattativa del Metropol potrebbe avere avuto un ruolo.
Con l’arrivo di Salvini al governo, il rapporto di Dugin con Savoini e Murelli torna a essere particolarmente intenso. In una foto scattata nel locale gestito da Rainaldo Graziani, figlio di Clemente, fondatore del movimento neofascista Ordine Nuovo, Murelli e Savoini sono seduti allo stesso tavolo, poco distanti da Dugin, che quella sera viene omaggiato della “lampada di Yule” (immagine a destra), un manufatto della simbologia celtica, che il capo delle SS Himmler introdusse nelle cerimonie naziste.

È proprio Murelli che come già detto mette in contatto Savoini con Dugin in una cena del 2018 a Milano. Ma perché Murelli infiltra la Lega? Perché la ritiene quella culturalmente più debole, la cultura come argine. E Salvini? Salvini quando viene accusato di essersi avvicinato troppo a posizioni nazifasciste respinge le accuse al mittente. Ma Report ha trovato un sondaggio commissionato proprio dalla Lega nel 2017 e rimasto segreto. Salvini ha tastato il polso del suo elettorato sul nazifascismo. Ed emerge che una fetta, dal 45% al 71%, pensa che non vadano represse le idee sul nazifascismo, e che esso non sia un problema (!), e non se ne teme un ritorno. Ma è possibile ritenere un giudizio ancora “aperto”, questo dell’orrore che ha provocato la morte di dieci milioni tra ebrei, rom, ucraini, polacchi, sinti, omosessuali, quello che ha provocato le camere a gas, le fucilazioni e le stragi di Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine? Questo orrore è da relegare a un sondaggio? E infatti da Via Bellerio hanno ritenuto conveniente non pubblicarlo.

Salvini sul “balcone di Mussolini”

Tuttavia quei risultati hanno dato forza a Salvini, tanto che il leader — ormai ministro — si è perfino andato ad affacciare a quello stesso balcone, a Forlì, dove si era affacciato Mussolini e, sia pur ministro di una repubblica espressamente “antifascista” come quella italiana, ha portato la sua solidarietà a quei balneari che a Chioggia gestivano una spiaggia ostentando simboli fascisti e nazisti. Ma questo perché Salvini ha nostalgia del nazifascismo? No. È solo opportunismo elettorale. Sa di poter contare su quei voti, sa di poter contare su quei germogli seminati da Murelli e che gli hanno consentito poi di presentarsi alla corte di quegli oligarchi russi  controversi che forse hanno avuto un ruolo nella trattativa del Metropol.

Savoini, a sinistra, con Dugin, terzo da sx, davanti al Metropol, 18 ottobre 2018

Ma c’è un’altra foto ancor più significativa. Quella in cui si vedono Dugin e Savoini davanti al Metropol la mattina del 18 ottobre del 2018, il giorno in cui si tiene la trattativa per la mega tangente. Un coinvolgimento del filosofo russo non è mai stato dimostrato, ma, stando alle rivelazioni del sito Buzzfeed, a negoziare con Savoini al tavolo del Metropol ci sarebbe stato anche Andrey Karashenko, che alcuni organi di informazione ufficiale russi indicano come dipendente del movimento politico di Aleksandr Dugin.
Dugin come detto è diventato uno dei principali ideologi del sovranismo europeo. Il filosofo russo auspica la fine della democrazia liberale e, stando alle sue parole, l’avvento di un populismo integrale e di una rivoluzione illiberale. Se in Russia il riferimento politico di Dugin è Putin, in Europa occidentale è Matteo Salvini.

«L’Italia è sempre stata serva dell’Unione Europea, di Bruxelles. Ha fatto politica sotto dettatura di qualcun altro. Anche perché alcuni temi etici al di là degli obbiettivi economici, la visione della famiglia, l’importanza della religione, della tradizione, delle lingue, mi sembra che stiano tornando anche grazie a molti giovani che se ne interessano». Salvini dice queste parole in un’intervista del 2016 a Tsargrad TV, all’epoca diretta da Dugin. Si tratta un canale di informazione militante, ultraconservatore e ultra tradizionalista. Il suo proprietario è Konstantin Malofeev, nostalgico dello zarismo e sostenitore di Putin. Possiede Marshall Capital, un fondo di investimento da 1 miliardo di dollari. Malofeev è uno degli oligarchi russi più ricchi e potenti. Sebbene si definisca un filantropo, nel 2014 è stato inserito dall’Unione Europea nella lista nera delle persone non desiderate. Da allora gli è vietato l’ingresso nell’area Schengen, gli sono stati congelati tutti i conti presso le banche europee e sono state introdotte pesanti sanzioni per chi fa affari con lui. Tutto ciò non ha impedito a Salvini negli ultimi anni di volare più volte a Mosca e incontrare l’oligarca filantropo.
Nel 2013, quando Salvini fu eletto segretario della Lega, tutti rimasero molto sorpresi nel vedere intervenire dal palco un russo, un certo Alexey Komov, che nessuno conosceva o aveva sentito nominare. Sarebbe interessante scoprire come mai i rapporti tra il mondo salviniano e quello di Malofeev si siano così velocemente intensificati dopo la sua elezione a segretario della Lega. Appena qualche mese dopo il congresso il suo portavoce Gianluca Savoini fonda infatti l’associazione Lombardia-Russia (esiste anche un’associazione culturaleLiguria-Russia”, nel cui consiglio direttivo siede Savoini: nell’agosto 2017 organizza a Vagli la cerimonia per l’erezione di una statua dedicata al militare russo Aleksandr Prokhorenko morto a Palmira durante la guerra contro l’ISIS); e chi nomina come presidente? L’uomo di Malofeev, Alexey Komov.
Stando a quanto hanno scoperto i giornalisti Vergine e Tizian nel loro “Libro Nero della Lega”, prima del Metropol, Savoini avrebbe avviato una negoziazione per il petrolio anche con l’Avanguard Oil e Gas, una società che aveva sede nello stesso palazzo delle società di Malofeev. Report ha scoperto che la presenza dell’Avanguard nello stesso palazzo di Malofeev potrebbe essere molto più di una semplice coincidenza. Dai documenti acquisiti da Report risulta infatti che l’un per cento della società è direttamente intestato a Malofeev e l’altro 99% appartiene a una compagnia diretta da un suo dipendente.
Prima delle sanzioni, Malofeev si è dimostrato molto generoso con i partiti di destra europei: al neofascista Jean Marie Le Pen ha fatto ottenere tramite una società cipriota un prestito di due milioni di euro e, stando alle accuse mosse contro Malofeev in Francia, grazie al suo intervento il Fronte Nazionale di Marine Le Pen avrebbe ottenuto tramite una banca russa 9,4 milioni di euro.

Giorgio Mottola di Report ha soprattutto scoperto l’agenda segreta di Malofeev, quella dove ci sono gli appuntamenti tra l’oligarca russo e le potenti fondazioni americane, conservatrici di destra, ultracristiane, che hanno stretto una sorta di santa alleanza e dalle cui casse è partito un miliardo di dollari per finanziare movimenti e fondazioni con la finalità di far implodere l’Europa. Tanti soldi, al punto da far tirar fuori un rosario anche a chi non aveva dato prova fino a quel momento di essere un fervente cattolico.
Il suo è un progetto politico internazionale che si basa su una stretta collaborazione tra Russia e Stati Uniti: proprio per questo a Washington la Right Wing Watch, uno dei più importanti centro studi sull’estrema destra, sta monitorando Malofeev da anni. San Basilio il Grande è la più ricca e potente fondazione russa: Malofeev, l’«oligarca di Dio», la finanzia ogni anno con decine di milioni di euro. Usa la fondazione per attività benefiche, ma soprattutto per combattere i nemici della cristianità. A partire dalla fantomatica “lobby gay”.

«E io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria che sono sicuro ci porterà alla vittoria» (Matteo Salvini a Milano, 18/05/2019, manifestazione “prima l’Italia”).
Da dopo che si sono intensificati i suoi viaggi in Russia, il rapporto pubblico di Salvini con la religione è profondamente cambiato: post social sulla Madonna, ostentazione di simboli religiosi baciati in pubblico, fino ad arrivare al sostegno pubblico dato al Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona.
Il World Congress of Families a cui Salvini annuncia il suo sostegno è un’organizzazione internazionale antiabortista e contraria alle unioni omosessuali. Il presidente è un americano, Brian Brown, il suo vice è la vecchia conoscenza Alexey Komov. L’organizzazione esiste da più di vent’anni ma è stato Konstantin Malofeev a darle una nuova vita nel 2013: è l’anno in cui l’«oligarca di Dio» in gran segreto vola negli Stati Uniti a incontrare i capi della destra religiosa, con l’aiuto di Alexey Komov. A Washington incontra deputati repubblicani come Chris Smith, rappresentanti del Family Research Council, una delle più importanti associazioni antiabortiste americane, Nation For Marriage di Brian Brown, presidente del World Congress of Families e rappresentanti dell’Heritage Foundation e del Leadership Institute, due delle più potenti fondazioni repubblicane. La “Santa Alleanza” del World Congress of Families si riunisce pochi mesi dopo nel 2014 a Mosca per il primo congresso internazionale ultra tradizionalista organizzato da Malofeev. Gli americani partecipano sebbene poche settimane prima ci sia stata l’invasione della Crimea e la Russia e l’«oligarca di Dio» siano stati colpiti dalle sanzioni di Stati Uniti ed Europa.

Scorrendo la lista degli invitati al Forum di Mosca del 2014, troviamo una nutrita rappresentanza italiana. La delegazione più folta è quella dell’associazione “Pro Vita”. L’associazione Pro Vita si è fatta conoscere negli ultimi anni per sue campagne shock contro l’aborto e contro le unioni omosessuali. Il suo portavoce è Alessandro Fiore, figlio di Roberto, leader di Forza Nuova. E fino a qualche anno fa a distribuire il Notiziario dell’associazione Pro Vita era Rapida Vis, una società intestata ai figli del leader di Forza Nuova. In una email del database dell’OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project, Progetto di investigazione sulla corruzione e il crimine organizzato, organizzazione giornalistica non-profit fondata nel 2006 come un consorzio di centri di giornalismo investigativo, media e giornalisti indipendenti che operano in Europa orientale, nel Caucaso, in Asia Centrale, America Latina e Africa), Alexey Komov, l’uomo di Malofeev, definisce Roberto Fiore «il nostro amico italiano filorusso». E proprio a Komov, Fiore chiede aiuto per trovare un avvocato a un leader neofascista in carcere in Grecia.

Ma dalla Russia, oltre al sostegno politico, negli ultimi anni è arrivata anche una valanga di soldi al mondo pro vita italiano. Da tre conti dell’Est Europa legati a società dell’Azerbaijan e della Russia sono partiti oltre 2 milioni di euro, destinati alla Fondazione Noave Terrae di Luca Volonté, ex parlamentare dell’UDC e membro del direttivo, insieme ad Alexey Komov, dell’Howard Center, la fondazione presieduta da Brian Brown che organizza il World Congress of Families. A partire dal 2015, nel direttivo di Novae Terrae figura anche il senatore della Lega, Simone Pillon, che si è distinto per un controverso e discusso disegno di legge sulla famiglia, per le sue dichiarazioni contro l’aborto e contro i diritti dei gay.
Tra il 2012 e il 2016 dalla Novae Terrae sono partiti bonifici verso decine di associazioni del mondo pro vita ultra tradizionalista come “Citizen Go”, specializzata in campagne contro le unioni gay; lo “Iona Istitute” famoso per le sue campagne antiabortiste; i Papaboys; la francese “Manif pour tous”; l’americana “Sutherland Institute” e soprattutto la “Dignitatis Humanae Institute”, l’associazione di Benjamin Harnwell legata a Steve Bannon, l’ex capo stratega della Casa Bianca che dopo aver contribuito alla vittoria di Trump è sbarcato in Italia e ha iniziato a incontrare capi politici come Giorgia Meloni, cui ha offerto il suo sostegno.

Steve Bannon a Roma
Roma, 22 settembre 2018. Da destra, Benjamin Harnwell, Steve Bannon, Giorgia Meloni e Mischaël Modrikamen durante Atreju, l’evento degli attivisti di destra organizzato da Fratelli d’Italia. (Jabin Botsford, ‘The Washington Post’ via ‘Getty Images’)

Bannon andò a incontrare anche l’allora ministro dell’Interno Salvini e nel viaggio in auto verso il Viminale venne accolto da un emissario della Lega, Federico Arata, figlio di Paolo, socio occulto del re dell’eolico Vito Nicastri, condannato nel 2019 per aver finanziato la latitanza del boss Matteo Messina Denaro. Paolo Arata è accusato di aver promesso al sottosegretario leghista Armando Siri una mazzetta da 30mila euro per inserire un emendamento a favore dell’eolico. Ed è proprio con il figlio Federico che Bannon parla di strategie elettorali.
Steve Bannon aveva costruito la sua roccaforte italiana a Collepardo, in provincia di Frosinone, dentro una magnifica abbazia del 1200, la Certosa di Trisulti. Per otto secoli ci hanno vissuto i Frati Certosini. Bannon e Harnwell volevano costruirci dentro una scuola di sovranismo. Dopo un primo servizio di Report nell’aprile 2019, a causa delle irregolarità riscontrate il Ministero dei Beni Culturali revocò a Dignitatis Humanae la concessione.

E l’ennesimo cerchio si chiude. Decine di cerchi, anzi. Tutti con il medesimo centro.

Peraltro, nella costruzione della “Santa Alleanza” fra russi e americani la Dignitatis Humanae sembra aver avuto un ruolo tutt’altro che secondario. Nel 2014 durante un convegno dell’associazione a Roma, Steve Bannon interviene via Skype e benedice l’inizio della collaborazione con i russi. «Sapete, Putin è uno molto, molto, molto intelligente. Noi occidente giudaico-cristiano dobbiamo guardare con interesse a quello che dice sul tradizionalismo e al suo appoggio al nazionalismo. Credo che in questa fase storica, con la minaccia di un califfato alle porte, possiamo stringere un accordo con lui su alcune cose». Ed è proprio in questo periodo che si intensifica il flusso dei soldi da parte di associazioni americane ultracristiane verso l’Europa (negli ultimi dieci anni sono stati inviati in Europa bonifici per oltre un miliardo di dollari; quasi 700 milioni vengono da associazioni finanziate dalla National Christian Foundation, la più grande fondazione ultraconservatrice americana, che gestisce un budget di quasi due miliardi di dollari all’anno). Dai bilanci si sa solo a chi vanno i soldi ma non da chi provengono. E sui flussi finanziari verso l’Europa è tutto ancora più oscuro: non vengono indicati né i singoli Paesi europei, né i beneficiari. Tra le associazioni ultraconservatrici che hanno trasferito più soldi in Europa ci sono con quasi 50 milioni di dollari l’American Bible Society e quel Discovery Institute che propaganda teorie creazioniste pseudoscientifiche. E soprattutto ci sono svariate fondazioni appartenenti al World Congress of Families come l’Alliance Defending Freedom e l’American Center for Law & Justice, che finanziano a Bruxelles attività di lobbying per quasi un milione di euro. Ciliegina sulla torta è l’Acton Institute, una delle più potenti associazioni della destra religiosa americana, che ha anche una sede a Roma. Dal 2013 l’Acton ha inviato in Europa quasi un milione di dollari e ha lavorato a stretto contatto con la Dignitatis Humanae Institute.

Quanti cerchi si devono chiudere, prima che apriamo gli occhi?


Tutte le strade portano a Mosca

QUANTI RUSSIAGATE CI SONO?

Questo “gioco” ha causato una serie di imbarazzi in Occidente. Li chiamano tutti Russiagate, sono più d’uno. Quello italiano è gigantesco e oggetto di indagini per una volta (finalmente!) molto ben occultate da parte delle procure nostrane. Gianluca Savoini, ex-portavoce di Salvini, intrallazzò con pezzi grossi dell’entourage di Vladimir Putin. Come anche i sassi ormai sanno il negoziato, condotto all’hotel Metropol di Mosca, riguardava la compravendita di una maxi partita di gasolio da acquistare con il 4% di sconto (avrebbe generato 65 milioni in nero) e destinata a foraggiare la campagna elettorale della Lega dell’allora ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini alle ultime elezioni europee. Come si dirà anche più avanti, i russi presenti erano tre, tra questi c’erano il manager Ilya Andreevic Yakunin, molto vicino all’avvocato Pligin (incontrato da Salvini in segreto la sera prima), e Andrey Kharchenko, in stretti rapporti con il filosofo dell’estrema destra russa Aleksandr Dugin. Il carburante destinato a finanziare la Lega, nel piano stabilito al Metropol, sarebbe stato venduto dal colosso petrolifero Rosneft; la banca londinese Euro-IB avrebbe fatto da intermediario; ENI, la società di Stato italiana, avrebbe acquisito il gasolio a prezzo pieno.
Ci piacerebbe tanto che si indagasse pure — e senza perdere tempo, vista la nostra situazione di allarmante risveglio di pulsioni fascistoidi — sui rapporti Lega-Mosca non solo per la vicenda Metropol ma soprattutto per l’accordo politico firmato dalla Lega col partito (se non unico, diciamo raro) di Putin, con conseguenti selfie nella Piazza Rossa di Mosca. Senza dimenticare che perfino nello scandalo Cambridge Analytica, ovvero l’imbroglio globale che mette insieme Russi e Trump, Brexit e violazioni dei diritti digitali, c’è sempre quel non meglio precisato partito italiano che negli ultimi anni aveva perso vigore e che improvvisamente è tornato protagonista della vita politica, cui la società di web marketing inglese vicina ai russi e all’Alt-Right mondiale ha quasi certamente fornito i suoi formidabili servizi illegali.
E visto che ci siamo sarebbe interessante anche conoscere qualche dettaglio sui rapporti politici del Movimento Cinquestelle con gli apparati putiniani, abbracciati idealmente dal programma delle elezioni del 2018 e poi fatti sparire di notte, con tanti saluti al voto su Rousseau, poco prima della firma del “contratto di governo giallorosso”. (Come si è appena scoperto, la Casaleggio & Associati ha sottratto i dati personali di utenti Facebook tre anni prima di Cambridge Analytica. La società inglese aveva sottratto 87 milioni di profili che finirono per essere impiegati per aiutare Trump e Brexit, ma il sistema era già stato testato nel 2013 in Italia con un’app scaricabile dal blog di Beppe Grillo. Qui su Linkiesta la denuncia di Marco Canestrari, l’ex braccio destro del cofondatore del Movimento 5 Stelle.)

Per quasi tutto Novembre 2019 l’attenzione dei media è stata catalizzata dal fatto che il premier Giuseppe Conte avrebbe mandato i vertici dei servizi italiani a rispondere alle sollecitazioni degli americani su un’improbabile origine italiana di un complotto delle sinistre mondiali per destabilizzare Trump. Conte, hanno spiegato fonti vicine al premier, voleva soltanto capire se i governi che lo hanno preceduto, quello Gentiloni e quello Renzi, avessero davvero tramato con Barack Obama attraverso il misterioso professor Mifsud della Link University (cfr. ibidem).
La ricostruzione trumpiana fa acqua da tutte le parti ed è una bufala mediatica per confondere le acque in relazione all’impeachment di Trump a Washington. Ma al (doppio) Presidente del Consiglio italiano, impegnato anche a rispondere formalmente al Copasir dove l’ex-socio Salvini ha piazzato un suo presidente (ma che bella idea), viene da chiedere per quale motivo, avendo avuto sentore di manovre sospette intorno alla Link University (ci arriviamo fra poco) non si sia fermato un attimo per dire al suo capo politico, Luigi Di Maio, che forse non era il caso di usare l’ateneo romano come serbatoio di cervelli del M5s (cfr. ibidem) e del governo che poi è andato a presiedere.

COSA C’ENTRA CONTE CON TRUMP E LA RUSSIA?

Giuseppe Conte autorizzò due incontri ritenuti molto irrituali tra i capi dei servizi segreti italiani e William Barr, il procuratore generale statunitense — più o meno l’equivalente del nostro ministro della Giustizia — inviato dal presidente Donald Trump a cercare le prove di un fantasioso complotto ai suoi danni. Nel frattempo è venuto fuori che episodi simili si sarebbero verificati in Australia e nel Regno Unito, con il risultato di mettere in imbarazzo i governi e i servizi di intelligence di quei Paesi.

La vicenda è legata al famoso caso delle email sottratte con un attacco informatico al Partito Democratico statunitense e alla sua candidata alle elezioni presidenziali del 2016, Hillary Clinton. Mentre gli investigatori statunitensi, guidati dal procuratore Robert Mueller, hanno scoperto imbarazzanti collegamenti tra i membri del comitato elettorale di Trump e il governo russo, che notoriamente ordinò l’attacco informatico e il furto delle email, Trump e i suoi sostenitori da tempo sostengono una teoria opposta e per il momento priva di riscontri: l’intera faccenda delle email rubate non sarebbe altro che una trappola.

Secondo questa teoria, i Democratici americani si sarebbero rubati le email da soli, le avrebbero consegnate ai russi e poi avrebbero fatto arrivare l’informazione allo staff di Trump così che, in caso di vittoria di Trump alle elezioni presidenziali, avrebbero potuto accusarlo di essere in combutta con i russi e rimuoverlo dalla presidenza. Barr, hanno scritto i giornali, sarebbe stato inviato in Italia proprio per trovare una conferma di questa teoria, nell’ambito di un più generale impegno dell’amministrazione e dello stesso Trump nella ricerca di sostegno e aiuti politici da parte dei governi stranieri, come accaduto con l’Ucraina.

Proprio il premier Conte avrebbe ricevuto questa richiesta di chiarimenti dagli americani (apparentemente negli stessi giorni in cui, col suo governo in bilico, Trump annunciò su Twitter che lo avrebbe sostenuto, chiamandolo «Giuseppi» in un famoso tweet rimasto online per 24 ore e poi corretto). Conte avrebbe girato questa richiesta al capo del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), l’organo che controlla i due principali servizi di intelligence italiani: Gennaro Vecchione, generale della Guardia di Finanza e amico di Conte, che lo aveva scelto personalmente per l’incarico. Il 15 agosto Vecchione e Barr si sono quindi incontrati segretamente nella sede del DIS in piazza Dante, a Roma. Conte non avvertì dell’incontro nemmeno i partiti che all’epoca lo sostenevano, Lega e Movimento 5 Stelle.

Joseph Mifsud

La riunione e il suo contenuto sono rimasti segreti fino all’inizio di ottobre, quando sono stati rivelati da una serie di articoli di giornale. Anche se ufficialmente non si sa cosa si siano detti Barr e Vecchione, i giornali sono concordi nel dire che la discussione si concentrò su Joseph Mifsud, un misterioso professore universitario maltese finito in mezzo allo scandalo Russiagate (quello originale, statunitense).

IL MISTERIOSO JOSEPH MIFSUD

Mifsud (classe 1960), prima di far perdere le sue tracce nel 2017, era un professore dell’università privata italiana Link Campus (molto frequentata e utilizzata dai servizi di intelligence, dai diplomatici e dai membri delle forze di sicurezza italiane). Mifsud aveva anche molte altre amicizie, dalla Fondazione Clinton al ministero degli esteri russo, passando per frequentazioni con persone legate ai servizi di sicurezza e all’esercito russo.

Grazie a questa vasta rete di conoscenze, nella primavera del 2016 Mifsud entrò in contatto con un giovane consulente della campagna elettorale di Trump, George Papadopoulos, e immediatamente iniziò a stringere rapporti con lui. Gli prospettò la possibilità di aprire canali privilegiati di comunicazione tra lo staff di Trump e il governo di Vladimir Putin e lo introdusse a diverse personalità della comunità russa a Londra (tutta la vicenda, raccontata agli investigatori dagli stessi protagonisti, ha toni spesso farseschi: a un certo punto, per esempio, Mifsud spacciò una sua giovane amica russa per la nipote di Putin).

Nell’incontro più importante tra i due, che avvenne il 25 aprile 2016, Mifsud avrebbe detto a Papadopoulos che i russi erano in possesso di migliaia di email compromettenti su Hillary Clinton, in anticipo di due mesi rispetto a quando la notizia divenne di dominio pubblico. Pochi giorni dopo Papadopoulos riferì la rivelazione a un diplomatico australiano, che ne parlò al suo governo il quale a sua volta fece arrivare la notizia all’intelligence statunitense. Questa catena di rivelazioni è uno degli elementi più importanti tra quelli che hanno fatto iniziare il Russiagate, facendo venire alla luce gli sforzi del governo russo nel favorire Trump e danneggiare Clinton, e che hanno portato all’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller.

Quando nel corso del 2017 queste rivelazioni divennero mano a mano pubbliche (anche in seguito agli interrogatori e poi alla condanna di Papadopoulos), Mifsud scomparve. Dall’ottobre del 2017 ha smesso di rispondere al telefono e alle email. Ha abbandonato affetti e amicizie, compresa la sua compagna ucraina all’epoca incinta, mentre il suo avvocato dice di non sentirlo più da mesi. Luciano Capone, il giornalista del Foglio che da anni segue il caso Mifsud, ha scoperto che almeno fino al maggio del 2018 il professore continuò a vivere a Roma, in un appartamento affittato da una società collegata alla Link Campus University. Capone ha anche scoperto l’ultima foto di Mifsud: un bizzarro scatto realizzato nello studio del suo avvocato a Zurigo, in cui il professore tiene bene in vista un giornale con la data del 21 maggio 2018.

Numerosi sostenitori di Trump, negli Stati Uniti e in Italia, non credono però alla storia delle spie improvvisate e pasticcione, dei mezzi millantatori travolti dalle tempeste da loro stessi scatenate e così, per difendere il presidente statunitense, hanno elaborato la citata teoria del complotto, particolarmente contorta. Secondo questa versione, Mifsud sarebbe stato un agente al soldo dei servizi segreti italiani, i quali, su richiesta della CIA (a sua volta mossa dall’allora presidente Barack Obama) avrebbero organizzato una trappola per incastrare Trump: Mifsud avrebbe parlato delle email di Hillary al comitato di Trump, così da generare un interessamento che i Democratici avrebbero potuto usare per accusare Trump di aver cercato l’aiuto dei russi e, in caso di una sua vittoria alle elezioni, metterlo in stato di accusa (per questa ragione i complottisti definiscono questa teoria quella della “polizza assicurativa”).

Per quanto la teoria sia zoppiccante e strampalata, secondo tutte le ricostruzioni Barr sarebbe venuto in Italia proprio per cercare di confermarla e per farsi dire dai servizi segreti italiani se davvero Mifsud era un loro burattino, parte di un complotto nel quale erano stati coinvolti dalla CIA di Obama. Secondo i critici di Conte, invece di liquidare la richiesta seccamente, il Presidente del Consiglio avrebbe cercato di accontentare l’amministrazione Trump, mettendo a disposizione degli obiettivi politici del presidente statunitense i vertici dei servizi segreti italiani. Così il ministro della Giustizia Barr avrebbe incontrato Vecchione il 15 agosto 2019 e, per la stessa ragione, sarebbe tornato una seconda volta il 27 settembre 2019.
Questo secondo incontro, rivelato per la prima volta all’inizio di ottobre, è quello più controverso e imbarazzante per il governo Conte. A quanto pare, infatti, sarebbe avvenuto nell’ambasciata statunitense di Roma e vi avrebbero preso parte non solo Vecchione, ma anche i vertici dei due principali servizi di intelligence, Luciano Carta dell’AISE e Mario Parente dell’AISI, i quali non avrebbero gradito affatto la convocazione e le modalità dell’incontro.
Su cosa sia avvenuto in questa seconda riunione le versioni sono però discordanti. Fiorenza Sarzanini, una delle giornaliste più informate sull’intelligence italiana, non si è sbilanciata e si è limitata a notare che la maggior parte delle domande di Barr avevano al centro la Link Campus University e lo scomparso professor Mifsud. Il Messaggero scrisse invece che il colloquio fu soltanto «di cortesia» e che gli italiani liquidarono sbrigativamente Barr dicendogli che se voleva informazioni più precise avrebbe dovuto presentare una richiesta formale tramite i canali appropriati.
Secondo il sito americano Daily Beast, invece, gli italiani avrebbero fatto molto di più. Nel corso dell’incontro all’ambasciata statunitense avrebbero fatto ascoltare a Barr un nastro su cui era registrata la deposizione rilasciata da Mifsud dopo che, in seguito alla sua sparizione, chiese protezione alla polizia italiana. Altri giornali ancora, infine, hanno scritto che l’intelligence italiana avviò addirittura un’indagine interna pur di accontentare Barr.

Il report composto dalla divisione dell’AISI (Agenzia informazioni e sicurezza interna) che si occupa di controspionaggio è datato 2016 e viene aperto, sulla base del racconto di una fonte del Servizio, poco prima del capolavoro diplomatico di Mifsud, l’accordo tra la Link e l’università moscovita Lomonosov. La data è importante perché è grazie a quell’accordo che la Link si avvicina al mondo putiniano e a una serie di personaggi di nazionalità russa molto importanti. A partire da Ivan Timofeev, figura chiave del Russiagate: secondo l’inchiesta Mueller, proprio a lui Mifsud si rivolge per creare il contatto con l’entourage di Trump come promesso a Papadopoulos, responsabile per la campagna presidenziale dei contatti con l’estero. La Link diventa così oggetto di investigazione della divisione più delicata dell’AISI, quella che indaga sui tentativi di spionaggio all’interno dei confini nazionali.

Agli 007 basta davvero poco per rendersi conto che la Link viene frequentata da parlamentari del PD e del Movimento Cinquestelle, e dagli stessi capi dei servizi. Sono gli anni in cui il partito italiano filo-Putin mette radici ed è trasversale. Sono gli anni delle visite di folte delegazioni a Mosca del M5S e della Lega. Ma anche di Renzi che prima promette a Putin di impegnarsi per la fine delle sanzioni e poi rompe con Mosca dopo una burrascosa telefonata in cui accusa Putin di invadere con le sue TV satellitari il sistema media italiano intossicandolo di fake-news.

Nel corso degli anni alla Link mettono piede i vertici degli apparati, dal capo del DIS Vecchione, voluto fortissimamente da Conte pur senza alcuna esperienza di intelligence, a Bruno Valensise, oggi numero due del DIS ed ex-direttore dell’Ufficio centrale per la segretezza, tra i più delicati dell’AISI perché rilascia i nullaosta di sicurezza, sorta di patenti che attestano il grado di affidabilità per aziende e singoli cittadini oltre che ovviamente per esponenti di governo e ufficiali delle forze dell’ordine. Ma è la scomparsa di Mifsud a rendere caldissimo il file. Possibile che di fronte alla sparizione di uno degli uomini chiave del Russiagate nessuno indaghi? Non lo fa la Procura di Roma, non lo fanno i servizi? In realtà sì, qualcuno continua a indagare…


LINK CAMPUS UNIVERSITY, LA FACOLTÀ CHE SEMBRA USCITA DA UN FILM

Gli analisti dell’AISI iniziano a scavare alle origini dell’università retta da Vincenzo Scotti, ex-ministro DC.
Come nasce e prospera la Link? Quali sono le sue fonti di finanziamento? Fino al 2015 la Link occupava in affitto da un ente religioso una parte di una palazzina in Via Nomentana 335 a Roma. Dal 2016 però tutto cambia e avviene il trasferimento in una sede, quella attuale, molto prestigiosa, il Casale S. Pio V ai margini di Villa Pamphili. Una svolta improvvisa e rimasta misteriosa. Di certo c’è che fino al 2015 molti insegnanti della Link si lamentavano di non essere mai stati pagati, tant’è che proprio il Movimento 5 Stelle presenta una durissima interrogazione parlamentare avanzando dubbi sulla gestione finanziaria e didattica dell’ateneo privato. C’è anche chi ricorda che l’affitto all’ente religioso per la vecchia sede non venne mai del tutto saldato.
Nel 2016 quindi avviene il grande salto: una sede prestigiosa e assai costosa e lo sbarco in Link di soci come Mifsud e Roh, avvocato svizzero. Mifsud ha un ruolo centrale nell’accordo con l’università moscovita Lomonosov, fucina del regime russo. L’accordo viene firmato alla fine del 2016, presente Mifsud, e poche settimane dopo nella nuova sede della Link un ampio locale viene messo a disposizione della Lomonosov.
Nel locale era sempre presente una ragazza russa che faceva funzioni di segretaria di Mifsud e Roh, e si trovava spesso anche un avvocato, ex-ufficiale dell’esercito russo in Sud America (Bolivia, Argentina, Colombia e Brasile) che il primo dicembre 2016 tenne alla Link una conferenza presentata da Mifsud e alla presenza di Scotti e Roh. In quell’occasione l’intervento di Aleksey Aleksandrovich Klishin, ospite della Link, fu un classico dell’ideologia putiniana contro la UE e gli Stati Uniti «dominatori dell’ordine unipolare». Tutto davanti agli occhi di Scotti. (Il quale, fra le altre cose, ha formato personalmente anche Luigi Di Maio.)

Enzo Scotti, classe 1933, 7 volte ministro DC nella Prima Repubblica

Rimane però il mistero dei soldi che con ogni evidenza hanno trasformato la Link da piccola realtà accademica a centro di elaborazione politica che fornisce personale e know how a ben due governi italiani apparentemente di segno opposto.
Né l’arrivo di Roh né tantomeno la partnership con la Lomonosov possono aver consentito questa trasformazione. Gli analisti ipotizzano perciò un finanziatore occulto.
Il fascicolo sulla Link rimane a galleggiare fino a che nel 2018 una delle insegnanti che incarna la liaison tra la Link e l’università preferita dal regime di Putin, Elisabetta Trenta, diventa Ministro della Difesa. Mentre altre due candidate dal Movimento Cinquestelle provenienti dalla Link, Elisabetta Del Re e Paola Giannetakis, pur candidate agli Esteri e al Viminale in campagna elettorale, non riescono nel grande salto.
Nel master che la Trenta avrebbe dovuto tenere a Mosca in seguito all’accordo tra Link e Lomonosov ci sono pezzi da novanta della propaganda putiniana: il già citato Ivan Timofeev, e con lui Yury Sayamov, diplomatico e consigliere del Cremlino; poi il filosofo Alexander Chumakov, che ha elaborato la visione della globalizzazione adottata dal nuovo zar. E c’è Olga Zinovieva, vedova di Alexander Zinoviev, uno degli ideologi dell’era putiniana.

La Link è “l’università delle spie”, come dichiara George Papadopoulos, anche lui coinvolto nel Russiagate, finito in carcere per aver mentito al FBI ed ex-membro di spicco dell’organizzazione pro-Trump? Oppure è la fucina di una nuova classe dirigente, come si è sempre vantato il dominus della Link, Enzo Scotti?
Intanto Mifsud scompare alla fine del 2017. L’inchiesta di Mueller su Trump lo disegna come uno dei testimoni più importanti del Russiagate. La Link e la Lomonosov cancellano non solo la loro partnership ma anche ogni traccia dai rispettivi siti.
Il premier Conte è perfettamente a conoscenza di questo dossier. Rivelarne il contenuto, magari per accontentare le richieste dell’amministrazione americana, potrebbe essere un’arma a doppio taglio: in fondo il governo Conte 1 è operazione che nasce con molti esponenti della Link. Ma anche il Conte 2.

ANCHE “GIUSEPPI” INVISCHIATO

Ci sono due tipologie di personaggi pubblici: i primi hanno lo “stile Cuccia”, più sono potenti meno amano apparire. Poi ci sono i “wannabe” (contrazione di want to be, “voler essere”), quelli che hanno una tendenza compulsiva ad apparire, i forzati del selfie e delle foto-opportunity: e solitamente questa pulsione è inversamente proporzionale al potere, e al talento. Non c’è alcun dubbio che Guido Alpa, maestro e mentore del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vada inserito nella prima categoria. Ma non solo. Perché nella geografia del potere attuale c’è un partito trasversale nel quale in molti tempo fa hanno deciso di salire, quello della Link University. E in questo “partito” Alpa è perfettamente inserito.
Il nome del giurista che in molti definiscono il ghostwriter politico di Conte compare nel cuore della macchina messa in piedi dall’ex ministro democristiano Enzo Scotti. Alpa infatti è un membro del consiglio editoriale di Eurilink, la casa editrice dell’università balzata agli onori della cronaca mondiale per il caso Mifsud.

Che Alpa sia un “fan” della Link è un tassello, rimasto sconosciuto ai più, nella ricostruzione dell’attuale sistema di potere che appoggia il Conte-bis. Beninteso, avere rapporti con la Link è legittimo: ma la rete di relazioni che si intravedono salire sul palcoscenico della Link aiuta ad inquadrare le strategie politiche, nazionali e non solo. Link appare come il luogo perfetto per un remake de La Grande Bellezza ma in chiave politica: una “terrazza” dove si incontrano politici e amministratori pubblici, professori senza alcuna pubblicazione che concionano di cybersecurity insieme ai vertici dei servizi di sicurezza.
Si allarga quindi il numero di persone legate a Conte e ai suoi due governi che hanno rapporti con l’università al centro dello scandalo italiano sul Russiagate. Alpa però non è un insegnante alla Link, come qualche ex-ministro del Conte 1 o sottosegretario o consigliere: l’uomo che sussurra a Conte è intraneo a quel mondo. È presidente del comitato scientifico della collana “Studi e Dialoghi Giuridici — Ambito Privatistico” e membro del comitato editoriale della casa editrice che, tra le altre cose, ha pubblicato anche un testo prefato da Mifsud. Alpa ha anche firmato un volume collettaneo uscito nel 2018 sul ventennale della Link.
Il rapporto Conte-Alpa, già vibrante (esisteva un legame di interessi economici e professionali fra Conte e il professor Alpa: l’intero caso è descritto bene qui su Lettera43), si arricchisce così di una nuova puntata. Ed è un file che ha creato qualche grattacapo all’inquilino di Palazzo Chigi. Nel 2018, quando Conte fu accusato per la prima volta di essere stato “aiutato” dal mentore nell’esame per ottenere la cattedra universitaria, il PD gridò allo scandalo e si rifugiò su Twitter con l’hashtag #concorsopoli; la Lega fece spallucce. Oggi invece è proprio Matteo Salvini ad andare a caccia dei particolari di quella vecchia storia.


“Web”: più che una ragnatela, una piovra

Siti di fake-news, disinformazione e complotti attivi in Italia

Da “Special Report: Un bilancio del 2021” , l’analisi di NewsGuard sui disinformatori più influenti e le fonti più sicure con maggior engagement, emergono questi 5 “campioni italici”

Ilprimatonazionale.it, il sito del Primato Nazionale, una rivista mensile collegata al movimento neofascista CasaPound che pubblica frequentemente contenuti falsi e fuorvianti.
Byoblu.com, il video blog di Claudio Messora, che ha pubblicato informazioni false e non comprovate su temi legati alla salute, inclusa la pandemia di coronavirus del 2020.
Databaseitalia.it, un sito di notizie che ha pubblicato contenuti falsi sulla pandemia di coronavirus del 2020 e su altri argomenti. Il sito pubblica anche teorie del complotto di QAnon.
Lantidiplomatico.it, un sito di estrema sinistra che si occupa di notizie internazionali e spesso pubblica contenuti falsi.
Scenarieconomici.it, un sito con un orientamento di destra che ha pubblicato notizie false e fuorvianti e che non rivela la sua proprietà da parte di un membro del Parlamento europeo.

Qui sotto, elenco esaustivo (ma incompleto) dei siti web di disinformazione e fake-news identificati da NewsGuard e altre organizzazioni di fact checking:

  • AgenPress.it
  • AmbienteBio.it
  • AutismoVaccini.org
  • ByoBlu.com
  • CaffeinaMagazine.it
  • ComeDonChisciotte.org
  • ControInformazione.info
  • Contro.tv
  • Corvelva.it
  • Dagospia.com
  • DataBaseItalia.it
  • Disinformazione.it
  • DonChisciotte.org
  • FanMagazine.it
  • FonteVerificata.it
  • GospaNews.net
  • IlPopulista.it
  • IlPrimatoNazionale.it
  • ImolaOggi.it
  • Infosannio.com
  • It.SputnikNews.com
  • JedaNews.com
  • LAntidiplomatico.it
  • LaCrunaDellAgo.net
  • LaNuovaBQ.it
  • LaVerita.info
  • LaVoceDelTrentino.it
  • Leggilo.org
  • LiberoQuotidiano.it
  • LuogoCommune.net
  • MaurizioBlondet.it
  • MedNat.org
  • NoGeoingegneria.com
  • Oltre.tv
  • PandoraTv.it
  • Renovatio21.com
  • ScenariEconomici.it
  • SegniDalCielo.it
  • StefanoMontanari.net
  • SputnikNews.com
  • StopCensura.online
  • ViralMagazine.it
  • VoxNews.info

ANNI VENTI, con una pandemia e il primo Paese europeo invaso in 75 anni


Le ultime parole fumose…

Gli esperti di casa nostra: tweet del giorno precedente l’invasione…
I politici di casa nostra (la foto a destra è falsa, il resto purtroppo no)
Stupidario-Italia-Russia


Medaglie a cinque stelle

Perché Di Maio conferisce onorificenze di Stato a funzionari del Cremlino e a oligarchi russi?

Sulla Gazzetta Ufficiale del 15 gennaio 2022 è stato pubblicato un decreto del Presidente della Repubblica con cui «su proposta del ministro degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale… è conferita l’onorificenza Commendatore dell’Ordine della “Stella d’Italia”, con facoltà di fregiarsi delle insegne dell’ordine» a «Evtukhov dott. Viktor Leonidovich» e a «Kostin dott. Andrey Leonidovich». I destinatari del prestigioso riconoscimento sono rispettivamente il sottosegretario di Stato al Ministero dell’Industria e Commercio Estero della Federazione russa, e un banchiere e oligarca accusato di corruzione da Alexei Navalnyj.
Con analogo decreto, il 28 maggio 2020, sempre su proposta del capo della Farnesina, era stata conferita la superiore onorificenza di Cavaliere di Gran Croce — mica solo di Commendatore: grandi oneri e grande onore! — dello stesso ordine al primo ministro russo Mikhail Mishustin e al ministro dell’Industria e Commercio Estero Denis Manturov.

Non sfugge a nessuno che, nella prassi diplomatica, commendatorati e cavalierati non sono ricompense di benemerenze personali, ma dichiarazioni pubbliche di solidarietà politica, che, quando riguardano direttamente esponenti di un governo o di un regime estero, certificano qualcosa di più profondo di una proficua collaborazione istituzionale.
Si ricorderà quanto sconcerto e indignazione suscitò in Italia il riconoscimento della Legion d’Onore al macellaio egiziano al’Sisi da parte di Emmanuel Macron, sia per l’ostruzionismo riservato alle autorità giudiziarie italiane nell’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni, sia, più in generale, per la natura liberticida del regime egiziano. Bisogna prendere atto che nessuna analoga reazione — anzi, nessuna reazione in assoluto, radicali a partehanno invece suscitato i generosi riconoscimenti agli oligarchi della cerchia putinana, così simili alle inchinate che si tributano davanti alle case e alle persone dei boss nelle contrade a dominazione mafiosa, anche e soprattutto nella manifestazione pubblica di amicizia e obbedienza. 

Forse però, più che denunciare l’indignazione a geometria variabile di moltissima politica italiana, con differenti pesi e misure a seconda dell’importanza strategica del regime incriminato o incriminabile, occorrerebbe riflettere sulla ragione per cui la cosiddetta amicizia con la Russia e l’indulgenza per il suo regime si sia fatta così stabilmente in Italia pensiero condiviso, in una continuità storica che lega il filosovietismo di fatto delle maggioranze pure ufficialmente atlantiste dell’Italia primo-repubblicana al putinismo attivo e passivo, non revocabile e non negoziabile, dell’Italia post Guerra Fredda.
Anche in questo, la mera cronaca politica rischia di occultare o di tradire la sostanza storica di questo fenomeno. Il ribaltamento del centro-destra “amerikano” in una propaggine propagandistica della macchina del Cremlino è stato oggettivamente impressionante. La trasformazione di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni in una sorta di super-partito “Forza Putin” ha fatto apparire paradossalmente la sinistra post-comunista più affidabilmente atlantista di quella destra liberal-conservatrice, che si vantava di avere combattuto la Guerra Fredda dalla parte giusta della Storia.
Però il risucchio di quel che resta della tradizione conservatrice nel gorgo nazionalista non è certo fenomeno solo italiano e ovunque riporta alla centrale moscovita o a una convergenza di interessi con il Cremlino i vari agenti del caos anti-liberali del sovranismo occidentale. In questo Berlusconi e Salvini non sono stati così diversi da Donald Trump.

Ma in Italia non è solo salvianian-berlusconiana l’idea che la stabilità dei rapporti con la Russia e il rispetto dei suoi interessi strategici, delle sue aree di influenza e del suo “spazio vitale” costituisca, di per sé, un fattore di stabilità della democrazia italiana ed europea. Che non bisogna infastidire il Cremlino con pretese incompatibili con la cultura politica russa non lo dicono tutti, perché qualcuno pudicamente se ne vergogna, ma lo pensano tutti e questa persuasione resiste stolidamente all’evidenza delle guerre ibride e convenzionali che il Cremlino ha disseminato attorno e dentro ai confini dell’Europa.
L’espansionismo russo continua a essere letto non come una strategia di dominio, ma come una reazione, tutto sommato “comprensibile” e “legittima”, all’«accerchiamento euro-atlantico». Per cui alla fine, nella politica italiana suscita più imbarazzo l’europeismo ucraino dell’imperialismo nostalgico di un colonnello del KGB, che ha il progetto dichiarato di distruggere l’Unione Europea.
In questo quadro, pure la dipendenza energetica italiana ed europea dalla Russia non viene vista come un problema da affrontare e superare, ma come il suggello di un’amicizia obbligata e di una alleanza necessaria. L’Italia, tutta l’Italia politica, rispetto alla Russia è in piena sindrome di Stoccolma.

Così proprio mentre Putin mostra senza più nessuna inibizione il vero volto del regime sia all’interno (la chiusura di Memorial, la tumulazione di Navalnyj in una colonia penale, una repressione capillare e senza quartiere di ogni opposizione), sia all’esterno (con il piano di invasione dell’Ucraina), e il mondo attende col fiato sospeso gli esiti del braccio di ferro con Joe Biden, il ministro Luigi Di Maio, fiero di interpretare l’unanime sentimento della nazione, continua ad appuntare spillette onorifiche al petto degli uomini dell’avvelenatore-in-chief del Cremlino, in mezzo a silenzi che suonano come applausi.

Putinismo grillino (o grillismo putiniano)

Ma è ovviamente l’Eletto, l’Elevato, l’ispiratore della strategia filorussa del M5S. Beppe Grillo.
Basta dare un’occhiata al suo blog, “beppegrillo.it”. Gli archivi riportano in superficie alcune sue dichiarazioni vecchie (ma non troppo, del 2017): «La politica internazionale ha bisogno di uomini di Stato forti come Putin e come Trump». E se si cerca sul sito sfruttando il motore interno, ecco alcune grandi chicche che vengono fuori digitando la parola “Putin”. Chicche riportate nel PDF in basso a futura memoria, prima che una mano santa le faccia sparire.

La prima voce che spunta risale al 26 dicembre del 2014. Titolo: Dalla Russia con amore. Hashtag: Putin. All’epoca il Movimento era per l’uscita dall’euro. Era l’anno delle proteste di “Euromaidan”. Gli ucraini volevano entrare in Europa, e venivano massacrati per questo, i grillini volevano uscire dall’euro (il buon Beppe ma anche Luigi Di Maio — lo ripeteva ancora nel 2017). Il sommario del pezzo non firmato, che lancia la raccolta di firme per una legge popolare, è questo: «Faremo la fine del rublo se usciremo dall’Euro? Magari!».
Ma andiamo avanti. Il 16 febbraio del 2022 Danilo Della Valle, munito di prestigioso master del ministero degli Esteri ecuadoriano, ridicolizza «la propaganda USA contro “il mito dell’orso russo” che farnetica di un’imminente invasione russa, sulla scia di una “narrazione classica russofoba”» (l’invasione scatterà una settimana dopo). Il 2 agosto 2021, il blog pubblica un’intervista di Newsweek. A domanda su cosa pensi di Putin, Grillo risponde: «È certamente una persona che ha le idee chiare. Non temo affatto Putin. La Russia vuole fare commercio, non la guerra. L’antiputinismo ci costa miliardi in sanzioni». Il 10 marzo del 2014 Marcello Foa, che si presenta come “giornalista di scuola montanelliana” ed esperto di “tecniche di manipolazione dei media”, racconta «la verità sull’Ucraina». Spiegando, naturalmente, che i “buoni” non sono affatto gli ucraini, ma i russi. Del resto il futuro presidente della RAI sarà ospitato spesso dal blog, sempre tessendo le lodi di Putin e del suo «straordinario sangue freddo» (14 aprile 2021).

Il 25 marzo del 2016, il blog di Grillo pubblica un intervento della CGIA di Mestre, ultimo di una lunga serie contro le sanzioni alla Russia, con un video dal titolo eloquente: «Io sto coi cattivi. Io sto con la Russia di Putin». Il 2 luglio del 2015, il sacro blog intervista lo scrittore Nicolai Lilin, che ci esorta a uscire dalla NATO e critica gli oligarchi ucraini per non aver scelto «uno come Putin che ama davvero il suo popolo e il suo Paese». E dire che, in un lontano passato, il blog nominava “woman of the year” Anna Politkovskaja, uccisa l’anno precedente, pubblicando stralci contro Putin. Ma era il 2006: un’èra geologica è passata, generazioni di rettiliani e di terrapiattisti sono stati soppiantati e Putin è passato dalla parte dei perseguitati dall’Occidente. Nel frattempo, nonostante gli auspici di Grillo, non siamo (per fortuna) usciti dalla NATO, non siamo (per fortuna) usciti dall’euro e non siamo (per fortuna) più tanto amici di Putin. Eppure, Beppe Grillo non ha fatto un plissé. Non ha rivisto le sue idee, né ha giustificato i suoi cambi di rotta sotterranei. Ha taciuto. Anche quando Putin ha decretato la fine delle democrazie liberali.
L’entusiasmo dell’Eletto per le autocrazie non è mai scemato, semmai è andato in sonno per questioni di opportunità. È anche per questo che un Giuseppi Conte ondivago, con pochette o scamiciato, non è molto credibile quando parla di Russia. Perché ha una storia personale (vedi sotto l’invito diretto a Putin per l’equivoca missione Covid) e un partito alle spalle (dal fondatore fino allo stesso Di Maio, per non parlare di Manlio Di Stefano e Vito Petrocellivd. sotto) che ha flirtato con i nemici della democrazia liberale. E perché c’è l’ombra di Grillo che incombe. Un fondatore che con le sue ambiguità del passato (e con i suoi silenzi attuali) intorbida le acque della politica del Movimento.
E non è solo Putin, il problema: c’è proprio un fascino per tutti i satrapi autoritari dell’Est Europa. Perché per esempio se qualcuno si chiede come la pensa Grillo su Viktor Orbán, c’è questo pezzo del 2015 firmato da “comedonchisciotte.com”, dove si elencano dieci “risultati straordinari” del premier ungherese, si depreca la “diffamazione” della stampa internazionale ai suoi danni e si spiega: «Qui da noi hanno perfino organizzato un girotondo per la democrazia contro l’antidemocratico Orbán. Che però è stato eletto da un’ampissima maggioranza, mentre qui i “girotondi democratici” non si sono accorti che non si vota ormai da 4 anni e Monti è andato su con una congiura di Palazzo. Quisquilie».

Articoli dal blog dell’Elevato:

Chicca fra le chicche: loro sì, che masticano geopolitica…

Statisti nostrani fra giallo e verde:


28 FEBBRAIO 2022

Dalla Covid-19 al Cremlino, le chat No-Vax si dànno alla propaganda russa

Quando, erano le 17:35, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha twittato: “Vieteremo la macchina dei media del Cremlino nella Ue: Russia Today e Sputnik non potranno più diffondere le loro bugie per giustificare la guerra di Putin, stiamo sviluppando strumenti per vietare la loro disinformazione tossica e dannosa in Europa”, a Palazzo Chigi non c’è stata alcuna sorpresa.

Da almeno 48 ore — dopo un incontro con la direttrice del DIS, Elisabetta Belloni, e i vertici dei Servizi — l’Italia aveva individuato la dezinformatsiya russa come uno dei cinque effetti immediati sul nostro territorio della guerra in Ucraina: energia, export, migranti, cyber war. E fake-news, appunto. Lo avevano fatto sulla base di un’informativa dei Servizi che aveva messo in fila una serie di circostanze che documentavano come, in contemporanea con l’offensiva di Putin, si erano riattivati una serie di canali dormienti (e in parte ne erano stati organizzati dei nuovi) con lo specifico obiettivo di alimentare la propaganda russa in Italia.

Un fenomeno, in particolare, ha colpito la nostra intelligence. Almeno quattro delle chat Telegram maggiormente attenzionate si erano fatte camera dell’eco della contronarrazione russa. E fin qui, nulla di diverso rispetto a quanto più volte accaduto in questi anni. Ma con un’ulteriore particolarità: si trattava delle stesse chat, con centinaia di migliaia di iscritti, che negli ultimi 48 mesi si erano ingrossate veicolando messaggi negazionisti su Covid prima, ai tempi del lockdown, e contrarie ai vaccini, poi. Le stesse sulle quali sono stati diffusi i pre-stampati per denunciare i presidenti del Consiglio italiano (Giuseppe Conte e Mario Draghi) e che hanno fatto rimbalzare i messaggi neofascisti alla vigilia dell’assalto alla CGIL nell’ottobre 2021. Le stesse che la scorsa settimana hanno organizzato i picchetti dei camionisti nelle strade del Mezzogiorno. E che ora, improvvisamente, si ritrovavano innamorate della Russia di Putin.

Qualche esempio: su “Basta Dittatura”, un network che complessivamente raggiunge quasi centomila utenti, si parlava del bambino morto a Kiev durante gli scontri. Le immagini hanno fatto il giro del mondo — hanno provato a rianimarlo, invano, in un ospedale pediatrico — eppure in chat veniva rilanciato un articolo in italiano che spiegava fosse tutta una fake-news. Ecco il delirio: «Di bambini purtroppo ne moriranno tanti — si legge — perché il regime di Kiev, pilotato dalla Nato e finanziato da Soros, non pare intenzionato a cercare una tregua. Ma ora il condizionale è d’obbligo». Per loro il bimbo mostrato da tutti i Tg del mondo sarebbe in realtà finto e la fotografia scattata “in posa”.

Finto in realtà, si scrive in queste chat, sarebbe tutto il racconto del conflitto. “Giù la mascherina” è il nickname dell’utente che, con tanto di corredo fotografico, spiega che «i giornalisti sono con casco e giubbotto antiproiettile, l’abito ufficiale della “modalità guerra”, proprio come quando sono con le mascherine, mentre dietro i cittadini ucraini serenamente fanno la coda all’ufficio postale». E i bunker? Le sirene? «Tutte invenzioni», sono certi. Anzi ad aggredire “sono gli ucraini”. Lo proverebbero alcuni video, veicolati sempre sui canali Telegram, che mostrano presunte rappresaglie dell’esercito ucraino contro i militari russi. O militari russi accolti dagli applausi dei civili ucraini. Ma anche qui: i video sono falsi. O completamente alterati. Emblematiche sono due circostanze: girano in chat come “Catholic Information Hub”, che la nostra intelligence conosce bene perché in questi mesi è stato grancassa di Forza Nuova e ha sancito il collegamento dei fascisti con i No-Vax. E poi, seconda circostanza, molti di questi video tarocchi sono finiti pure ai Tg italiani e presi per buoni. «L’esistenza di un’attività di disinformazione che ha come regista esplicito il Cremlino e interessa anche l’Italia non è una novità», fa notare Enrico Borghi, responsabile sicurezza del PD e membro del Copasir. «È già accaduto nel recente passato: all’inizio dell’emergenza Covid. Fin dal 2020, come il Comitato di controllo sui Servizi ha verificato e poi attestato, sono state diffuse contro il nostro Paese una serie di fake-news virali sull’epidemia, originate da Russia e Cina. Si tratta di operazioni di influenza e ingerenza, che vanno dagli attacchi cyber allo spionaggio informativo, indirizzati verso determinati Stati per destabilizzarli. E uno di questi target è certamente l’Italia, che è uno dei perni dell’alleanza atlantica».


4 MARZO 2022

Manager di Stato, imprenditori, diplomatici hanno spianato la strada a Putin in Italia

Non l’ha fatto da solo. Non l’ha fatto da poco. Ha ricevuto il supporto di politici, imprenditori, dirigenti, banchieri, diplomatici. È merito, colpa, loro se qualcuno in Italia ha reputato Vladimir Putin uno statista. Le bombe russe che uccidono in Ucraina annientano le polemiche, ma non possono tramortire pure la memoria. Ecco come il fenomeno putiniano ha soggiogato Roma per vent’anni.

Da mezzo secolo, fin dal Sessanta e dall’ENI di Enrico Mattei, la Russia ha garantito all’Italia un flusso costante di petrolio e poi anche di gas. Con Putin la ricerca di Mosca di nuovi mercati s’è fatta insistente. L’energia si è trasformata in uno strumento per influenzare la politica europea. Creare dipendenze. E il capo di governo Berlusconi ha aiutato “l’amico Vlad” in questa missione.

L’immagine simbolo di un’alleanza che muove potere e denaro è del novembre 2005 e vede schierati Berlusconi e Putin insieme col presidente turco Recep Tayyp Erdoğan all’inaugurazione del gasdotto Blue Stream, un’infrastruttura della massima importanza strategica costruita da Gazprom con ENI per portare il gas russo attraverso il Mar Nero fino alle coste dell’Anatolia. Lo stesso gasdotto da cui adesso l’ENI, mentre i missili russi devastano l’Ucraina, si dice pronta a disimpegnarsi liberandosi della propria quota del 50% e rompendo così il sodalizio con Gazprom che dura da un quarto di secolo. La firma del primo contratto, per la progettazione e lo sviluppo di un’opera costata oltre 5 miliardi di euro, risale infatti al lontano 1997, a Palazzo Chigi c’era Romano Prodi, ma fu Berlusconi a raccogliere i frutti del patto con il colosso dell’energia controllato dal regime di Putin.

Paolo Scaroni

Il nuovo corso con Mosca provocò anche un ribaltone al vertice dell’ENI. Nel maggio del 2005, fase crepuscolare del governo di Berlusconi, Paolo Scaroni prese la poltrona di Vittorio Mincato, che si era opposto al progetto di autorizzare Gazprom a distribuire gas in Italia con Bruno Mentasti, imprenditore e grande amico di Berlusconi. Alla fine l’operazione fallì, ma l’anno dopo Scaroni firmò comunque un’intesa con i russi per prolungare sino al 2035 i contratti di fornitura di gas all’Italia, mentre il giovane Ernesto Ferlenghi fu promosso alla guida degli uffici di Mosca al posto di Mario Reali, che aveva presidiato la sede russa prima di Montedison e poi dell’ENI dalla fine degli anni Sessanta, ai tempi dell’Unione Sovietica.

Nel 2010 i documenti segreti svelati da Wikileaks hanno fatto emergere i sospetti degli Stati Uniti sulle connessioni sempre più strette fra ENI e Gazprom e le pressioni di Washington sulla multinazionale italiana per cambiarne traiettoria. Durante la gestione Scaroni, sostituito con Claudio Descalzi dal premier Matteo Renzi nel 2014 e salutato da Putin con un’onorificenza di Stato, il flusso di gas proveniente dalla Russia è sempre cresciuto. Nel 2000 le forniture di Mosca coprivano poco più del 20% del fabbisogno nazionale, una quota che nel 2010 aveva già raggiunto il 28%. Quando si è insediato Descalzi si era già arrivati al 40% con la Russia come principale esportatore di gas in Italia in luogo dell’Algeria. Niente è cambiato finché il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, temendo il blocco delle esportazioni russe, la settimana scorsa si è precipitato ad Algeri nel tentativo di ricevere forniture supplementari il più in fretta possibile.

Oltre a consolidare la storica collaborazione con Gazprom, nella stagione di Scaroni, l’ENI si è anche messa in società con Rosneft, l’altro gigante energetico del Cremlino, per cercare il petrolio nell’Artico, nel mare di Barents. L’accordo, siglato in pompa magna a Mosca nel 2013 alla presenza di Putin, è stato vanificato poco dopo dalle sanzioni internazionali a Mosca in seguito all’annessione della Crimea scippata all’Ucraina. È invece in piena attività l’enorme giacimento di gas di Zohr, proprio di fronte alle coste egiziane. Nel 2016 l’ENI di Descalzi ne ha girato una quota del 30% a Rosneft, agevolando l’ingresso nel Mediterraneo alla società affidata da Putin al suo antico sodale Igor Sechin.

Rosneft ricorre più volte negli affari italiani in Russia. Nel maggio 2014, fu il gruppo petrolifero di Sechin a soccorrere Marco Tronchetti Provera dopo la rottura con l’altro socio forte di Pirelli, la famiglia Malacalza. Giusto due mesi dopo l’invasione della Crimea ordinata da Putin, la società petrolifera di Stato russa comprò per 552 milioni di euro il 13% della multinazionale con base a Milano. Nel 2015 i cinesi di ChemChina sono diventati i principali azionisti di Pirelli, ma i russi hanno conservato una quota del 6% circa tramite una catena societaria quanto mai opaca che via Lussemburgo conduce a Mosca e a Sergey Sudarikov, amministratore di Region Group, la società che ha in dote il fondo pensioni di Rosneft. Sudarikov da dicembre del 2019 non figura più tra gli amministratori della holding del Granducato a cui sono intestate le azioni Pirelli, ma è ben conosciuto in Italia nella rete di manager e finanzieri amici di Mosca. Per esempio da Antonio Fallico, un manager siciliano che si è trasferito a Mosca come capo di Banca Intesa Russia. Quest’ultima, al pari del concorrente Unicredit, da tempo opera al servizio delle aziende italiane che esportano e lavorano in Russia. Però Intesa ha trovato anche il modo di inserirsi da protagonista in un’operazione come la parziale privatizzazione di Rosneft, che nel 2017 ha rinvigorito le casse del Cremlino con almeno 10 miliardi di euro. Intesa finanziò con un maxi prestito di 5,2 miliardi di euro i due compratori, il gruppo svizzero Glencore e il fondo sovrano del Qatar che rilevarono una quota azionaria complessiva del 19,5%.

Tronchetti Provera

Il cinquantenne romano Ernesto Ferlenghi ha il passaporto russo. Un aspetto che definisce. Nonostante il recente sacrificio: le dimissioni dal consiglio di Federal Grid (società elettrica) su indicazione/imposizione dell’Italia e di Lapo Pistelli (vicepresidente di ENI) per la guerra scatenata in Ucraina. A Mosca è una sorta di anfitrione di politici e imprenditori. Confindustria in Russia e in ciascuna repubblica ex sovietica è territorio di sua competenza. Ha ceduto la presidenza di Confindustria Russia a Gianni Bardazzi di Maire Tecnimont e ha accettato l’incarico di vice con deleghe esecutive. Accolse le guarnigioni berlusconiane e poi quelle assai più strampalate di Matteo Salvini. E omaggiò lo stesso “capitano” leghista durante la visita di ottobre 2018. Quella che per l’inviato speciale Gianluca Savoini si concluse all’albergo Metropol con una avventurosa trattativa per innaffiare di rubli i bilanci della Lega così da prepararsi alle elezioni europee. Allora Ferlenghi era concentrato sul Forum di dialogo italo-russo, una struttura per scambi di ogni tipo — economico e culturale — creata nel 2004 da Berlusconi con l’amico Vladimir. La presidenza del Forum era l’ultima bollinatura da conquistare per raggiungere il rango di Fallico. Ferlenghi si affidò a Salvini e al suo consulente al governo Claudio D’Amico, fondatore assieme a Savoini dell’associazione “Lombardia Russia”, e ottenne il posto a discapito di Luisa Todini (luglio 2019). I russofili d’Italia brindarono a Ferlenghi nella cena a Villa Medici incrociando i calici con Putin. C’era pure Savoini. I media statali di Mosca celebrarono il nuovo corso del Forum.

Ferlenghi non ha smentito le attese. Lo scorso anno ha organizzato un incontro per spingere l’Italia a utilizzare il vaccino SputnikV e ovviamente ha approvato (agevolato) l’accordo fra gli scienziati dell’Istituto Spallanzani e i colleghi del Gamaleya. Il 21 febbraio, a due giorni dall’invasione russa in Ucraina, si è tenuta la riunione plenaria del Forum con dieci tavoli tematici. In teoria la gestione è bilaterale, ma la comunicazione col gruppo Ima e il denaro con diverse aziende pubbliche — Novatek (gas naturale), Transneft (oleodotti), Sukhoi (aeronautica), Rzd (ferrovie), Tmk (siderurgia) — sono di marca russa. Spiccioli in confronto ai capitali che ha a disposizione Conoscere Eurasia di Fallico, un’associazione che si propone di rafforzare le relazioni con la Russia e i vicini Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan eccetera. Una visione gradita al Cremlino. Dal 2007 il siciliano di Bronte, per un vertice economico, raduna a Verona ministri italiani e stranieri, dirigenti statali e privati e soprattutto coinvolge le più ricche aziende di Mosca.

All’edizione di ottobre ha ospitato Prodi, Scaroni, Tronchetti Provera, Emma Marcegaglia, Carlo Bonomi, Francesco Profumo, mezza nomenclatura moscovita e anche il qatariota Mohammed bin Jassim al Thani, il ministro degli Esteri. Un evento di prestigio con i contributi di Banca Intesa, Coeclerici, Generali, Accenture e i rubli di Gazprombank, Rosneft, banca Mkb, banca Vtb. Il manager Sudarikov, quello del fondo Region e dell’operazione Pirelli, è un vice di Fallico in “Conoscere Eurasia”. L’altro vice è l’oligarca Alexander Abramov del gruppo Avraz, grande produttore di acciaio.

Antonio Fallico

Comunque Fallico non ha bisogno di intermediari. Il putiniano Sechin, ex agente segreto e capo di Rosneft, volentieri è più volte andato negli anni scorsi in trasferta dal caro Antonio in quel di Verona. La sorte ha voluto che i seminari di “Conoscere Eurasia” fossero frequenti alla vigilia dell’offensiva russa in Ucraina. Tre si sono svolti a febbraio, il 10 con base a Mosca, il 17 a Milano, il 18 a Genova. Davanti ai colleghi dirigenti di Banca Intesa e alle istituzioni italiane, a Mosca c’era l’ambasciatore Giorgio Starace, a Milano il presidente regionale Attilio Fontana, a Genova il presidente regionale Giovanni Toti, Fallico ha recitato vibranti discorsi in difesa della Russia di Putin. Ha criticato il sistema delle sanzioni occidentali, «lo fanno da 500 anni contro Mosca: iniziative per fermare i concorrenti», ha denunciato una «campagna di disinformazione, se non proprio di diffamazione» e con le stesse parole, a Milano e Genova, ha accusato la NATO, ha elencato gli aiuti in armi all’Ucraina e ha sentenziato: «La Russia non ha attaccato mai nessuno».

In questi anni Ferlenghi e ancora più Fallico hanno riportato e cantato in Italia le gesta del ventennio di Putin, una maniera classica per sensibilizzare la pubblica opinione e incunearsi tra le fragili convinzioni dei politici. Mosca e Roma hanno ridotto le distanze. Ciò non sarebbe accaduto se Berlusconi non avesse plasmato l’alleanza con la Russia di Putin e se la diplomazia — a lungo diretta dal ministro Franco Frattini, oggi presidente del Consiglio di Stato nonché presidente dell’Istituto studi euroasiatici — non l’avesse accompagnato. Fu l’ambasciatore Gianfranco Facco Bonetti (2001/06) il primo a trattenersi, in qualche modo, dalle parti del Cremlino una volta concluso il suo mandato al servizio del governo italiano. Poiché fu indicato rappresentante del Sovrano Ordine di Malta, carica assunta fino al 2019 e adesso consegnata al manager Aimone di Savoia Aosta, figlio di Amedeo, capo di Pirelli in Russia. Invece Vittorio Claudio Surdo (2006/10) ha riscosso più fortune. Anche economiche. Dopo la pensione dalla Farnesina, Surdo è diventato consulente di ENEL per il mercato russo e di Bosco dei ciliegi della catena moscovita dei magazzini d’alta moda Gum e infine, ormai da oltre un decennio, è il lobbista in Italia e nell’Europa del sud per Lukoil, la seconda compagnia petrolifera del Paese. L’11 marzo 2021, a neanche un mese dal giuramento del governo, Surdo era già da Roberto Cingolani, ministro per la Transizione Ecologica, a perorare le cause di Lukoil.

L’ambasciatore Cesare Ragaglini (2013/2018) si è congedato la scorsa estate dal lavoro in Russia dopo la ben remunerata esperienza di vicepresidente della banca statale di sviluppo Veb. Ragaglini accettò l’incarico diplomatico a Mosca con qualche reticenza, poi si ambientò, a tal punto da rifiutare il trasloco a Bruxelles dopo un negoziato non troppo soddisfacente con il premier Matteo Renzi. Nel discorso di saluto ai colleghi, nella solenne conferenza degli ambasciatori del 2017, Ragaglini giustificò l’occupazione russa della Crimea: Putin va compreso. Il successore Pasquale Terracciano (2018/21) ha vissuto sentimenti molto più sfumati di Ragaglini. Da ottobre a Mosca c’è Giorgio Starace, ambasciatore pragmatico, fratello di Francesco, amministratore delegato di ENEL, multinazionale con milioni di interessi e migliaia di dipendenti in Russia. Starace dovrà chiudere per Roma un’epoca di rapporti affettuosi con Putin e ne dovrà aprire un’altra ancora ignota e certamente molto complessa. Di sicuro nei prossimi vent’anni ci saranno più italiani in Russia e meno italiani di Russia.


22 MARZO 2022

Ucraina, «Non vado, viva lo zar»: da Granato a Pillon, il putinismo all’italiana che marca visita

«Penso che Putin stia conducendo un’importante battaglia non solo per la Russia ma per tutti noi (…). Lui la sta facendo perché non ha accettato l’agenda globalista che è stata imposta pure a noi e quindi a tutti gli Stati dell’Unione europea. A Putin voglio dire: uniamo le forze per sconfiggere insieme l’agenda globalista. Le parole di Bianca Laura Granato, ex M5S, nemica del green pass e teorica della via nostrana al putinismo, rimbalzano da ore sulle pagine di Telegram di chi osanna all’invasione dell’Ucraina. La senatrice, a sentire l’intervento del presidente ucraino Zelensky collegato con il Parlamento italiano, oggi non ci sarà. Come non ci saranno ex M5S del gruppo l’Alternativa, leghisti come l’idolo degli antiabortisti Simone Pillon, grillini come Gabriele Lorenzoni ed Enrica Segneri e forse nemmeno Veronica Giannone e Matteo Dall’Osso, già russofili 5 stelle oggi approdati in Forza Italia.

Alla richiesta di ulteriori spiegazioni su che cosa sia l’«agenda globalista» e che cosa c’entri con l’invasione dell’Ucraina, Granato risponde con la teoria dell’«impero unico globale», che pare un’eccentrica combinazione di surrealismo e dadaismo. «Putin è un argine a questo impero unico globale mentre Zelensky è parte di esso. Io, a sentirlo, non ci vado! Tra l’altro — aggiunge la senatrice col fare di chi collega i puntini sparsi su un piano e tira fuori un disegno che nessun altro aveva scorto — ho letto su un giornale francese, ma sono in attesa di verificarlo, che il presidente ucraino vuole anche lui approvare in Ucraina l’identità digitale collegata alle vaccinazioni. Perché è questo il loro modo di controllarci. E a questo modo Putin si ribella».

Il putinismo all’italiana, che oggi marcherà visita durante l’intervento di Zelensky a Montecitorio, è come un murales in cui ciascuno mette la propria mano di vernice: pacifisti a oltranza e cultori dell’ordine, nemici della NATO, detrattori del Green Pass e del vaccino, antagonisti dell’euro, molta estrema destra, un pezzo di estrema sinistra ma anche teorici del néné («né di destra né di sinistra», «né con la Nato né con la Russia», etc). Dice Pino Cabras, anima degli ex grillini del gruppo l’Alternativa: «Quello di Zelensky in Parlamento è un reality show. E noi, a fare la parte dei figuranti che non hanno nemmeno la possibilità di togliersi qualche dubbio e fare qualche domanda, non ci stiamo. E poi c’è un problema di democrazia in Ucraina, così come in Polonia e in alcuni Paesi baltici. L’invasione di Putin la condanniamo ma non si può negare che a Kiev abbiano sciolto undici partiti e favorito gruppi con vicinanza a idee ultra-nazionaliste. L’Europa sta facendo finta che questo problema non esista…».

Emanuele Dessì, oggi rappresentante del Partito comunista di Marco Rizzo, non andrà ad ascoltare Zelensky perché «in un momento del genere dovremmo essere equidistanti e non piegati al volere degli Stati Uniti e della NATO. E comunque lo scriva: non sono putiniano». «A chi mi dà del putiniano, io rispondo che è una testa di c…», è l’analisi di Michele Giarrusso, ex grillino oggi Italexit. A sentire il leader ucraino non andrà neanche lui: «C’era da mandare una e-mail di conferma o una cosa simile, mi sa che mi sono scordato…».


24 MARZO 2022

Pillon gestiva una fondazione finanziata coi milioni russi

La bigiata geopolitica di Simone Pillon, il senatore della Lega che ha annunciato la sua assenza alla storica video-conferenza del presidente ucraino Zelenksy con il Parlamento italiano riunito in seduta comune, può sorprendere molti, ma non L’Espresso. Questo settimanale ha pubblicato già nel novembre 2018, infatti, un’inchiesta giornalistica sui rapporti economici, mai emersi in precedenza, tra la Russia di Putin e alcune fondazioni e associazioni della destra integralista cattolica, di cui Pillon è stato referente politico e in qualche caso amministratore e presidente.

In queste ore, per spiegare la sua scelta di non presenziare alla sessione speciale di Camera e Senato con il presidente ucraino, Pillon ha premesso di avere un impegno prefissato all’estero: una missione a Londra per prepararsi, con un giorno di anticipo, alla presentazione di una fondazione dedicata a Tafida Raqeeb, la bambina in coma che nel 2020 fu ricoverata all’ospedale Gaslini di Genova dopo che i medici di Londra avevano deciso di staccarla dai macchinari.

Simone Pillon, senatore della Lega

Detto questo, lo stesso senatore leghista ha confermato di avere anche «forti perplessità» sul sostegno italiano all’Ucraina. «Credo che dovremmo collocarci in una posizione adeguata per promuovere la pace: vendere armi a una delle parti in conflitto non favorisce il dialogo», ha dichiarato Pillon all’agenzia Ansa. «Entrambe le parti credono di avere le loro ragioni», ha aggiunto testualmente, «ma credo che in questo momento dovremmo promuovere la nostra capacità di dialogo. Potremmo e dovremmo essere tra i pochi privilegiati che dialogano con entrambe le parti, mentre così ci autolimitiamo. Forse la questione meriterebbe maggiore riflessione».

Lo… slancio antimilitarista del senatore Pillon mentre l’Ucraina è sotto le bombe russe ha suscitato varie interpretazioni e diverse reazioni critiche, anche perché la Lega fa parte della maggioranza che sostiene il governo Draghi e quindi difende Kiev. Ma a pensar male è facilmente “spiegabile”.

L’inchiesta de L’Espresso del 2018 (sunto di quanto già detto sopra)

Miliardi di euro smistati in tutto l’Occidente da anonime società offshore, finanziate da società statali della Russia di Vladimir Putin e dai tesorieri del regime dell’Azerbaijan. Un’enorme massa di denaro nero che, tra mille beneficiari misteriosi, arricchisce anche una fondazione italiana, creata da un politico lombardo di Comunione e Liberazione. Una fondazione con un conto bancario che funziona come una porta girevole: incassa oltre centomila euro al mese dalle offshore russo-azere e li redistribuisce tra Italia, Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti, Polonia, Ungheria, finanziando organizzazioni religiose di destra e campagne contro l’aborto, il divorzio o i matrimoni gay.

Tutto parte da un processo per corruzione a carico di Luca Volontè, ex parlamentare dell’UDC e rappresentante italiano al Consiglio d’Europa fino al 2013. Il politico è imputato di aver intascato due milioni e 390 mila euro per fare lobby, con altri parlamentari europei, a favore del regime azero del presidente Ilham Aliyev, che rischiava sanzioni internazionali. Volontè respinge l’accusa di corruzione, però conferma di aver ricevuto i bonifici da un lobbista azero, per presunte consulenze politiche. In attesa del processo, che si aprirà a fine anno, un fatto è certo: i soldi sono arrivati da una rete di ricchissime società offshore, totalmente anonime, sparse tra Isole Vergini Britanniche, Nuova Zelanda, Seychelles e altri paradisi legali. La Procura di Milano e la Guardia di Finanza hanno acquisito, in particolare, i conti bancari di cinque casseforti offshore (Hilux, Polux, Lcm, Metastar e Jetfield) che in tre anni, dal 2012 al 2014, hanno smistato più di tre miliardi e mezzo. Per l’esattezza: 3 miliardi e 104 milioni di dollari; 519 milioni di euro; 1 miliardo e 220 milioni di rubli; e 3 milioni di sterline.

Volontè è l’unica persona che incassa soldi russo-azeri su un normale conto bancario italiano, che non ha più misteri. Il conto è intestato alla sua fondazione, Novae Terrae, fondata nel 2005 a Saronno, ma rimasta inattiva fino al 2012: ha cominciato a funzionare quando sono arrivati i fondi russo-azeri. L’Espresso ha analizzato tutti i movimenti bancari di Novae Terrae dal 2012 al 2017, trovando scarsissime tracce di aiuti evangelici ai poveri, agli ultimi. Ci sono invece compensi, donazioni, sponsorizzazioni e rimborsi a lobbisti della destra integralista di mezzo mondo. Intrecciando nomi e cifre, finanziamenti e raduni politico-religiosi, emerge con chiarezza un network globale.

Primo esempio. Nel gennaio 2014 dal conto italiano di Novae Terrae parte un bonifico di 12 mila euro. A incassarlo è Benjamin Harnwell, un politico ultra-conservatore britannico, fondatore del Dignitatis Humanae Institute: un’organizzazione cattolica dove compare anche il cardinale tradizionalista Raymond Leo Burke. Come guru politico, l’istituto indica però Steve Bannon, l’ideologo della nuova destra sovranista americana, che nel 2016 ha alimentato l’elettorato di Donald Trump. Da notare le date: attraverso la fondazione italiana, i soldi russo-azeri arrivavano al politico britannico già due anni prima delle presidenziali americane. Nell’estate 2014, pochi mesi dopo il bonifico, Dignitatis riesce a organizzare una conferenza in Vaticano. Dopo Volontè, che ringrazia «l’amico Ben» Harnwell, interviene via Skype proprio Bannon. Un discorso ripreso anni dopo dai media americani come primo manifesto politico dell’ex consigliere di Trump.

Un altro giro di bonifici porta a CitizenGo, l’organizzazione cattolica, nata in Spagna, famosa per le sue campagne shock su temi religiosi. Erano di CitizenGo, in particolare, gli enormi manifesti che quest’estate hanno invaso Roma con gigantografie di feti innalzati cupamente contro la legge 194.

(…). I rapporti fra Novae Terrae e CitizenGo non si fermano neppure dopo le perquisizioni, con 33 mila euro versati a due responsabili della raccolta fondi. (…) La bufera giudiziaria provoca però un cambio al vertice in Italia. Nel 2015 il presidente di Novae Terrae, l’imprenditore Emanuele Fusi, rinnova gran parte del direttivo. (…). Al suo posto, nella fondazione, nel 2015 è stato cooptato Simone Pillon. Proprio lui, l’attuale senatore eletto con la Lega, che si distingue per le sue proposte di legge turbo-cattoliche. Anche Pillon è molto legato a CitizenGo, guidata in Italia da Filippo Savarese, e ai rappresentanti di Generazione Famiglia. Nel curriculum pubblicato dal suo studio legale, il senatore catto-leghista non cita Novae Terrae, ma ricorda di far parte del consiglio economico dell’Arcidiocesi di Perugia.

(…) Nel 2012, quando riceve i primi bonifici dalle offshore, Volontè lavora soprattutto per gli azeri. In novembre l’allora parlamentare convince monsignor Rino Fisichella a ospitare in Vaticano, in vista dell’anno della fede, una mostra della Fondazione Aliyev, che fa capo al presidente azero. (…) Dal 2014, quando la fondazione è ormai imbottita di soldi offshore, l’orizzonte diventa globale. Attraverso Novae Terrae, i soldi russo-azeri finiscono anche a organizzazioni ungheresi, polacche e di altri paesi dell’Est, mentre ai Papaboys toccano solo 2.500 euro.

(…) ProVita e Novae Terrae occupano posizioni di vertice in un’istituzione chiave: World Congress of Families, il congresso mondiale delle famiglie. È un’organizzazione creata negli USA da Brian Brown, ex quacchero convertito al cattolicesimo, che ha raccolto milioni di dollari per candidati ultra-conservatori americani. Brown è legatissimo anche a uomini d’affari russi diventati paladini della fede ortodossa, come Alexey Komov, l’artefice della marcia di avvicinamento alla destra occidentale. In Italia è diventato presidente onorario dell’associazione Lombardia-Russia, guidata dal leghista Gianluca Savoini, l’uomo che ha fatto conoscere Matteo Salvini a Mosca. Komov ha partecipato a conferenze in Italia anche al fianco del leghista veronese Lorenzo Fontana. E proprio a Verona, nel marzo 2019, si tiene il nuovo Congresso mondiale delle famiglie, su invito dell’amministrazione cittadina anti-abortista, con il supporto della Lega e delle immancabili ProVita, Generazione Famiglia e Novae Terrae.


Da Volturara Appula con amore

Cartelle cliniche con i dati sanitari dei pazienti, accordi commerciali per farmaci e strumentazione, ma soprattutto un patto di ferro per la realizzazione dello Sputnik, il vaccino anti-Covid. C’è tutto questo dietro l’avvertimento all’Italia e l’attacco al ministro della Difesa Lorenzo Guerini di Alexei Vladimorovic Paramonov, 60 anni, ex console russo a Milano, direttore del dipartimento europeo del ministero degli Esteri che ha minacciato «conseguenze irreversibili» se il nostro Paese aderirà al nuovo piano di sanzioni contro Mosca. Il timore della diplomazia e dell’intelligence è che la ritorsione si realizzi rivelando che cosa davvero accadde a partire dal marzo 2020, dopo l’arrivo di una delegazione di russi nel nostro Paese. La versione ufficiale parlava di aiuti per affrontare l’emergenza pandemica. In realtà la missione degli 007 aveva ben altri scopi.. Be’, siamo tutt’orecchi: racconta un po’, Alexei!

Proviamo a raccontarla così, senza fare per qualche riga i nomi e i cognomi della potenza straniera e del governo sovranista coinvolti in questa vicenda, così da far capire anche agli irriducibili di casa nostra quanto è grave ciò che è successo.

Sabato 19 Marzo 2022, un diplomatico russo che ha ricevuto le onorificenze di Cavaliere dell’Ordine al Merito e di Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia (volute da Luigi Di Maio, il figlioccio di Enzo Scotti dell’ineffabile Link Campus University), ha minacciato il nostro governo di «conseguenze irreversibili» in caso di nuove sanzioni al suo Paese. E ha aggiunto che potrebbe rivelare quali accordi ha preso la delegazione formata da 72 militari, 28 medici e 4 infermieri che nel 2020 ha girato per due mesi indisturbata per tutta Italia, all’apice della pandemia.
Tre giorni dopo, invece di chiedere subito la revoca delle due onorificenze all’ex console russo a Milano Alexei Paramonov, tutto tace, a parte le lodevoli eccezioni di PiùEuropa e Italia Viva. E tra i commentatori c’è chi prega di non aumentare le sanzioni per non surriscaldare il clima politico. 

E no. Altro che fermare le sanzioni contro la Russia: il governo italiano ha il dovere di aumentarle per scoprire quali sono stati gli accordi presi tra il governo Conte e Vladimir Putin.
Stando alle insinuazioni russe, ci sono alcune cose da chiarire, a cominciare da che cosa ha promesso l’allora presidente del Consiglio Conte a Putin nella telefonata del 21 marzo 2020 per concordare l’arrivo della delegazione russa il giorno dopo all’aeroporto militare di Pratica di Mare.

Al telefono con Putin
È la sera di 22 marzo 2020, domenica, quando all’aeroporto militare di Pratica di Mare, alle porte di Roma, atterrano tredici quadrireattori Ilyushin decollati da Mosca. Ad attenderli c’è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, l’accordo per la missione è stato preso il giorno precedente con una telefonata tra l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il presidente russo Vladimir Putin. Il livello dei rapporti tra Italia e Russia in quel momento è all’apice. Nel luglio precedente Putin è stato ricevuto con tutti gli onori a Villa Madama per una cena che ha unito imprenditori e politici, con 5 Stelle e Lega a farla da padrone. Quella sera, quando ha inizio la missione “Dalla Russia con amore”, l’Italia ha 80.539 positivi da Coronavirus e 8.165 decessi. La zona peggiore è quella di Bergamo con 7.458 contagiati. Ma a preoccupare è soprattutto la carenza di ventilatori e mascherine. Di queste ultime ne servono milioni al giorno ma l’Italia non ne produce e quindi la ricerca all’estero è spasmodica. Ecco perché, almeno inizialmente, la missione russa viene accolta con entusiasmo.

Militari e scienziati
Sin da subito qualcosa però non torna. Ufficialmente si tratta di aiuti sanitari ma nella lista dei 104 nomi ci sono solo 28 medici e quattro infermieri. Gli altri sono militari. A guidare la spedizione è il generale Sergey Kikot, vice comandante del reparto di difesa chimica, radiologica, biologica dell’esercito russo. Nel suo curriculum c’è la collaborazione con aziende che producono e riparano armi per la protezione chimica, radioattiva e biologica. Con lui ci sono Natalia Y. Pshenichnaya, vicedirettrice dell’Istituto centrale di ricerche epidemiologiche, e Aleksandr V. Semenov, dell’Istituto Pasteur di San Pietroburgo. Entrambi lavorano al Rospotrebnadzor, la struttura sanitaria civile a cui Putin il 27 gennaio 2020 ha affidato la supervisione del contrasto all’epidemia.

Il patto di Roma
Il New Yorker ha rivelato che Mosca ha elaborato il vaccino Sputnik V partendo dal dna di un cittadino russo ammalatosi in Italia il 15 marzo. Mentre nei mesi successivi si stringono numerosi accordi commerciali, nell’aprile 2021 la Regione Lazio firma un patto «per la collaborazione scientifica tra l’Istituto Spallanzani di Roma e l’Istituto Gamaleya di Mosca per valutare la copertura delle varianti di Sars-CoV-2 anche del vaccino Sputnik V». Nonostante EMA non abbia mai autorizzato lo Sputnik, tra le due strutture sanitarie ci sono stati numerosi scambi di dati «sensibili» relativi a Covid-19. Come sono avvenuti? Su quali piattaforme? La collaborazione è stata interrotta dallo Spallanzani qualche giorno fa, quasi tre settimane dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Ad alimentare il sospetto che molto ci fosse da nascondere in quella missione è stata anche la lettera — inviata nell’aprile 2020 al quotidiano La Stampa dopo gli articoli di Jacopo Iacoboni che per primo aveva rivelato i dettagli della missione russa in Italia — firmata da Igor Konashenkov, capo della comunicazione ufficiale di Mosca. La fine della missiva era diretta: «Chi scava la fossa, ci finisce dentro».

La riunione segreta
Due giorni dopo l’arrivo a Roma, la riunione in una foresteria del Ministero della Difesa, rimasta finora segreta, ebbe come protagonisti la delegazione guidata dal generale Sergey Kikot, il generale Luciano Portolano — all’epoca comandante del COI, il Comando operativo interforze —, e i vertici del Comitato tecnico Scientifico, Agostino Miozzo e Fabio Ciciliano.
All’ordine del giorno, le attività che potevano essere svolte dal contingente russo nel nostro Paese. E in quell’occasione la richiesta di Kikot fu esplicita: «Sanificare l’intero territorio italiano entrando anche negli uffici pubblici e in tutte le sedi a rischio». Di fronte alle resistenze della delegazione italiana Kikot fu ancora più esplicito: «Siamo qui sulla base di un accordo politico di altissimo livello. Dunque possiamo fare qualsiasi cosa per aiutarvi».
Il rifiuto in quella circostanza fu netto, dopo ore di colloqui Portolano e Miozzo chiarirono che gli unici interventi dovevano riguardare ospedali e Rsa, le residenze per anziani dove c’erano già decine di decessi a causa del Coronavirus. Ma che cosa i russi riuscirono a ottenere in seguito rimane ancora un mistero.

Le domande cui vorremmo risposta
La delegazione russa in quei due mesi ha avuto accesso a dati sensibili riguardo a pazienti affetti da Covid presenti nelle strutture sanitarie italiane? E poi ci sono stati scambi di dati sensibili tra le strutture sanitarie italiane e quelle russe? Quali sono stati i compiti dei 72 militari presenti nella delegazione e perché, come ha rivelato La Stampa, è stata l’Italia ad accollarsi le spese di vitto e alloggio e pare anche di viaggio e trasporto? Quanti di questi militari che hanno sfilato da Roma a Bergamo facevano (e fanno) parte del servizio di informazioni delle forze armate russe (GRU) — insomma, erano agenti segreti? A quali informazioni sensibili ha avuto accesso nei due mesi della sua permanenza il capo della delegazione, il generale Sergey Kikot? Quanti e quali sono stati gli accordi commerciali e strategici presi dal governo italiano e russo durante i due mesi della delegazione “Dalla Russia con amore”? Tra questi c’è anche l’accordo siglato poi nell’aprile del 2021 tra l’Istituto Spallanzani di Roma e l’Istituto Gamaleya di Mosca

Quindi, cominciamo con il revocare istantaneamente le onorificenze conferite a Paramonov nel 2018 e nel 2020 e accettare la sfida: altro che minaccia, sveli tutti i dettagli dell’accordo tra Putin e Conte! Grazie.


25 MARZO 2022

La Lega al servizio di Putin

I documenti condivisi da L’Espresso con un gruppo di media europei svelano i contatti tra Gianluca Savoini, all’epoca stretto collaboratore di Matteo Salvini, e il magnate Konstantin Malofeev, al servizio della propaganda del Cremlino dal 2013 al 2019. E spuntano le istruzioni al parlamentare Tosato per promuovere le ragioni del regime russo

di Paolo Biondani e Vittorio Malagutti — L’Espresso

L’estrema destra europea che tratta con i russi. Un fronte sovranista internazionale, che va dalla Lega Nord di Matteo Salvini ai partiti nazionalisti e xenofobi di Germania, Austria, Olanda e altri Paesi della UE, che cerca appoggi e organizza incontri da tenere segreti con la cerchia degli oligarchi che sostengono Vladimir Putin. E poi un messaggio, con quello che appare come un programma di lavoro, un suggerimento destinato a un parlamentare italiano, il senatore leghista Paolo Tosato. Il testo che L’Espresso ha potuto leggere fa parte di documenti ottenuti dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung e condivisi con altre testate europee. Si fa riferimento a un’interrogazione parlamentare in cui si chiede al governo di Roma di sospendere le sanzioni contro la Russia varate dopo l’annessione illegale della Crimea da parte di Mosca. In calce a questo testo che risulta scritto da una collaboratrice del milionario russo Konstantin Malofeev, sostenitore di Putin, c’è una cifra: 20 mila euro. Il documento è datato 9 giugno 2016. Risulta dagli atti del Senato che in effetti Tosato il 27 giugno del 2016 ha presentato una risoluzione, la 6-00189, in cui si chiede al governo di «attivarsi in tutte le sedi competenti (…) affinché vengano immediatamente sanciti il termine e la revoca di ogni sanzione nei confronti della Federazione Russa».

Protagonista di molti dei documenti a cui L’Espresso ha avuto accesso è Gianluca Savoini, l’ex portavoce di Salvini, indagato dal 2019 dalla procura di Milano con l’accusa di aver cercato di procurare finanziamenti russi al Carroccio, che è rimasto titolare di remunerate cariche pubbliche, nonostante la bufera giudiziaria, nella Regione Lombardia governata dalla Lega.

È un vero e proprio intrigo internazionale, quello rivelato dalla serie di documenti ottenuti dal Suddeutsche Zeitung. Si tratta soprattutto di messaggi di posta elettronica, scambiati tra il 2013 e il 2019 da politici e portaborse dei partiti più importanti della cosiddetta nuova destra europea. Tutti alla ricerca di una benedizione politica e molto probabilmente anche di soldi da Mosca. I documenti sono stati raccolti dall’organizzazione Dossier Center, finanziata dal miliardario Mikhail Khodorkovsky, oppositore del regime di Putin fuggito a Londra nel 2014 dopo aver trascorso nove anni nelle carceri russe. L’iniziativa di Khodorkovsky, con sede a Londra, si propone di perseguire e pubblicizzare le attività “corrotte e criminali” del governo di Mosca.

Le mail di Savoini consultate da L’Espresso risalgono a un periodo in cui l’avanzata russa in Ucraina era già un dato di fatto così come la prima tornata di sanzioni americane e dell’Unione Europea al regime di Putin. Nel 2014, Mosca aveva proclamato l’annessione della Crimea e nel Donbass era scoppiata una guerra civile tra l’esercito di Kiev e le milizie finanziate dal Cremlino.

Il 22 dicembre 2015, Savoini scrive a un pezzo grosso della Lega, Claudio D’Amico, già parlamentare, poi destinato a diventare consigliere strategico di Salvini per gli affari esteri: «È con grande piacere che invito lei e i rappresentanti di Russia Unita (il partito di Putin, ndr) al meeting internazionale di Milano». Un evento che poi si tenne effettivamente a Milano il 28 gennaio 2016 e vide riuniti i leader dei più importanti partiti populisti europei.

Savoini elenca i partecipanti nella sua mail a D’Amico. «Saranno presenti — scrive — Marine Le Pen (FN), Heinz-Christian Strache (Fpoe) e gli altri leader dei partiti che insieme alla Lega Nord costituiscono il gruppo parlamentare a Bruxelles. Prevediamo la possibilità di fare un tavolo chiuso al pubblico che tratterà della situazione internazionale». Marine Le Pen è ancora oggi alla guida dell’estrema destra francese, mentre l’austriaco Strache, già vicecancelliere, ha annunciato il suo ritiro dalla politica nell’ottobre del 2019 e l’anno scorso è stato condannato per corruzione. Ai primi di gennaio del 2016, Savoini allarga l’invito all’ideologo russo Alexander Dugin, contattato attraverso sua figlia Daria. Il portavoce di Salvini le fa notare che «ovviamente terremo sotto silenzio la partecipazione di Dugin: ne abbiamo informato solo Le Pen e Strache».

Pochi giorni dopo il quotidiano inglese The Telegraph, storicamente vicino al partito conservatore britannico, pubblica un articolo clamoroso su presunti finanziamenti di Mosca ai partiti sovranisti come la Lega, che in quel periodo attaccano dall’interno l’Unione Europea. A quel punto Savoini scrive direttamente a Dugin: «Caro Alexander, la Lega Nord e il suo gruppo nel Parlamento europeo sono sotto attacco della stampa globalista e filoatlantica. Parlano di finanziamenti russi alla Lega Nord. Noi sappiano che non è vero, ma dobbiamo evitare presenze ufficiali all’incontro: il partito di Wilders ha richiesto ufficialmente che non ci siano personalità russe. Konstantin ha telefonato a Marine? Così possiamo organizzare un incontro in un hotel, non in pubblico».

«Kostantin», come si ricava da altre email spedite anche a lui personalmente, è Malofeev, l’oligarca russo ultra-nazionalista che sostiene da anni il partito di Putin e finanzia la destra integralista ortodossa attraverso la sua ricchissima fondazione intitolata a San Basilio il Grande.

Malofeev

Da notare che, due anni dopo aver affermato che la storia dei soldi russi era una bugia inventata dalla “stampa globalista”, nell’ottobre 2018 lo stesso Savoini ha poi partecipato al famoso incontro all’hotel Metropol di Mosca, con tre emissari russi tra cui un ex manager di Malofeev, per trattare un maxifinanziamento alla Lega attraverso una fornitura di diesel russo all’ENI, come ha rivelato L’Espresso nel marzo 2019.

Come documentano le mail esaminate dall’Espresso, Savoini continua a fare da tramite tra il partito di Putin, l’oligarca russo Malofeev e i politici europei di estrema destra almeno fino al 2019, cioè prima, durante e dopo la trattativa di Mosca per finanziare la Lega. Il 4 gennaio 2019, in particolare, il mediatore leghista scrive al segretario di un politico dell’AfD, il partito tedesco di estrema destra, che «mister K è pronto a ricevere lei e il signor Bjorn Hoecke nel suo ufficio a Mosca. Qui vi presenterò Andrey Klimov, capo delle relazioni internazionali di Russia Unita, il partito di Putin. Noi verremo ospitati nella sede centrale del partito. Mentre l’incontro con il signor K sarà privato, ovviamente». Dopo altri messaggi organizzativi, il 25 gennaio il portaborse di Berlino, che utilizza il suo indirizzo email del Bundestag, cioè del parlamento tedesco, conferma quali politici dell’ultradestra tedesca sono pronti a volare a Mosca per trattare con il partito di Putin e, riservatamente, con l’oligarca Malofeev: «Da parte nostra partecipano l’onorevole Frank Pasemann, deputato del parlamento tedesco e tesoriere dell’AfD; l’onorevole Steffen Kotré, deputato del parlamento tedesco e membro della commissione Economia ed energia; e l’onorevole Andreas Kalbitz, deputato del Parlamento regionale e capo della presidenza del Brandeburgo; e John Hoewer, capo dell’ufficio del deputato Pasemann e del gruppo regionale dell’AfD nella Sassonia-Anhalt». La delegazione tedesca radunata da Savoini ha poi incontrato Malofeev nei primi giorni di febbraio del 2019, come conferma una lettera di ringraziamenti (su carta intestata del Bundestag) inviata da Pasemann ai suoi interlocutori russi in cui si prospettano nuove iniziative comuni.

I nomi dei politici tedeschi citati nelle carte sono noti in Germania per le loro posizioni considerate troppo di destra perfino all’interno dell’AfD. Nell’agosto del 2020, Pasemann è stato espulso dal partito con l’accusa di antisemitismo. E un provvedimento simile ha colpito anche Kalbitz, da tempo sotto accusa per i suoi rapporti con formazioni neonaziste. Interpellato in orposito, un portavoce dell’AfD ha smentito che il partito sia mai stato messo a conoscenza di questi viaggi a Mosca e di rapporti con Malofeev.

I documenti riservati ottenuti dai giornalisti d’inchiesta stranieri che lavorano con L’Espresso si fermano a questi messaggi. Che non chiariscono come mai il partito tedesco di ultradestra abbia organizzato una trasferta a Mosca del suo tesoriere, con i politici delle due regioni dove l’AfD ha ottenuto più voti, per incontrare ufficialmente i rappresentanti del partito di Putin, e segretamente un personaggio come l’oligarca Malofeev. Che in questi anni si è reso famoso per aver procurato prestiti e finanziamenti riservati a un fronte filo-russo che va dal partito di Marine Le Pen ai separatisti serbo-bosniaci. In Italia, dove la Procura di Milano ha aperto ancora nel 2019 un’indagine nata proprio dalle rivelazioni dell’Espresso, resta da capire soprattutto perché l’incontro tra politici russi e tedeschi sia stato organizzato proprio da Savoini. E perché tutto questo sia successo pochissime settimane dopo la trattativa all’hotel Metropol di Mosca sui soldi alla Lega.

Anche a nome degli altri giornali che hanno realizzato questa inchiesta, L’Espresso ha inviato a Savoini una serie di domande dettagliata, offrendogli così la possibilità di spiegare e chiarire la sua posizione. L’email non ha però ricevuto risposta. Un portavoce di Malofeev, contattato a Mosca, non smentisce nessuno dei fatti contenuti nei documenti e nella sua replica paragona i cronisti ai propagandisti del Voelkischer Beobachter, l’organo ufficiale del partito nazista ai tempi di Adolf Hitler, accusandoli di «diffondere fake-news per conto dei servizi segreti di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea».

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26 MARZO 2022

La rete fascista al servizio di Vladimir Putin in Italia

Una propaganda filorussa e anti europea e americana martellante, sui social ma non solo. Fascisti legati a Forza Nuova, mercenari latitanti oppure giornalisti che però, si scopre, hanno avuto contatti con funzionari russi e hanno lavorato per il farlocco ministero dell’Informazione della Repubblica, autoproclamatasi autonoma, di Lugansk.

Una rete sul campo e online molto vasta, sotterranea per molti aspetti, ma che a tratti fa capolino alla luce del sole. Sono i fascisti per Vladimir Putin, una rete che lo zar di Mosca ha iniziato ad alimentare già dieci anni fa, agli inizi della battaglia separatista nel Donbass. Una rete che oggi torna utile per sostenere la propaganda russa di guerra e per avere anche manovalanza sul campo. Un doppio binario foraggiato dai rubli e dagli uomini di Mosca e che i carabinieri del ROS, reparto specializzato nel contratto all’eversione e al terrorismo, hanno in parte ricostruito e stanno monitorando in questi giorni di guerra. Sapendo bene che tutto è intrecciato e tutto fa parte di un unico disegno che va avanti dal 2013 e prosegue fino ai giorni nostri.

LA PROPAGANDA NERA
Su Facebook tra le pagine più seguite ci sono quelle di Andrea Palmeri e Vittorio Nicola Rangeloni. Il primo è ufficialmente latitante: su di lui pende un mandato di arresto della procura di Genova per attività di reclutamento mercenari nel Donbass. Quasi ogni giorno sulla sua pagina tiene un particolare diario di guerra: «Volevo solo dirvi di non credere alla propaganda anti russa che i “giornalisti” italiani stanno montando… La guerra l’hanno voluta gli americani che hanno fatto il colpo di stato in Ucraina e hanno sabotato gli accordi di pace». Dal Donbass scrive in qualità di giornalista Vittorio Nicola Rangeloni. Il 18 marzo da Mariupol postava: «Molti abitanti di questa città mi hanno raccontato come i soldati ucraini avessero cacciato le persone dai loro appartamenti, solitamente ai piani alti delle palazzine, per trasformarli in postazioni di fuoco, trasformando obiettivi civili in militari. Qualcuno addirittura ha giurato che alcuni inquilini che si sono rifiutati di concedere i loro appartamenti sono stati fucilati e gettati dai balconi».

Su Twitter invece sono molti attivi diversi esponenti di Forza Nuova, in primis Giuseppe Provenzale, leader di Forza Nuova dopo l’arresto di Roberto Fiore per l’assalto alla sede della CGIL. Il tono dei tweet di Provenzale è ben riassunto da un suo messaggio di qualche giorno fa: «No, i nemici degli Italiani non stanno in Russia: sono i grandi pupari senza volto della “società aperta” che muovono i fili degli aguzzini e dei servi nostrani, quinte colonne ben pagate che occupano governo e Parlamento perché, come i pupari, hanno venduto l’anima al Nemico».

I messaggi di Provenzale, insieme a quelli di Luca Castellini, altro dirigente del partito fascista, rimbalzano poi su Telegram dove c’è il canale di Forza Nuova, scomparso invece da Facebook e Instagram perché chiuso direttamente dalle piattaforme. Su Telegram la propaganda si intreccia ai canali utilizzati dai no-vax, come Guerrieri per la libertà (77 mila iscritti), dove si rilanciano video pro Russia come quello dello scorso 18 marzo nel quale si dice che dagli ucraini «è stato dato l’ordine di castrare i soldati russi feriti, perché ritenuti scarafaggi e non esseri umani». Altro canale, dove fanno capolino esponenti di destra o che sono legati ai mercenari latitanti nel Donbass, è quello con il simbolo del leone che vanta migliaia di iscritti.
Sono solo alcune delle chat monitorate dagli investigatori perché intrecciate a doppio filo con la rete pro Putin.

Cosa hanno infatti in comune mercenari come Palmeri, giornalisti nel Donbass al seguito delle truppe russe, esponenti di Forza Nuova? Cosa li lega in una rete che sembra guidata da un’unica regia? La risposta a queste domande si trova nelle pieghe delle indagini fatte tra la Liguria, la Lombardia, il Lazio e la Sicilia, già arrivate a due provvedimenti giudiziari a Genova e Messina. È in quelle carte che emerge, al di là dei reati, una sintonia d’intenti, un legame tra i neri e Mosca, anche se non mancano esponenti della sinistra estrema: come Edy Ongaro, arruolato nelle milizie comuniste filorusse e latitante dal 2015. Tanto che nel provvedimento cautelare emesso dai giudici liguri si parla «di un superamento in alcuni casi della dicotomia destra sinistra in questa brutta storia della propaganda putiniana». Ma la matrice principale resta quella nera.

LA RETE TRA MERCENARI E POLITICA
La prima inchiesta sui mercenari italiani nel Donbass e i legami con la destra nasce nel 2014, quando il ROS inizia a seguire gruppi di skinhead tra la Liguria e la Lombardia e un raggruppamento trasversale che si chiamava “Coordinamento solidale per il Donbass”. Formalmente l’obiettivo di questa sigla era l’assistenza umanitaria «con un substrato ideologico alimentato dalle teorie euroasiatiche propugnate dal filosofo russo Alexander Dugin»: a sua volta riferimento per i miliziani filorussi. Qui si materializza la prima figura che fa da ponte tra l’Italia e le aree dell’Ucraina coinvolte dalla guerra civile alimentata da Putin: Olsi Krutani, un ex militare di origine albanese anche se convintamente filorusso, poliglotta, istruttore di arti marziali e attivo nella sicurezza privata. Insieme a lui emerge anche la figura di Antonio Cataldo, che si era già arruolato nella milizia di Lugansk. Seguendo quest’ultimo, i militari del ROS arrivano a ricostruire una prima rete di combattenti italiani al seguito delle truppe di Putin: Andrea Palmeri detto il Generalissimo, Gabriele Carugati detto l’Arcangelo, Massimiliano Cavalleri detto Spartaco e Vladimir Verbitichii, anche lui figura cerniera tra i russi e gli italiani. I carabinieri scoprono anche un’altra organizzazione, che li raggruppa, Essenza del tempo”, della quale fa parte anche un mercenario spagnolo, Sergio Becerra: si tratta di un movimento «politico ultranazionalista e antioccidentale che persegue nel suo programma la rifondazione dell’Urss».

A fare da cerniera sono anche altre due figure, che poi verranno archiviate nell’ambito dell’indagine di Genova, ma che hanno avuto un ruolo come legame “culturale” se così si può dire: si tratta di Orazio Maria Gnerre e Luca Pintaudi, che sono stati in quegli anni a Donetsk per incontrare Pavel Gubarev, uno dei leader della Repubblica popolare autoproclamatasi autonoma, e Igor Strelkov, ex colonnello dei servizi segreti russi e comandante dei filorussi in quella città. Questo miscuglio di giovani, fascisti e volenterosi miliziani è il primo nucleo dei filoputiniani in Italia. Alcuni di questi entrano fin da subito nel battaglione Vostok, cioè Cavalleri e Carugati che si definiscono due «camerati». Fin dal 2014 in quell’area come combattente per i russi c’è anche Palmeri, così decritto dai Ros: «Noto skinhead, ex capo del gruppo ultras lucchese denominato “Bulldog 1998”, gravato da numerosi pregiudizi di polizia per reati contro la persona, danneggiamento, associazione per delinquere e discriminazione razziale». Ed è Palmeri il primo anello di congiunzione tra la galassia fascista e i filorussi. Non a caso proprio in quegli anni Palmeri e altri esponenti di Forza Nuova creano una sigla, “savedonbasspeople”, per raccogliere fondi da destinare, cosi dicevano, a un orfanotrofio.

Altro luogo di strusciamento tra filorussi e area della destra italiana è stata in quegli anni la già citata associazione Lombardia-Russia fondata da Gianluca Savoini: nel 2015 a San Pietroburgo l’associazione organizza un evento al quale partecipano il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, Alexey Milchakov, comandante dell’unità neonazista Dshrg Rusich, inquadrata nel battaglione “Batman” dell’autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk, accusato di aver torturato militari ucraini, e Aleksey Zhivov del movimento di estrema destra denominato “Lotta per il Donbass”. Nelle carte di Genova fa capolino anche il nome del giornalista Vittorio Nicola Rangeloni: per i carabinieri del ROS è impegnato a «girare reportage propagandistici ed interviste ai miliziani filorussi» e «ha lavorato per il ministero dell’Informazione del Lugansk».

La procura di Messina guidata da Maurizio De Lucia si è invece concentrata in particolare sulla figura di Giuseppe Russo, anche lui latitante e per gli investigatori molto probabilmente ancora nel Donbass. L’indagine nasce dopo l’inaugurazione nella città sullo Stretto di un centro filo russo e pro indipendenza delle repubbliche del sud-est ucraino. Nel mese di giugno 2018 veniva aperta la sede del “Cerrpli-Lnr”, centro di rappresentanza della Repubblica popolare di Lugansk in Italia. A presiedere il centro, il professore di un liceo messinese, Daniele Macris. Scrivono i magistrati di Messina: «Il professore Macris risulta avere contatti su Facebook con soggetti coinvolti nell’operazione “Ottantotto” a Genova, tra cui il latitante Andrea Palmeri». «Il professore non c’entra nulla con tutta questa storia, ha chiarito la sua posizione davanti ai magistrati. Non è un combattente, non è un ideologo», ha detto il suo legale Daniele Pagano. Russo, intercettato, parla con Federico Berti, che «riferisce di avere combattuto nel Donbass». I due si scambiano poi «delle informazioni su Spartaco — che è il soprannome di Massimiliano Cavalleri — su Ale, su Vittorio e su Andrea, che si identificano rispettivamente in Bertolini Alessandro, in Rangeloni Vittorio Nicola e in Palmeri Andrea». Russo si vantava con i parenti in Italia e sosteneva quanto bella per lui fosse la guerra in Donbass: «L’altro giorno si sparava come i pazzi… bum bum…».

Così Putin in questi anni ha costruito la sua rete sotterranea in Italia, tra mercenari e propagandisti da divano. In guerra sono entrambi utili.


28 MARZO 2022

Telegram: ovvero il rimbalzo Russia-USA-Europa

Pavel Durov, coetaneo di Mark Zuckerberg, è un imprenditore russo noto per essere il fondatore del social network russo VK (VKontakte) e del servizio di messaggistica istantanea Telegram, quest’ultimo mantenuto assieme al fratello Nikolaj. Lo storytelling su questo signore lo vorrebbe «scappato» dalla Russia per presunti scontri con il Cremlino che avrebbero infine costretto Durov ad abbandonare il suo Paese, nel 2014. Fatto sta che prima VK e oggi Telegram sono i principali canali social della disinformazione globale.
Telegram è diventato, come ha scritto il Corriere della Sera, “il social più amato dai terroristi di tutto il mondo”. Uno status che già nel 2016, pochi mesi dopo gli attentati del Bataclan di Parigi, gli attribuiva anche un analista del Combating Terrorism Center di West Point, citato da Fortune: «Tra i canali utilizzati dai gruppi terroristici, Telegram è uno dei primi tre». Durante la pandemia si è parlato dell’app anche come di un “incubatore di no-vax”. E dopo che Facebook e Twitter hanno cacciato Donald Trump e adottato misure per contrastare la disinformazione estremista, Telegram è stata anche indicata come uno dei nuovi rifugi dell’ultradestra americana.

L’Italia è il Paese dove la propaganda e la disinformazione online a favore di Putin stanno giocando la partita chiave per il controllo dell’opinione pubblica digitale. Dal primo giorno dell’invasione, i canali Telegram e i gruppi online italiani che per almeno due anni hanno propagato la disinformazione no-vax, si sono magicamente convertiti all’ideologia della guerra di Putin.

Tutta quella galassia di gruppi e movimenti complottisti che hanno usato Covid-19 per spingere in Rete la teoria di un mondo dominato dal potere occulto del deep state — che fa rima con gli Illuminati, il gruppo Bilderberg e circoli elitari vari —, oggi è schierata con la Russia. E parliamo di una comunità online enorme, ingrossatasi ai tempi delle communities anti-migranti, il cui nemico principale era identificato in George Soros, fino a esplodere con l’arrivo dei gruppi no-vax e anti-lockdown.

Come è stato possibile unificare tutti questi gruppi e movimenti diversi tra loro sotto la bandiera della Russia? Una risposta (debole) è che a sua volta il mondo complottista è stato da tempo conquistato dai QAnon, il movimento nato negli USA che ha rielaborato varie teorie nate sul web per crearne una dominante su tutte le altre. Questo movimento, che si presenta come un’alleanza di soldati digitali che combattono per svelare al mondo le atrocità commesse dal deep state, oggi lavora h24 a fianco della propaganda del Cremlino.
Agenti russi, infiltrati in questa comunità ai tempi dell’elezione di Trump — sono proprio The Donald e Putin i paladini dei QAnon — spingono ogni giorno fake-news per sostenere ragioni e scopi dell’invasione russa. Sui canali Telegram italiani dei QAnon vengono quotidianamente pubblicate notizie a favore di Putin e di Trump e si invitano gli utenti a reagire contro la “narrazione falsa dei media occidentali”.

Un’altra risposta (più forte) è che sia Telegram che la teoria QAnon non siano altro che una delle più sofisticate e riuscite operazioni del Cremlino.

Come che sia, è perlomeno curioso che la retorica di questi canali sia un copincolla di quanto circola sui canali americani. Esiste una regia comune che dagli States, passando per direttive (oppure operazioni di infiltraggio) della Russia, arriva dritta nel nostro Paese tramite Telegram.
Un caso molto evidente di queste campagne disinformative coordinate riguarda la storia di Hunter Biden, il figlio del presidente. In queste ore infatti uno dei trend più virali nelle chat dei QAnon americani riguarda il coinvolgimento di Hunter Biden nello sviluppo di laboratori di armi chimiche sul suolo ucraino. Questa bufala, che serve appunto a giustificare l’invasione russa — Putin starebbe smantellando insieme a Trump i biolab installati dalla famiglia Biden —, è iniziata a circolare in modo virale nell’universo complottista italiano solo dopo che era avvenuto il passaggio di informazioni tra i QAnon USA e quelli italiani.

Le strategie digitali tra i gruppi dei due Paesi sono talmente strette che nelle liste di fake-news rilasciate nelle chat troviamo la stessa scaletta, le stesse emoticon e le stesse immagini. Come si può vedere dagli screenshot pubblicati nella galleria, le fake-news su Hunter Biden, provenienti da canali americani (come @hsretoucher17, 180mila iscritti), vengono tradotte e riprodotte direttamente su gruppi QAnon italiani: WWG1WGA, G4M3 CH4NN3L, Guerrieri per la libertà, Dentro la Notizia. Il copia-e-incolla è a volte così spudorato che vengono a galla degli errori grammaticali nella traduzione.
Un altro collegamento riguarda il canale americano Q The Storm (35mila iscritti) e il suo gemello italiano the stormQ17, che replica come una fotocopia le fake-news sui biolab creati da Hunter Biden. Tracce della propaganda QAnon a favore della Russia sono presenti anche sul canale Patriot Street Fighter (163mila iscritti). Anche qui tra i canali italiani c’è un gruppo Patrioti per la liberazione che rilancia fedelmente informazioni su fantomatiche prove che incriminerebbero Hunter Biden per aver finanziato i biolab in Ucraina.

E chissà se anche in Russia vale il detto fatta la legge trovato l’inganno. Perché a vedere come si muovono sulla Rete gli strateghi di Putin sembrerebbe proprio di sì. Infatti le sanzioni dell’Unione Europea per chiudere i rubinetti delle due fonti di disinformazione russeRT (ex Russia Today) e Sputniksi sono dimostrate praticamente nulle. Certo, se proviamo a cercare queste testate su Google o sui principali social media il risultato è l’oblio più totale. Ma nella giungla di Telegram i motori della macchina disinformativa di Putin funzionano eccome. Per diffondere in maniera capillare la propaganda di Mosca, Sputnik e Russia Today hanno creato delle edizioni locali con tanto di account che diffondono fake-news e informazioni fuorvianti nella lingua del Paese dove viene effettuata l’operazione di influenza. E tra queste campagne una delle più virali avviene proprio nel nostro Paese.

Sono decine e decine i canali Telegram italiani infiltrati direttamente da Mosca. La stessa Sputnik, semplicemente cambiando il nome in @Sptnkita, ha riaperto un canale che accoglie oltre 19mila iscritti. L’agenzia di stampa russa è legata in modo diretto ad altri due canali che fanno da gran cassa ai suoi messaggi: War real Time (15mila iscritti) e Non siamo invisibili (11mila iscritti). Su questi canali viaggiano per esempio fake-news circa bombardamenti da parte di forze polacche al confine con la Bielorussia.
Seguendo il flusso di questa disinformazione si arriva a un altro gruppo, “Trump and the Patriots Italia”. Canale con 4mila iscritti che, come si può evincere dal nome e dalle bandiere americane, appartiene alla galassia dei complottisti QAnon, ma al suo interno c’è più di una traccia che riconduce direttamente a Mosca: tra gli amministratori che pubblicano notizie su questo canale figurano sia Sputnik che Russia Today, e perfino l’agenzia Tass. Il canale riprende i contenuti di queste testate direttamente dall’infosfera russa, dove non sono bannate, e le pubblica tradotte per il pubblico italiano. Tra i tanti messaggi provenienti dalle fonti dirette del Cremlino il canale riporta molto spesso anche i messaggi dell’Ambasciata Russa in Italia.
Trump and the patriots è dunque una sorta di canale di congiunzione tra la propaganda di Mosca e la rete cospirazionista dei QAnon. Una delle bufale più assurde — ma che spiega bene come funzioni a puntino la sinergia tra Mosca e QAnon — riguarda un finto servizio TV in cui un Biden “fake” violenta una donna.
All’interno di questo gruppo uno degli amministratori è TruthFree (900 iscritti) che riporta, tradotte in lingua italiana, le veline di Russia Today sia nella versione russa @rt_russian che in quella europea @rt_news_mirror_2. Russia Today nel suo canale in inglese pubblica messaggi su come evadere le sanzioni europee, segnalando via via i nuovi gruppi che vengono aperti cambiando nomi e codici di ricerca.

Questi network disinformativi, che rispondono direttamente ad agenzie governative di Mosca, stanno anche reclutando dei blogger cospirazionisti per rilanciare fuori da Telegram i messaggi della propaganda russa. Tra questi, uno dei più influenti è sicuramente Cesare Sacchetti, già salito alla ribalta delle cronache per aver subito una perquisizione a opera della Digos per istigazione all’eversione antigovernativa dei No-Vax. Sacchetti oggi si è spostato dalla retorica no-vax a quella QAnon filo putinana. Ecco allora che dopo aver rilanciato una velina di RT il blogger parla di un «regime di Zelensky composto da assassini drogati e tagliagole nazisti». L’autore di “La Cruna dell’ago”, blog ricettacolo di teorie cospirazioniste e anche vagamente iettatorio (Sacchetti negli anni ha profetizzato la morte del Papa, di Draghi e della Regina Elisabetta), spinge oggi per l’Italygate. Nel suo canale scrive che nel computer di Hunter Biden «non ci sono solo le prove della sua pedofilia» ma anche quelle che legherebbero i famigerati Biolab ucraini al “deep state italiano guidato da Matteo Renzi”.
A fare compagnia a Sacchetti nella sua crociata a favore di Putin troviamo un’altra blogger, Rossella Fidanza. Anche l’autrice di “Il Pensatoio di Rossella Fidanza” è uno dei megafoni di Putin proveniente dalla galassia no-vax. Oggi sul suo canale Telegram (oltre 42mila iscritti) si ripubblicano direttamente le fake-news di RT sugli attacchi con sostanze chimiche a opera dei droni ucraini.
Molto attivo su Telegram e in rete è Imola Oggi, un aggregatore di notizie no-vax e pro-Putin diretto da Armando Mannocchia. Su questo blog si possono trovare commenti provenienti direttamente da account del Cyber front Z. L’attività di Mannocchia prosegue con “Piazza Libertà”, una trasmissione TV con relativo canale Telegram, dove ospita spesso Aleksandr Dugin per parlare di Nuovo Ordine Mondiale, Great Reset e tutto l’armamentario vario della retorica cospirazionista.

Insomma, mette i brividi fare un giro su questi canali che comunicano in lingua italiana e leggere una mole impressionante di commenti, bufale e inchieste farlocche che hanno come obiettivo quello di veicolare un feroce sentimento anti-occidentale e anti-europeo. E minacce esplicite anche a chi soltanto ne parla: sul canale QAnon WWG1WGA campeggia un messaggio di questo tenore: «Prendete nota di ogni persona “elitaria” che strilla su Putin e la Russia in difesa dell’Ucraina: sono loro il nemico».


31 MARZO 2022

Mattarella “l’intoccabile” e il Quirinale “centrale occulta del deep state

La presidenza della Repubblica come una centrale occulta del deep state. E nessuno chiede conto a Sergio Mattarella dei morti a Belgrado per le bombe del 1999 perché «è un intoccabile». Non semplici tesi cospirazioniste. O meglio: semplici tesi cospirazioniste, ma rilanciate da un parlamentare della Repubblica, e che investono direttamente la più alta carica dello Stato.

Il 28 Marzo Pino Cabras, uno dei leader di Alternativa, è ospite di una diretta su YouTube di VisioneTv, un canale di “controinformazione” che da giorni diffonde le tesi della propaganda russa, ospitando tra le altre cose uno dei principali reporter “alternativi” che operano nel Donbass, Giorgio Bianchi, e dello storico Franco Cardini. Per Bianchi «in Ucraina non esiste la democrazia e i nazisti controllano il Paese dal 2014», per il medievalista quella a cui stiamo assistendo è «la guerra della Russia contro la NATO, intesa come espressione del pensiero unico che parte dagli USA, lì c’è il primato del pensiero mondialistico. L’Ucraina è il sintomo della ridefinizione dell’Ordine Mondiale».
Insomma, s’è capito il genere. L’ideatore e principale animatore di VisioneTv è Francesco Toscano, che sostiene che «la demenziale cancel culture se la prende con la lettera Z», o rilancia teorie secondo le quali potrebbero «esistere accordi segreti tra Trump, Putin e Xi per sconfiggere il deep state globale». Toscano ha un rapporto con i parlamentari di Alternativa, il gruppo che nel 2021 ha riunito una serie di fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle sotto la bandiera della lotta alla dittatura sanitaria, ed è stato invitato come ospite parlante alla manifestazione che si è tenuta sabato 26 Marzo a piazza Santi Apostoli a Roma.

Cabras, una delle figure di riferimento del gruppo, è dunque stato ospitato in una delle dirette di Toscano, proprio insieme a Giorgio Bianchi e a Paolo Borgognone, uno degli astri nascenti della galassia complottarda. Un intervento le cui premesse già inquadravano le sue parole nell’alveo della disinformazione: «Quello di Zelensky è uno scenario hollywoodiano preparato da tempo, è tenuto per la collottola anche da Soros».

A un certo punto però Toscano parte in quarta e chiede a Cabras: «Pino, non lo ricorda nessuno il ruolo di Mattarella mentre cadevano le bombe a Belgrado. Ci fosse un giornalista che gli chiede se prova rimorso per quei morti…», riferendosi al ruolo che il Presidente della Repubblica ricopriva ai tempi della guerra in Kosovo, quello di vicepresidente del Consiglio nel governo di Massimo D’Alema.
Cabras non schiva la domanda, anzi. «Figuriamoci!… Mattarella è un intoccabile, la funzione di presidente della Repubblica in questi anni è stata trasformata in una specie di monarchia ieratica che non può mai essere messa in discussione da nessuno». E fin qui, al netto dell’incredibile giudizio sui “rimorsi” per Belgrado, un giudizio corrosivo che può lasciare perplessi ma che rimane nei confini del dicibile. Ma Cabras non si ferma, e inizia ad addentrarsi nella cospirazione che coinvolgerebbe il Quirinale: «È un’istituzione molto più politicizzata che in passato», ma non perché Mattarella sia più interventista del picconatore Cossiga, più netto di Oscar Luigi Scalfaro nei suoi interventi, più stratega di Napolitano nel costruire opzioni politiche che permettano al Paese di affrontare le crisi congiunturali, solo per citare alcuni tra i più recenti predecessori. No. Il Quirinale è politicizzato perché «è l’architrave dello Stato profondo» e «interviene nelle dinamiche politiche in modo felpato e condizionante».
Eccolo, lo “Stato profondo”, traduzione italiana della teoria complottista del “Deep State, una sorta di madre di tutte le teorie cospirazioniste che descrive le dinamiche politiche ed economiche come un insieme di decisioni prese da attori occulti, che perseguono una loro personalissima agenda nascosta, che in conciliaboli segreti e in riunioni volutamente occultate alla pubblica opinione manovra i fili del mondo infischiandosene dei cittadini, un architettura che i siti di disinformazione si prefiggono tutti i giorni di smascherare, rivelando le segrete trame alla loro fan base. Ecco, quella di Mattarella centrale occulta dello Stato profondo è una teoria nuova anche per il mondo complottista. E che a tirarla fuori senza alcuno straccio di pezza di appoggio, senza nessuna argomentazione sia pur fantasiosa, sia un parlamentare — per gettarla in pasto alla sua nicchia di riferimento —, lascia francamente basiti.


2 APRILE 2022
In alto: Giorgio Bianchi, Marco Rizzo, Virginia Raggi.
Al centro: Vito Comencini, Roberto Fiore, Emanuele Dessì.
In basso: Vito Petrocelli, Maurizio Murelli, Edy Ongaro.

Donbass, la patria dei rossobruni

— di Stefano Cappellini

La vicenda del Donbass è stata in questi anni il più grande laboratorio del fenomeno rossobruno, cioè la convergenza ideologica di pezzi d’estrema destra ed estrema sinistra o, talvolta, la fusione delle due tendenze in un unico soggetto: formazioni nazional-comuniste o sovraniste, gruppi piccoli ma anche rapporti e contaminazioni con la politica che qualcuno definirebbe mainstream, in particolare Lega e M5S, e pezzi di Fratelli d’Italia, che oggi condividono il tifo per il Donbass russo e l’apologia della invasione russa, dopo aver sperimentato le prime convergenze sulla Siria e il sostegno ad Assad.
In Donbass il 31 Marzo è morto in battaglia un miliziano italiano che combatteva da anni insieme ai separatisti filorussi, il veneto Edy Ongaro. Ongaro, 46 anni, da 7 a combattere in Ucraina, era vicino al Collettivo Stella Rossa Nord est, un piccolo gruppo di vecchia tendenza marxista-leninista, che ne ha rivendicato la militanza con un elogio funebre su Facebook.

Ongaro non è un caso isolato. Da anni il fotoreporter Giorgio Bianchi pubblica sui siti “antagonisti” i suoi reportage dal Donbass nei quali presenta Kiev esattamente come Putin, un covo di nazisti, e documenta la vita al fronte di altri miliziani italiani arruolati a Donetsk.
Alcune fazioni dell’ultrasinistra italiana sono schierate fin dal 2014 a sostegno del separatismo del Donbass e hanno fornito truppe alla causa separatista. Tra queste spicca Patria socialista, formazione che già nel nome e nel simbolo mischia stilemi di opposta provenienza.
Da anni Patria socialista, molti militanti della quale sfoggiano un look che a prima vista li rende indistinguibili da estremisti di destra — bomber, anfibi, cranio rasato (è la variante redskin dello stile bonehead, più noto in Italia come naziskin) —, ha nella propaganda sul Donbass uno dei suoi fronti più attivi. Al corteo romano dell’ultrasinistra che pochi giorni fa ha sfilato nel quartiere periferico di Don Bosco per chiedere l’uscita dell’Italia della NATO ha parlato a microfoni e telecamere Alberto Fazolo, appartenente al gruppo, reduce del Donbass, che ha accusato l’Ucraina di essere uno Stato nazista e ha parlato di Putin come di un “liberatore del Paese”.
Senza miliziani in loco, almeno ufficialmente, ma tra i rappresentanti più vivaci del rossobrunismo pro Donbass russo è l’ex rifondarolo Marco Rizzo, che ha accolto il senatore transfuga M5S Emanuele Dessì nel suo Partito Comunista, sigla che si presenta a quasi tutte le competizioni elettorali e che del comunismo approva solo la versione stalinista senza riconoscersi nell’etichetta di sinistra. Rizzo, che si vanta di disapprovare le campagne sui diritti civili, considerate “capricci borghesi”, e alle prossime comunali di Parma ha schierato il PC in una coalizione con i sovranisti ex M5s di Alternativa, Sgarbi e i No Green Pass, è fresco di elogio del Secolo d’Italia, storica testata missina, per aver parlato di “Grande Madre Russia” come dell’unica a volere la pace.

Poi ci sono i CARC, Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, nei quali ha militato il 5S Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri del Senato (!), che ha votato contro la fornitura di armi a Kiev, contro il decreto Ucraina ed è amico personale dell’ambasciatore russo a Roma, Sergej Razov. I CARC parteciparono nel 2015 alla Carovana Antifascista per le repubbliche separatiste filorusse, che si concluse con un Forum a Lugansk “contro il governo fascista imposto in Ucraina dalla NATO con il colpo di Stato del 2014”. Su Resistenza, il loro organo ufficiale, c’è un’intervista alla Banda Bassotti — storica band della scena rock alternativa — che racconta della partecipazione alla Carovana Antifascista dell’anno prima, chiusa con un concerto in Donbass — ovvero, secondo i membri della band, «in terra russa, dove tanti si dicono ancora sovietici».
L’ex CARC Petrocelli non è solo nel M5S. La tesi su “Ucraina fantoccio USA e NATO” è gettonata e pochi giorni fa è stata Repubblica a svelare che l’ex sindaca Virginia Raggi ha postato in una chat interna del Movimento 5 Stelle articoli sul tema. In politica estera il M5S è dalle origini terreno fertile per la tendenza rossobruna.

Ma il sostegno al Donbass libero e “comunista” va a braccetto sin dal 2014 con un’omologa mobilitazione neofascista. Il Cremlino da anni utilizza entrambi i fronti per ampliare la rete internazionale a sostegno dei propri piani imperialisti. Nell’estate 2014 l’ultranazionalista Aleksey Anpilogov, collaboratore della rivista neofascista Zavtra che ha ospitato anche interventi di Aleksandr Dugin (sempre lui), organizzò a distanza di poco tempo due conferenze a Jalta, nella Crimea “liberata” da Mosca. Alla prima, grazie ad alcuni utili idioti, fu data una coloritura di sinistra, nonostante la presenza della Guardia Slava, gruppuscolo neofascista russo noto per la sua omofobia e per la tesi, cara anche al patriarca Kirill, che l’Ucraina sia l’ariete della “dittatura gay”. Alla seconda, invece, parteciparono alcune delle più truci formazioni neofasciste europee e, per l’Italia, Forza Nuova, con la presenza in Crimea del suo leader Roberto Fiore, oggi detenuto per aver guidato l’assalto alla sede nazionale della CGIL. Proprio da Forza Nuova provengono altri miliziani arruolatisi nel Donbass, in nome di una visione che vede nella Russia di Putin il baluardo dei valori identitari dell’Europa, una deoccidentalizzazione in linea con la “terza Roma” teorizzata da Dugin. I nomi noti — anche per via dei loro video dal terreno di guerra — sono quelli di Riccardo Emidio Cocco e di Andrea Palmeri, ex capo dei Bulldog, il gruppo ultrà della Lucchese che contende a quelli di Verona e Varese la palma del più acceso filonazismo (Ongaro era stato invece ultrà del Venezia, curva da sempre connotata in senso opposto).
Se la Lega ha il senatore filorusso Vito Comencini, che si dice pronto a visitare il Donbass, Fratelli d’Italia schiera l’assessore regionale Maurizio Marrone, capo del sedicente Ufficio di Rappresentanza di Donetsk e Luhansk in Piemonte.
Come abbiamo già visto sopra, sempre Dugin, nell’estate 2014, arrivò a Milano per una conferenza all’Hotel Cavalieri, “La sfida Eurasiatica della Russia”, invitato dall’associazione Lombardia-Russia di Gianluca Savoini, l’uomo vicinissimo a Salvini che trattava affari e tangenti all’hotel Metropol di Mosca. Nota la provenienza di Savoini dal milieu della già citata Orion, la rivista e area politica fondata dal neofascista milanese Maurizio Murelli, già condannato a 18 anni di carcere per l’uccisione di un agente di polizia nel corso di una manifestazione nera a Milano all’inizio dei Settanta. Orion è stata un insistito tentativo di camuffare il neofascismo dietro posizioni terzomondiste e “antimperialiste”. Murelli, teorico dell’islamo-fascismo, si è rivisto pochi giorni fa in un talk tv, presentato come “editore”. Sta con Putin, ovviamente.


4 APRILE 2022

L’orrore di Bucha

Testimonianze, video e fotografie delle violenze compiute dall’esercito russo nella cittadina ucraina di Bucha, nella periferia nordovest di Kiev, controllata dalle forze russe fino a venerdì 1 aprile.
I giornalisti internazionali che negli ultimi due giorni sono riusciti ad entrare a Bucha parlano di intere vie della città ricoperte di corpi in decomposizione, di una gigantesca fossa comune scavata nel giardino della chiesa ortodossa della cittadina, di amici e parenti che insieme riemergono spaventati dagli scantinati dove si erano nascosti in attesa che i russi lasciassero la città.
Alla fine di febbraio Bucha era stata una delle prime cittadine alla periferia di Kiev a essere conquistate dai russi. Per Bucha passa la strada principale che collega Kiev con i territori ucraini al confine con la Bielorussia, il paese satellite della Russia che l’esercito russo ha usato come base per attaccare il nord dell’Ucraina. Controllare Bucha e Irpin, un’altra cittadina nelle vicinanze, sarebbe stato fondamentale per organizzare un attacco al centro di Kiev, dove però le forze russe non sono mai arrivate.

I fotografi di Associated Press (galleria fotografica in alto) hanno catturato l’orrore della devastazione che si sono trovati di fronte i soldati ucraini che si sono spinti per primi nelle zone tenute dai russi nelle cinque settimane di occupazione: fosse comuni, corpi mutilati e torturati, vittime con mani legate e foro alla nuca (vere e proprie esecuzioni).
Oliver Carroll dell’Economist ha raccontato di avere visto diversi corpi all’ingresso della città: apparentemente sono persone che «avevano scelto il momento sbagliato per andare a fare la spesa». Accanto ai loro corpi si vedono scatole di piselli, bustine di tè e confezioni di yogurt. Diversi giornalisti internazionali, fra cui Ilario Piagnerelli di Rai News, hanno fotografato un uomo anziano che sembra essere stato ucciso da lontano mentre stava circolando in bicicletta.
L’Economist, uno dei primi giornali occidentali a essere arrivati a Bucha, ha scritto di avere trovato diverse conferme di esecuzioni sommarie: «Nove corpi giacciono a lato di un cantiere, altri due nella strada che collega Bucha a Irpin. Tutti avevano fori di ingresso di proiettili nella testa o sul petto, oppure su entrambi. Almeno due di loro avevano le mani legate dietro la schiena. Dall’odore dei corpi in decomposizione, si trovano lì da un bel po’ di tempo».
I soldati ucraini a Bucha hanno trovato in una sola via venti cadaveri. Uno era ancora sepolto sotto la bici su cui aveva fatto il suo ultimo viaggio. Secondo alcune testimonianze, le truppe russe hanno anche stuprato e vilipeso i cadaveri, bruciandoli o investendoli con i carri armati.
Le truppe russe in ritirata si lasciano alle spalle situazioni catastrofiche disseminando mine nelle vicinanze delle case, delle attrezzature abbandonate e perfino sui cadaveri. Le autorità russe fin dall’inizio del conflitto hanno ribadito di colpire solo obiettivi militari. Anche in questo caso, il ministero della Difesa russo ha respinto le accuse ucraine come «fake-news».

Eppure, in Italia

Molti pensano che le atrocità emerse nella città di Bucha dopo il ritiro dell’esercito russo rappresenteranno uno spartiacque. Molti sostengono che dinanzi ai corpi di centinaia di civili inermi fucilati con le mani legate dietro la schiena ci sarà una generale presa di coscienza, e chi finora si è inerpicato per ignobili distinguo, false equivalenze ed empie equidistanze («né-né») non avrà il coraggio di insistere oltre. Qualcuno pensa addirittura che assisteremo a sincere autocritiche, se non da parte di quel grottesco esercito di scoppiati che ha occupato i palinsesti televisivi, perlomeno da parte di chi li ha invitati e difesi in nome del pluralismo e della libertà di opinione. Ma non c’è da essere ottimisti.

Certo, adesso almeno dovrebbe essere chiaro a tutti, come ha notato Anne Applebaum, che quando parliamo con leggerezza di quali “concessioni territoriali” l’Ucraina dovrebbe fare alla Russia di Vladimir Putin stiamo parlando di questo: esporre i civili di quelle regioni a fucilazioni, stupri di massa, saccheggi, deportazioni. Si tratta peraltro di cose, in gran parte, già emerse e documentate da tempo, come il tentativo di prendere le città per fame e per sete, costringendo la gente a bere l’acqua dalle pozzanghere e dai canali di scarico (domanda che metto tra parentesi per gli appassionati di false equivalenze: quale esercito occidentale applica simili sistemi?).
Notizie che finora non hanno impedito al dibattito di prendere la piega grottesca che ha preso, almeno qui in Italia, dove “guerrafondai” sono diventati coloro che si schieravano dalla parte degli ucraini e “pacifisti” o “realisti” coloro che li invitavano ad arrendersi all’invasore, sostenendo che le sofferenze dei civili erano colpa di chi insisteva a resistere. Una deriva davvero orwelliana perché, prima ancora di ogni altra considerazione etica o politica, si deve dire che è vero l’esatto contrario: sono stati finora i soldati ucraini — e le armi occidentali — a difendere i civili, comprese donne e bambini, dalla sorte toccata loro nelle città in cui l’esercito russo è riuscito a penetrare. Le immagini di Bucha ne sono solo l’ennesima conferma.

Come mai abbiamo dunque tanta difficoltà a riconoscere questi elementari dati di fatto? Perché definiamo la loro negazione come espressione di una libera opinione, anziché come disinformazione o semplicemente come falsità, menzogna, propaganda?
L’impressione è che a turbarci davvero non sia il male, nemmeno nella forma radicale delle atrocità compiute a Bucha, ma la possibilità del bene. Quello che ci sconvolge non è la crudeltà degli aggressori, cui siamo purtroppo assuefatti e con cui abbiamo una certa familiarità, ma la resistenza degli aggrediti, tanto più sconvolgente perché messa in atto da persone che fino a ieri facevano una vita identica alla nostra, con lavori come i nostri, in città simili alle nostre, almeno fino al momento in cui i bombardamenti non le hanno rese irriconoscibili.
È questo che ci imbarazza, è di questo che non sappiamo davvero come parlare, nel mondo alla rovescia in cui siamo precipitati, in cui ci si vergogna a chiamare eroi coloro che resistono, mentre non si esita a disquisire con aria saccente delle ragioni strategiche e geostrategiche degli assassini.

Indimenticabile e insuperabile, da questo punto di vista, l’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla villa a Forte dei Marmi di un uomo (il presidente ucraino, meme qui a destra) che poteva fuggire negli Stati Uniti o in qualunque altra parte del mondo un mese fa, e invece è rimasto a Kiev, pur sapendo di essere l’obiettivo numero uno dei russi. Basta il titolo: «Zelensky, villa al Forte e società nascosta al fisco».
Abbiamo passato anni a domandarci con le facce indignate come l’Europa e il mondo abbiano potuto voltarsi dall’altra parte in circostanze ben più difficili di quelle in cui ci troviamo noi, quando si trattava davvero di mettere in gioco la propria vita, mica la bolletta del gas, e adesso fatichiamo a reggere il confronto con chi la vita la rischia tutti i giorni, e non vediamo l’ora di leggere che in realtà, prima della guerra, parcheggiava l’auto in doppia fila, evadeva le tasse e diceva le parolacce.
Si vorrebbe credere anche noi sani di mente che dinanzi alle atrocità commesse dall’esercito russo sui civili di Bucha assisteremo a un soprassalto di consapevolezza. Il timore invece è che più il peso dell’orrore continuerà ad aumentare, più forte si farà la reazione di rifiuto.

CI SONO O CI FANNO? — Gli intellettuali complottardi di casa nostra: anche loro immediatamente riconvertiti dai temi no-vax a quelli della propaganda russa. In alto, Mattei e Cacciari, in basso Freccero e Orsini, al centro Agamben

All’ultima riunione della celebre commissione DuPre (la sorta di think tank fondato da Ugo Mattei, da Massimo Cacciari e da Giorgio Agamben per contrastare la “dittatura sanitaria” — vedi anche questo blogpost —, che oggi ha inaugurato una nuova stagione della sua vita a cavallo tra controinformazione, cospirazionismo e complottismo vero e proprio: quella a combattere “le fake-news sulla guerra”) il giurista Mattei ha detto: «Ci sono elementi di continuità tra la gestione della pandemia in Occidente e la guerra della NATO». Sulla stessa linea, Carlo Freccero ha osservato che «Covid e guerra hanno trasformato il dibattito in propaganda» e che «la guerra in Ucraina è come una fiction», mentre Cacciari ha espresso la convinzione che si tratti in realtà di «una guerra tra imperi», pur invitando tutti, in un soprassalto di lucidità, a «stare attenti ai toni» e a «tenere conto di come si muove l’avversario: col Covid abbiamo fatto fatica a far capire che non fossimo terrapiattisti» (ma pensa un po’). Quanto all’ultimo monologo dell’ospite d’onore di cotanta iniziativa, quel professor Alessandro Orsini idolo dei talk show che si è definito «guerriero intellettuale», addirittura «forgiato nello scontro e nella lotta», è squalificante anche solo parlarne.
È però significativo che il gruppo, nato contro il Green Pass, sia passato con tanta naturalezza dalla contestazione della “dittatura sanitaria” in Italia (peraltro nel frattempo autoliquidatasi per decreto) alla denuncia della «guerra della NATO» in Ucraina. È significativo soprattutto che siano loro stessi a rivendicare un nesso e una coerenza tra le due battaglie, che si basano non per niente sulle stesse fonti, cioè sulla stessa paccottiglia, lo stesso ammasso di teorie della cospirazione, bufale e propaganda. Materiale che nelle democrazie occidentali mature si trova confinato perlopiù agli organi semiclandestini dei movimenti di estrema destra, ma che in Italia, per usare un termine molto caro ai nostri populisti, è da tempo “mainstream”. Com’è mainstream la filosofia che c’è dietro, egemone da molto prima della guerra e della pandemia — almeno dagli anni Novanta.

«Ah, ma le cose sono complesse»

Non è affatto vero, nemmeno in guerra, che le cose siano sempre straordinariamente complesse. Anzi, in certi casi, è vero l’esatto contrario: spesso l’orrore è tale proprio per la sua trasparente e spudorata chiarezza.
In quello che sta avvenendo in Ucraina non c’è nulla di indecifrabile. Potremmo dire anzi che è il conflitto meno indecifrabile della Storia, almeno dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Di sicuro il più prevedibile e il più previsto, anche con largo anticipo, salvo da coloro che oggi ci spiegano che le cose, ovviamente, sono più complesse (ma questo è un classico dei talk show italiani, in cui l’ospite fisso spiega sempre, dopo, quello che non aveva capito prima).

Abbiamo visto colonne di blindati lunghe chilometri partire dalla Russia e attraversare il confine con l’Ucraina per invadere il Paese, mettere sotto assedio le città con metodi medioevali, bombardare, giustiziare e deportare migliaia di civili. E abbiamo visto quello che hanno fatto a Bucha. Cosa c’è di così difficile da capire?
L’ANPI dice di condannare “fermamente” il massacro di Bucha (forse nel senso che, dopo averlo condannato, dovremmo restare fermi), «in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili». E aggiunge pure che «questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più».
A leggere il comunicato, sembra quasi che a Bucha gli ucraini si siano sparati da soli, vittime del «furore bellicistico». Quasi che si trattasse di effetti collaterali, gente finita per caso sulla linea di tiro. Più spregevole di tutto è però l’insistenza sulla necessità di una commissione guidata «da Paesi neutrali» per appurare «cosa davvero è accaduto».
Se c’è una cosa al mondo che possiamo dire serenamente di sapere con certezza è proprio quello che è avvenuto, davvero, a Bucha. Perché documentato da telecamere, fotografie e immagini satellitari; perché testimoniato da decine di inviati indipendenti delle più diverse testate; perché raccontato nei dettagli più atroci da centinaia di persone che l’hanno visto con i propri occhi.

La ragione per cui ne parliamo solo ora, però, è che solo ora le truppe russe si sono ritirate. A mano a mano che il ripiegamento prosegue, e nuove città e sobborghi vengono liberati, arrivano notizie di atrocità analoghe e se possibile persino peggiori, da Irpin a Borodyanka. Purtroppo, è ragionevole presumere che col passare del tempo resoconti del genere si moltiplicheranno.
Quello che oggi sappiamo con certezza è che in diversi casi dove è arrivato l’esercito russo — cioè dove la resistenza e le armi occidentali non sono stati sufficienti a fermarli — i soldati hanno stuprato le madri davanti ai figli, hanno sparato a vecchi in bicicletta, hanno deliberatamente assassinato i civili che tentavano di scappare sparando sulle loro automobili o semplicemente passandoci sopra con i carri armati, hanno torturato uomini, donne e persino bambini.
Dall’inizio della guerra tanti ucraini, dal capo del governo all’ultimo dei profughi, in cento dichiarazioni e interviste, ci hanno chiesto armi per potersi difendere, cioè per impedire ai russi di fare tutto questo.

Da allora, il dilemma che abbiamo davanti non potrebbe essere più semplice, più lineare, più binario: gli abitanti di quelle città ci chiedono armi per impedire che le loro mogli e i loro mariti, i loro figli e i loro genitori facciano la stessa fine degli abitanti di Bucha, ed è una domanda cui si può rispondere solo in due modi, con un sì o con un no.
Dire, come hanno fatto alcuni raffinati filosofi, politologi e geopolitologi, che dovremmo rispondere di no, “ma per il loro bene”, per “non prolungare inutilmente le loro sofferenze”, è persino più ridicolo che disumano (ed è molto disumano).
Dire, come hanno fatto alcuni dei suddetti filosofi, politologi e geopolitologi, che “il massacro di Bucha dimostra che mandare le armi è inutile”, perché il massacro c’è stato lo stesso e le nostre armi non lo hanno impedito, e magari ripetere lo stesso concetto per le sanzioni, è un sofisma tanto risibile intellettualmente quanto riprovevole moralmente. È grazie alla resistenza degli ucraini, e alle armi occidentali, che i russi sono stati cacciati da Bucha e non sono riusciti a entrare a Kiev, dove verosimilmente non si sarebbero comportati in modo troppo diverso.

Chi dice che gli ucraini non devono resistere e che noi non dovremmo aiutarli, anche con le armi, sta dicendo a quelle persone, a Kiev, che avrebbero dovuto lasciare entrare i loro massacratori, e lasciare che facessero anche a loro, alle loro mogli e ai loro mariti, ai loro figli e ai loro genitori, quello che hanno fatto solo qualche chilometro più in là.

Tirare in ballo la NATO o gli americani per arrivare alla stessa conclusione significa cancellare gli ucraini dal quadro, trattarli come bambini, o come pupazzi, che è esattamente, non a caso, quel che fa la propaganda russa.
Dire che “il problema non è Putin, non sono le atrocità di Bucha, non è l’invasione russa, ma la guerra”così, in generale, come si trattasse di un fenomeno meteorologico, come fosse una pioggia che a un certo punto arriva, e che ci vuoi fare, piove — significa volere soltanto fare casino.
La verità è che le cose non potrebbero essere meno complesse di così. Qualunque considerazione su quello che dovremmo fare e su quello che non dovremmo fare, su quale sia il limite oltre il quale non possiamo spingerci, militarmente ed economicamente, deve partire dal riconoscimento dell’elementare, binaria, cristallina chiarezza della situazione. Altrimenti è solo un gioco delle tre carte, propaganda di seconda mano, sofismi da quattro rubli.

L’ultima risorsa di chi non ha il coraggio di dare ragione a Putin, ma muore dalla voglia di dare torto a chi lo critica, persino dinanzi alle atrocità che ogni giorno di più vengono documentate, è il più vecchio e abusato degli espedienti retorici dall’invenzione degli asili. Ed è che bisogna sempre dubitare di tutto.
Non per niente, è esattamente a questo che mirano le campagne di disinformazione, da sempre. Non hanno nessun bisogno di costruire menzogne credibili, non lavorano sulla qualità, ma sulla quantità: a forza di ripetere ogni sorta di bufala, mettendo in dubbio anche i dati di fatto più evidenti, ottengono comunque l’effetto desiderato. Anzi, quanto più assurde e persino contraddittorie saranno le diverse versioni diffuse, tanto meglio: perché l’obiettivo dei disinformatori, il più delle volte, non è essere creduti, è far sì che non si creda più a niente e a nessuno. Non puntano tanto a convincerci della loro verità quanto dell’idea che non ci sia nessuna verità.

Però se si dubita di tutto, quale che sia la certezza di volta in volta messa in discussione, bisognerà dubitare anche della spiegazione, e poi della spiegazione della spiegazione, e così via. Se si dubita di tutto, è impossibile evitare il regresso all’infinito.
Tra persone adulte e in buona fede, non è una questione di cui valga nemmeno la pena di discutere, almeno dai tempi di Aristotele. Parafrasando il filosofo, infatti, potremmo dire che chi davvero dubitasse di tutto dovrebbe dubitare anche del suo stesso dubbio, prima ancora di formularlo, e di qualunque altra cosa volesse dire, dunque non potrebbe fare altro che tacere.
Dire che dobbiamo mettere in dubbio tutto, anche l’evidenza delle stragi di Bucha, perché “la prima vittima della guerra è la verità” e perché “c’è anche una guerra di propaganda”, nonostante la presenza di decine di inviati, testimoni, immagini, prove, vuol dire proclamare un’assurda equidistanza tra la verità e la menzogna, tra giornalisti indipendenti che hanno visto con i propri occhi e miserabili propagandisti che diffondono bufale come quella del cadavere semovente o dell’ospedale che sarebbe stato una base militare segreta.

Una variante appena più sofisticata di questo genere di obiezioni è quella di chi dice che non possiamo giudicare perché, sebbene le atrocità che abbiamo sotto gli occhi siano indubitabili, sebbene il fatto che sia stata la Russia a invadere l’Ucraina e non viceversa sia indiscutibile, sebbene insomma tutti i dati essenziali della questione siano chiari e innegabili, tuttavia, questi non sarebbero tutti i termini della questione, ragion per cui il quadro sarebbe non falso, ma incompleto. E per giudicare, ovviamente, bisogna avere tutte le informazioni.
Se dunque quello che sta accadendo oggi è chiaro, c’è sempre però qualcosa che è accaduto ieri, l’anno scorso o nel 2015 che serve a dimostrare che le cose tanto chiare non sono. E quando si sarà replicato che i fatti del 2015 erano una conseguenza dei fatti del 2014, e ci s’illuderà di avere chiarito anche questo, puntualmente si verrà rintuzzati con i fatti del 2008, e poi del 2004, e così via, anche qui, all’infinito.

Non è affatto vero che si debba dubitare di tutto, perché dubitare di tutto è impossibile. Di cosa dubitare e di cosa no, invece, è una scelta, che ognuno di noi compie ogni giorno, in ogni istante della sua vita. Ognuno di noi, ogni giorno, volente o nolente, sceglie di cosa dubitare e di cosa no. E lo dimostrano proprio tutte le cose di cui, a ben vedere, non dubitiamo mai.
Lo dimostra, per esempio, l’enorme quantità di incredibili fregnacce cui tanti dubbiosi intellettuali sono disposti a dar credito, si tratti delle più infondate e mille volte smentite fake-news sui vaccini o dell’infame montatura secondo cui le stragi compiute dai russi sarebbero una messinscena e i morti ucraini sarebbero attori.
Lo dimostra il fatto che così numerose e autorevoli personalità, in tutte queste settimane di discussioni sulla guerra e sulla pace, tra tanto riflettere e problematizzare, pur di fronte a molteplici e convergenti indizi, mai siano apparse sfiorate dal dubbio di essere semplicemente degli stronzi.

La struggente passione per Putin dei vecchi filosovietici italiani

«Non perdonerò mai Putin di avermi costretto a pensare che “la rivoluzione socialista d’ottobre” sia servita all’autocrazia russa per trasferirsi dal XIX° al XXI° secolo», twitta (con pesante errore ortografico sui numeri romani) tra lo stupefatto e l’amareggiato Claudio Petruccioli, che pure nel PCI fin da anni lontani non fu mai dalla parte del Cremlino, allora sovietico, e che dunque oggi è naturaliter dalla parte giusta. Certo, constatare la continuità sostanziale fra zarismo, bolscevismo e putinismo è qualcosa che anche nella sinistra democratica fa effetto: e ammettere che così come l’Ottobre non aprì una nuova storia (se non, certo, per il mito che diffuse in Occidente) il crollo del Muro non ha portato a Mosca la democrazia, può essere per molti una dura prova.
Se fosse vivo il grande scrittore russo Ivan Bunin, Premio Nobel 1933, fervente antibolscevico, rivolgerebbe ai putiniani gli stessi strali fiammeggianti destinati dopo la Rivoluzione agli uomini di Lenin: «Quanti sono gli idioti convinti che la Russia sia stata protagonista di un grande “mutamento” verso qualcosa di completamente nuovo, di mai visto prima!» (I. Bunin, “Giorni maledetti”, Voland, 2021). Siamo anche oggi dinanzi alla conferma della storica immutabilità russa, della impossibilità per essa di diventare una democrazia, almeno a giudicare dal fallimento della rivoluzione liberale del 1905, dal naufragio del kruscevismo prima e del gorbaciovismo poi.

Dopo il 24 febbraio 2022 dovrebbe essere chiaro a tutti che la “irriformabilità” non era del comunismo sovietico ma proprio della Russia. Eppure «i filorussi sono tantissimi», si meraviglia un altro “vecchio” del PCI, Luigi Berlinguer. Il cui illustre cugino Enrico ben 41 anni fa dichiarò esaurita la spinta propulsiva dell’Unione Sovietica — formula un pelino ambigua: si era esaurita ma poteva riprendere, o era morta per sempre? — e tuttavia i filosovietici “di sinistra” ci sono ancora: non se n’erano mai andati. Erano “in sonno” in attesa di un cenno da Mosca. Ora l’hanno avuto.
Furenti con Gorbacëv che aveva ribaltato l’abc di Mosca, storditi da Eltsin che tra una vodka e l’altra pure completò la demolizione, hanno visto in Vladimir Putin se non proprio un “compagno” uno con lo stesso odore di Lubjanka e di KGB, un “figlio del partito” e dunque di quel mito antinazista di Stalingrado che oggi torna in auge nella propaganda del Cremlino, gli stessi occhi gelidi del “capo” che infine vuole restaurare i confini e il prestigio della vecchia cara URSS.

Gianfranco Pagliarulo, il presidente di una post-ANPI ove si fondono vecchi nostalgici e giovani estremisti, già deputato cossuttiano, peraltro persona mite, conosce bene il gioco delle tre carte tipico dei filosovietici: la responsabilità della guerra è della Russia, certamente, però il contesto autorizzava l’invasione, o giù di lì, che è esattamente la stessa logica che guidava il PCI nel 1956 quando giustificava i carri armati sovietici a Budapest perché c’erano presunte manovre reazionarie che coinvolgevano “i preti” del cardinal Mindszenty — tutte balle poi ammesse autocriticamente da esponenti come Pietro Ingrao e Giorgio Napolitano, ma tanti anni dopo.
Armando Cossutta, anch’egli persona di garbo, negli anni Ottanta animò una corrente che ostacolava il revisionismo di Berlinguer e poi guidò Rifondazione Comunista dopo la svolta di Achille Occhetto. Sul Fatto Quotidiano, Gad Lerner ha scritto che «Cossutta, da autentico nostalgico dell’URSS, additerebbe in Putin quanto di più distante dai suoi discutibili ideali». Invece è plausibile l’esatto contrario: pure “l’Armando” avrebbe anche in questa circostanza fatto sfoggio della classica dialettica truccata dei comunisti filosovietici, quella appunto del suo ex braccio destro Pagliarulo — Putin ha sbagliato ma aveva le sue buone ragioni.
Perfino Fausto Bertinotti, che non è mai stato filosovietico, in odio all’egemonia americana è oggi sulla linea della “complessità” che è adiacente a quella dei giustificazionisti, così come pure gran parte della vecchia-nuova redazione del Manifesto, nato 50 anni fa proprio in dissenso con la timidezza revisionista del PCI: una nemesi sorprendente è un po’ triste.
E poi ci sono i filosovietici più stolidi, oggi filo-Putin, come l’editore Sandro Teti — casa editrice ai tempi vicina a Cossutta — che ha detto a Sky che «non è vero che i russi stanno bombardando a tappeto le città» (!), mentre in un’altra intervista ha sostenuto che «la Russia di Putin è un Paese democratico» (!), «c’è il settimanale della Politkovskaja che si può trovare, ad esempio, in tutti gli aeroporti» (ndr: la giornalista dissidente Anna Politkovskaja fu assassinata nel 2006 e il suo giornale è stato appena chiuso).

Sui social poi è pieno di post di ex iscritti al PCI — e non si tratta solo di persone anziane — che difendono il dittatore di Mosca visto come il baluardo al trionfo del “capitalismo degli americani” e la crescente disuguaglianza in Occidente.
In un bellissimo articolo sul Foglio, Siegmund Ginzberg, vecchio giornalista de L’Unità che conosce bene la storia del PCI, ha scritto: «Mi fa un certo senso veder dare per scontato che i “vecchi comunisti” debbano essere per forza filo-sovietici, e di conseguenza, filo-Putin, e ovviamente anti-americani, anti-NATO». Giustamente, ricorda che già dagli anni Sessanta i gruppi dirigenti avevano sostanzialmente archiviato il mito di Mosca, ma non lo dicevano apertamente: «Avevamo paura di perdere il partito», ammise Alfredo Reichlin nella sua autobiografia. Oggi i frutti avvelenati sotto le sembianze di certi Russlandversteher hanno le radici nel filosovietismo “di sinistra” trasformatosi come in una novella di Ovidio in filoputinismo. La vecchia Russia, impasto di Oriente e Occidente, da sempre “paese di risse”, non è cambiata, e a quanto pare nemmeno i suoi fedeli.

Come già detto qualche capoverso fa, “numerose e autorevoli personalità che, pur di fronte a molteplici e convergenti indizi, non sono mai sfiorate dal dubbio di essere semplicemente degli stronzi”.

“Le vittime della propaganda” (Eva Morozova, artista russa)

2 MAGGIO 2022

L’efficacia dell’oliata macchina online del Cremlino: il caso Bucha

Se scrivi una fake abbastanza grande da farla diventare virale sul web, le persone finiranno per crederci. Una massima che calza a pennello con la strategia adottata da Mosca per dirigere la sua “operazione speciale” in Ucraina. Non possiamo sapere come finirà il conflitto a livello militare, ma qualcosa si può già dire sui risultati scatenati dalla guerra informativa che si combatte ogni giorno sulla Rete.

Tramite una serie di depistaggi, falsi reportage e l’alleanza con i complottisti europei e americani, Mosca è riuscita a influenzare in modo diretto l’opinione pubblica digitale in Italia. Oggi abbiamo infatti le prove che alcuni crimini di guerra perpetrati dai Russi siano vissuti sulla rete come delle fake-news inventate dai media occidentali. Mentre uscivano le prime immagini della strage di civili nella cittadina di Bucha, la macchina disinformativa del Cremlino ha iniziato a creare tramite il suo apparato digitale i presupposti per inondare la Rete di una versione alternativa dei fatti.

E uno studio dell’Institute for strategic dialogue conferma come questa versione fake di Mosca sia riuscita a imporsi sulla realtà. Nello specifico i ricercatori dell’ISD hanno monitorato le discussioni online sulla vicenda di Bucha, andando a vedere quali erano le versioni che guadagnavano più consenso in diversi Paesi sia all’interno che all’esterno dell’Europa. Nel dettaglio sono stati identificati e analizzati i dieci post più condivisi su Facebook che menzionano Bucha in ciascun Paese tra il 30 marzo 2022 e il 6 aprile 2022, analizzando un totale di 200 post. Un lasso di tempo che corrisponde al ritiro delle truppe russe da Bucha e al successivo ritrovamento di civili morti lasciati nelle strade della città. Il risultato è sorprendente solo per chi non si è immerso all’interno della propaganda russa. Quei messaggi che mettevano in dubbio le atrocità di Bucha hanno guadagnato su Facebook molta più popolarità rispetto a quelli che parlavano di civili uccisi dai russi. Per essere più precisi, sul totale dei 200 post i 55 che mettono in dubbio la legittimità delle immagini di Bucha utilizzate dai media occidentali hanno ottenuto un totale di 208.416 interazioni contro le 172.063 dei restanti.

Da inizio dell’invasione russa dell’Ucraina questa strategia digitale del Cremlino ha funzionato a puntino: una volta infiltrati nelle comunità Telegram dei complottisti nostrani, i russi hanno iniziato a diffondere una serie infinita di fake-news su Bucha, invitando i militanti a replicare queste bufale anche sugli altri social media. Il livello di privacy di Telegram è pressoché inviolabile e dunque da qui è possibile organizzarsi in modo più sicuro per rilanciare sulle altre piattaforme le varie campagne di contro-informazione.
Inoltre, nonostante i media statali russi siano stati banditi dai social media nell’UE, molti dei messaggi che coprono la strage di Bucha sono stati partoriti dalle agenzie governative russe. In dieci Paesi europei sono stati scovati 34 post di Facebook prodotti dal Cremlino che spingevano ricostruzioni e depistaggi sui fatti di Bucha. E l’Italia risulta essere il Paese dove la propaganda russa ha avuto maggiore capacità di penetrazione. Infatti siamo i primi per numero di contenuti Facebook che sollevano dubbi sulla legittimità delle immagini di Bucha. A Cipro e in Grecia i messaggi fuorvianti delle ambasciate russe locali su Facebook sono risultati tra i primi dieci post su Bucha. In Slovacchia, sette dei dieci post più condivisi su Bucha includevano narrazioni pro-Cremlino. In Austria e in Repubblica Ceca l’operazione di influenza russa ha fatto sì che la maggior parte dei post analizzati su Bucha contenesse un pregiudizio a favore del Cremlino. Tracce della disinformazione russa sono arrivate fino in America Latina: nello specifico in Venezuela e in Argentina.
Molti di questi contenuti fuorvianti prodotti a Mosca (reportage video taroccati in cui i soldati ucraini prelevano i cadaveri dagli obitori per trascinarli nelle strade di Bucha, oppure falsi dossier in cui il massacro di Bucha diventa opera di “misteriosi mercenari inglesi”) vengono ritrovati in comunità complottiste, populiste e anti-establishment. Un mix di propaganda russa e teorie complottiste che sta risultando inarrestabile nel conquistare ampi spazi del sistema informativo online.


8 APRILE 2022

Ma… e le gente russa? Che dice la gente in Russia?

— di Svetlana Ivanova e Antonio Russo

Niente. Perché i circa 150 milioni di russi subiscono una sorta di lavaggio televisivo del cervello.
Guardando le notizie russe sui canali statali, si scopre non solo una realtà parallela, ma spesso l’esatto opposto della realtà. La propaganda del regime mescola abilmente entrambe dando vita a un nuovo cocktail: una realtà semplice e digeribile che si adatta facilmente alla mente delle masse, eliminando ogni capacità di pensare in modo critico.

Dieci domande sulla guerra in Ucraina e le relative risposte di Stato.

1. Cosa è successo a Bucha?
Il servizio inizia con un’affermazione che gela le vene: «Secondo i dati del ministero della Difesa della Federazione Russa, i materiali video della città di Bucha non corrispondono alla realtà e sono di natura provocatoria. Gli esperti stanno lavorando per identificare le persone coinvolte, che risponderanno delle loro azioni».

2. Chi ha iniziato la guerra?
(Ma quale guerra? Non c’è la guerra, c’è una “operazione speciale”. E se continui a parlare di guerra, rischi di finire in prigione per 15 anni. Sui canali statali russi nessuno usa la parola “guerra”.) «La Russia è stata costretta ad avviare l’operazione speciale perché altrimenti sarebbe stata l’Ucraina ad attaccare il Donbass e la Russia. Non avevamo altra scelta», chiosano le persone dallo schermo. Spesso fino a sfiorare l’assurdità: Valentina Matvienko, presidente del Consiglio dell’Assemblea federale Russa, nonché fedelissima di Putin, è arrivata a sostenere che «è necessario fermare la guerra scatenata da Kiev».

3. Quali gli obiettivi dell’operazione?
«Liberare l’Ucraina dall’influenza dei neonazisti e ripulirla da persone ideologicamente filo-naziste: quello è il nostro obiettivo», spiega il portavoce del presidente Dmitry Peskov. Questa è la famosa “denazificazione”, parola chiave della propaganda, chiaramente espressa dal presidente Vladimir Putin durante il suo discorso del 24 febbraio 2022 e ora attivamente rafforzata per mezzo della televisione. Un altro compito dell’operazione speciale è la demilitarizzazione. Ogni giorno, i notiziari russi riportano i progressi nel disarmo dell’Ucraina raccontando come «le principali armi controaeree e l’aeronautica militare dell’Ucraina vengono distrutte». Un leitmotiv delle notizie russe in questo contesto sono i laboratori di armi biologiche. Secondo la propaganda russa, in Ucraina con i soldi del Pentagono sarebbe stata sviluppata un’arma biologica volta a produrre virus in grado di sterminare l’intera popolazione russa. Virus che poi sarebbero stati iniettati dentro oche selvatiche che, durante la loro migrazione stagionale, li avrebbero trasportati dentro il territorio russo.

4. Chi dirige la guerra dall’Ucraina?
«Gli ufficiali della NATO sono già al comando delle operazioni militari dell’Ucraina», proclama la televisione russa, visto che Zelensky sarebbe fuggito e non si troverebbe sul territorio dell’Ucraina già da tempo. I suoi numerosi video da Kiev e da altre città sono considerati fake. In poche parole «l’Ucraina non decide nulla da sola, l’America decide tutto per lei».

5. Chi sta bombardando le città ucraine?
Si bombardano da soli. La propaganda russa sostiene che «i neonazisti» bombardino le loro stesse città, torturino e uccidano i civili. Sottraggano loro il cibo, blocchino ospedali e scuole. «Nella sola Kiev i nazisti uccidono fino a 10 giornalisti al giorno e poi disperdono i loro cadaveri, dicendo che sono dei traditori».

6. Cosa sta succedendo adesso?
«Tutto sta andando secondo i piani». Nessuno sa quale siano questi piani e nessuno li ha mai visti, ma la TV non si stanca di ripetere il suo mantra: tutto sta andando secondo i piani.
Ogni giorno viene riportata la situazione a Mariupol: «Mariupol è stata liberata dai neonazisti, i principali gruppi di banditi sono stati neutralizzati». Resta solo da concludere «l’ultima epurazione» con i neonazisti che «si strappano le uniformi di dosso». La Russia riferisce che le unità d’élite dell’esercito ucraino sono state distrutte, non hanno munizioni, rifornimenti e il morale a terra. Uno dei prigionieri rilascia un’intervista: «L’Ucraina ci ha abbandonato, trovarsi in prigionia russa è meglio che servire l’esercito ucraino». Immediatamente in video una donna di Mariupol fuggita in Russia ringrazia per averle fornito asilo. Allo stesso tempo, viene mostrata l’assistenza a numerosi profughi, e non viene detta una sola parola su più di 4 milioni di rifugiati che si trovano in Europa. Guardando i canali russi, si ha l’impressione che tutti i profughi siano in Russia.

7. Chi avvia i negoziati?
Secondo la TV russa, fin dal primo giorno dell’operazione speciale, Putin ha cercato, inutilmente, di contattare Zelensky, ma quest’ultimo ha sempre rifiutato. La Russia supplica continuamente la controparte di avviare nuovi negoziati. E gli ucraini si sottraggono, si defilano, vengono in ritardo o non presentano le proprie condizioni e più in generale «non riusciamo a capire cosa vogliono da noi».

8. Quando finirà “l’operazione speciale”?
La propaganda racconta che la Russia non ha ancora liberato l’Ucraina dai neonazisti, perché si sta muovendo con cautela per ridurre al minimo le perdite nella popolazione locale. Al contrario dei neonazisti che invece sparano ai civili e si comportano in maniera disumana.

9. Come è cambiato il palinsesto?
La televisione ha radicalmente cambiato i palinsesti dall’inizio della guerra. I programmi di intrattenimento sono praticamente scomparsi, sostituiti da un continuo flusso informativo sulla vicenda Ucraina propinato sotto diverse forme: telegiornali, talk show a stampo giornalistico, contenitori investigativi e notiziari. Questa maratona continua senza interruzioni dalle 8 alle 22. È possibile vedere qualcos’altro dopo? No. Alle 22 inizia una serie TV sulla guerra tra l’Impero Russo e l’Impero Ottomano di natura pedagogica, “Giannizzero”, e di notte lo spettatore può godersi il film documentario “Russophobia”. La programmazione è stata modellata in maniera impeccabile. La conduttrice del Canale 1, Ekaterina Andreeva, che dal 1997 è anchor woman del telegiornale serale, spiega così il proprio lavoro in un’intervista: «La propaganda non è un martello contundente, ma un bisturi di precisione».

10. Perché la gente ci crede?
Nelle questioni di politica estera la gente comune non si reputa esperta, e ovviamente non è obbligata a esserlo. Ed è proprio per questo che una storia lineare e apparentemente logica, presentata in televisione, ha una forte presa sulla coscienza di massa: in tema di politica internazionale, l’indice di fiducia nella televisione sovrasta ogni altra fonte di informazione. La propaganda offre una storia semplice, comprensibile e facilmente digeribile. La famosa politologa russa Ekaterina Shulman spiega: «Nell’anima di ogni persona vi è un desiderio recondito: avere un’immagine coerente del mondo in cui si è dalla parte della ragione e ancor meglio in cui si è subito un torto. Razionalmente potrebbe sembrare spiacevole essere offesi, ma in realtà questo sentimento di disagio è uno strumento di propaganda diabolico: il tuo vicino ti ha portato via qualcosa che è tuo di diritto, e dunque deve essere restituito: è un’ingiustizia che deve essere riparata». Il modo in cui la televisione russa presenta la storia dell’Ucraina è un esempio per eccellenza dell’uso di questo strumento: il mondo intero è contro la Russia, le nostre terre ci sono state sottratte e, come esclama la propagandista di Russia Today Margarita Simonyan: «Madre Russia, riporta a casa il Donbass». Questa immagine, purtroppo, si adatta bene all’immaginario comune. I canali statali svolgono magistralmente la loro funzione propagandistica.
Naturalmente, la propaganda esiste in qualsiasi Paese, Europa compresa. Ma c’è un’enorme differenza che cambia il quadro generale. Non è la propaganda in sé — in fondo, qualsiasi campagna elettorale può essere considerata tale — ma la monopolizzazione dell’informazione, a essere pericolosa. Per anni, i canali televisivi indipendenti sono stati sistematicamente chiusi fino a quando non ne è rimasto nemmeno uno. Già da tempo non esiste un punto di vista alternativo su nessun canale TV, l’unica informazione libera ed indipendente viaggiava online, ma con l’inizio della guerra anche questa è stata definitivamente abolita con l’entrata in vigore della legge sulle fake-news.

La sessione di ipnosi dura da quasi un ventennio e c’è poca speranza che qualcuno si svegli proprio ora.

Si può parlare di “responsabilità collettiva”?

Il 21 febbraio 2022, quando al termine di una riunione straordinaria il presidente russo Vladimir Putin firmò il decreto in cui venivano riconosciute le autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e di Luhansk, pochi giorni prima dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il giornalista inglese Shaun Walker commentò sul Guardian il clima surreale di quella riunione e il fatto che gli interventi dei principali esponenti del governo sembrassero preparati per assecondare il presidente russo. Walker scrisse che l’obiettivo di quella riunione non era discutere decisioni politiche all’interno di una squadra di governo ma permettere a un “leader supremo” di assicurarsi la responsabilità collettiva di una decisione destinata come minimo a cambiare l’architettura della sicurezza in Europa. L’evoluzione del conflitto in Ucraina, la scoperta del massacro a Bucha e, in generale, la morte di migliaia di persone in bombardamenti e attacchi ad aree e strutture civili hanno reso attuale un’antica domanda sulla responsabilità collettiva della guerra.

In riferimento alle responsabilità dell’Occidente nel corso dell’ultimo decennio, il settimanale tedesco Spiegel ha scritto che «rimane un mistero come i governi occidentali, in particolare quello tedesco, siano stati in grado di credere per tutti questi anni che Putin fosse in definitiva un partner affidabile e degno di fiducia». Le responsabilità attribuite all’Occidente in questo caso sono quelle di aver instaurato relazioni stabili con la Russia nonostante l’abbondanza di prove pubbliche della repressione politica e della violazione dei diritti umani in quel Paese, oltre che la già accertata propensione all’espansionismo militare.
Nel dibattito in Italia è poi da tempo presente, come abbiamo visto, una tendenza ad attribuire alla comunità internazionale e alla NATO la responsabilità di aver sottostimato le conseguenze delle politiche dell’alleanza e di aver creato nel tempo condizioni favorevoli all’insorgere di un conflitto armato in Ucraina.

Queste posizioni sono spesso motivo di discussioni — anche molto animate — e oggetto di critiche sia da parte di chi ritiene fuorviante una certa interpretazione dei fatti storici legati all’espansione della NATO in Europa orientale, sia da parte di chi, in generale, reputa che un certo atteggiamento eccessivamente autocritico dell’Occidente sia viziato da un implicito complesso di superiorità: si tende a incolpare l’Occidente come se alcuni Paesi — in questo caso la Russia — fossero ritenuti non in grado di portare responsabilità significative dell’evoluzione degli eventi.
Una parte consistente del dibattito, però, riguarda la questione della responsabilità collettiva della Russia nella guerra, anche alla luce del sostegno apparentemente molto ampio espresso dalla popolazione verso le scelte del governo in merito all’intervento militare in Ucraina — oltre i due terzi della popolazione.

Alcune riflessioni sostengono che i risultati dei sondaggi e degli altri tradizionali sistemi di rilevazione delle opinioni siano da considerare poco attendibili in contesti ritenuti non democratici, privi di una stampa libera e fortemente condizionati sia dalla propaganda sia da reticenze motivate da anni di repressione di ogni forma di opposizione politica interna. Altre riflessioni descrivono invece come reale e credibile il sostegno della maggioranza del Paese all’intervento militare in Ucraina, sulla base di una presunta adesione di estese parti della popolazione a un modello di identità nazionale fondato tra le altre cose sull’imperialismo e sulla nostalgia del passato, in cui la Russia era una grande potenza. In generale, la questione della responsabilità collettiva della Russia nella guerra in Ucraina è quindi declinata, a seconda dei casi, o in termini di convinta ed esplicita condivisione di un’ideologia, o in termini di silenzio-assenso della maggioranza della popolazione, anche quella eventualmente contraria alle scelte del governo ma non disposta a correre i rischi di manifestare apertamente il proprio dissenso.

Una coppia con una bambina alle celebrazioni dell’ottavo anniversario dell’annessione della Crimea, a Mosca, venerdì 18 marzo 2022

Il dissenso in Russia

Il ricercatore russo Andrei Kolesnikov si occupa di politica interna e istituzioni politiche russe presso il Carnegie Moscow Center, un think tank con sede a Mosca che fornisce analisi e approfondimenti in materia di cooperazione internazionale. Kolesnikov parla di una “catastrofe antropologica” in corso in Russia e di una regressione morale del Paese, un ritorno agli anni più repressivi e paranoici dello stalinismo. Secondo Kolesnikov, la diffusione del putinismo in Russia — un’ideologia che «conosce soltanto eroi, non vittime» — rende altamente improbabile per i suoi sostenitori qualsiasi possibile forma di pentimento futuro in considerazione degli eventi della primavera 2022 a Mariupol, a Bucha e in altre città ucraine.

«Il culto della vittoria della Russia nella Seconda Guerra Mondiale non si è trasformato in una lezione su come evitare la guerra ma in un culto della guerra stessa», ha scritto Kolesnikov. E ha aggiunto che da questa prospettiva ideologica, per giunta condivisa dalla Chiesa ortodossa russa, i comandanti delle forze russe del Donbass come Arsen Pavlov — accusato di crimini di guerra e morto in un attentato nel 2016 — sono in Russia considerati eroi più di Yuri Gagarin, primo essere umano nello Spazio.
Kolesnikov attribuisce la piena approvazione delle politiche militariste della Russia non a tutta la popolazione ma a una maggioranza. E questa situazione sarebbe motivo di grave imbarazzo per una minoranza che prova invece sentimenti di orrore e vergogna per le azioni di Putin e per il sostegno che riceve.
La presenza di una minoranza contraria alle decisioni del governo pone la questione problematica di come definire una responsabilità collettiva provando a escludere dalla collettività coloro che manifestano il proprio dissenso. E per tracciare i limiti della responsabilità, secondo Kolesnikov, è essenziale tenere conto di una profonda differenza tra le opposizioni manifeste e il dissenso presunto e inespresso della parte di popolazione che resta in silenzio.
Kolesnikov cita l’esempio storico dell’invasione russa della Cecoslovacchia nel 1968, avvenuta in risposta alle rivolte riformiste culminate nella “primavera di Praga” e sostenute dalla maggioranza del Paese contro il regime comunista cecoslovacco appoggiato dall’Unione Sovietica. «Anche allora, come adesso, le persone in Russia venivano arrestate e condannate semplicemente per aver mostrato un cartello», scrive Kolesnikov. Ma questo non fece desistere la dissidente Larisa Bogoraz dal partecipare a una manifestazione contro l’invasione organizzata nella Piazza Rossa di Mosca: in tutto i manifestanti erano otto, compresa Bogoraz.
In una dichiarazione resa alla fine del processo in cui fu condannata a trascorrere quattro anni in esilio in Siberia, nell’ottobre 1968, Bogoraz disse, riferendosi ai dirigenti sovietici:

A me non bastava sapere che non c’era la mia voce tra quelle che li sostenevano. Per me era un problema il fatto che loro non sentissero la mia voce contraria. Se non lo avessi fatto [partecipare alla protesta del 25 agosto 1968], mi sarei ritenuta responsabile di quelle azioni del governo, così come tutti i cittadini maggiorenni del nostro Paese sono responsabili di tutte le azioni del nostro governo.

Bogoraz aggiunse di essere perfettamente consapevole dell’inutilità pratica della manifestazione, del fatto che non sarebbe servita a cambiare il corso degli eventi: «Ma alla fine decisi che non si trattava di cosa avrebbe prodotto di buono ma della mia responsabilità personale».

Manifestazioni di protesta contro il governo sono state organizzate in Russia anche nei primi giorni dell’invasione dell’Ucraina, suscitando ammirazione in molti Paesi occidentali. Anche in considerazione dei precedenti storici, a partire dal caso di Bogoraz, è infatti molto condivisa e presente tra gli osservatori di quei Paesi la consapevolezza che le manifestazioni di dissenso in Russia espongano i responsabili a rischi completamente diversi rispetto a quelli corsi dai dissidenti in contesti democratici.
Il New York Times ha raccontato anche le storie di molti cittadini russi che, a un ritmo che non si vedeva dai tempi della fine dell’Unione Sovietica, hanno lasciato il Paese dopo l’invasione dell’Ucraina. Tra le loro motivazioni, oltre alla contrarietà alla guerra, c’era la preoccupazione per la chiusura dei confini, le misure draconiane di limitazione della libertà di stampa e le voci riguardo alla possibile istituzione di un servizio militare punitivo. In merito alle ripercussioni sulla popolazione russa delle sanzioni economiche decise dai Paesi occidentali, il New York Times segnalava peraltro quanto le sanzioni avessero inevitabilmente reso le cose più difficili anche per le persone desiderose di scappare dalla Russia.
Se la Russia fosse un Paese libero e democratico, scrive Kolesnikov, le parole della dissidente Bogoraz sarebbero imparate a memoria nelle scuole, e il 25 agosto sarebbe celebrato come “l’anniversario del risveglio della coscienza nazionale”. La Russia di oggi, prosegue, è invece un Paese in cui la verità è screditata e derisa, e in cui ai bambini viene insegnato a denunciare i “traditori della nazione”.

Denunciare i traditori è un’attitudine a cui ha fatto riferimento anche Jack Watling, ricercatore inglese dello storico think tank britannico Royal United Services Institute (RUSI), in un articolo in cui tenta di contestualizzare le azioni militari più efferate dell’esercito russo nelle città ucraine. Le descrive come pratiche note all’intelligence ucraina perché già messe in atto durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan negli anni Ottanta, quando una parte dell’esercito era composto da forze ucraine che nel 2022 combattono contro la Russia.
Le rappresaglie sui civili, un fenomeno che Watling descrive come frequente in molte guerre e diffuso tra molti eserciti, sarebbero nel caso dell’esercito russo espressione di un’idea di punizione collettiva radicata in una lunga storia di operazioni “antipartigiane”. «Proveniente da un’epoca in cui i contadini russi vivevano per la maggior parte in una comune, l’idea di responsabilità collettiva spinse lo Stato a incoraggiare i contadini a reprimere i crimini all’interno delle loro comunità, o la comunità nel suo insieme sarebbe stata punita», scrive Watling. Questo metodo, prosegue, è stato efficacemente applicato in passato dalla Russia in una serie di conflitti in cui «il sostegno alla resistenza aveva conseguenze così pesanti che le comunità diventavano ostili agli insorti».

La responsabilità collettiva

Il concetto di responsabilità collettiva, in particolare quella della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale e per l’Olocausto, fu centrale nelle riflessioni della scrittrice, politologa e storica tedesca Hannah Arendt, una tra le autrici più conosciute e studiate nella storia del pensiero filosofico occidentale. Come sostenuto da Arendt in alcuni suoi testi degli anni Sessanta, raccolti nei libri Alcune questioni di filosofia morale e Responsabilità e giudizio, la questione della responsabilità dovrebbe essere al centro di un dibattito che, anziché soffermarsi soltanto su quella collettiva, sia in grado di affinare una maggiore sensibilità per il concetto di responsabilità personale.
Concentrare l’attenzione sull’individuo, secondo Arendt, dovrebbe essere tanto più necessario proprio nel contesto della società di massa, «un’epoca in cui tutti si considerano più o meno come ingranaggi di una grande macchina», sia essa un apparato burocratico, sociale, politico o professionale, o «la macchina caotica e rattoppata delle semplici circostanze fortuite in cui sono intrappolate le nostre vite». Inoltre è soltanto questa la prospettiva che permette di definire un concetto diverso: quello di colpa.

Nella Germania postbellica, dove esplose il problema della responsabilità di ciò che il regime hitleriano aveva fatto agli ebrei, il grido “Siamo tutti colpevoli”, che a prima vista sembrava così nobile e invitante, in effetti è servito solo a discolpare, almeno in parte, coloro che erano realmente colpevoli. Quando si è tutti colpevoli, in fin dei conti nessuno lo è.

Per Arendt la colpa è qualcosa di strettamente personale e non può mai essere collettiva, a differenza della responsabilità. Non possiamo dirci colpevoli delle azioni dei nostri antenati o del nostro Paese, se non in un senso metaforico. Possiamo invece essere responsabili delle azioni di un gruppo: la responsabilità riguarda infatti la sfera della politica, non della morale, e può estendersi all’intera comunità nella misura in cui quella comunità politica risponde della responsabilità dei membri che ne fanno parte.
Perché si possa parlare di responsabilità collettiva, secondo Arendt, occorre da una parte che l’individuo sia ritenuto responsabile di qualcosa che ha fatto e dall’altra che la sua responsabilità sia «integralmente ascritta al fatto di essere membro di un gruppo», in un senso che implichi non avere alcun modo di rinnegare o cancellare l’appartenenza a quel certo gruppo. «La responsabilità collettiva è sempre politica, sia che l’intera comunità si assuma la responsabilità di ciò che ha fatto uno dei suoi membri, sia che una comunità venga ritenuta responsabile di ciò che è stato fatto in suo nome», afferma Arendt.

Nel dibattito sui fatti di Bucha, e in generale sulla guerra in Ucraina, alcuni partecipanti sostengono che una responsabilità collettiva possa essere attribuita ai russi negli stessi termini in cui l’opinione pubblica la attribuì ai Tedeschi degli anni ’30 e ’40 del Novecento. E chi lo sostiene, come Kolesnikov, lo fa sulla base del fatto che in particolari situazioni il silenzio dovrebbe essere inteso come approvazione e non come dissenso, e che «la conformità passiva non è meno terribile della conformità attiva e aggressiva».

Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione.

Edmund Burke

Come altri pensatori e osservatori, Kolesnikov collega il comportamento della maggioranza della popolazione russa a un adattamento al regime politico vigente. E lo fa utilizzando il concetto tedesco di gleichschaltung (“allineamento”, “sincronizzazione”), un eufemismo riferito all’adattamento delle strutture e delle istituzioni sociali all’ideologia dominante del partito nazionalsocialista in epoca nazista, e che prevedeva l’eliminazione di qualsiasi forma di opposizione o organizzazione non “allineata”.
A questo adattamento fa riferimento anche la giornalista russa Masha Gessen nel libro Il futuro è storia, vincitore del National Book Award nel 2017, in cui descrive gli anni della Russia post-sovietica come «la morte di una democrazia che non era mai veramente nata» e definisce una irriducibile ideologia — quella dell’«homo sovieticus» — come uno dei fattori determinanti nell’evoluzione di un Paese sempre più repressivo e autoritario.

La lettera Z, simbolo del sostegno all’azione militare russa, su una facciata del museo di guerra Proryv a Kirovsk, a est di San Pietroburgo, sabato 9 aprile 2022 (AP Photo)

Gessen riprende il concetto di homo sovieticus da un’espressione resa popolare tra gli altri dal sociologo e politologo russo Yuri Levada, peraltro fondatore della storica organizzazione indipendente Levada Center, una delle poche agenzie di sondaggi russe ancora oggi considerate sufficientemente affidabili. Secondo Levada, che rese pubbliche le sue ricerche negli anni Ottanta, una caratteristica peculiare della persona comune nell’Unione Sovietica era la capacità di sostenere un’idea e, all’occorrenza, l’idea contraria: capacità che Levada sintetizza con la parola “bispensiero”, citando la lingua immaginaria utilizzata nel romanzo di George Orwell 1984.
Questa capacità deriverebbe in parte da una consolidata abitudine del cittadino sovietico a pensare per antinomie, a cominciare da quella che Levada definisce “sindrome imperiale”: una frustrazione legata all’impossibile scelta tra un’identità etnica e un’identità sovraetnica per un cittadino abituato fin da piccolo a essere orgoglioso e difendere il fatto di vivere nel primo Paese al mondo per estensione territoriale, un sesto di tutta la superficie terrestre.
D’altra parte, sostiene Gessen riprendendo il concetto di Levada, il bispensiero dell’homo sovieticus sarebbe il risultato di un adattamento “antropologico” finalizzato alla sopravvivenza in una società totalitaria. Adattamento che ha generato nel tempo un profondo conformismo e una diffidenza verso qualsiasi iniziativa individuale che minacci di destabilizzare le gerarchie e le identità di gruppo esistenti.

Questa ideologia, secondo Gessen e contrariamente alle aspettative di Levada, non si è estinta con la fine dell’Unione Sovietica ed è anzi riemersa negli atteggiamenti di sostanziale indifferenza dei russi per le proprie libertà politiche e di risentimento per la perdita di centralità nel mondo.
Animati da una sorta di revanscismo imperiale e da un’ostilità verso il liberalismo occidentale — sentimenti ravvivati dalla vittoria di Putin alle elezioni del 2012 e dall’inizio del suo terzo mandato non consecutivo —, l’homo sovieticus e le istituzioni cominciarono a cercare prima di tutto i nemici all’interno del Paese. Le persone gay subirono per prime i crescenti sentimenti di intolleranza e xenofobia: «Mettere al bando i gay, o perlomeno metterli a tacere, costituiva la via più breve verso il benessere e il potere, un ammonimento all’Occidente e una garanzia di una nazione florida e sana», scrive Gessen.
Come ricordato da Kolesnikov, il conformismo e la paura di subire ritorsioni furono citati da Bogoraz già nel 1968 e descritti come sentimenti dominanti, alla fine del processo contro lei e gli altri manifestanti:

L’accusa ha concluso il suo intervento suggerendo che la sentenza che chiede sarà approvata dall’opinione pubblica. Non ho dubbi che l’opinione pubblica approverà questa sentenza, così come ha approvato sentenze simili in passato e approverebbe qualsiasi sentenza. L’opinione pubblica approverà un giudizio di colpevolezza in primo luogo perché le saremo presentati come parassiti, eretici e portatori di un’ideologia nemica. E in secondo luogo perché, se qualcuno avesse un’opinione diversa da quella “pubblica” e trovasse il coraggio di esprimerla, presto si ritroverebbe dove mi trovo io adesso.

L’isolamento e la disinformazione in Russia

L’ipotesi di una chiara responsabilità collettiva dei russi, che Kolesnikov intende più che altro nei termini di una “irresponsabilità di massa” e una “cecità collettiva volontaria”, è generalmente contestata da altri osservatori che si concentrano sulle particolari condizioni di isolamento e disinformazione sistematica a cui si ritiene sia sottoposta gran parte della popolazione russa. E che si interrogano sui limiti della responsabilità di una collettività resa ignorante o insensibile rispetto a eventi molto noti nel resto del mondo e discussi in termini completamente diversi.
Come raccontato dalla stessa Gessen in un articolo sul New Yorker, osservare i manifestanti che vengono arrestati in piazza Pushkin a Mosca da poliziotti in tenuta antisommossa, mentre il traffico pedonale scorre normalmente ignorando quanto accade a pochi passi da loro, dà l’impressione che ci siano due gruppi di persone che vivono in due mondi alternativi. In uno, la Russia è responsabile di una guerra brutale e ingiustificata in Ucraina; nell’altro, non esiste alcuna guerra ma soltanto «un’operazione per ristabilire la pace».

Una donna arrestata durante una manifestazione contro l’invasione dell’Ucraina a San Pietroburgo, mercoledì 2 marzo 2022 (AP Photo/Dmitri Lovetsky)

«Questo è in gran parte un paese di persone anziane e povere», per la maggior parte composto da persone di 45 anni o più, ha detto a Gessen l’attuale direttore del Levada Center, Lev Gudkov. La maggioranza della popolazione in Russia, secondo un sondaggio del Levada Center, si informa attraverso la televisione, che è quasi interamente controllata dallo Stato. Non c’è alcuna copertura mediatica degli eventi in diretta né edizione straordinaria dei telegiornali: niente che dia agli spettatori l’impressione che accada qualcosa di diverso dal solito.

Un’edizione abbastanza tipica del telegiornale, andata in onda sul primo canale nei primi giorni di marzo 2022 e durata sei minuti, riferiva di un nuovo ciclo di colloqui di pace tra Russia e Ucraina, descrivendo la Russia come la parte interessata a trovare un terreno comune. Raccontava poi del «bombardamento della Repubblica popolare di Donetsk da parte delle forze armate ucraine», causa della «morte di 25 civili». Seguiva un servizio su Chernihiv, un’area in quel momento controllata dalle forze armate russe, in cui si diceva (mostrando però soltanto immagini di veicoli blindati) che i civili continuavano a circolare normalmente in città, presi dalle loro routine quotidiane. Successivi servizi dicevano che «la Russia ha preparato oltre 10 mila tonnellate di aiuti umanitari per il popolo ucraino» e che «l’Occidente sta rifornendo l’Ucraina di armi». Nessuna menzione dei bombardamenti del giorno prima a Kharkiv e a Kiev, né della morte di 498 soldati russi secondo dati riportati il giorno prima dallo stesso ministero della Difesa russo.
Anche chi riesce a informarsi attraverso Internet, una pratica in aumento secondo il sondaggio del Levada Center, difficilmente si imbatte in una narrazione diversa da quella sostenuta dalla televisione. Yandex, la più grande azienda tecnologica russa, è responsabile del motore di ricerca più utilizzato nel Paese e, di solito, pubblica sulla homepage del portale cinque titoli di notizie date da agenzie di stampa di Stato, come ha spiegato alla Harvard Gazette la giornalista Natasha Yefimova-Trilling, ex redattrice del Moscow Times.
Lo Stato esercita inoltre una crescente pressione sui pochi media indipendenti rimasti in circolazione, costringendoli a chiudere, o bloccando l’accesso ai loro siti web, o richiedendo loro di inserire un disclaimer che indichi che il contenuto «è creato e/o distribuito da un supporto che esegue le funzioni di un’entità straniera e/o una persona giuridica russa che svolge le funzioni di un’entità straniera».

Prima di decidere di sospendere le pubblicazioni, in seguito all’approvazione di una legge che prevede fino a 15 anni di carcere per chi diffonde notizie ritenute false dal governo (cioè notizie differenti dalla propaganda di Stato), il canale televisivo Dozhd (anche conosciuto come Rain TV) riferì anche di alcune iniziative governative portate avanti tramite agenzie pubblicitarie: prevedevano una retribuzione per blogger e tiktoker che avessero pubblicato contenuti sull’operazione militare. «Tutti i post dovrebbero essere accompagnati da #LetsGoPeace e #DontAbandonOurOwn [“Andiamo per la pace” e “Non abbandoniamo i nostri”]», si leggeva nel brief rivolto agli autori dei contenuti.
In generale, ha raccontato Gudkov al New Yorker, i media tendono a rafforzare una narrazione in cui la Russia è «una vittima fin dalla Seconda Guerra Mondiale» e in cui l’obiettivo dell’Occidente è dominare il mondo e appropriarsi delle risorse naturali della Russia. Che per questo motivo è quindi costretta a difendersi. Il 60% delle persone intervistate dal Levada Center pochi giorni prima dell’invasione, a proposito della responsabilità delle crescenti tensioni in Ucraina, l’aveva attribuita agli Stati Uniti; il 14% aveva risposto l’Ucraina e soltanto il 3% la Russia.

Questa percezione di un accerchiamento è stata confermata anche da Yefimova-Trilling nell’intervista alla Harvard Gazette. «L’atteggiamento generale tra i russi è che, qualunque cosa faccia la Russia, l’Occidente troverebbe un motivo per imporre nuove sanzioni»; a rafforzare questa percezione contribuisce anche il fatto che «Cina, India e gran parte del Medio Oriente non hanno criticato la Russia come hanno fatto Stati Uniti ed Europa».
Quando nel 2014 la Russia occupò la penisola della Crimea e inviò truppe e mezzi nelle province ucraine del Donbass, la propaganda si concentrò a lungo sui termini da utilizzare per definire pubblicamente quelle operazioni militari. E alla fine, ha scritto Gessen sul New Yorker, scelse di utilizzare «la lingua della guerra che i russi conoscono meglio: quella della Seconda Guerra Mondiale», accusando i “neonazisti” in Ucraina di voler sterminare la popolazione di lingua russa presente nel Paese, a cominciare dal Donbass.
«Dovremmo ricordare cosa hanno in mente le persone quando dicono di sostenere ciò che sta succedendo in Ucraina», ha detto al New Yorker il sociologo russo Alexey Bessudnov, docente all’università di Exeter, in Regno Unito. Putin ha più volte affermato pubblicamente che le unità ucraine impegnate contro i militari russi non sono truppe regolari ma battaglioni neonazisti. E la minaccia indefinita del nazismo è costantemente presente nelle narrazioni dei media russi sui fatti in Ucraina.

Un uomo e una bambina davanti a una scuola a Kronstadt, poco fuori San Pietroburgo, lunedì 4 aprile 2022 (AP photo)

Secondo il sociologo e politologo russo Greg Yudin, che ha partecipato alle manifestazioni di protesta del 24 febbraio 2024 contro l’invasione dell’Ucraina ed è stato attaccato dalla polizia, le persone in Russia cercano soltanto di difendere un proprio mondo: «Questo spazio personale che hanno costruito con molta fatica e difficoltà» e rispetto al quale vedono come una minaccia «qualsiasi forma di azione collettiva».


Perché la Russia è così ossessionata dalla Seconda Guerra Mondiale

Nei primi anni Duemila il governo russo, guidato già allora da Vladimir Putin, iniziò a intervenire sui manuali scolastici di Storia. Nel 2006, durante un incontro pubblico a cui partecipavano alcuni professori, Putin se la prese con i «falsificatori del passato» e promise che il governo avrebbe sorvegliato sulla scrittura dei nuovi manuali in modo che venissero compilati in modo «obiettivo». L’anno dopo uscì un manuale di Storia per le scuole a firma di Alexander Filippov, spesso ricordato come un chiaro esempio degli sforzi russi di riscrivere la storia sovietica e produrre un “passato utilizzabile” dalla nazione per trovare una nuova unità.

Il modo in cui vengono narrati gli eventi storici è un aspetto a cui il regime di Putin ha sempre dedicato molte energie, fin dai primi anni. In particolare, notevoli sforzi sono stati rivolti alla costruzione della retorica intorno a un evento in particolare, la resa dei nazisti del 9 maggio 1945. È un evento che viene ricordato ogni anno con il Giorno della vittoria, festa nazionale per i russi, e ha costituito uno dei miti fondanti dell’identità nazionale costruita da Putin. Anche il falso pretesto con cui Putin ha iniziato l’invasione in Ucraina, ossia la “denazificazione” del Paese, attinge da quel periodo storico. Il 9 maggio si celebra il mito della Grande Guerra Patriottica (come viene chiamata la Seconda Guerra Mondiale dai russi): ma anche se oggi la vittoria sovietica sui nazisti viene ricordata e celebrata regolarmente con cerimonie pubbliche, in passato non è sempre stato così.

La Seconda Guerra Mondiale cominciò nel 1939 quando la Germania nazista di Hitler invase la Polonia, eppure i riferimenti temporali dei russi e della Grande Guerra Patriottica sono diversi: 1941-1945. Questo perché nella fase che va dal 1939 al 1941 l’Unione Sovietica era formalmente alleata con i nazisti, attraverso un accordo di non aggressione firmato pochi giorni prima dell’invasione polacca, il cosiddetto patto Molotov-Ribbentrop (dal nome dei ministri degli Esteri dei rispettivi Paesi).

Nel contesto assai teso e militarizzato dell’Europa di fine anni Trenta, l’Unione Sovietica comunista aveva cercato una sponda diplomatica con Regno Unito e Francia, senza trovarla. Per mantenere la propria influenza almeno in una parte dell’Europa orientale, firmò quindi il patto con la Germania che prevedeva anche un protocollo segreto, con il quale i due Paesi si dividevano le sfere di influenza: all’Unione Sovietica l’Estonia, la Lettonia, la Finlandia e la Bessarabia (parte delle attuali Ucraina e Moldavia), alla Germania la Lituania.
Questo stato di cose andava momentaneamente bene a Hitler, perché poté concentrarsi sulla Polonia e sul fronte occidentale, dove nel giro di pochi mesi ottenne una serie impressionante di vittorie militari. Una volta ottenuto il dominio su quasi tutta l’Europa a eccezione del Regno Unito, però, i piani di espansione nazisti si concentrarono verso Oriente. Tra il 1940 e il 1941 i rapporti tra i diplomatici tedeschi e sovietici si deteriorarono e il 22 giugno 1941 ebbe inizio l’offensiva tedesca contro l’Unione Sovietica, che aveva il nome in codice “Operazione Barbarossa”. L’offensiva non andò secondo i piani per via di una serie di cause, tra cui l’arrivo dell’inverno e un’inaspettata resistenza sovietica nelle città. Divenne in seguito particolarmente celebre l’assedio di Leningrado (oggi San Pietroburgo), durato 900 giorni e oggetto a sua volta di una glorificazione nei decenni successivi.

Bombardieri Tupolev Tu-22M3 sopra la piazza Rossa di Mosca, 24 giugno 2020, per il 75° anniversario della fine della “Grande Guerra Patriottica”

L’inerzia della guerra cominciò a cambiare grazie all’enorme quantità di risorse umane messe in campo dall’esercito sovietico — l’Armata Rossa — che sconfisse clamorosamente la Germania nella battaglia di Stalingrado, e grazie all’intervento degli Stati Uniti che impegnò i nazisti su più fronti. Eppure dopo lo storico ingresso dell’Armata Rossa a Berlino e la resa dei nazisti, il regime sovietico per anni parlò con riluttanza di quella vittoria. Le enormi perdite dell’Unione Sovietica, oltre 26 milioni di uomini, oggi vengono celebrate ma nei primi anni dopo la guerra vennero occultate. L’allora leader sovietico, Stalin, diffuse cifre molto inferiori, temendo di offrire al mondo un’immagine di debolezza. I racconti degli assedi — scritti principalmente da donne intellettuali rimaste nelle città — venivano censurati nelle loro parti più crude, in cui si raccontava la fame e la miseria. Inoltre, Stalin era probabilmente consapevole di aver commesso un tragico errore di valutazione tra il 1940 e il 1941, quando si rifiutò sistematicamente di dare ascolto all’intelligence che lo avvertiva dell’imminente invasione tedesca, di cui c’erano chiari segnali. Qualsiasi celebrazione ufficiale rischiava quindi di dare risalto anche a questi errori, e alla contraddizione di essere rimasti alleati fino all’ultimo di un Paese che poi si era rivelato aggressore, nonché principale responsabile della più grande catastrofe del Novecento.

Un nuovo racconto pubblico delle vittorie della Seconda Guerra Mondiale — anzi, della Grande Guerra Patriottica — e dell’eroismo della resistenza sovietica venne introdotto solo dopo la morte di Stalin, con l’ascesa al potere di Nikita Chruščëv. Anche se in molte repubbliche socialiste il 9 maggio era già festa nazionale, in Russia lo diventò soltanto nel 1965. Da quel momento la vittoria sui nazisti diventò uno dei temi più esplorati dalla propaganda e dalla cultura di regime, le vennero dedicati film, libri e documentari e cominciarono i riti di celebrazione massicci con le parate militari, ridimensionate negli anni Novanta e poi riprese da Putin.
Secondo lo storico Nikolay Koposov, esperto di storia delle idee e di memoria storica, negli anni Duemila la Grande Guerra Patriottica «è diventata un vero e proprio mito delle origini per la Russia postsovietica […]. Sebbene la storiografia recente presenti un quadro della guerra molto più contrastato rispetto alla sua immagine eroica convenzionale, ciò non impedisce a questo mito, sostenuto dalla propaganda statale, di conquistare l’opinione russa». Koposov aggiunge un altro elemento all’importanza di questo mito: citando la storica russa Dina Khapaeva, definisce la memoria della Grande Guerra Patriottica un “mito di sbarramento”, cioè funzionale a oscurare un’altra memoria, «quella del terrore staliniano, e a convincere i russi del ruolo positivo dello Stato nella storia nazionale».
Enfatizzando il mito della vittoria sui nazisti, il regime ha potuto così eclissare gli aspetti più problematici del passato sovietico, come l’autoritarismo e la violenza indiscriminata contro gli oppositori politici. «La società postsovietica ha avuto tendenza a mostrare maggiore indulgenza verso il proprio passato» scrive Koposov. «Si è fissata sul suo preteso lato eroico, senza riflettere sui suoi aspetti tragici, di cui peraltro è perfettamente cosciente».

Da vent’anni insomma è in atto un processo di rivalutazione del passato, al cui centro c’è un popolo — quello russo — rappresentato come innocente e glorioso, che non merita di sentirsi inferiore all’Occidente, come invece era avvenuto nell’ultimo periodo del regime comunista e negli anni Novanta, caratterizzati da una grave crisi economica che segnò profondamente la società russa. Questo processo vittimista è stato da un lato favorito dal governo e dall’altro sfruttato, scrive Koposov: «Nella misura in cui la guerra del 1941-1945 può essere considerata al tempo stesso come un trionfo dello Stato e un’azione eroica del popolo, la sua memoria serve da luogo d’incontro privilegiato fra l’ideologia statalista e la fierezza nazionale».


28 Aprile 2019, Vladimir Putin con il patriarca Kirill (di spalle) durante la cerimonia della Pasqua ortodossa nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca (AP Photo/Alexander Zemlianichenko, File)

Il ruolo nefasto della religione

Nel Paese la Chiesa ha una notevole influenza sociale e politica, e la stragrande maggioranza della popolazione si dichiara ortodossa, anche se soltanto una frazione è devota e partecipa attivamente alla vita ecclesiastica.
Il sostegno del Patriarca di Mosca, Kirill I, leader della Chiesa ortodossa russa, all’invasione dell’Ucraina è stato esplicito e molto forte. Benché abbia sostenuto di «pregare per la pace» (!) in Ucraina, il Patriarca ha in realtà adottato e amplificato il punto di vista del regime russo, ne ha difeso le scelte e sostenuto varie teorie del complotto contro l’Ucraina e l’Occidente. Poco dopo l’inizio dell’invasione, definì chi si opponeva alla Russia come «forze del male» che vogliono dividere l’unità della Russia e della Chiesa russa, dicendo esplicitamente che con “Russia” lui intendeva anche Ucraina e Bielorussia.
Nel suo sermone più noto sulla questione, tenuto il 6 marzo 2022, Kirill disse che la guerra in Ucraina è una battaglia «di portata metafisica» contro i valori degenerati e immorali rappresentati dall’Occidente: «Stiamo parlando di qualcosa di molto differente e più importante della politica, stiamo parlando della salvezza dell’umanità». Per Kirill, la guerra in Ucraina è una lotta contro un «ordine mondiale» di «consumo eccessivo» e «false libertà», e in cui le parate del Gay Pride sono «un peccato contrario alla legge di Dio» che viene «imposto con la forza». Kirill è molto noto per aver accentuato le posizioni oscurantiste e omofobe della Chiesa ortodossa, in concordanza con le politiche del regime russo di Putin. (In base a quanto già visto in altre parti di questa pagina, siamo perfettamente in linea con l’ala reazionaria religiosa statunitense, l’oligarca Malofeev e il Congresso Mondiale delle Famiglie, il leghista Pillon, etc.)
Sempre a marzo, in una lettera al Consiglio ecumenico delle Chiese, Kirill aveva scritto che «questo tragico conflitto è diventato parte della strategia geopolitica su larga scala volta, in primo luogo, a indebolire la Russia». In altre occasioni ha benedetto le forze armate russe e ha sostenuto il falso storico promulgato dal regime secondo cui russi e ucraini sarebbero un solo popolo, che deve essere riunito sotto l’egemonia della Russia: «Qualcuno deve difendere la verità divina secondo la quale siamo un solo popolo», ha detto.

Il sostegno di Kirill all’invasione russa ha provocato enormi divisioni nella Chiesa ortodossa. Anzitutto in Ucraina, dove già adesso ci sono due Chiese, una fedele al Patriarcato di Mosca e una autonoma, anche se entrambe hanno condannato l’invasione. Ci sono state critiche e proteste contro Kirill in vari altri Paesi del mondo, spesso espresse da parrocchie che dipendono dal Patriarcato di Mosca: ad Amsterdam, per esempio, nella parrocchia ortodossa di San Nicola si è smesso di ricordare il nome di Kirill durante la messa. Perfino Papa Francesco ha criticato Kirill, dicendo in un’intervista al Corriere della Sera che «il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin».

Russian Orthodox Church Patriarch Kirill with other believers release birds celebrating the Annunciation preceding the celebration of Orthodox Easter in front of the Christ the Savior Cathedral in Moscow, Russia, Thursday, April 7, 2022. (AP Photo)

La Chiesa ortodossa russa ha una storia antica di vicinanza e, in alcuni casi, di sottomissione al potere politico. Nel periodo dell’impero zarista la Chiesa era controllata dallo zar, che nominava i vescovi e pagava uno stipendio di stato ai preti, spesso provocando rapporti conflittuali con le gerarchie ecclesiastiche. La religione divenne un caposaldo del regime zarista: il motto dello zar Nicola I, che governò la Russia a metà dell’Ottocento e fu uno dei sovrani più autoritari e anti-liberali del suo tempo, era «Ortodossia, Autocrazia e Nazionalità».
Dopo la rivoluzione bolscevica la Chiesa russa fu duramente repressa, e decine di migliaia di preti furono arrestati e uccisi, mentre le chiese furono trasformate in edifici civili, come prigioni, o chiuse. A partire dagli anni Venti del Novecento, tuttavia, il regime decise di approfittare dell’autorità morale che la Chiesa ancora manteneva in Russia e nei territori sovietici: a seguito di grosse pressioni, nel 1927 il vescovo metropolita Sergio (che poi sarebbe diventato Patriarca) dichiarò fedeltà all’Unione Sovietica. Da quel momento, la campagna di terrore contro il clero e i fedeli cominciò a rallentare. L’Unione Sovietica rimase ufficialmente atea e la religione era repressa, ma il regime concesse alla Chiesa alcuni limitati spazi.
Questo significava però sottostare al controllo del potere politico: per decenni, la Chiesa fu di fatto manipolata dal regime sovietico, anche se non mancarono atti di ribellione e opposizione. In quel tempo, per fare carriera ecclesiastica era necessario mostrarsi fedeli al regime, e molte delle più alte cariche della Chiesa erano agenti attivi del KGB, i servizi segreti di cui Putin era un ufficiale di medio livello. Secondo varie ricostruzioni anche Kirill era un membro del KGB: il suo nome in codice sarebbe stato “Mikhailov”.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Chiesa russa conobbe un periodo di rinascita e la sua influenza prese ad aumentare enormemente tra la popolazione. Kirill fu nominato patriarca di Mosca nel 2009. Inizialmente, fu perfino considerato un riformista, almeno dal punto di vista di alcuni limitati aspetti pastorali. L’ala più conservatrice della Chiesa russa lo criticò per il suo “ecumenismo”, cioè per l’avvicinamento alla Chiesa cattolica. Nel 2016 incontrò Papa Francesco, nel primo incontro della Storia tra un Pontefice cattolico e un Patriarca di Mosca: il dialogo tra le due chiese, però, si è in seguito molto raffreddato. Oggi Kirill è unanimemente considerato un conservatore molto reazionario, che ha esacerbato le posizioni più oscurantiste della Chiesa russa, mettendo un accento particolare sull’omofobia e su un’opposizione ossessiva ai valori liberali dell’Occidente. Kirill è inoltre l’artefice dell’allineamento delle posizioni della Chiesa russa a quelle del regime di Vladimir Putin.

Fin dall’inizio della sua carriera politica, Putin ha sempre fatto sfoggio di religiosità. Nel 2000, durante la sua prima campagna elettorale per la presidenza, rivelò che quando era bambino sua madre lo aveva battezzato all’insaputa del padre. Negli anni, Putin ha fatto moltissimi atti di devozione pubblica, spesso molto coreografati. Con il tempo, il rapporto tra la Chiesa e il regime russo è diventato sempre più stretto: nel 2007 Putin disse che i due pilastri della società russa erano gli armamenti nucleari e la religione ortodossa.
L’allineamento tra la Chiesa russa e il regime putiniano è diventato davvero forte soltanto a partire dal 2012: in quel periodo, Putin si trovava in seria difficoltà a causa di grandi proteste per i brogli alle elezioni di quell’anno. Il suo regime mise in atto una repressione durissima contro l’opposizione, e al tempo stesso avviò un’ampia campagna di propaganda sui “valori tradizionali”, per presentare l’opposizione come degenerata e corrotta dall’Occidente e Putin come l’unico garante della stabilità e della morale. È in quegli anni che cominciò la repressione sistematica del regime contro le persone omosessuali e altre minoranze, accusate di corrompere la società russa.
Kirill sostenne con forza e anzi amplificò queste campagne. Nel 2012 disse che la presidenza di Putin fino ad allora era stata un “miracolo di Dio” e si espresse in maniera sempre più violenta contro «i falsi valori del liberalismo aggressivo». Nel 2013 definì i matrimoni tra persone dello stesso sesso «un segnale molto pericoloso dell’Apocalisse», e nel 2017 li paragonò alle leggi naziste.

L’appoggio di Kirill e della Chiesa ortodossa russa al regime di Putin non fu soltanto ideologico: la Chiesa sostenne le operazioni militari di Putin in Siria e in Crimea, e organizzò perfino cerimonie in cui i preti ortodossi benedicevano le bombe dell’esercito russo. Il regime russo ricambiò il sostegno favorendo in vari modi la Chiesa ortodossa, per esempio approvando leggi che riducevano i diritti e l’autonomia di Chiese e religioni rivali. La Chiesa si arricchì notevolmente: uno dei più noti scandali che hanno riguardato Kirill emerse quando si scoprì che indossava un orologio da 30 mila dollari.

In Ucraina, gli interessi della Chiesa russa sono molto antichi. Anzitutto perché, esattamente come Putin, anche Kirill crede che l’origine della Russia cristiana sia stata in Ucraina, quando nel X Sec. il principe pagano Volodymyr (o Vladimir) si convertì al cristianesimo. Peraltro, sia Volodymyr Zelensky sia Vladimir Putin sono stati chiamati così per onorare questo principe, che oggi è ricordato come San Vladimiro. Inoltre, fino al 2019 la Chiesa ortodossa in Ucraina si trovava sotto l’autorità del Patriarcato di Mosca, che nei decenni precedenti aveva molto investito per aumentare la propria influenza. Ma dopo l’invasione russa della Crimea e del Donbass, nel 2014, una parte consistente della Chiesa ucraina si rese autonoma: nacquero così due chiese, la Chiesa ortodossa dell’Ucraina, indipendente, e la Chiesa ortodossa ucraina, rimasta fedele al Patriarcato di Mosca. La decisione fu approvata dal Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, che è una specie di primus inter pares tra tutti i patriarchi ortodossi: in risposta la Chiesa russa interruppe i rapporti con il patriarcato di Costantinopoli, provocando lo scisma più grave degli ultimi secoli di storia della Chiesa.
Come si nota da vari interventi, Kirill continua a ritenere che la perdita di buona parte della Chiesa ucraina sia un errore e un affronto. Nella lettera di marzo al Consiglio ecumenico delle Chiese, il Patriarca ha scritto che Russia e Ucraina provengono da «un unico fonte battesimale», e per questo condividono «un destino storico comune».

In definitiva, non c’è nulla di nuovo: come sempre accaduto nei peggiori casi storici lungo il corso dei secoli, le “chiese” sono sempre allineate al Potere (anche il più sanguinario), dal quale ricevono protezione e guadagno molto “terreno”.
(Peraltro dev’esserci qualcosa nel nome, Kirill, ossia Cirillo. Il primo della serie, nel V Sec., fece torturare e uccidere Ipazia e portò alla distruzione della Biblioteca di Alessandria, causando la perdita del 90% del sapere antico…)


FACT CHECKING

Guerra russa all’Ucraina

Smontiamo 10 narrazioni (costruite al Cremlino) divenute virali su media e social italiani

1. «In Ucraina ci sono i nazisti»
In Ucraina, come in tutti i Paesi europei, sono presenti gruppi e partiti di estrema destra. L’Ucraina ha anche una lunga storia di collaborazionismo col regime nazista tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi però i gruppi neonazisti fanno parte di una frangia estremamente minoritaria della politica ucraina. Alle elezioni parlamentari del 2019 vinte dall’attuale presidente Volodymyr Zelensky — che fra l’altro è ebreo — il principale partito neofascista, Svoboda, ha preso il 2,15% dei voti. Ci sono insomma meno neonazisti in Ucraina che, per esempio, in Germania.
Il controverso Battaglione Azov, una milizia incorporata nell’esercito ucraino che in passato ha espresso posizioni neonaziste, prima della guerra contava appena qualche centinaio di membri. Molti analisti concordano sul fatto che il presidente russo Vladimir Putin abbia accusato le istituzioni ucraine di connivenza con i neonazisti per fare leva su un sentimento di orgoglio ancora oggi molto diffuso in Russia per il contributo dato dall’Unione Sovietica a sconfiggere la Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.

2. Perché la Russia parla di “genocidio” nel Donbass?
Dal 2014 in gran parte del Donbass, una regione nell’Ucraina orientale, è in corso una guerra fra combattenti filorussi finanziati e armati dalla Russia e l’esercito ucraino. In questi anni la Russia ha accusato più volte l’Ucraina di avere preso di mira, nel corso dei combattimenti, i civili russofoni del Donbass. Lo stesso Putin e i portavoce del governo russo hanno parlato più volte di “genocidio”, ma senza fornire prove o dati a sostegno della loro tesi. Una missione speciale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), una organizzazione di cui fa parte anche la Russia, è attiva nell’Ucraina orientale dal 2014 e non ha mai segnalato alcuna prova di attacchi deliberati dell’esercito ucraino nei confronti dei civili russofoni. Le accuse di genocidio portate avanti dal governo russo sembrano insomma essere un pretesto per giustificare l’invasione dell’Ucraina.

3. Fra 2013 e 2014 in Ucraina «c’è stato un colpo di Stato»
È molto acrobatico descrivere quello che successe all’epoca come un “colpo di Stato”. In estrema sintesi, nel novembre del 2013 il governo ucraino guidato dal filorusso Viktor Yanukovich decise a sorpresa di abbandonare i negoziati per stipulare un accordo commerciale e politico con l’Unione Europea. Yanukovich accettò invece un prestito da circa 13 miliardi di euro — necessari per sistemare le traballanti finanze ucraine — dalla Russia, con cui si impegnò a rafforzare i propri legami. A questa decisione seguirono per mesi proteste di piazza partecipate da centinaia di migliaia di persone, che diventarono anche violente: erano i giorni della cosiddetta “rivoluzione di piazza Indipendenza” (oggi meglio conosciuta come “Euromaidan”).
Il governo Yanukovich cercò di reprimere le proteste con la violenza, ma non ci riuscì. Nel febbraio del 2014, al culmine delle tensioni, Yanukovich lasciò il Paese e si rifugiò in Russia. Tre mesi dopo il filoeuropeo Petro Poroshenko vinse con ampio margine le elezioni presidenziali.
L’elezione dell’attuale presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, non è direttamente legata a quegli eventi: nel 2019 Zelensky vinse a sorpresa le elezioni presidenziali con una piattaforma politica trasversale, superando sia i candidati filorussi sia quelli più esplicitamente filoeuropei, come lo stesso Poroshenko.

4. «Putin ha attaccato l’Ucraina per via di una “provocazione” della NATO»
Alcuni analisti ritengono che la progressiva adesione alla NATO di diversi Paesi dell’Europa orientale che facevano parte dell’Unione Sovietica o del Patto di Varsavia sia stata un errore e di fatto una provocazione nei confronti della Russia, perché avrebbe alimentato la sua percezione di essere accerchiata da Paesi ostili. Errore o meno, la NATO non ha portato avanti alcuna “espansione”, almeno non nel senso con cui viene interpretata da molti la parola, implicando una conquista militare o un atto contro la volontà dei Paesi coinvolti. Gli Stati che hanno aderito all’alleanza negli ultimi quindici anni hanno chiesto volontariamente di farlo. L’ultimo, la Macedonia del Nord, lo ha fatto in seguito a un referendum popolare.
Quindi è vero il contrario: è la Russia ad aver “spaventato” altri Paesi, convincendoli a richiedere l’adesione alla NATO. Molte di queste richieste, a detta dei governi che le hanno presentate, sono arrivate in risposta a una politica estera sempre più aggressiva da parte della Russia. Fin dall’invasione dell’Ossezia del Sud nel 2008, la Russia ha mostrato di volere riprendere a condizionare la vita economica, politica e sociale dei Paesi che fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica avevano fatto parte della sua area di influenza: e ha mostrato di essere disposta a usare la forza, dove necessario. Diversi osservatori ritengono che anche l’invasione dell’Ucraina vada inquadrata nella volontà della Russia di tornare a contare di più negli equilibri mondiali, più che in una logica di blocchi contrapposti come avveniva durante la Guerra Fredda.

5. «L’Ucraina stava per entrare nella NATO»
Non ci era nemmeno vicina. La NATO aveva promesso all’Ucraina che un giorno sarebbe entrata nell’alleanza con gli accordi di Bucarest, firmati nel 2008: ma fu una promessa molto vaga, che non aveva un limite di tempo e che non dava l’avvio a nessuna concreta procedura di ammissione. Come ha scritto di recente il New York Times, fu anche una promessa azzardata, forzata dall’allora presidente statunitense George W. Bush mentre gli altri Paesi membri erano preoccupati di come avrebbe reagito la Russia, che ha sempre considerato l’Ucraina come un pezzo centrale della propria area di influenza. Da allora non ci sono stati reali passi in avanti.
Dal 2014 in poi, in particolare, le prospettive dell’Ucraina di entrare nella NATO si sono ridotte praticamente a zero. La NATO prevede una clausola di difesa collettiva che obbliga l’alleanza a intervenire militarmente in difesa di uno Stato membro, se attaccato: ma l’Ucraina è da otto anni in guerra con i separatisti filorussi nel Donbass, e un eventuale intervento della NATO avrebbe verosimilmente provocato un conflitto su scala molto maggiore.

6. Come è iniziata la guerra in Crimea e nel Donbass?
Nel febbraio del 2014, pochi giorni dopo che Yanukovich aveva lasciato l’Ucraina e mentre in diverse città del Paese si tenevano manifestazioni filoeuropee, la Russia invase la penisola della Crimea, una regione dove abitavano molte persone russofone nel sud dell’Ucraina che la Russia riteneva minacciate dagli eventi in corso. All’inizio il governo russo negò ogni coinvolgimento nell’invasione: le truppe russe arrivarono in Crimea indossando divise verdi senza segni di riconoscimento, e poche settimane dopo organizzarono un referendum sull’annessione alla Russia con urne trasparenti e soldati russi che pattugliavano i seggi. Il Sì (la posizione favorevole all’annessione) vinse con percentuali superiori al 95%. Putin ammise che l’annessione della Crimea era stata compiuta da forze russe soltanto nel 2015.
Circa un mese dopo il referendum in Crimea, gruppi di separatisti filorussi attaccarono parti della regione di Luhansk e di Donetsk, circa un terzo dell’intero Donbass, una regione nell’Ucraina orientale. Da allora la Russia ha sobillato, armato e finanziato i separatisti permettendo che prendessero il controllo amministrativo del territorio. Dal 2014 ad oggi il conflitto nel Donbass è proseguito, sebbene con intensità minore, causando comunque migliaia di morti.

7. «La NATO ha organizzato esercitazioni militari in Ucraina»
Negli ultimi tempi l’esercito ucraino ha tenuto diverse esercitazioni militari sul proprio territorio, insieme a diversi alleati occidentali. Nel settembre del 2021 quattromila dei suoi soldati hanno partecipato a una esercitazione congiunta con truppe europee, statunitensi e africane organizzata in collaborazione con l’esercito statunitense. Due mesi prima ce n’era stata un’altra in collaborazione con gli eserciti di Stati Uniti, Polonia e Lituania, oltre a una esercitazione navale nel Mar Nero guidata dalla Bulgaria che aveva coinvolto diversi Paesi europei fra cui l’Ucraina. Nessuna di queste esercitazioni era stata formalmente organizzata nell’ambito della NATO. A gennaio, quando erano iniziate le tensioni fra l’Occidente e la Russia, gli Stati Uniti avevano per giunta fatto sapere che per venire incontro alle richieste della Russia sarebbero stati disponibili a ridurre le esercitazioni militari congiunte con le forze ucraine.

8. È vero che in Ucraina è illegale parlare russo?
No. Nel 2019 il presidente uscente Poroshenko promosse e fece approvare dal Parlamento ucraino una legge che imponeva ai dipendenti pubblici di conoscere l’ucraino, una lingua vicina al russo ma repressa durante gli anni dell’Unione Sovietica. La stragrande maggioranza degli ucraini è bilingue, e per alcuni la lingua madre è il russo: fra di loro c’è anche Volodymyr Zelensky, che infatti nel 2019 si oppose all’approvazione della legge. Negli anni seguenti però Zelensky non l’ha smantellata né ha impedito che nel gennaio del 2021 entrasse in vigore una misura, prevista dalla legge del 2019, che obbliga negozi e ristoranti a rivolgersi ai clienti in ucraino, a meno che i clienti chiedano esplicitamente di parlare russo. La questione della lingua è assai delicata e controversa, e negli ultimi anni è stata spesso strumentalizzata dalla propaganda russa. Un sondaggio del 2019 realizzato da un rispettato istituto di ricerca ucraino ha indicato che il 69% degli ucraini è a favore di una prevalenza della lingua ucraina nella vita pubblica dello Stato.
In sintesi, non c’è nulla di diverso e di particolarmente anomalo rispetto per esempio alle posizioni degli intellettuali e del governo francesi in merito al “troppo uso dell’inglese” — o rispetto a quanto accade anche Italia con il “troppo tedesco” in Alto Adige.

9. «Gli Stati Uniti possiedono laboratori di armi biologiche nell’Europa dell’Est»
Falso. Il governo degli Stati Uniti collabora da anni con quello ucraino per la gestione e lo smaltimento di sostanze considerate tossiche, ma non esiste alcuna prova che il programma abbia una natura militare, e l’amministrazione statunitense ha smentito più volte di «gestire oppure operare laboratori chimici e biologici in Ucraina». La macchina della propaganda russa aveva messo in circolazione notizie false su presunti laboratori statunitensi in Ucraina già due anni prima dell’inizio della guerra.
Sappiamo con certezza, invece, che la Russia ha appoggiato un regime che negli anni scorsi ha fatto largo uso di armi chimiche, come quello siriano di Bashar al-Assad, e ha usato agenti chimici per avvelenare dissidenti russi in giro per il mondo, come nel caso di Alexei Navalnyj o della famiglia Skripal.

10. Putin sta compiendo crimini di guerra?
Per il diritto internazionale, attacchi deliberati e sistematici da parte di un esercito verso obiettivi civili sono un crimine di guerra, così come l’uso di armi particolari. Dall’inizio della guerra in Ucraina sono emerse diverse prove che la Russia stia compiendo crimini di guerra, come il bombardamento dell’ospedale di Mariupol, e che non stia rispettando il principio di proporzionalità nell’uso della forza, come regolato dal diritto internazionale in caso di conflitto armato.
Ma come accaduto in passato con molte altre guerre, è raro che i responsabili di crimini di guerra ricevano sanzioni e condanne per le loro azioni. Provare le eventuali responsabilità per questi crimini sarà un processo lungo e complicato, che potrebbe non portare nemmeno a incriminazioni formali e processi, né di leader militari né di esponenti del governo russo.

FACT CHECKING

Il mito della NATO aggressiva

Smontiamo la narrazione sull’espansionismo della “Spectre militare”

Prima di avviare l’invasione militare dell’Ucraina del Febbraio 2022, Vladimir Putin aveva sostenuto di voler impedire un allargamento verso est della NATO, l’alleanza militare occidentale, considerato una sorta di manovra di accerchiamento della Russia e una minaccia per il Paese. Questa pezza d’appoggio all’operazione militare è stata ampiamente ripresa dai sostenitori di Putin, esposta da alcuni analisti sui giornali (specialmente i Russlandversteher) e illustrata sui social network con una mappa che mostra l’espansione della NATO negli ultimi anni, senza però fornire alcune importanti informazioni di contesto.

“L’espansione a est della NATO” è ormai da anni usata come giustificazione delle violazioni del diritto internazionale compiute dalla Russia, e alimenta una narrazione vittimista in base alla quale se la Russia si comporta aggressivamente fino a invadere un Paese sovrano è soltanto perché si sente minacciata a sua volta dall’aggressività occidentale.

In altri termini, è un po’ come dire che la Russia è un animale selvaggio, come leoni, tigri e grizzly («se ti avvicini e lo stuzzichi, son cazzi tuoi»), che va lasciato libero di scorrazzare — e uccidere quando vuole «perché è natura»… Ritornando seri, questa è in ogni caso una versione piuttosto parziale, semplicistica e assai superficiale di un processo complesso che ha avuto varie evoluzioni e vicissitudini nel corso degli ultimi 70 anni, ed è un’interpretazione per molti versi influenzata dalla propaganda.

NATO e Patto di Varsavia
La NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) esiste dal 1949 e fu fondata da Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti con l’obiettivo di controbilanciare il potere dell’Unione Sovietica con i suoi Paesi satelliti. L’idea era di creare una sorta di deterrente alle eventuali velleità espansionistiche dell’URSS, che dopo la Seconda Guerra Mondiale ambiva a un nuovo ordine internazionale (c’è sempre di mezzo un NWO, un Nuovo Ordine Mondiale!) che la vedesse protagonista, perseguendo interessi diversi da quelli degli Stati Uniti.
Nel 1955, l’URSS e gli altri stati socialisti del cosiddetto “blocco orientale” sottoscrissero il Patto di Varsavia, un’alleanza militare che aveva a sua volta lo scopo di fare da deterrente, dopo l’ingresso della Germania Ovest nella NATO. Di questa alleanza faceva parte anche l’Ucraina, essendo una delle repubbliche dell’Unione Sovietica.
Le due organizzazioni militari non si scontrarono mai in Europa durante il periodo della Guerra Fredda, ma furono coinvolte comunque in attività in altre aree del mondo dove Stati Uniti e Unione Sovietica cercavano di espandere le loro aree di influenza, dal Vietnam all’Afghanistan. Il Patto di Varsavia fu poi sciolto all’inizio del 1991, in seguito alla fine dell’Unione Sovietica.

Volontarietà
L’adesione di un Paese alla NATO avviene in forma volontaria. Quando uno Stato si propone, gli Stati membri dell’alleanza valutano la proposta e richiedono vari standard da raggiungere, poi procedono con una risoluzione di adesione che deve essere votata all’unanimità. Ciò naturalmente non implica che la NATO nel corso del Novecento non abbia avuto propri obiettivi espansionistici, anche se l’opportunità di aprirsi verso i paesi dell’est è stata spesso messa in dubbio da alcuni suoi Stati membri, da politici e da esperti di politica internazionale. All’inizio degli anni Novanta, per esempio, tre Stati che avevano fatto parte del Patto di Varsavia — Polonia, Ungheria e l’allora Cecoslovacchia — avviarono una collaborazione per chiedere il processo di integrazione nell’Unione Europea e nella NATO. Inizialmente vari membri dell’alleanza espressero la loro contrarietà, pensando che il loro ingresso potesse complicare ulteriormente la situazione europea dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Si decise infine per un processo di allargamento, che portò a comprendere i tre Paesi nel 1999.

CSI
Nella fase di sfaldamento dell’ormai ex Unione Sovietica, la Russia provò con la Comunità degli stati indipendenti (CSI) a offrire un sistema di collaborazione e integrazione economica. Il progetto non ebbe un particolare successo, soprattutto con i Paesi che avevano appunto riguadagnato la propria indipendenza e non volevano trovarsi nuovamente in un’organizzazione nella quale c’era una sola grande potenza, la Russia, che di fatto avrebbe potuto condizionare a proprio piacimento le decisioni della CSI.
Le preoccupazioni sul partner più invadente dell’organizzazione erano motivate da vari fattori, compresa la scelta della Russia di mantenere il diritto di intervenire negli Stati della CSI, nel caso in cui non fossero tutelati i diritti delle popolazioni russe presenti nei loro territori (questa giustificazione sarebbe poi stata usata per invadere vari Stati vicini, compresa l’Ucraina nel 2022). Questa condizione divenne un ostacolo all’integrazione inizialmente auspicata con la nascita della CSI.

Nella seconda metà degli anni Novanta, alcuni Paesi ex sovietici (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaigian e Moldavia) si unirono in un’organizzazione per tutelare i propri interessi: GUUAM. In quell’iniziativa vari analisti videro, e vedono ancora oggi, un chiaro tentativo di arginare le ingerenze da parte russa e un segno della ricerca di alternative, con una loro apertura verso occidente dove un interlocutore poteva essere la NATO. Benché esista ancora, GUUAM non ebbe grande fortuna, anche a causa del succedersi di governi ora più vicini ora meno alla Russia, che a sua volta ha lavorato per sostenere governi più inclini a subire la sua influenza.

Articolo 5
La progressiva “espansione verso est” della NATO è stata perciò non soltanto una conseguenza della fine della Guerra Fredda quanto (soprattutto) della ricerca da parte di alcuni Stati per lungo tempo sotto l’influenza russa di avere maggiori garanzie, soprattutto per quanto riguarda il mantenimento della loro integrità territoriale. I casi di invasione da parte prima dell’Unione Sovietica e poi della Russia non erano mancati in passato, cosa che lasciava poco tranquilli i governi dei Paesi che avevano infine ottenuto l’indipendenza.
Uno dei fattori che secondo esperti e analisti hanno influito di più su questo processo di avvicinamento — o di espansione a seconda dei punti di vista — è stata la presenza dell’Articolo 5 della NATO. Che sancisce che ogni attacco a uno Stato membro debba essere considerato un attacco all’intera alleanza, e di conseguenza che ogni membro debba dare il proprio contributo nella difesa dall’attaccante.
Durante la Guerra Fredda l’Articolo 5 ebbe un ruolo importante nel fare da deterrente, perché un attacco da parte sovietica anche solo a uno degli Stati membri più piccoli e deboli avrebbe comportato una risposta da parte degli USA. L’efficacia del deterrente fu tale che la NATO non invocò mai l’Articolo 5 fino al 2001, anno in cui fu decisa una risposta militare per gli attacchi terroristici dell’11 settembre.

Ucraina
Tra gli Stati che ambiscono a far parte della NATO ci sono la Bosnia ed Erzegovina, la Georgia e l’Ucraina. Quest’ultima ha presentato domanda per aderire nel 2008 e da allora ha lavorato, a fasi molto alterne, al raggiungimento dei prerequisiti in termini di capacità militari e politiche di difesa richiesti. Nel 2010 i piani furono per esempio messi da parte dopo la vittoria alle presidenziali del candidato filorusso Viktor Yanukovich e poi ripresi dopo il 2014, anche in seguito alle attività militari della Russia in Crimea. Durante un vertice NATO organizzato nell’estate 2021, i leader degli Stati membri avevano confermato la volontà di comprendere l’Ucraina, ma è arcinoto che questa posizione sia più che altro formale: nessun paese NATO ha mai avuto davvero intenzione di includere l’Ucraina nell’alleanza.

Stati Uniti e NATO
Il progressivo allargamento della NATO verso est è avvenuto in seguito alla politica delle “porte aperte”, che di fatto implica che qualsiasi Paese possa aderire a patto che aderisca agli standard e agli impegni richiesti. L’idea è che ogni Stato democratico abbia il diritto di decidere la propria politica estera e in un certo senso il proprio futuro, senza che ingerenze di altre potenze ne condizionino le scelte.
L’espansione della NATO è stata quindi facilitata da una parte dalla promessa di sicurezza e dalle potenzialità economiche derivante da un’alleanza con l’Occidente, oltre che dalle possibilità di sviluppo democratico. Ma com’è ovvio, questo approccio di apertura ha anche consentito alla NATO — e in particolare agli Stati Uniti — di tutelare piuttosto efficacemente i propri interessi, e secondo molti la politica delle “porte aperte” è stata funzionale alla politica estera americana ed è stata vissuta, come avevano previsto diversi analisti, come una provocazione dalla Russia, compromettendo la stabilità dell’Est Europa.

Dopo la fine dell’Unione Sovietica, e con una Russia in profonda difficoltà economica, in molti (anche all’interno della NATO) iniziarono a chiedersi se avesse ancora senso mantenere un’alleanza fondata proprio per contrastare un potenziale nemico che non esisteva più, o che per lo meno si era trasformato in qualcosa di diverso. Si aprì un ampio confronto sul futuro della NATO, con vari analisti che ritenevano costosa e rischiosa una sua eventuale espansione verso est. Farlo avrebbe inoltre favorito i movimenti e i partiti nazionalisti e critici dell’Occidente, offrendo nuovo terreno fertile per la propaganda da parte della Russia. Nel confronto finì anche la nascente Unione Europea, vista come una buona soluzione di compromesso: la sua formazione, sulle fondamenta della CEE (Comunità Economica Europea) e delle altre iniziative di collaborazione nel continente, derivava per lo più da necessità economiche, senza implicazioni dal punto di vista militare. Sarebbe potuta diventare da subito un valido interlocutore per gli Stati Uniti, ma alla fine la scelta ricadde su un mantenimento e se possibile un potenziamento della NATO, nonostante i costi e i rischi.
Su queste basi Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia riuscirono a ottenere l’adesione all’alleanza nel 1999, così come poté avvenire il processo che nei cinque anni successivi portò Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nell’organizzazione. L’allargamento del 2004 fu il più grande mai avvenuto per la NATO, in una fase in cui gli Stati Uniti avevano visto nelle nuove adesioni non solo la possibilità di una nuova emancipazione di numerosi Paesi appartenenti all’ex blocco sovietico, ma anche un’opportunità per estendere la propria area di influenza.

Una procedura lunghissima e complessa

Per entrare nella NATO, un Paese deve inviare una richiesta formale, che deve essere stata precedentemente approvata dal proprio parlamento. Inizia poi una procedura divisa sostanzialmente in tre fasi. La prima, per gli aspiranti membri, comprende una serie di discussioni e negoziati preliminari; la seconda, per i Paesi formalmente candidati a entrare nell’alleanza, prevede l’applicazione delle riforme richieste per farne parte; la terza è quella del concreto ingresso del Paese candidato nella NATO.
Semplificando molto, chi manifesta il proprio interesse a entrare nella NATO partecipa a due fasi di discussioni iniziali. La prima è il cosiddetto “Intensified Dialogue”: è un confronto preliminare sui motivi che spingono il Paese a voler entrare nell’alleanza e che non ne garantisce in alcun modo l’effettiva candidatura. Il secondo passaggio è l’invito, da parte dell’alleanza, a iniziare il cosiddetto Membership Action Plan (MAP): è un programma che serve a preparare gli aspiranti membri a soddisfare i requisiti necessari per diventare ufficialmente candidati a entrare nell’alleanza.

I requisiti sono politici, economici, militari e legali e includono tra le altre cose un sistema democratico solido e funzionante basato su un’economia di mercato, il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, un’attitudine di risoluzione pacifica di eventuali conflitti, la capacità e la volontà di contribuire militarmente alle operazioni della NATO e adeguati standard di sicurezza nella gestione delle informazioni d’intelligence.
Il MAP è diviso in cinque fasi, ma non comporta obblighi particolari: di fatto è un percorso che il Paese aspirante sceglie di fare in relativa autonomia, pur partecipando regolarmente a incontri con esperti della NATO dei vari settori per ricevere riscontri e confrontarsi su come procedere per prepararsi alla candidatura.
Come l’Intensified Dialogue, anche il MAP non garantisce che il Paese diventerà formalmente candidato, anche se è considerato il primo passaggio concreto in quella direzione. Il MAP è stato aggiunto solo successivamente, per far fronte alle aspirazioni di Paesi con storie e sistemi politici molto diversi da quelli dei Paesi fondatori dell’alleanza: fu introdotto infatti nel 1999, dopo l’ingresso nella NATO di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca.

Formalmente, la procedura di accesso alla NATO comincia quando l’alleanza invita il Paese aspirante a diventarne membro, con una risoluzione votata all’unanimità da tutti i Paesi dell’alleanza.
Inizia qui la fase dei cosiddetti “accession talks”: si svolgono al quartier generale della NATO a Bruxelles, in Belgio. Il loro obiettivo è ottenere una conferma formale del Paese candidato della sua volontà e capacità di rispettare gli obblighi e gli impegni politici, legali e militari previsti dall’adesione.
Nella prima fase di incontri si discute di questioni politiche e militari, nella seconda di questioni di sicurezza ed economiche: quest’ultima è la fase in cui si parla per esempio di come adeguare i servizi d’intelligence del Paese candidato agli standard NATO, o di quanto quel Paese potrà contribuire al bilancio dell’alleanza, proporzionalmente alle dimensioni della sua economia.
Il prodotto finale dei negoziati è una specie di calendario di riforme che il Paese candidato presenta alla NATO.

L’ultima fase della procedura è quella dell’ingresso concreto nella NATO. L’alleanza prepara il Protocollo d’adesione relativo al Paese candidato, che nei fatti è un emendamento al Trattato Navale di Washington, il testo fondante dell’alleanza. Il Protocollo dovrà quindi essere firmato e poi ratificato dagli Stati membri, con procedure che variano da Paese a Paese: in Italia e negli Stati Uniti, per esempio, ci vuole un voto del parlamento, che non è invece richiesto nel Regno Unito.
Ratificato il Protocollo d’adesione da tutti i Paesi membri, il Segretario generale invita formalmente il Paese candidato a entrare nell’alleanza. L’accordo verrà poi depositato alla sede del Dipartimento di Stato americano a Washington DC, negli Stati Uniti: a quel punto il Paese candidato è ufficialmente membro dell’alleanza.

Eventi reali, mica bufale

Guardando a come andarono le cose all’epoca, il quadro diventa ancora più cristallino. L’amministrazione Clinton (1992–1998) rifletté a lungo sul dilemma posto da due interessi inconciliabili. Da un lato, quello di mantenere agganciata all’ordine internazionale liberale la neonata Federazione Russa, che vedeva con sospetto l’ipotesi di adesione alla NATO dei suoi ex satelliti Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria. Dall’altro, quello di soddisfare le legittime aspirazioni alla membership di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria che avevano dimostrato di procedere speditamente verso mete “liberali” quali l’economia di mercato e la democrazia.
Durante il suo primo mandato, Bill Clinton scelse di fatto la prima opzione. Nel 1993 sostenne il lancio dell’ecumenico programma “Partnership for peace” della NATO per l’Europa Orientale e gli stati post sovietici. Questo fu immediatamente seguito da una visita a Mosca del nuovo segretario di Stato, Warren Christopher, il quale spiegò a Eltsin che l’eventuale allargamento avrebbe dovuto intendersi come un processo “evolutivo e di lungo termine”.
Clinton finì così nel mirino dei governi polacco, ceco e ungherese che lo accusavano di perseguire una politica del “Russia first”. Per questa ragione, si affrettò a organizzare una visita a Praga, dove chiarì che non era l’allargamento a essere in discussione, ma solo la sua tempistica.

Fu solo dopo le presidenziali russe del 1996 che gli Stati Uniti invertirono la rotta. La figura di Eltsin, a cui tutto il mondo occidentale aveva aperto una linea di credito politico illimitata negli anni precedenti, ne uscì delegittimata nonostante la vittoria. Non solo. Questa fase fece intravedere i pericoli posti dalla presenza in Russia di leader illiberali come Gennady Zjuganov e Vladimir Zhirinovsky e schiuse le porte all’ascesa dei famigerati “oligarchi”.

Di fronte a questo contesto, l’allargamento della NATO a est (voluto, è utile ribadirlo, da Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, non dalla NATO) diventava funzionale per due ragioni. Quella di consolidare la capacità statuale e la democrazia nei nuovi Paesi membri, scongiurando così le devastanti derive che si erano verificate in alcuni Stati dell’ex URSS e specialmente dell’ex Jugoslavia. E quella del contenimento di minacce emergenti, nel caso in cui la Russia fosse ricaduta in mani ostili all’occidente.

Il processo di allargamento, tuttavia, fu comunque pensato in modo da fornire delle contro-assicurazioni alla Russia, per renderla parte integrante del sistema di sicurezza in Europa. La firma dei protocolli di adesione di Varsavia, Praga e Budapest del 1997 fu preceduta da quella dell’Atto istitutivo delle relazioni NATO-Russia. Allo stesso modo, l’approccio ad altri sette Paesi ex comunisti nel 2002 prese forma solo dopo il summit di Pratica di Mare, in cui fu creato il Consiglio NATO-Russia per la gestione congiunta delle questioni di sicurezza di interesse comune. Detto in altro modo: la Russia è sempre stata tirata per la classica giacchetta e garantita in tutti i modi possibili e immaginabili, attraverso summit e trattati di cooperazione con la NATO. «Nessuno a ovest vuole attentare alla vostra sicurezza, e anzi sediamoci insieme a discutere di tutto»: e i russi accettarono di buon grado.

Se si guarda alla storia recente, dunque, la barzelletta dell’«espansione a est» si rivela in tutta la sua natura — di barzelletta, appunto. Che nelle mani della dezinformatsiya del Cremlino odierno diventa però vangelo, e non fa più ridere.

In definitiva: è ovvio (economicamente e geopoliticamente) che un’adesione di ex-satelliti sovietici nella NATO sia qualcosa di estremamente gradito all’Occidente, specialmente nei mutati scenari del Terzo Millennio in cui il baricentro mondiale si sposta dall’Atlantico anglosassone al Pacifico indo-cinese. Ma è altrettanto vero che senza lo storico espansionismo russo, nessuno dei Paesi dell’Est sarebbe corso a “chiedere l’iscrizione al club”. In sostanza e come al solito, siamo davanti al tipico rovesciamento della realtà: l’imperialismo è bilaterale — quello russo non è meno invadente di quello statunitense.

FACT CHECKING

«In Ucraina ci sono i nazisti»

Sì, ci sono: ma sono russi

C’è un gruppo di mercenari al fianco delle forze armate russe. Sono i soldati del gruppo Wagner, una PMC (Private Military Company) composta soprattutto da ex militari, ex poliziotti ed ex agenti di sicurezza russi. Una piccola componente è rappresentata da ex miliari di altri stati, in particolare la Serbia. Il gruppo Wagner, che secondo le stime conta circa 10mila uomini, è considerato uno dei gruppi di mercenari più efficienti del mondo, spesso accusato da organizzazioni internazionali di crimini di guerra e di utilizzo di sistemi di tortura. Nel 2021 l’Unione Europea ha adottato, nei confronti del gruppo, una serie di misure restrittive rivolte sia al gruppo stesso sia a otto persone e tre società a esso collegate.

Se spesso si è sottolineata l’ideologia filonazista degli uomini del Reggimento Azov, che combatte, inserito nell’esercito ucraino, nel Donbass contro l’invasione russa, poche volte si è parlato dell’analoga connotazione politica del gruppo Wagner, schierato invece con le forze di Vladimir Putin. Il nome deriva dalla passione del suo leader e fondatore, Dmitry Valeryevich Utkin, per Richard Wagner e per la sua opera L’anello del Nibelungo. Una passione che Utkin ha acquisito da fervente ammiratore di Adolf Hitler.
Il leader del gruppo Wagner ama mostrarsi, in zone di guerra, con indosso un elmetto uguale a quello utilizzato dalla Wehrmacht, l’esercito tedesco, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Utkin non nasconde i tatuaggi con simboli nazisti così come non li nascondono in genere gli altri membri del gruppo. Ma ancora più che di Hitler, Utkin è un ammiratore di Heinrich Himmler, il fondatore delle SS, e del suo nazismo esoterico legato alla società etno-nazionalista tedesca Thule (la Thule era l’isola misteriosa da cui sarebbe nata, secondo il misticismo nazista, la pura razza ariana).
Allo stesso modo, Utkin e gli altri ufficiali a capo del gruppo Wagner sono esponenti del cosiddetto neopaganesimo russo che glorifica il passato precristiano ed esalta il glorioso popolo dei Rus (il popolo di origine scandinava che nel Medioevo viveva tra Ucraina, Bielorussa e Russia occidentale). Il neopaganesimo russo ha il mito della purezza del sangue, venera e difende la natura, utilizza molta della simbologia usata dai nazisti, dalla svastica alle rune, e condivide, con il nazismo, un forte antisemitismo. Tra le abitudini del gruppo c’è anche quella di officiare riti propiziatori prima e dopo le battaglie.
Secondo l’Unione Europea, Utkin, che è una delle otto persone del gruppo raggiunte da sanzioni, è «responsabile di azioni che hanno compromesso e minacciato l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina e ha realizzato attivamente tali azioni». Inoltre, sempre secondo quanto riportato dalla documentazione dell’Unione, «nella sua posizione di comando all’interno del gruppo Wagner è stato personalmente presente sul campo di battaglia in Ucraina, coordinando e pianificando le attività dei membri».
Attualmente il gruppo Wagner è impegnato nell’Ucraina orientale nella zona delle cosiddette repubbliche autoproclamate di Donetsk e di Luhansk, dove uomini del gruppo operano dal 2015. Da molti giornali internazionali è stata riportata la notizia che mercenari guidati da Utkin avevano l’incarico di eliminare sia il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sia altre personalità politiche ucraine. Di queste informazioni non c’è però alcun riscontro: sembra comunque difficile che un piano del genere potesse realmente essere portato a termine una volta iniziate le ostilità, dato il livello di protezione intorno a Zelensky e i suoi collaboratori.

Dmitry Utkin: notare i tatuaggi nazisti sui deltoidi. In basso, la mostrina delle divise dei membri della Wagner

Per risalire all’origine del gruppo Wagner bisogna andare al 2011, quando in Russia iniziò a operare il Moran Security Group, una società specializzata in servizi di sicurezza per aziende impegnate fuori dai confini russi. Il gruppo era guidato da Vyacheslav Kalashnikov (nomen omen), ex agente del KGB, i servizi segreti sovietici, ora FSB, e assistente del politico russo Alexander Torshin, ex vicepresidente della Banca Centrale russa.
Nel 2013 dal gruppo Moran nacque un’altra società, la Slavonic Corps, che aveva il compito di reclutare e addestrare soldati da inviare in zone di guerra. Le reclute venivano addestrate in Siria a Latakia, nella base aerea di Khmeimim, gestita e diretta dalle forze armate russe. Da lì venivano inviate poi nelle zone dove era necessario difendere interessi russi.
Nel 2014 la Slavonics Corps venne smantellata e un gruppo di mercenari si riorganizzò sotto la guida di Dmitry Valeryevich Utkin, ex tenente colonnello del GRU, il servizio di informazione delle forze armate russe. Utkin, che è nato nel 1970 ad Asbest, nella Russia siberiana, lasciò l’esercito nel 2013 per entrare nel gruppo Moran. Come mercenario fu impegnato nella scorta di navi russe a rischio di attacco da parte dei pirati nell’Oceano Indiano. Partecipò poi a missioni in Iraq, Kenya, Nigeria e Repubblica Centrafricana.

Non ci sono prove del collegamento diretto tra Utkin e Vladimir Putin. È certo però che nel 2018 il mercenario partecipò a un evento offerto dal presidente russo a reduci della guerra in Siria. Quel giorno furono celebrati «militari e civili che hanno dimostrato particolari coraggio ed eroismo». A organizzare l’evento fu Yevgeny Prigozhin, soprannominato “lo chef di Putin” in quanto proprietario della società di catering che si occupa di organizzare tutti gli eventi di Stato a cui partecipa il presidente. Prigozhin iniziò la sua carriera aprendo un chiosco di hot dog a San Pietroburgo; quindi, aprì un primo ristorante di cui Vladimir Putin divenne assiduo frequentatore. Poi sono venuti altri ristoranti, la diversificazione con altre società e l’ingresso nella cerchia ristretta dei consiglieri del presidente russo.

Prigozhin sarebbe uno dei maggiori finanziatori del gruppo Wagner: il vero potere decisionale sarebbe nelle sue mani mentre Utkin sarebbe il capo operativo e militare. Il gruppo, come tutte le altre organizzazioni di reclutamento e addestramento di mercenari, non potrebbe in alcun modo, per legge, operare in Russia. Secondo l’Economist, Putin avrebbe però affermato che il gruppo «ha tutto il diritto di lavorare e promuovere i propri interessi commerciali in qualsiasi parte del mondo».

Yevgeny Prigozhin nel suo ristorante mentre serve un piatto a Vladimir Putin (2011 – AP Photo/Misha Japaridze, Pool, File)

I mercenari che fanno parte del gruppo Wagner hanno un’età media compresa tra i 35 e i 55 anni. Chi entra a farne parte deve firmare un accordo di riservatezza assoluta che dura dieci anni. Lo stipendio si aggirerebbe attorno ai 200mila rubli, circa 2.300 euro al mese.

Le prime attività del gruppo Wagner furono proprio in Ucraina, in Crimea: nel 2014 affiancò l’esercito russo nell’operazione militare che portò il governo di Mosca ad avere il pieno controllo della penisola. Quindi i soldati del Wagner si spostarono a Luhansk, dove si unirono alle forze insurrezionaliste filorusse che dal 2014 si battono per unire alla Russia la regione dell’Ucraina orientale. I mercenari guidati da Utkin non avrebbero combattuto solo contro i soldati e i volontari ucraini ma avrebbero anche agito all’interno delle stesse forze separatiste per garantire il controllo di Mosca, azzerando le velleità di quei combattenti che avrebbero voluto l’indipendenza, sia da Kiev sia da Mosca.
Sarebbero stati mercenari del Wagner a uccidere Alexander “Batman” Bednov, comandante di una milizia filorussa, e Alexei Mozgovii, fondatore con altri della brigata Prizrak, gruppo paramilitare di ispirazione comunista che combatteva per l’indipendenza dall’Ucraina e di cui faceva parte Edy Ongaro, l’italiano ucciso durante i combattimenti del 2022.
Il Wagner avrebbe poi svolto operazioni di false flag, cioè operazioni militari condotte come se fossero opera del nemico con lo scopo di creare sentimenti filorussi e anti-ucraini nella popolazione.

Mercenari del gruppo Wagner, circa 5mila uomini, sono poi stati impiegati in Siria, al fianco delle forze del presidente Bashar al-Assad. Secondo l’Economist ebbero un ruolo chiave nella riconquista nel 2017 di Palmira, tolta al controllo dell’ISIS. In generale, mercenari del gruppo furono utilizzati sia per proteggere siti di interesse economico per il governo russo sia in combattimento al fianco dell’esercito siriano. In Siria hanno anche agito tre società che, secondo l’Unione Europea, fanno capo al gruppo Wagner: Velada LLC, Mercury LLC ed Evro Polis LLC. Tutte e tre hanno ottenuto contratti per il diritto di esplorazione di gas e petrolio nella Siria nordorientale e in un giacimento di gas nella parte settentrionale di Damasco. In particolare la Evro Polis «ha firmato una serie di contratti con il regime siriano, attraverso la società General Petroleum Corp. di proprietà dello Stato, in base ai quali riceve il 25 % dei proventi derivanti dalla produzione di petrolio e gas nei giacimenti presi dal gruppo Wagner. Evro Polis LLC trae pertanto vantaggio dal regime siriano o lo sostiene».

Nel novembre del 2019, Novaya Gazeta giornale indipendente russo che il 28 marzo di quest’anno ha sospeso le pubblicazioni a causa degli attacchi della censura russa — pubblicò il video di una brutale esecuzione di un prigioniero di guerra siriano, che veniva torturato e mutilato prima di essere ucciso. Il video mostrava, infine, la distruzione del cadavere. Il Cremlino ha condannato le violenze riprese nel video ma ha negato qualsiasi collegamento con l’operazione militare russa in Siria.
In Siria il gruppo Wagner ha anche subìto importanti perdite: nel 2018 l’aviazione americana uccise circa 200 mercenari, tra cui uomini del Wagner, che avevano attaccato un avamposto curdo vicino a Deir el-Zor, nella Siria orientale. In quell’occasione nacquero anche tensioni tra i comandanti del Wagner e ufficiali dell’esercito russo che non avevano, a detta dei mercenari, supportato l’operazione. Il Cremlino negò, in seguito alle domande poste dalla Casa Bianca, di essere a conoscenza della presenza di mercenari russi in Siria.

Un’altra zona d’operazione dei mercenari del gruppo Wagner è stata la Libia, dove i mercenari hanno affiancato le milizie di Khalifa Haftar. Nell’agosto del 2018 la BBC ha realizzato un’inchiesta sul gruppo e sui suoi legami con il Cremlino. L’inchiesta è nata dopo il ritrovamento di un tablet Samsung abbandonato sul campo da un combattente. Tra i video contenuti nel dispositivo c’erano scene che testimoniavano sia crimini compiuti dai mercenari sia il collegamento con ufficiali dell’esercito russo.
Nel tablet c’erano diverse mappe della prima linea del fronte che, secondo l’inchiesta della BBC, confermavano la presenza di più di mille uomini Wagner in Libia dal 2019 al 2020.

La BBC inoltre era riuscita a parlare con due ex combattenti, i quali avevano spiegato che durante le operazioni sul campo non erano tenuti all’osservanza di alcun codice di condotta. Uno di questi ex combattenti aveva anche detto che i miliziani uccidono i prigionieri perché «nessuno vuole una bocca in più da sfamare».

In molti Paesi dell’Africa, secondo Sergey Sukhankin, analista dell’International Centre for Policy Studies di Kiev e della Jamestown Foundation, i soldati del gruppo Wagner sono inviati a proteggere le miniere di diamanti e di metalli preziosi, così come in Siria proteggono oleodotti e impianti petroliferi.
Nel 2019 miliziani del Wagner erano nel Mozambico settentrionale per combattere contro i jihadisti, ma l’operazione si rivelò fallimentare. La loro presenza è stata poi segnalata nella Repubblica Centrafricana, dove hanno affiancato gli uomini del presidente Faustin-Archange Touadéra nella guerra contro le forze ribelli. La Russia ammise, in quel caso, di aver inviato nel Paese un centinaio di civili che avevano il compito di addestrare le truppe.
Nel 2018 proprio nella Repubblica Centrafricana tre giornalisti russi che stavano conducendo un’inchiesta sul gruppo Wagner furono uccisi in un’imboscata. Non ci sono mai state conferme ma i sospetti caddero sui mercenari. Apparterrebbero al gruppo di mercenari anche gli autori dell’imboscata che il 26 marzo ha portato all’uccisione di Kaou Laddé, capo militare del gruppo 3R, acronimo di Retour, Réclamation et Réhabilitation.
Anche in Mali, dove affiancano le forze governative contro i jihadisti del Sahel, i mercenari del Wagner hanno lasciato tracce di uccisioni ingiustificate e torture. Secondo un rapporto dell’ONU, i mercenari avrebbero partecipato, con i soldati maliani, all’uccisione di numerosi civili cosparsi di benzina e bruciati vivi.

È ovviamente molto difficile provare collegamenti tra il governo russo e il gruppo Wagner. Il Cremlino nega qualsiasi rapporto. È un fatto però che i membri del gruppo caduti in missione vengano insigniti di onorificenze militari russe. Avvenne per esempio dopo la battaglia di Debaltseve, tra gennaio e febbraio 2015, quando le forze russe furono sconfitte da quelle ucraine.
Secondo molte fonti il gruppo Wagner si addestrerebbe in Russia in due campi vicini al comando di una brigata del GRU. Il principale centro di addestramento del gruppo si trovava nell’Oblast di Rostov (l’oblast è una suddivisione territoriale utilizzata negli ex Paesi dell’Unione Sovietica), ma si sarebbe poi trasferito a Molkin, nel Krasnodar Kray, all’interno di una struttura sempre del GRU.

Un mio meme su Sergej Lavrov

LE ALTRE “ESPERIENZE” IN GIRO PER IL MONDO

Il Netflix brasiliano di destra

Brasil Paralelo (Brasile Parallelo) è un servizio per vedere in streaming on demand serie TV, documentari e film disponibile in Brasile. È stato lanciato nel 2016, ha più di 270 mila abbonati, prevede di superare il milione entro il 2022 e nel 2021 ha più che raddoppiato il proprio fatturato. Su YouTube, dove l’accesso ai video è gratuito, Brasil Paralelo ha quasi 2,2 milioni di iscritti; su Facebook, dove ha speso centinaia di migliaia di euro in pubblicità, ha circa 685.000 followers. Ha sede in Avenida Paulista, uno dei viali più importanti della città di San Paolo, ha una sessantina di produzioni proprie e oltre 150 dipendenti. L’anno scorso l’azienda ha guadagnato 30 milioni di reais (circa 4,5 milioni di euro) con una crescita del 335% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi mesi diversi giornali internazionali che se ne sono occupati lo hanno soprannominato il “Netflix brasiliano di destra”: i suoi fondatori dicono di offrire contenuti “conservatori”, mentre i critici — che spesso vengono querelati per diffamazione — parlano di contenuti di estrema destra, revisionisti e negazionisti.

Sostengono anche che Brasil Paralelo abbia un legame con il presidente Jair Bolsonaro e con Olavo de Carvalho, uno scrittore complottista a lui molto vicino, una sorta di versione brasiliana di Steve Bannon.

Il logo di Brasil Paralelo è ispirato all’immagine del buco nero del film di fantascienza Interstellar di Christopher Nolan. I suoi fondatori sono tre giovani imprenditori di Porto Alegre, ex studenti della Scuola Superiore di Pubblicità e Marketing, ESPM, un’istituzione privata: Henrique Viana, Lucas Ferrugem e Filipe Valerim. «La sinistra era egemonica nei media e nel mondo accademico. Un vasto pubblico brasiliano era alla ricerca di un’alternativa, ma non c’era nessuno che gliela offrisse», ha spiegato il trentenne Viana.

Secondo la formula utilizzata dalla piattaforma i contenuti sono «per tutti i gusti e per tutte le età». Uno dei primi documentari prodotti da Brasil Paralelo, Congresso Brasil Paralelo, criticava il governo della ex presidente di sinistra del paese Dilma Rousseff che, nel 2016, venne destituita. Nel documentario i tre fondatori intervistavano le voci più radicali della destra, tra cui l’allora deputato Jair Bolsonaro: «Tutti ci guardavano perché davamo voce a persone che nessuno cercava di capire», ha spiegato Henrique Viana.

Tra le produzioni di Brasil Paralelo c’è poi il documentario Cortina de Fumaça, che prende posizione contro i movimenti ambientalisti e in cui si dice, tra le altre cose, che «mentre gli ambientalisti affermano di lottare per salvare l’ambiente, in realtà vogliono conservare la gigantesca struttura finanziaria delle loro istituzioni, così come il loro potere politico». Si dice anche che tra le «bugie» su cui continuerebbero a lucrare c’è il riscaldamento globale, che «non ha prove scientifiche definitive». Nel lungometraggio 1964: O Brasil Entre Armas e Livros si spiega che il golpe militare di marzo 1964, che aprì la strada a una dittatura di oltre vent’anni, era inevitabile per impedire una presunta minaccia comunista, tesi non condivisa dalla gran parte degli storici: il documentario ha avuto più di 9 milioni di visualizzazioni solo su YouTube.

In 7 Denúncias: as consequências do caso Covid-19 si criticano invece le politiche legate al contenimento della pandemia da coronavirus adottate dai governi internazionali: «di fronte ai problemi generati dal coronavirus, il mondo intero ha assistito alla costante violazione dei diritti fondamentali delle persone». Su Brasil Paralelo si trovano poi documentari in difesa della cosiddetta famiglia naturale, contro l’aborto, e contro la presunta arretratezza del sistema di istruzione del paese, influenzato dall’ideologia della sinistra.
Poco ci manca che compaia anche un Pillon brasiliano.

Le produzioni di Brasil Paralelo, dicono gli osservatori, sono molto buone e incredibilmente efficaci: «Sono lontani dal delirante youtuber bolsonarista, che urla in cucina davanti alla webcam. Sono professionali, ben confezionate, sofisticate. I programmi ispirano fiducia», ha detto ad esempio a Le Monde Guilherme Felitti, fondatore di una società di analisi. «La visione della storia di Brasil Paralelo è dicotomica, manichea, cospirazionista», ha spiegato a sua volta lo storico Fernando Nicolazzi: «È bene contro male, vizio contro virtù. Si considerano crociati in guerra contro gli infedeli. Per loro, le scuole pubbliche e le università stanno facendo indottrinamento ideologico. Brasil Paralelo promuove un’alternativa, privata e a pagamento. È una strategia aziendale ben congegnata». Secondo Nicolazzi, la piattaforma non sarebbe altro che «un ingranaggio della macchina di Bolsonaro: difende la sua stessa visione del mondo».

Secondo la storica Mayara Balestro, che ha studiato Brasil Paralelo fin dalla sua nascita, la casa di produzione «è emersa nell’ambito del golpe del 2016 ed è diventata famosa tra i conservatori, con articolazioni in organizzazioni della nuova destra e con Olavo de Carvalho come “padrino” intellettuale». Olavo de Carvalho è stato definito da Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente e anche lui politico, «una delle persone più importanti della storia del Brasile. È un’ispirazione. Senza di lui Jair Bolsonaro non esisterebbe». Vive in Virginia, si definisce un filosofo, non è laureato, è popolarissimo sui social, apprezzato da Bannon, e, tra le altre cose, sostiene che le università siano dei covi di comunisti, che la Pepsi usi le cellule fetali per produrre dolcificanti, che Barack Obama non sia nato negli Stati Uniti, che i vaccini uccidano, e che non esista una «risposta definitiva» sul fatto che la Terra sia rotonda e che ruoti intorno al Sole. Tra le altre cose, è anche stato accusato di antisemitismo.

Olavo de Carvalho

Dalla fine del 2019, la serie di documentari di Brasil Paralelo intitolata Brasil – A Última Cruzada, una rievocazione nostalgica della grandezza del passato del Paese e considerata revisionista da molti storici, è disponibile gratuitamente anche su TV Escola, una piattaforma legata al ministero della Pubblica istruzione. Brasil Paralelo sostiene comunque di essere imparziale, indipendente e apartitico e nega «qualsiasi legame editoriale, economico, politico o ideologico» con personalità di estrema destra.

Nel frattempo, Brasil Paralelo sta denunciando per diffamazione storici, intellettuali o docenti universitari che hanno pubblicato anche dei semplici post su Facebook per denunciare i contenuti inesatti o negazionisti dei documentari. Richieste di diritti di replica sono arrivate a siti, riviste accademiche e giornali. Il giornalista e youtuber Clayson Felizola, contro il quale Brasil Paralelo ha intentato una causa lo scorso febbraio, dice che «questi gruppi legati alla destra o all’estrema destra sono i primi a parlare di libertà di espressione» e che «quando vedono qualcuno che fa da contrappunto, esercitando la propria libertà di espressione, procedono con le cause giudiziarie. Qual è il problema con tutta questa storia? Brasil Paralelo è un’azienda che vende un prodotto; i video sono prodotti. È come se fossi un consumatore che non può criticare il prodotto, ma può solo elogiarlo». Carlos Zacarias, docente di storia all’Universidade Federal da Bahia che ha ricevuto una lettera dai legali di Brasil Paralelo, ha parlato di “strategia intimidatoria”: «Ho vicino a me giovani studenti che sono stati presi di mira dalla casa di produzione, che deve avere molti soldi per mobilitare degli studi legali per cercare di impedire agli studenti di svolgere delle ricerche».

People walk beside trucks parked along Wellington Street during a rally against COVID-19 restrictions on Parliament Hill, which began as a cross-country convoy protesting a federal vaccine mandate for truckers, in Ottawa, on Saturday, Jan. 29, 2022. (Justin Tang/The Canadian Press via AP)

Le proteste dei camionisti canadesi

Per oltre un mese a Ottawa, la capitale del Canada, sono state in corso grosse e partecipate proteste dei camionisti locali contro le restrizioni introdotte dal governo per contenere i contagi da coronavirus. Le proteste si sono allargate oltre i confini del Canada: hanno ispirato manifestazioni simili negli Stati Uniti, in Australia e anche in Europa, hanno ottenuto il sostegno di diverse figure popolari e apprezzate dai movimenti di estrema destra, tra cui l’ex presidente americano Donald Trump, e hanno avuto un enorme seguito online.

Le proteste di Ottawa — il Freedom Convoy, “Convoglio della libertà” , come si erano autodefiniti i manifestanti — erano iniziate pacificamente a gennaio 2022, con l’introduzione dell’obbligo vaccinale per i trasportatori che arrivavano in Canada dagli Stati Uniti e si erano poi allargate fino a comprendere più in generale le restrizioni contro il coronavirus. Nei giorni successivi le proteste si sono progressivamente politicizzate, coinvolgendo anche simpatizzanti dell’estrema destra, e hanno paralizzato la città: tra le altre cose, centinaia di camionisti hanno bloccato il traffico parcheggiando in mezzo alla strada i propri veicoli e suonato i clacson per ore. Jim Watson, il sindaco di Ottawa, ha dichiarato lo stato di emergenza dicendo che la situazione era «completamente fuori controllo» e che i poliziotti non riuscivano a contenere le proteste, anche perché erano numericamente inferiori ai manifestanti.

Sono state organizzate manifestazioni simili anche al di fuori del Canada. È successo negli Stati Uniti, dove Brian Brase, uno degli organizzatori della protesta, ha detto al New York Times che i camionisti statunitensi — in parte coinvolti nella stessa organizzazione delle proteste di Ottawa — stavano pianificando manifestazioni simili a quella canadese «dalla California a Washington». La protesta di Ottawa ne ha poi ispirata una in Australia, il cosiddetto “convoglio a Canberra”, con camion, rimorchi, camper e macchine, come a Ottawa. 

Anche in Europa si sono organizzate proteste simili: secondo Politico un po’ in tutti i paesi dell’Unione. La prima è stata il 14 febbraio a Bruxelles, in Belgio, dove tra l’altro nei mesi scorsi c’erano già state violente e partecipate proteste contro le restrizioni.

Le proteste di Ottawa sono state riprese e apertamente sostenute da una serie di noti personaggi pubblici molto seguiti tra gli attivisti di estrema destra. Negli Stati Uniti, tra gli altri, lo hanno fatto l’ex poliziotto e commentatore televisivo americano Dan Bongino, Michael Flynn — l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, noto anche per i suoi legami col movimento complottista QAnon — e Ben Shapiro, noto attivista e giornalista di estrema destra. Anche lo stesso Donald Trump ha espresso il proprio sostegno alla protesta dei camionisti di Ottawa, oltre a vari politici Repubblicani, tra cui l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee.

Un’ulteriore espressione di sostegno ai manifestanti da parte di personaggi pubblici noti è arrivata quando GoFundMe, la popolare e usatissima piattaforma internazionale per le raccolte fondi, ha sospeso la raccolta precedentemente attivata per le proteste dei camionisti, con cui erano stati raccolti circa 7,8 milioni di dollari, quasi 1 milione dei quali era già stato distribuito. GoFundMe ha deciso di chiudere la raccolta fondi per i camionisti di Ottawa dicendo che violava le proprie regole, e ha dato ai donatori due settimane per chiedere il rimborso, data dopo la quale i soldi raccolti sarebbero stati dati in beneficenza. La cosa è stata duramente criticata: tra gli altri, si sono esposti in difesa dei camionisti di Ottawa il noto imprenditore Elon Musk e due politici Repubblicani negli Stati Uniti — Ronald Dion DeSantis, governatore della Florida, e Ted Cruz, senatore del Texas — che hanno accusato GoFundMe di truffa ai danni dei manifestanti.

La protesta dei camionisti di Ottawa ha avuto anche un’enorme diffusione online: l’hashtag #FreedomConvoy è arrivato a circa 1,2 milioni di condivisioni su Facebook, secondo i dati di CrowdTangle, la piattaforma di proprietà di Facebook che fornisce dati per analizzare le attività sui social network. Un altro gruppo Facebook di sostegno ai camionisti di Ottawa è arrivato in pochi giorni ad avere circa 700mila follower.


Ci sono rapporti statistici che non implicano un nesso di causa ed effetto ma solo di correlazione. Per esempio, che i canadesi che non si sono vaccinati siano 12 volte più propensi a giustificare l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin rispetto a chi si è vaccinato tre volte, è un caso o c’è veramente un nesso?


Poker di complottardi. Sopra, Tucker Carlson e Joe Oltmann; sotto, Lara Logan e Alex Jones

L’offensiva dei putiniani d’America

Le teorie complottiste russe tornano a infiammare l’estrema destra americana, come ai tempi delle elezioni di Donald Trump. Dall’invasione dell’Ucraina “a scopo difensivo” ai “laboratori di armi biologiche finanziati dagli USA”, fino alla puerpera insanguinata di Mariupol additata come “attrice”, sempre più affermazioni di Mosca trovano spazio nei commenti dei conduttori più estremisti che li rilanciano in TV, nei podcast e sui social. Commentatori che rifiutano di essere definiti “putiniani”, sostenendo di voler solo dare spazio alle “motivazioni degli altri”. Nonostante siano le stesse figure che qualche anno fa esaltavano l’amicizia fra Trump e Putin. Gli stessi, poi concentrati a sostenere le teorie no-vax. Che ora, in tempi di guerra, rilanciano le affermazioni più estreme del Cremlino, ricevendo, in cambio, la stessa cortesia.

Il più celebre è Tucker Carlson, il commentatore politico che fin dal 2016 conduce in prima serata, sul canale conservatore Fox News, lo show che porta il suo nome. Lo stesso che un anno fa condusse, tra le polemiche, il suo programma da Budapest: elogiando più volte il premier sovranista Viktor Orbán: «L’Ungheria ha molte lezioni da dare all’America». Ebbene: quando il leader del Cremlino ha affermato che la guerra in Ucraina è “difensiva”, ne ha subito — e più volte — rilanciato la posizione, definendo il governo di Kiev “fantoccio di Washington”. E ha poi trasmesso ripetutamente la teoria enunciata dal ministro della Difesa russo Sergej Shojgu lo scorso 6 marzo, secondo cui, appunto, le sue truppe hanno scoperto in Ucraina tracce di “programmi per sviluppare armi biologiche finanziati dal Dipartimento di Stato americano”. Affermazioni che per il presidente americano Joe Biden e il segretario di Stato Antony Blinken sono invece l’ennesima “False Flag”: il modo in cui Mosca giustifica preventivamente le proprie gravi azioni a venire.

Carlson non è il solo: Lara Logan, anche lei di Fox, e il conduttore di podcast Joe Oltmann, noti per la loro vicinanza ai complottisti di QAnon, da settimane ripetono un altro cavallo di battaglia di Putin: la necessità di “denazificare” quell’Ucraina che pure ha un presidente ebreo, democraticamente eletto. Altro megafono dei russi è Infowars, il sito cospirazionista fondato da Alex Jones che arrivò perfino a sostenere che la strage di bambini nella scuola elementare di Sandy Hook del 2012 non è mai avvenuta. Il primo a pubblicare integralmente, il giorno dell’invasione, il discorso di Putin dove si negava l’esistenza dell’Ucraina.

Propaganda capace di raggiungere milioni di utenti, che viaggia su doppio binario: gli americani pubblicizzano la versione di una Russia che non ha più i suoi canali di propaganda ufficiali, costretti a chiudere in buona parte del mondo. E questi rilanciano i dibattiti dei complottisti sui forum dell’Alt-Right americana, usandoli a sostegno delle loro tesi. Fomentandosi di fatto a vicenda. E pazienza se inizialmente la guerra ha colto di sorpresa i conservatori spingendoli a criticare l’intervento russo. La teoria delle armi biologiche sta già ricompattando le fila: e, dimenticate le bombe sui civili, ci si concentra sulle critiche all’amministrazione Biden.

Atteggiamento, nota il New York Times, dalle implicazioni ampie: capace di riesacerbare la polarizzazione politica americana in vista delle elezioni di MidTerm a novembre. D’altronde, l’alleanza fra estrema destra americana e propaganda russa, è nata proprio ai tempi delle elezioni presidenziali del 2016 che portarono Trump alla Casa Bianca, quando il Cremlino istituì l’Internet Research Agency, “professionalizzando” una disinformazione che strizzava l’occhio alla destra. Sodalizio poi proseguito con le fake-news sui vaccini in piena pandemia.


FOCUS — Vladimir Putin, Russia, Ucraina

L’ossessione di Putin per l’Ucraina

Le ragioni per cui il presidente russo Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina per la seconda (e stavolta globale) volta in meno di dieci anni riguardano soprattutto la strategia militare e la geopolitica: tra le altre cose Putin vuole impedire l’espansione della NATO in Ucraina (espansione che peraltro la NATO non ha nessuna intenzione di mettere in atto) e limitare la presenza politica e militare dell’Occidente vicino ai confini russi (che invece si è estesa negli ultimi vent’anni). Un’altra ragione molto citata dallo stesso Putin, e usata soprattutto nella propaganda interna, riguarda la Storia.
Da diversi anni Putin sostiene pubblicamente che russi e ucraini siano «un solo popolo». Lo disse nel 2014 in occasione dell’annessione della Crimea, lo ha ripetuto frequentemente durante le interviste e negli interventi pubblici e lo ha spiegato lungamente in un pamphlet pubblicato nel luglio del 2021 e intitolato “Sull’unità storica dei russi e degli ucraini”, in cui Putin scriveva di «credere fermamente» che i due popoli siano «una sola unità». Un intento palingenetico e panrusso che prende il nome di “Russkij Mir(vd approfondimento più avanti).

La convinzione che russi e ucraini siano un solo popolo si esprime anche nella sua conseguenza più evidente: un solo popolo non ha bisogno di due Stati, e chiunque provi a dividerlo sta andando contro la Storia. Per questo Putin ritiene che la fine dell’Unione Sovietica, che comportò tra le altre cose la separazione tra Russia e Ucraina, abbia avuto come conseguenza la disastrosa «disintegrazione della Russia storica», intendendo con questo che i confini della Russia storicamente intesi dovrebbero comprendere anche il territorio ucraino (e quello della Bielorussia).
Portando poi questo ragionamento alle estreme conseguenze, più e più volte Putin e i suoi alleati politici hanno sostenuto che l’Ucraina «non è nemmeno uno Stato». In un’intervista di qualche tempo fa, Vladislav Surkov, consigliere di Putin sulla questione ucraina poi caduto in disgrazia, disse che l’Ucraina non è una nazione ma «uno stupefacente entusiasmo per l’etnografia, portato agli estremi».

Secondo vari esperti, Putin ha una specie di ossessione nei confronti dell’Ucraina, e quest’ossessione è condivisa con il resto dell’establishment russo che, come ha scritto di recente l’Economist, «non ha mai accettato l’indipendenza» del Paese. L’ossessione si alimenta di interpretazioni parziali della Storia e teorie sulla formazione etnica dei popoli russo e ucraino, oltre che su pretese imperialistiche che risalgono al periodo sovietico, e in alcuni casi ancora prima, al periodo zarista.

Ma il problema principale, come stiamo vedendo in questi mesi di tensioni militari, e come si vede in realtà ormai da un decennio, è che l’ossessione russa nei confronti dell’Ucraina non è ricambiata.
Nel suo pamphlet, Putin ha scritto che la ragione principale per cui russi e ucraini (e anche i bielorussi) sarebbero oggi lo stesso popolo è che tutti sono «discendenti» del cosiddetto Rus’ di Kiev, cioè un insieme di tribù slave, baltiche e finniche che nel IX Secolo creò una lasca entità monarchica che si estendeva dal mare Bianco nel nord al mar Nero nel sud, e che dunque comprendeva parte dell’attuale territorio ucraino, bielorusso e russo. L’unità del Rus’ di Kiev, consacrata dalla conversione al cristianesimo ortodosso, è per Putin il fondamento della cultura russa che ancora oggi lega assieme i tre popoli. Tutto questo, prima ancora che Mosca fosse fondata.

Molti storici oggi sostengono che questa interpretazione del Rus’ di Kiev debba essere considerata un mito. Non tanto perché il Rus’ di Kiev non abbia avuto un ruolo nelle varie formazioni che sono venute dopo, quanto perché trarre conclusioni politiche da fatti storici avvenuti oltre un millennio fa è piuttosto irragionevole.
Inoltre il Rus’ di Kiev si divise ben presto. Semplificando molto, fu invaso dai mongoli, che mantennero per qualche secolo il controllo della parte russa, mentre i territori dell’attuale Ucraina furono dominati in vari modi da lituani, polacchi, svedesi e in parte anche dall’impero austroungarico. La lingua ucraina si sviluppò separatamente da quella russa, e per secoli l’aristocrazia ucraina, soprattutto nella parte occidentale del Paese, rimase legata all’Europa continentale.
Anche quando l’impero zarista conquistò nel XVIII Secolo buona parte dell’attuale territorio ucraino, i programmi di integrazione culturale e linguistica della “piccola Russia” (così era chiamata una parte di territorio ucraino sotto l’impero russo) non ebbero mai pieno successo.

I tentativi di integrazione proseguirono anche dopo la Rivoluzione russa, con risultati alterni. Non contribuì alla causa russa il fatto che i coltivatori locali furono tra le principali vittime delle disastrose politiche agricole di Stalin, che unite alla repressione all’inizio degli anni Trenta provocarono la morte di milioni di ucraini (le stime variano dai tre ai cinque milioni di persone) e che oggi sono considerate un genocidio da molti ucraini (il famigerato Holodomor).

Ciò non significa che i legami storici, culturali e linguistici tra Russia e Ucraina non siano fortissimi: oggi la maggior parte degli ucraini è bilingue, e soprattutto nella parte orientale del Paese (quella occupata dalle forze separatiste filo-russe, per non parlare della Crimea, che è stata annessa) la maggior parte degli abitanti ha origine russa e parla il russo come lingua principale. Questo vale anche per Volodymyr Zelensky, il presidente del paese, che viene dalle regioni orientali e, benché sia bilingue, parla il russo più fluentemente dell’ucraino. Ma, come ha scritto l’Economist, mentre per la maggior parte degli ucraini questi legami e vicinanze fanno parte di un importante patrimonio storico, per i russi sono un elemento identitario: «Per secoli l’Ucraina ha determinato l’identità russa. […] L’idea che Kiev potesse essere soltanto la capitale di uno Stato vicino era impensabile per i russi. Ma non lo era per gli ucraini».

L’Ucraina è sempre stata al centro dei progetti imperiali russi, e perdere il dominio sul Paese significava, di fatto, rinunciare alla possibilità di un impero.

Lo si vide con il crollo dell’Unione Sovietica, il cui scioglimento come entità politica fu deciso definitivamente nella notte dell’8 dicembre 1991 nella dacia di Belaveža, in Bielorussia, dopo un lunghissimo incontro tra il presidente russo Boris Eltsin, quello ucraino Leonid Kravchuk e quello bielorusso Stanislav Shushkevich. In quel periodo, l’economia russa era al collasso e fu Eltsin a farsi promotore, benché riluttante, della dissoluzione dell’Unione Sovietica, con l’obiettivo di concentrarsi soltanto sulla Russia, sganciare i pesi morti delle altre repubbliche e l’onere delle ambizioni imperiali sovietiche.
La decisione di dissolvere l’Unione Sovietica e rinunciare a ogni forma di controllo ufficiale su Ucraina e Bielorussa fu estremamente complessa, non soltanto perché l’Ucraina era la seconda economia dell’Unione e conservava sul suo territorio abbastanza testate nucleari da essere la terza potenza mondiale in questo settore (la questione poi fu risolta con l’accordo di Budapest del 1994). Quando Mikhail Gorbacëv, che era ancora presidente dell’Unione Sovietica, seppe della decisione di Eltsin, si infuriò, tra le altre cose perché sua madre era ucraina, e lui stesso aveva trascorso l’infanzia immerso nella cultura ucraina: rinunciare all’Ucraina significava rinunciare a un pezzo di identità.

In quel periodo Aleksandr Solženicyn, uno degli intellettuali russi più influenti del Novecento, aveva da poco pubblicato un saggio intitolato “Come ricostruire la nostra Russia” in cui, tra le altre cose, esortava l’Unione Sovietica a concedere l’indipendenza alle repubbliche sovietiche non slave (cioè quelle dell’Asia centrale), e a costruire un grande Stato slavo che comprendesse Russia, Ucraina, Bielorussia e parte del Kazakistan.
E se questo non fosse stato possibile, in ogni caso i legami tra i popoli slavi e russificati avrebbero dovuto essere mantenuti a ogni costo. Anche Aleksandr Solženicyn, come Putin e altri, citava tra le ragioni di questa unione il Rus’ di Kiev e la religione ortodossa, tra le altre cose.

Negli ultimi anni la Russia di Putin è intervenuta in tutti i paesi citati da Solženicyn, attraverso azioni militari o inviando aiuti ai dittatori locali. Ma appunto, il problema principale di quest’ossessione russa per l’Ucraina è che non è ricambiata. Già da decenni l’Ucraina e la sua società gravitano verso l’Europa e l’Occidente. Con l’accordo di Budapest del 1994, l’Ucraina accettò di consegnare tutte le sue armi nucleari in cambio della garanzia che la Russia avrebbe rispettato i suoi confini (promessa rimangiata due decenni dopo). Nel 2004 la “rivoluzione arancione”, in difesa della vittoria elettorale del candidato filo europeo Viktor Yushenko, fu per Putin il primo allarme del fatto che rischiava di perdere la sua influenza sull’Ucraina, confermato poi dalle proteste di Kiev del 2014, che sfociarono nella tesa situazione attuale.

Oggi, il 90% degli ucraini vuole che il Paese resti indipendente, e il 75% vorrebbe entrare nell’Unione Europea. Perfino nella parte orientale del Paese, il famoso Donbass, dove buona parte della popolazione ha origini russe, quasi il 60% degli abitanti vorrebbe entrare nell’Unione.

E come ha detto la giornalista ucraina Nataliya Gumenyuk al New Yorker, per il regime di Vladimir Putin non costituisce una minaccia soltanto l’indipendenza dell’Ucraina, ma anche la sua libertà e democrazia, benché imperfette: «Putin si sente offeso e tradito dall’Ucraina e dagli ucraini, non soltanto dal governo ucraino. E penso che per lui sia piuttosto importante provare che no, la democrazia in Ucraina non è davvero genuina, che è stata imposta dall’Occidente. Perché ammettere che le società possono essere democratiche autonomamente significa ammettere che il cambiamento è possibile in Bielorussia, in Georgia e perfino in Russia».

Le letture euroasianiste/cristianortodosse di Vladimir

Per capire la visione putiniana è esemplare un’opera architettonica inaugurata nel 2020: la Cattedrale delle forze Armate Russe a Kubinka, settanta chilometri da Mosca. La cattedrale è di color cachi, come il colore dell’uniforme dell’Armata Rossa. Il pavimento è costruito con la lega dei carri armati nazisti rimasti sul suolo russo dopo la vittoria contro la Germania nella Seconda Guerra Mondiale (che in Russia chiamano in un altro modo: “Grande Guerra Patriottica”). Sulle pareti della cattedrale i soldati russi sono raffigurati accanto ai santi cristiani: non solo le truppe che hanno combattuto e vinto i nazisti, ma anche quelle che hanno invaso l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Afghanistan, e, più di recente, hanno combattuto in Cecenia, in Georgia e, ancora, in Siria, tutte guerre sacralizzate. Un recupero della dimensione bellica del cristianesimo, la stessa che dominava in Europa all’epoca delle Crociate.
Da quando alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, nel 2007, si scagliò apertamente contro gli Stati Uniti e quelli che considera i suoi vassalli, gli europei, Putin ha affiancato alla politica una dimensione pienamente culturale, in una veste chiaramente ideologica. Le sue nemiche sono le «tre vergogne»: democrazia, ecumenismo e globalizzazione. In quello stesso anno dichiarò davanti alla Duma: «Vorrei che tutti capissero che i prossimi anni saranno decisivi. Ci sarà una grande battaglia tra chi guiderà il mondo e chi ne rimarrà alla periferia. Il risultato non dipenderà dalle potenzialità economiche, ma dalla volontà di ogni nazione, dalla sua energia interiore, ciò che Lev Gumilëv chiamava passionarnost: la capacità di spingersi oltre e imbracciare il cambiamento».

Gumilëv era uno studioso delle civiltà centroasiatiche, figlio di due importanti dissidenti del comunismo: Nikolaj Gumilëv, ucciso dai bolscevichi nel 1921 e l’indimenticabile poetessa Anna Achmatova. Arrestato nel 1935, durante gli anni del terrore staliniano, Gumilëv fu rinchiuso in un campo di lavoro nel 1938. Mentre vedeva i suoi compagni di prigionia morire di fatica oppure uccisi dal freddo, scavando accanto a loro il Canale del Mar Bianco, entrò in contatto, racconta, con una dimensione non razionale della Storia che guida i popoli. Nella sua opera principale, “Etnogenesi e biosfera della Terra”, Gumilëv parla della “capacità di soffrire” e del “sacrificio” come segno innegabile della grandezza. La passionarnost, appunto. E ben prima di Aleksandr Dugin, individuò lo spazio geografico e spirituale dell’Eurasia, un luogo che naturalmente si oppone al progresso e alla ragione che vengono dall’Europa e gli Stati Uniti.

Nella mente di Putin l’Occidente è irreparabilmente compromesso nei valori, in preda alla corruzione morale. Dal punto di vista di Putin, l’instaurazione di un regime democratico a Kiev è una minaccia all’integrità della Russia, data la vicinanza non solo geografica ma culturale di quel Paese alla Russia, come se attraverso le porte dell’Ucraina potesse entrare in Russia il veleno della decadenza occidentale.
Secondo Putin, «la democrazia è un regime estraneo alla civiltà russa». La sua concezione del potere è imperniata sulla stabilità, l’unica condizione che permette a un sovrano di occuparsi del destino di un popolo, trascurando le trivialità del governo. Ma se il regime dell’alternanza funzionasse in Ucraina, data la fraternità dei due popoli, dimostrerebbe che esso non è affatto incompatibile con la Russia. E questo minerebbe l’intera costruzione dell’alterità russa.

Il “Russkij Mir” e gli altri deliri pseudostorici

È la domanda che tutto il mondo si pone con grande curiosità: «cosa passa nella testa di Putin?» Qual è il vero scopo dei suoi discorsi intimidatori alla televisione, pieni di incoerenze?
Per cercare di scoprirlo, può essere utile affidarsi alle analisi dei politologi, con le loro fonti colte e il loro metodo efficace. Ed è validissimo pure l’approccio storico-biografico, cerebrale, di matrice psicanalitica, che si concentra sull’analisi del suo linguaggio. In tal modo si evidenziano persino le parentele del suo vocabolario con il lessico del Terzo Reich. Basti notare che il leader russo, parlando di soluzione finale” della questione ucraina, ha auspicato una okonchatelnoe reshenie (equivalente russo dell’Endloesung tedesco), richiamando proprio la “soluzione finale” prospettata dai nazisti contro gli ebrei a partire dalla Conferenza di Wannsee del 1942 (e poi i nazisti sarebbero in Ucraina…).
C’è però un’altra via, abbastanza inedita, per cercare di comprendere i recenti avvenimenti. Si tratta di recuperare nel substrato storico-antropologico e di analizzare alcuni concetti del pensiero post-sovietico, come la nozione di “Universo russo” (Russkij Mir), utili ad aggiungere un elemento nuovo al dibattito culturale.

Per esempio, emerge che la politica di Putin si appoggia su specifiche formulazioni pseudostoriche come la Nuova Cronologia: una corrente di pensiero sconosciuta agli europei, ma estremamente popolare in Russia, nonostante le evidenti stranezze che presenta (o forse proprio per queste).
Analizzando nel dettaglio queste tendenze di pensiero, scopriremo il lato irrazionale della mentalità dello stesso leader russo e potremo ragionare sui suoi legami con un certo “assolutismo magico”. Ci troveremo a muoverci tra invenzioni storiografiche, falsificazioni, cospiratori di regime e personaggi che sembrano usciti da uno dei romanzi d’appendice tanto cari a Umberto Eco — a tal proposito, non si può non pensare a romanzi come Il pendolo di Foucault e Il cimitero di Praga, costruiti proprio sulla contraffazione della Storia.
Da anni gli analisti osservano come Putin sia vicino a una ideologia molto attuale in Russia che si basa su una corrente filosofica nota come Noomachia (“Guerra tra civiltà”) e sulla dottrina politica già citata di Russkij Mir (“universo russo”). Quest’ultimo termine è stato scelto per definire l’utopia di uno Stato ideale che unisca tutti i territori nei quali vivono, o hanno vissuto, etnie russe. Ivi comprese le terre dove vissero in tempi remoti, nell’era della mitica “civiltà primordiale slava”. È da qui che ha origine l’ossessione dei russi per la penisola di Crimea: secondo il concetto di Russkij Mir, le terre “ancestrali slave” prima o poi si concentreranno attorno alla poderosa Terza Roma, ossia Mosca, seguendo la profezia del mitico eremita Filoteo (1533 d.C.).

Per comporre i pezzi di questa Russia ideale, bisogna che nasca un superuomo, un moderno Messia. Un canone arcano gli impone, prima di agire, di aspettare la data fatale: il momento in cui sarà finita una grande peste, la Morte Nera che falcerà i popoli, come indicato nell’Apocalisse. A quel punto la messe sarà pronta. Il “Raccoglitore di tutte le terre russe” è l’appellativo che spetta al mitico condottiero, consacrato a ciò che nel suo ambiente è noto come “il Piano”.
Parlando ai giornalisti, nel corso di una conferenza stampa con Olaf Scholz il 15 febbraio 2022, Putin malignamente profetizzò enigmatico: «Tutto procederà secondo il Piano». Alla domanda sulla consistenza del Piano si rifiutò di rispondere, tuttavia ribadì con insistenza: «Il Piano, noi sappiamo qual è». Nel suo successivo discorso rivolto alla nazione russa ha poi ribadito: «Noi procediamo secondo il Piano».
(Il Piano, come possiamo vedere oggi, a quanto pare prevedeva bombardamenti di civili; prevedeva migliaia di orfani, vedove, incendi, bambini uccisi; prevedeva braccia e gambe strappate ai giovani soldati russi freschi di leva; prevedeva che la centrale atomica di Zaporizhia si trasformasse in una bomba a orologeria, che le scorie atomiche di Chernobyl fossero minacciate dai colpi dei razzi, che gli abitanti dell’Europa divenissero ostaggi dei ricatti energetici…)

La citata Nuova Cronologia non viene fuori dal nulla ma ha dietro l’ennesimo ideologo: è stata teorizzata dal professor Anatolij Fomenko.
Fomenko (qui il suo profilo Wikipedia) parte da una fantasiosa supposizione secondo la quale tutta la storia umana sarebbe stata falsificata a bella posta nel XVI Secolo da cronisti europei capeggiati da Joseph Justus Scaliger, italianizzato in Giuseppe Giusto Scaligero (1540–1609, storico, scrittore e umanista francese di origine italiana, inventore del giorno giuliano). Per “falsificata” si intende proprio materialmente: sarebbero stati rimpiazzati tutti i libri in tutte le biblioteche del mondo, mettendo al loro posto «libri falsi, prodotti da conoscitori della calligrafia antica, con l’utilizzo di pergamene invecchiate e di inchiostri diluiti per farli sembrare pallidi, con l’apposizione di sigilli contraffatti» (!). Astutamente, i regnanti di quell’Occidente chiassoso e frammentato si sarebbero messi in combutta con i Romanov, una «dinastia di veri impostori e falsari di stirpe tedesca», e con la loro complicità sarebbero riusciti a falsificare i libri di Storia, cancellando il glorioso passato dei russi. In tal modo «fu inculcato ai russi un complesso di inferiorità» che segnò da allora in poi tutti gli eventi della Storia moderna.
Ora è arrivato il tempo di «ripristinare la giustizia e porre fine all’umiliazione storica del grande popolo russo». E incombe la minaccia che questa delirante “cronologia” possa persino entrare a fare parte dei programmi di studio della scuola dell’obbligo nella Federazione Russa.

Storia e struttura del “putinismo”

Ci sono un luogo e una data di nascita del putinismo, sistema di potere di incerta natura, eppure candidato a sopravvivere al suo demiurgo: Lubjanka, quartiere generale del Servizio federale di sicurezza (FSB), agosto 1998. È allora che Vladimir Vladimirovič Putin, appena nominato capo dell’intelligence russa, comincia a piazzare ai piani alti del Servizio amici, colleghi, sodali trasferiti a Mosca dalla natia San Pietroburgo. Molti sono lì ancora oggi, alcuni nella cerchia più stretta del presidente russo, centro di quella galassia che da oltre un ventennio si allarga, si contrae, perde pianeti e altri ne acquisisce.

Il putinismo è dinamico, materia plasmata nel tempo, con forme e contenuti in continuo movimento. La salvezza dello Stato e la difesa dei suoi interessi sono da sempre la costante, corredata di mutevoli obiettivi e strumenti per perseguirli. Putin arriva al potere sulla scia del caos degli anni Novanta, scelto da una cupola di oligarchi a cui serve un successore di Boris Eltsin, abbastanza malleabile da cambiare tutto per non cambiare niente e lasciarli quindi padroni del Cremlino.
Il prescelto si rivela però tutt’altro che mansueto. Putin si rivolta contro i suoi mandatari, espelle dal sistema chi non si sottomette, inserisce nei gangli del potere un esercito di amici e sodali dei tempi del KGB: fedeltà prima di tutto. Chi sottoscrive resta libero di fare più o meno quello che vuole. L’unico comandamento che non ammette deroghe riguarda lo Stato, che deve tornare solido dentro per poter pesare fuori dai propri confini.

Il paradigma dell’organizzazione gerarchica è cambiato molto da quando Putin è entrato al Cremlino, Capodanno 2000. In principio c’era la “democrazia gestita”, con lo Stato, ovvero il nuovo capo, a decidere quando le regole democratiche potevano funzionare o invece serviva un’aggiustata. Regime manuale, democrazia amministrata nell’accezione scelta dall’allora consigliere Gleb Olegovič Pavlovskij, lo stesso che coniò la dicitura “sistema Putin” per indicare il complesso mondo del potere putiniano.
I presupposti per la guida automatica verranno costruiti nel tempo. Il “sistema” di inizio anni Duemila aveva una sua forma di pluralismo. Vi erano rappresentati i tecnocrati liberal difensori delle riforme economiche e aperti all’Occidente, figure come Anatolij Čubajs, regista delle privatizzazioni degli anni Novanta sopravvissuto a ogni cambio di stagione (fino all’invasione dell’Ucraina, che lo ha convinto a espatriare). C’erano gli “intellettuali” di San Pietroburgo, economisti, avvocati che credevano nel futuro europeo della Russia, nello Stato di diritto, nella società civile. Come i liberali, ammettevano che il cammino sarebbe stato lungo. Nel frattempo il Paese andava “gestito”.
E c’erano naturalmente i Siloviki, gli uomini degli apparati della forza, fautori dello Stato accentrato e controllore dell’economia dopo l’espulsione degli oligarchi degli anni Novanta e l’installazione dei nuovi magnati putiniani. I Siloviki della prima ora erano accomunati dal passato nel KGB o sulle rive della Neva. Col tempo sono arrivati altri uomini forti da altre esperienze e regioni, ma lo spirito di corpo non è mutato: tutti d’accordo che la missione della classe dirigente sia quella di riportare la Russia allo status di potenza, possibilmente “super”. Con quale forma di governo, con quali istituzioni è sempre stata questione secondaria per i cekisti. E Putin è cekista in capo da oltre un ventennio.

[Il termine “čekist” viene usato comunemente per indicare gli agenti dei servizi russi. Deriva da Čeka (Črezvyčajnaja Kommissija), la “Commissione speciale per la lotta alla controrivoluzione e il sabotaggio presso il Consiglio dei commissari della Federazione Russa sovietica” che fu il primo organo di polizia sovietico, voluto da Lenin nel 1917.]

Gleb Pavlovskij e Anatolij Čubajs

Tra il 2003 e il 2005, quando le “rivoluzioni colorate” accerchiano la Federazione Russa, il cambio manuale non basta più. Le proteste di piazza stravolgono scena politica ed equilibri geopolitici in Ucraina, Georgia, Kirghizistan, per un soffio non segue l’Uzbekistan. A Mosca si vede la mano americana. L’alchimista politico del Cremlino, Vladislav Surkov, lancia la “democrazia sovrana”, teoria secondo cui la Russia debba seguire una via che tenga conto delle sue specificità e non seguire i dettami occidentali. Quindi basta con le ricette imposte dall’esterno durante gli anni eltsiniani, quando non c’erano le forze per opporsi. Il nuovo modello sa in realtà di antico, ritesse i legami tra centri di potere locale e il centro federale rappresentato da una figura forte, in grado di regolare il tutto. Era così ai tempi dello zar e delle gubernii e così sarà di nuovo, imbrigliando i troppi interessi regionali che producono instabilità. Tutto noto: l’autocrate come sintesi delle istanze generate dall’enorme territorio dell’impero, oggi Federazione multietnica, multiconfessionale, con mille forme di disparità. Concretamente, dal 2004 in poi il processo elettorale viene sterilizzato e i soggetti federali depotenziati tramite il rafforzamento della verticale del potere. E si rompe il tabù post-sovietico: la Russia, dice Surkov, ha bisogno di una ideologia.

Il problema è che l’idea di “democrazia sovrana” è strumentale, non può conquistare l’immaginario collettivo e presto non interessa più nessuno. Anche Putin smorza gli entusiasmi sul finire del suo secondo mandato. Non gradisce che il concetto suoni “difensivo” e non centrato sulla società russa, poiché «la sovranità è qualcosa che ci parla dei nostri rapporti con il mondo esterno mentre la democrazia è una nostra dimensione interna». Tuttavia, aggiunge, «la Russia è un Paese che non può esistere se non viene difesa la sua sovranità».

Fine di una stagione, ne inizia un’altra, tuttora in corso. Dopo quattro anni di pausa dal Cremlino nel nome del rispetto della costituzione, Putin vi torna nel 2012 tra le proteste che sono un’umiliazione e una sfida. Il capo dello Stato è rincorso dall’idea sempre più fissa della minaccia americana, ora non solo ai confini ovest lambiti dall’espansione della NATO ma anche dentro, contro di lui personalmente. Scatta così la svolta conservatrice e autoritaria da cui la Russia non tornerà più indietro. Famiglia, radici cristiane, memoria storica, patriottismo: negli ultimi dieci anni il putinismo nella sua funzione di collettore valoriale si è posizionato in crescente opposizione all’Occidente. La narrazione è imperniata sulla Russia sotto assedio, alternativa a una civilizzazione condannata a definitivo declino per negazione delle proprie radici. In questo senso è sottinteso un soft power russo a un certo punto messo alla prova con i sovranisti di mezza Europa. Ma ufficialmente Mosca professa la non ingerenza: niente da insegnare e niente da imparare, ripetono da anni i vertici moscoviti, la Russia non esporta modelli di società, contrariamente a quanto fanno gli americani. Forse anche perché un modello compiuto non c’è. In ogni caso non c’è un’ideologia sistematizzata e nel tentativo di tenere assieme il tutto si affiancano elementi in contraddizione, come la multietnicità e l’etnonazionalismo russo, il cristianesimo fondativo e la multiconfessionalità.

La revisione della costituzione russa del 2020 ha fissato gli ideali putiniani quali princìpi fondamentali dello Stato. Nella Carta rinnovata è citato Dio (pur riaffermando la laicità dello Stato), la famiglia è centrale (e il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna), la «memoria degli avi» è da venerare, in particolare quella della grande vittoria sul nazismo. Lo Stato si impegna a difendere questi valori tradizionali, come pure a proteggere i russi che vivono all’estero, a tutelare l’«identità culturale russa». Il primato dei russi sulle altre etnie non viene esplicitato, ma suggerito dalla definizione del russo come «lingua del popolo costitutivo, che fa parte dell’unione multietnica dei popoli eguali della Federazione». Mentre le cronache di tutto il mondo si concentravano sull’estensione al 2036 della possibile permanenza di Putin al potere, la riforma ha aperto la strada a un filone legislativo votato alla difesa dell’ordine costituito e tradotto in nuove norme dalla “fotocopiatrice del Cremlino”, cioè la Duma, il parlamento.
I princìpi putiniani sono stati poi riversati nella nuova Strategia di sicurezza nazionale, pubblicata nel 2021. Come prima necessità nell’aggiornamento strategico è indicata «la preservazione del popolo russo e lo sviluppo del suo potenziale umano». Il documento prevede una fase di aumentata conflittualità con l’Occidente, il cui dominio «è al tramonto» e proprio per questo si fa «più pericoloso» per la Russia. Queste generiche linee guida sono diventate manuale di uso quotidiano, compresa la «sicurezza dell’informazione» citata nella Strategia, che già faceva presagire ulteriori restrizioni per i media e per l’uso dei social. Facili profezie in una Russia che si preparava alla fase bellica.

Alla stregua della nuova Strategia, la quasi-ideologia putiniana è difensiva ein fin dei conti manca di un progetto, di una visione capace di proiettarsi verso le generazioni future. Si prefigura l’avvento di un mondo multipolare dove finalmente la Russia potrà «contare quando le spetta». Si mette sul piatto l’apocalisse finale, con quell’afflato da Terza Roma che non lascerà mai posto a una Quarta, come profetizzava Filofej di Pskov nel XVI Sec. e come meno misticamente ammonisce oggi il Cremlino: «Mosca potrebbe ricorrere all’arma nucleare in caso di minaccia esistenziale al Paese».

Se l’afflato ideologico potrebbe non durare, si prospetta longevo il paradigma del potere nei suoi attuali meccanismi, propagati dalla mancanza di istituzioni forti e dallo spirito corporativo dei gruppi che compongono le élite russe. La commistione di interessi privati e pubblici fa da mastice, perché la tenuta dell’insieme è la migliore garanzia per il singolo tornaconto.
In grande sintesi, la corruzione che erode le istituzioni russe dall’interno rafforza i principati e gli accordi tra i vari potenti, mentre chi esce dal coro viene «sputato sul marciapiede».

L’economia con Putin non ha mai brillato: i numeri

Spingere la Russia a investire sul debito pubblico italiano era uno degli scopi della missione 2018 di Giuseppe Conte in Russia. E durante il suo famigerato viaggio a Mosca il capo della Lega e ministro degli Interni (figura che fin da Minniti va più in giro del titolare degli Esteri), Matteo Salvini, era stato ancora più esplicito: «Se voi russi avete titoli da comprare, noi abbiamo bisogno di vendere qualche miliardo di euro di BTP alle prossime aste, così lo spread si abbassa e siamo più tranquilli».

La Russia è sì un Paese geograficamente molto grande — è la nazione più estesa del mondo — e con capacità militari di primo piano: ma è un nano dal punto di vista economico. È da poco uscita da una recessione che ha messo a dura prova la tenuta dei suoi conti pubblici e che ha costretto Putin a una riforma delle pensioni con cui ha portato l’età di pensionamento per gli uomini a pochi anni dall’aspettativa di vita media (65 anni la prima, 67 la seconda: significa che un cittadino russo può aspettarsi di trascorrere in pensione in media appena due anni).

Un default lungo 20 anni: tra un’inflazione galoppante, salari bassi e un sistema economico fondato principalmente su petrolio e gas, la Russia da anni vive in affanno. Ora le sanzioni occidentali in risposta all’invasione dell’Ucraina hanno fatto precipitare la situazione, velocizzando le crisi aziendali e il tracollo del rublo. Con una esposizione di svariati miliardi di dollari, il Paese ora rischia davvero la bancarotta.

Il Pil russo è più basso di quello italiano

Va detto però che Vladimir Putin non ha mai brillato per capacità economica. Dal suo insediamento (nel 1999) in poi, la potenza è rimasta sulla carta: non è mai davvero diventata tale, a differenza — per esempio — della Cina. I numeri, confrontati con quelli del nostro Paese, aiutano a comprendere il quadro: il Pil russo è stabilmente più basso rispetto a quello dell’Italia, a fronte di una popolazione di 144 milioni di abitanti, più del doppio di quella italiana. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2020, il prodotto interno lordo ammontava a 1.483 miliardi di dollari contro i 1.886 dell’Italia. Certo, da anni si sente il peso delle precedenti sanzioni, quelle adottate nel 2014 dopo l’annessione della Crimea, che hanno rallentato la crescita. Il picco massimo del Pil russo si è registrato nel 2013 con 2.229 miliardi di dollari, giusto leggermente meglio dell’Italia che in quell’anno si era attestata su 2.141, avvertendo l’onda lunga della recessione iniziata nel 2008. Insomma, dati che non hanno mai fatto gridare al miracolo economico per la Russia, che successivamente ha subito il controsorpasso di Roma.

L’economia russa è dipendente dall’export di gas e petrolio

Eppure Putin aveva promesso un vasto programma di ammodernamento del Paese dopo il tracollo economico del 1998 che aveva portato alla svalutazione del rublo. Il governo si dichiarò inadempiente per quanto riguarda il debito interno. Allo stesso tempo annunciò una moratoria sul rimborso del debito estero. In questo contesto Putin, con grandi promesse, iniziò la sua scalata prendendo il posto di Boris Eltsin. La ripartenza, in realtà, è stata legata principalmente all’aumento dei prezzi del petrolio, materia prima che è alla base dell’export russo, insieme al gas. Così l’export di queste materie prime ha fatto volano alla ripresa. Un balzo che comunque non hai raggiunto mai livelli occidentali. Ancora altre cifre sono significative. Il reddito pro capite, nel 2020, era di 10.126 dollari, su livelli inferiori rispetto a quelli del 2008 quando era sopra gli 11 mila dollari. In 12 anni, insomma, c’è stata una contrazione. L’apice, come prevedibile, è stato toccato nel 2013, prima delle sanzioni, con 15 mila dollari di reddito pro capite. Per rendere la proporzione, però, in quello stesso anno e quindi sempre dopo la lunga recessione, in Italia era superiore ai 35 mila euro. Perciò, a leggerla con una lente decennale, l’èra di Putin è caratterizzata da una sostanziale stagnazione senza un miglioramento sostanziale.

Il livello di disoccupazione si attesta sul 4 per cento

Qualche risultato migliore è giunto sull’occupazione. Il presidente russo ha raccolto un’eredità disastrosa, come era prevedibile: nel 1999 il tasso di disoccupazione era al 13 per cento. Il trend positivo lo ha portato fino al 6 per cento del 2007. Successivamente c’è stata una lieve nuova impennata, che ha portato il dato all’8,3 per cento nel 2008. La curva, però, è tornata a calare negli anni successivi, toccando il minimo del 4,5 per cento nel 2019. Dal 2020, infatti, è ripresa a salire andando sopra il 5 e proseguendo in maniera oscillante fino ai giorni precedenti all’invasione dell’Ucraina. Stando a quanto riferito dal Fondo Monetario Internazionale sarebbe di nuovo al 4 per cento.

L’inflazione oscilla tra il 7 e il 3 per cento

Un altro indicatore dello stato di salute tutt’altro che eccellente riguarda l’inflazione. A fronte di una crescita modesta, i prezzi sono sempre aumentati negli anni. Nel 2021 secondo il Fondo Monetario Internazionale era del 5,9 per cento. Nel 2020 del 3,4 per cento. E si parla di anni in cui la situazione era migliorata. Nel 2005 era al 12,7 per cento. Mentre nel 2015 è risalita toccando il 15,5 per cento. Muovendosi, negli anni successivi, tra il 7 e il 3 per cento. Mentre i redditi restavano fermi. Come l’economia della Russia putiniana.

La Russia si conferma uno dei Paesi con più disuguaglianza al mondo

Se ne è già parlato in uno dei primi capitoli di questa inchiesta. Uno dei dati economici che colpisce di più è quello relativo alla disuguaglianza. Nel World Inequality Report 2018 pubblicato da Thomas Piketty e dal suo team emergeva come la forbice della ricchezza fosse tornata ai livelli del 1905, in epoca zarista. Se ai tempi della prima rivoluzione russa il 10 per cento più ricco della società riceveva il il 47 per cento delle entrate nazionali e il 50 per cento più povero il 17 per cento, nel 2016 il 10 per cento dei ricchi si intascava il 45,5 per cento delle entrate mentre il 50 per cento dei meno abbienti solo il 17. Si stima che lo 0,01 per cento della popolazione russa guadagni 2524 volte più della media che si aggira sui 23 mila dollari. Nel 2017 i russi sotto il livello di povertà erano più di 20 milioni, concentrati soprattutto in Siberia. E contro la fame, si sa, non c’è propaganda che tenga.

Fare grandi nozze coi fichi secchi

La vocazione imperiale sta nei cromosomi di una nazione, della sua classe dirigente, e non è solo questione di forza, ma anche di astuzia. E di Storia. Questo Paese ha prodotto una delle grandi culture — tra letteratura, musica e arti — dell’umanità, e da molto tempo cerca di non essere inferiore a nessuno quanto ad armi e capacità strategica: ma ha sempre fatto vivere il suo popolo assai meno bene di quanto non si viva da tempo nelle terre bagnate da Reno, Senna, Po, Tamigi ed Ebro. Eppure questo Paese vorrebbe porsi come modello di una nuova èra, come un secolo fa si atteggiava a faro della rivoluzione mondiale.
A giugno 2019, intervistato dal Financial Times, Putin aveva decretato la fine del liberalismo (teoria storica con varie identità ma sempre basata su libertà individuali, consenso dei governati e uguaglianza di fronte alla legge) ormai «sopravvissuto a se stesso», che ha «esaurito i suoi scopi» e minato dalla crescente ostilità degli elettori verso l’immigrazione, il multiculturalismo e i valori laici a spese di quelli religiosi. Putin vede in atto quindi anche nel mondo occidentale «una trasmigrazione dal liberalismo al nazional-populismo». E insiste sulla conseguente «fine dell’ordine internazionale creato dall’Occidente dopo il 1945». È un punto fermo moscovita a partire dalla crisi finanziaria del 2008: “la prova che l’Occidente non funziona più”.
Il guaio per il nuovo zar ex-agente del KGB è però che, in economia e finanza, neppure l’oriente russo ha mai funzionato.

Per Mosca una crisi profonda e uno smantellamento dell’Unione Europea sarebbe il coronamento di una politica secolare che ha visto nell’Europa occidentale da sempre una minaccia dovuta prima di tutto ai successi economici di quelle piccole nazioni oggi militarmente insignificanti ma, rispetto alla Russia, terribilmente più produttive anche se “moralmente corrotte” (cosa che una certa cultura russa ripete da almeno 150 anni). Dagli zar a Lenin, a Stalin, a Putin, la “finlandizzazione” dell’Europa è stato un sogno, prima molto ardito nell’epoca d’oro dell’industrializzazione e del potere europeo (1830–1913), poi a portata di mano nel 1945 — non foss’altro per l’innaturale “ritorno” in Europa degli americani nel ’47, con la NATO, e, poco dopo, le istituzioni europee —. Finlandizzazione, per i Russi, vuol dire una cosa molto semplice: simbiosi fra industria europea e materie prime russe, e rispetto dalla Vistola alla Manica per la diplomazia ex-sovietica e i suoi missili.

Putin, insomma, si offre agli europei come soluzione.
Per chi volesse un trattato sul putinismo, un lungo articolo uscito nel febbraio 2019 sulla Nezavisimaya Gazeta e riassunto subito da alcuni giornali occidentali è un testo base. Lo ha scritto Vladislav Surkov, 55 anni, madre russa e padre ceceno, uomo d’affari e politico, già vicepremier e ideologo ufficioso della russia putiniana e dal 2013 consulente personale di Putin. Surkov è il padre della formula della managed democracy, affidata a «un capo capace di ascoltare capire e vedere», migliore di quella «illusione di poter scegliere» che la democrazia formale occidentale (la definivano così anche i bolscevichi) «promette e non mantiene».
Il putinismo è «l’ideologia del futuro», sostiene Surkov, e «l’algoritmo politico» di Putin ha capito le cause della volatilità e per questo è «sempre più seguito anche dai leader occidentali, spinti a offrire certezze e quindi nazionalismo». Il nazionalismo trionfante sarebbe la fine definitiva del sistema multilaterale americanocentrico e dell’Unione Europea, e una grande vittoria russa. La Russia vive con Putin, dice Surkov, la quarta delle sue stagioni di grandezza (!), dopo quelle di Ivan il Terribile, di Pietro il Grande e di Lenin, e sarà presto riconosciuta come «faro del mondo intero» (!). È ormai avviato «un secolo glorioso» per il sistema politico putiniano. Putin «gioca con i meccanismi mentali dell’Occidente», continua Surkov, «che non sanno come muoversi a fronte delle loro nuove prese di coscienza».

Le ambizioni putiniane non sono però supportate né da un accettabile funzionamento del sistema russo, che è una cleptocrazia dove lo stesso vertice ruba a man bassa, né da una sufficiente capacità produttiva. «Nonostante i suoi sogni di grandezza», dichiara Nina L. Khrushcheva, discendente del mitico Nikita Sergeevič Chruščëv (“Krusciov” era suo nonno), insegnante di relazioni internazionali alla New School di New York, «la Russia assomiglia a una piccola ex colonia dove ogni generale al potere vuole poter vantare un dottorato di ricerca solo per poter aumentare i suoi profitti». Non è una storia del tutto nuova. Piero Melograni, uno dei massimi storici italiani contemporanei, ricordava che l’Europa dell’Est, impero zarista incluso, era il 17% del prodotto mondiale nel 1913 e l’8% nel 1992 «dopo decenni di una disastrosa economia pianificata». Oggi il salario medio russo secondo Rosstat è di circa 580 euro e arriva nelle maggiori città a circa 1.200 (statistiche ufficiali ai quali non molti credono: le cifre realistiche sono inferiori di quasi la metà), e solo grazie a un’economia in nero stimata doppia rispetto a quella italiana ci si arrangia e si tira avanti.

La guerra e il terrore
La catastrofe intellettuale di Vladimir Putin

— di Paul Berman

Vladimir Putin potrebbe essere uscito di senno, ma è anche possibile che abbia semplicemente osservato le cose attraverso una particolare lente che appartiene alla tradizione russa. E che abbia agito di conseguenza. Invadere i vicini non è, dopo tutto, una cosa inedita per un leader russo. È una cosa abituale. È senso pratico. È un’antica tradizione. Ma quando cerca una retorica aggiornata che riesca a spiegare a se stesso e al mondo le ragioni di quest’antica tradizione, Putin fa fatica a trovare qualcosa.

Si aggrappa a retoriche politiche che risalgono a tempi ormai lontani. E si disintegrano nelle sue mani. Fa dei discorsi e scopre di essere senza parole, o quasi. E questa potrebbe essere stata la prima battuta d’arresto, ben prima delle battute d’arresto patite dal suo esercito. Però non si tratta di un fallimento psicologico. Si tratta di un fallimento filosofico. Gli fa difetto un adeguato linguaggio per fare analisi: e, di conseguenza, gli fa difetto la lucidità.

Il problema che Putin sta cercando di risolvere è l’eterno dilemma russo, e cioè il vero «indovinello, avvolto in un mistero, all’interno di un enigma» che Winston Churchill attribuì alla Russia (e che non sarebbe mai riuscito a risolvere, anche se riteneva che l’«interesse nazionale» offrisse una chiave). È il dilemma su che cosa fare riguardo a uno stranissimo e pericoloso squilibrio nella vita russa.
Lo squilibrio consiste nella coesistenza, da un parte, della grandeur della civiltà russa e della sua geografia (che costituisce un’enorme forza) e, dall’altra, di una strana e persistente incapacità di costruire uno Stato resiliente e affidabile (che costituisce un’enorme debolezza). Nel corso dei secoli i leader russi hanno cercato di affrontare questo squilibrio costruendo le più criminali fra le tirannie, nella speranza che la brutalità avrebbe compensato la carenza di resilienza. E hanno accompagnato la brutalità con una politica estera insolita, diversa da quella di qualunque altro Paese, una politica estera che sembrava servire allo scopo.

Grazie alla brutalità e all’insolita politica estera lo Stato russo è riuscire ad attraversare il XIX Secolo senza collassare — e questo è stato un successo. Ma nel XX Secolo lo Stato è collassato due volte. Il primo collasso, nel 1917, consentì l’ascesa al potere di estremisti, di pazzi e di alcune delle peggiori sciagure della storia del mondo. Nikita Chruščëv e Leonid Brežnev riportarono lo Stato a una condizione di stabilità.
Poi lo Stato russo crollò di nuovo. Il secondo collasso, nell’epoca di Michail Gorbacëv e Boris Eltsin, non fu altrettanto disastroso. Eppure, l’impero scomparve, scoppiarono delle guerre lungo i confini meridionali della Russia, l’economia si disintegrò e crollò l’aspettativa di vita. Questa volta fu Putin a guidare la ripresa. In Cecenia lo fece con un grado di criminalità che qualifica soltanto lui, tra i combattenti dell’attuale guerra, per un’accusa di genocidio o qualcosa del genere.

Ma Putin non è stato più abile di Chruščëv e di Brežnev nel tentativo di raggiungere un successo definitivo, e cioè la creazione di uno Stato russo abbastanza solido e resiliente da evitare ulteriori collassi. La cosa lo preoccupa. Con tutta evidenza lo getta nel panico. E le sue preoccupazioni lo hanno condotto a considerare il problema dal punto di vista che in passato hanno adottato, uno dopo l’altro, tutti i suoi predecessori — un punto di vista che ha versioni diverse, ma che di fatto è sempre lo stesso.
Questo punto di vista è come una specie di paranoia climatica. Si tratta della paura che i princìpi caldi della filosofia liberale e delle pratiche repubblicane provenienti dall’Occidente, spostandosi verso Est, possano scontrarsi con le nubi ghiacciate dell’inverno russo e che da questa collisione nascano delle violente tempeste a cui nulla sopravvivrà. Si tratta, in breve, della convinzione secondo cui i pericoli per lo Stato russo sono esterni e ideologici e non interni e strutturali.

La prima di queste collisioni, quella originaria, prese una forma molto rozza e non ebbe le caratteristiche delle successive collisioni. Ma fu traumatica. Stiamo parlando dell’invasione della Russia da parte di Napoleone nel 1812, che mandò a sbattere la Rivoluzione Francese, in una sua forma deteriorata e dittatoriale, contro il medievalismo congelato degli zar. La collisione tra la Rivoluzione Francese e gli zar portò l’esercito francese fino all’incendio di Mosca e l’esercito zarista fino a Parigi.
Ma le collisioni tipiche, quelle che si sono verificate ripetutamente nel corso dei secoli, sono sempre state filosofiche, mentre gli aspetti militari sono rimasti confinati alla reazione russa. Un decennio dopo l’ingresso dell’esercito zarista a Parigi, una cerchia di aristocratici russi, influenzati dalla Rivoluzione Francese e da quella americana, adottò delle idee liberali. E organizzò una cospirazione in nome di una nuova Russia liberale. Questi aristocratici furono arrestati ed esiliati e il loro progetto fu sbriciolato. Ma lo zar, che era allora Nicola I, non si fidò un granché della sua vittoria su di loro. E reagì adottando una politica che proteggesse per sempre, in un modo migliore, lo Stato russo dai rischi di sovvertimento.

Nel 1830 scoppiò una nuova rivoluzione francese che diffuse analoghe aspettative liberali qui e là in Europa, e soprattutto in Polonia. Nicola I si rese conto che un rivitalizzarsi del liberalismo ai confini del suo Paese era destinato a rinvigorire le cospirazioni degli aristocratici liberali arrestati ed esiliati. Reagì invadendo la Polonia. E, per buona misura, inghiottì lo Stato polacco, inglobandolo nell’impero zarista.

Nel 1848, in Francia, scoppiò un’altra rivoluzione, che condusse ad ancor più diffuse insurrezioni liberali e repubblicane in tutta Europa — si trattò quasi di una rivoluzione continentale, e fu un’indicazione chiara che in Europa stava cercando di emergere con tutte le forze una nuova civiltà, che non era più monarchica né feudale e che non avrebbe più ubbidito ai voleri di nessuna chiesa che esercitasse il potere in un dato luogo, una nuova civiltà fatta di diritti umani e di pensiero razionale. Ma la nuova civiltà era esattamente ciò che Nicola I aveva temuto. Lo zar reagì invadendo l’Ungheria. Queste due invasioni da lui condotte — quella della Polonia e quella dell’Ungheria — dal punto di vista di Nicola I furono guerre di difesa che avevano assunto la forma di guerra d’aggressione. Erano “operazioni militari speciali” progettate per impedire il diffondersi di idee sovversive in Russia grazie alla distruzione dei vicini rivoluzionari, con l’ulteriore speranza di estirpare le aspirazioni rivoluzionarie da un territorio ancora più vasto.

Le guerre ebbero successo. La rivoluzione continentale del 1848 andò incontro a una sconfitta continentale e Nicola I ebbe una parte importante in tutto questo. Fu il “gendarme d’Europa”. E lo Stato zarista durò per altre due o tre generazioni, finché tutto quello che Nicola I aveva temuto alla fine accadde davvero e l’ispirazione proveniente dai socialdemocratici tedeschi e da altre correnti liberali e rivoluzionarie dell’Occidente penetrò disastrosamente proprio nella sua Russia. Era il 1917. E lo zar era allora il suo bisnipote Nicola II.

Il fragile Stato russo andò a fondo. E riemerse come una dittatura comunista. Ma la dinamica di base rimase la stessa. Sui liberali e sulle correnti liberalizzatrici provenienti dall’Occidente Stalin aveva una visione identica a quella di Nicola I, anche se il vocabolario con cui Stalin esprimeva i suoi timori non era lo stesso usato dallo zar. Stalin si impegnò a distruggere ogni aspirazione liberale o liberalizzatrice in Unione Sovietica. Ma si impegnò a distruggerle anche in Germania — e anzi questo fu uno dei primi obiettivi della sua politica verso la Germania, che si prefiggeva di distruggere i socialdemocratici prima ancora che i nazisti. E lo fece anche in Spagna, durante la guerra civile: lì la sua politica si prefiggeva di distruggere gli elementi non comunisti della sinistra spagnola altrettanto (se non più) che di distruggere i fascisti. Quando la Seconda Guerra Mondiale terminò, Stalin si impegnò a distruggere quelle stesse aspirazioni in tutte le parti d’Europa che erano cadute sotto il suo controllo.
È vero che era uno squilibrato. Ma anche Chruščëv, che non era uno squilibrato, si rivelò essere un Nicola I. Nel 1956, quando l’Ungheria comunista decise di esplorare delle possibilità vagamente liberali, Chruščëv individuò in questo un pericolo mortale per lo Stato russo e fece la stessa cosa che aveva fatto Nicola I. Invase l’Ungheria. Poi salì al potere Brežnev. E si rivelò uguale anche lui. Tra i leader comunisti della Cecoslovacchia si fece strada un impulso liberale. E Brežnev invase la Cecoslovacchia. Questi erano i precedenti quando Putin, nel 2008, decise l’invasione su piccola scala di una Georgia che era da poco diventata liberale e rivoluzionaria. E quando poi, nel 2014, decise l’invasione della Crimea, che faceva parte della rivoluzionaria Ucraina.

Ciascuna di queste invasioni del XIX, XX e XXI Secolo avevano l’obiettivo di preservare lo Stato russo, impedendo che una brezza puramente filosofica di pensieri liberali e di esperimenti sociali potesse fluttuare al di là del confine. E gli stessi ragionamenti hanno condotto all’invasione più feroce di tutte, che è quella che sta avvenendo proprio ora. L’unica differenza è che Putin si è imbattuto in un problema di linguaggio, o di retorica, che non aveva afflitto nessuno dei suoi predecessori. Nicola I, negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, sapeva benissimo come descrivere le sue guerre contro le idee e i movimenti liberali dell’Europa Centrale. Lo faceva evocando i principi di un ideale monarchico mistico e ortodosso. Lui sapeva a favore di che cosa e contro che cosa si batteva. Era il campione della vera Cristianità e della tradizione consacrata ed era il nemico dell’ateismo satanico, dell’eresia e del disordine rivoluzionario. I suoi princìpi suscitavano disgusto tra gli amici della Rivoluzione Francese e di quella americana. Ma suscitavano rispetto e ammirazione tra gli amici dell’ideale monarchico e dell’ordine, che, anche grazie al suo aiuto, erano dominanti in Europa. I suoi princìpi erano nobili, solenni, grandiosi e profondi. Erano, per certi versi, dei princìpi universali e questo li rendeva degni della grandeur russa — erano dei princìpi buoni per l’intera umanità, sotto la guida della monarchia russa e della Chiesa ortodossa. Erano dei princìpi vivi, fondati nella realtà del tempo, benché fossero nascosti dietro il fumo e l’incenso, e ponevano lo zar e i suoi consiglieri nella posizione di pensare con lucidità e in modo strategico.

Anche Stalin, Chruščëv e Brežnev sapevano come descrivere le loro guerre contro i liberali e i sovversivi. Lo facevano invocando i princìpi del comunismo. Anche questi princìpi erano grandiosi e universali. Erano i princìpi del progresso umano — anche in questo caso sotto la guida della Russia — dei princìpi buoni per il mondo intero. Questi princìpi suscitavano sostegno e ammirazione in ogni Paese in cui c’era un forte partito comunista e talvolta anche fra i non comunisti, che accettavano l’argomentazione secondo cui le invasioni sovietiche erano antifasciste. Per queste ragioni, anche i princìpi comunisti erano altrettanto fondati nella realtà del tempo e questo metteva i leader comunisti nella posizione di fare i loro calcoli strategici con lucidità e sicurezza di sé.

Putin, invece, a quale dottrina filosofica potrebbe appellarsi? I teorici putiniani avrebbero dovuto confezionargliene una, qualcosa di magnifico, che fosse capace di generare un linguaggio utile a sviluppare un pensiero sull’attuale situazione della Russia e sull’eterno dilemma dello Stato russo. Ma i teorici lo hanno deluso. Avrebbe dovuto farli fucilare. Forse questo fallimento non è davvero colpa loro, ma questa non è una buona ragione per non fucilarli. Non si può confezionare una dottrina filosofica a comando, nel modo in cui chi scrive i discorsi scrive un discorso. Le dottrine forti o ci sono o non ci sono. E così Putin ha dovuto arrabattarsi con le idee che galleggiavano qua e là, afferrandone una e poi un’altra per poi legarle insieme con un nodo.

Non ha tratto quasi niente dal comunismo, fatta eccezione per l’odio verso il nazismo che è rimasto dalla Seconda Guerra Mondiale. Anche lui ha posto molta enfasi sul suo antinazismo e questa enfasi ha avuto un ruolo importante nel suscitare quel supporto che Putin è riuscito a raccogliere fra i suoi compatrioti russi. Ma, per altri versi, l’antinazismo non è un punto di forza della sua dottrina. Negli ultimi anni, i neonazisti in Ucraina hanno avuto visibilità, anche se soltanto in forma di graffiti sul muro e di saltuarie manifestazioni di piazza. Ma non hanno avuto un ruolo né grande né piccolo. Hanno avuto un ruolo irrilevante e questo significa che l’enfasi di Putin sui neonazisti ucraini, che è utile per la sua popolarità in Russia, introduce però una rilevante distorsione nel suo pensiero.
E da qui proveniva l’aspettativa, che è stata delusa, secondo cui un gran numero di ucraini, spaventati dai neonazisti, avrebbero guardato con gratitudine i carrarmati russi che transitavano lungo le strade. Ma non c’è alcun altro elemento del comunismo che sopravvive nel suo pensiero. Al contrario, Putin ha ricordato con dispiacere come le dottrine comuniste ufficiali del passato avessero incoraggiato l’autonomia dell’Ucraina invece di incoraggiare la sua sottomissione nell’ambito di una più grande nazione russa. La posizione di Lenin su quella che era abitualmente definita “questione nazionale” non è la sua stessa posizione.

Dal mistico ideale monarchico degli zar, invece, Putin ha tratto molte cose. Ne ha tratto il senso di un’antica tradizione, che lo porta a evocare il ruolo di Kiev nella fondazione della nazione russa nel IX Secolo e le guerre di religione del XVII Secolo fra la Chiesa Ortodossa (i bravi ragazzi) e la Chiesa cattolica (i cattivi ragazzi). L’ideale monarchico non è una forma di nazionalismo, ma Putin ha dato alla sua personale lettura del passato monarchico e religioso un’interpretazione nazionalista, al punto che la lotta dell’Ortodossia contro il Cattolicesimo si presenta come una lotta nazionale dei russi (che nella sua interpretazione comprendono gli ucraini) contro i polacchi. Putin evoca l’eroica rivolta dei Cosacchi che fu guidata, nel XVII Secolo, dall’atamano Bohdan Chmel’nyc’kyj, anche se sceglie di tralasciare con discrezione il ruolo aggiuntivo di Chmel’nyc’kyj come leader di alcuni dei peggiori pogrom della storia.

Ma non c’è nulla di grandioso né di nobile nella lettura nazionalista del passato fatta da Putin. La sua evocazione della storia della chiesa implica la grandezza della spiritualità ortodossa ma non sembra riflettere questa grandezza, quasi come se, per lui, l’Ortodossia fosse soltanto un pensiero secondario o un ornamento. Il suo nazionalismo ricorda soltanto in modo superficiale i vari nazionalismi romantici dell’Europa del XIX Secolo e degli anni che condussero alla Prima Guerra Mondiale. Quei nazionalismi del passato tendevano a essere varianti di un moto comune all’interno del quale ciascun singolo nazionalismo, ribellandosi contro l’universalismo dei dittatori giacobini e degli imperi multietnici, rivendicava di svolgere una missione speciale per l’intera umanità.
Tuttavia il nazionalismo di Putin non rivendica alcuna missione speciale di questo tipo. Non è un nazionalismo grandioso, ma un piccolo nazionalismo. È il nazionalismo di un piccolo Paese — un nazionalismo che ha una vocetta strana, come quella del nazionalismo serbo che negli anni Novanta sbraitava su avvenimenti del XIV Secolo. È, sia chiaro, una voce arrabbiata: ma non ha il tono profondo e tonitruante dei comunisti. È la voce del rancore nei confronti dei vincitori della Guerra Fredda. È la voce di un uomo la cui dignità è stata offesa. Le “invasioni di campo” di una NATO trionfante lo fanno infuriare. E cova la sua rabbia.
Ma anche il suo rancore manca di grandeur. E manca, in ogni caso, della capacità di dare spiegazioni. Gli zar potevano spiegare perché la Russia aveva suscitato l’inimicizia dei rivoluzionari liberali e repubblicani: ciò era avvenuto perché la Russia difendeva la “vera fede”, mentre i liberali e i repubblicani erano i nemici di Dio. Allo stesso modo, anche i leader comunisti potevano spiegare perché l’Unione Sovietica si era fatta a sua volta dei nemici: ciò era avvenuto perché i nemici del comunismo sovietico erano i difensori della classe capitalista e il comunismo costituiva il disfacimento del capitalismo.
Putin, invece, parla di “russofobia”, e questo implica un odio irrazionale, qualcosa che non si può spiegare. E, nel suo rancore, non punta neppure a qualche virtuoso obiettivo supremo. Gli zar credevano che avrebbero potuto offrire la vera fede all’umanità solo sconfiggendo i sovversivi e gli atei. E i comunisti credevano che, dopo aver sconfitto i capitalisti e i fascisti, che sono lo strumento del capitalismo, la liberazione del mondo sarebbe stata a portata di mano. Ma il rancore di Putin non indica un futuro radioso. È un rancore che guarda al passato e che non ha un volto rivolto al futuro. Dall’utopia alla retropia, con l’esaltazione di un passato di potenza mondiale da rivendicare.

Stavolta, quindi, si tratta di un nazionalismo russo che non ha nulla che possa attirare il sostegno di qualcun altro. In alcune parti del mondo ci sono persone che sostengono Putin nella guerra che sta conducendo in questo momento. Lo fanno perché albergano un loro personale rancore verso gli Stati Uniti e i Paesi ricchi. O lo fanno perché conservano la gratitudine per aver ricevuto aiuto dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. E ci sono serbi che sentono un legame fraterno. Ma quasi nessuno sembra condividere le idee di Putin. Non c’è niente che si possa condividere. E non c’è nessuno in tutto il mondo che pensi che la distruzione dell’Ucraina inaugurerà una nuova epoca migliore di questa.

Questa dottrina non offre speranza. Offre isteria. Putin crede che sotto la presunta leadership nazista che si è impadronita dell’Ucraina milioni di russi che vivono all’interno dei confini dell’Ucraina siano vittima di un genocidio. Talvolta pare che con la parola “genocidio” Putin intenda dire che dei russofoni con un’identità etnica russa siano costretti a parlare ucraino, cosa che li priverebbe della loro identità – e cosa di cui parla nel suo verbosissimo pamphlet del 2021. Altre volte sembra invece che Putin si accontenti di lasciare intatta l’allusione a dei massacri.
In entrambi i casi, è apparso particolarmente poco convincente su un aspetto importante. In nessuna parte del mondo qualcuno ha indetto una manifestazione per denunciare il genocidio di milioni di russi in Ucraina. E come mai? Perché Putin parla con il tono di un uomo che non aspira neanche a essere creduto, tranne che dalle persone che non hanno bisogno di essere convinte.

Eppure, lui si aggrappa alla sua idea. Gli si addice. Considera se stesso una persona acculturata che pensa nel modo più raffinato — come qualcuno che non potrebbe mai invadere un altro Paese se non fosse capace di evocare una grandiosa filosofia. Riguardo a questo punto, Putin sembra bramare delle rassicurazioni. Ed è facile immaginare che questo sia il motivo per il quale ha passato così tante ore al telefono con Emmanuel Macron, il presidente del Paese, la Francia, che è sempre stata la patria del prestigio intellettuale. Ma il cuore del disastro è proprio l’attaccamento di Putin a questa idea di una filosofia grandiosa. Infatti, come può ragionare con lucidità un uomo che è immerso in idee piccine e ridicole come questa?
Lui sa di essere circondato dai problemi e dalle sfide del mondo reale, ma la sua immaginazione ribolle. Ci sono i rancori che derivano dalla storia medievale, dalle guerre di religione e dalle gloriose imprese dei Cosacchi del XVII Secolo. Ci sono i paralleli tra il Cattolicesimo polacco del passato e l’attuale “russofobia della NATO”. C’è l’«orribile destino dei russi dell’Ucraina» che si trovano «nelle mani dei neonazisti sostenuti dall’Occidente». E, in questo ribollire di rancori, la cosa migliore con cui Putin riesce a uscirsene è la politica estera dello zar Nicola I degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento.

Ora, è vero che dal punto di vista di un tradizionale realismo in politica estera tutto quel che è stato appena detto dovrebbe essere scartato come irrilevante. Il realismo è un’ideologia che accantona come cose insignificanti le ideologie e si attiene rigidamente ai rapporti di potere. Questo può semplicemente significare che le farneticazioni nazionaliste di Putin sono abbastanza prive di senso, fatta eccezione per le lamentele che riguardano la NATO e le sue presunte «aggressioni», lamentele che sono giudicate non ideologiche. Ed è questo il punto su cui dovremmo concentrare tutta la nostra attenzione.
Ma davvero dovremmo farlo? Le persone che prendono seriamente le lamentele riguardo alla NATO parlano sempre del pericolo che corre la Russia come se fosse qualcosa di così ovvio da non aver bisogno di alcuna spiegazione. Lo stesso Putin sottolinea gli “sconfinamenti a Est” della NATO e batte il pugno sul tavolo, ma si limita a questo, senza spiegare su cosa si basino le sue obiezioni. Si suppone che noi deduciamo che l’espansione della NATO costituisca un pericolo per la Russia perché, un qualche giorno, all’improvviso, gli eserciti della NATO potrebbero attraversare il confine entrando nel territorio russo, proprio come ha fatto l’esercito di Napoleone nel 1812.

Eppure, anche se dovessimo limitare l’analisi ai soli dati di fatto, come ci suggerisce di fare il realismo, dovremmo ricordare che nei più di settant’anni della sua esistenza la NATO non ha fornito il minimo elemento perché si possa pensare che essa sia qualcosa di più che un’alleanza difensiva. Non c’è ragione alcuna per ritenere che un giorno, all’improvviso, la NATO, che è per principio antinapoleonica, si comporti in modo napoleonico. La ragione per cui la NATO si è espansa verso Est è stata invece la disponibilità a stabilizzare l’Europa e di interrompere le dispute sui confini — una cosa che dovrebbe essere anche nell’interesse della Russia.

In ogni caso, che l’espansione della NATO abbia fatto infuriare Putin e lo abbia terrorizzato è una cosa indiscutibile. Ma perché? La risposta è ovvia. Ed è ovvio il motivo per cui nessuno la vuole dire ad alta voce. Alla fine, le rivoluzioni europee che avevano terrorizzato Nicola I, nonostante tutti i suoi sforzi, ebbero effettivamente luogo. E sorsero delle repubbliche liberali. E, nel 1949, le repubbliche liberali si sono unite fra loro, come se credessero davvero che i principi liberali e repubblicani potessero dare avvio a una nuova civiltà. E protessero questa civiltà con un’alleanza militare: la NATO. In questo modo, le repubbliche liberali produssero un’alleanza militare che conteneva in sé un’idea spirituale, e cioè la convinzione che il progetto liberale e repubblicano fosse meraviglioso. Ecco qui la rivoluzione del 1848, finalmente vittoriosa e protetta da un formidabile scudo. E Putin individua il problema.

L’espansione verso Est della NATO lo fa infuriare e lo terrorizza perché ostacola la tradizionale politica estera russa, solida e conservatrice, stabilita da Nicola I: la politica di invadere i vicini. Là dove si è espansa la NATO, la Russia non può più invadere e quindi non possono essere smantellate le conquiste delle rivoluzioni liberali e repubblicane – o, quantomeno, non possono essere smantellate dall’esercito russo.
L’opposizione all’espansione della NATO coincide quindi con un’accettazione dell’espansionismo della Russia, un espansionismo davvero strano il cui obiettivo è sempre stato impedire il diffondersi verso Est delle idee rivoluzionarie.

Ma Putin non dice questo. Non lo dice nessuno. È una cosa che non si può dire. Chiunque dovesse riconoscere che accetta la politica russa di invadere i vicini starebbe dicendo, di fatto, che decine di milioni di persone che vivono lungo il confine con la Russia, o nelle zone limitrofe, dovrebbero essere soggette alla più violenta e omicida delle oppressioni per la più banale delle ragioni, e cioè per proteggere la popolazione russa dal contatto con le idee e le convinzioni che noi stessi crediamo stiano alla base di una società sana. Per questo non lo dice nessuno. E invece si consente che circoli la supposizione secondo cui la Russia correrebbe dei pericoli a causa della NATO, in quanto si troverebbe di fronte alla prospettiva di un’invasione napoleonica. Per dirla in breve, il “realismo” che rivendica di essere una fonte di lucidità intellettuale è invece fonte di annebbiamento intellettuale.

Ma, alla fine: perché Putin ha invaso l’Ucraina? Non è per l’aggressione da parte della NATO. Non è a causa di quanto è accaduto a Kiev nel IX Secolo o di quanto è accaduto nelle guerre del XVII Secolo tra ortodossi e cattolici. E non è a causa del fatto che l’Ucraina, con il presidente Volodymyr Zelensky, è diventata “nazista”. Putin ha invaso l’Ucraina a causa della rivoluzione di Maidan del 2014. La rivoluzione di Maidan è stata proprio una rivoluzione del 1848 — una classica sollevazione europea animata dalle stesse idee liberali e repubblicane del 1848, con lo stesso idealismo studentesco e con gli stessi gesti romantici e anche con le stesse barricate nelle strade, se non fosse che questa volta erano fatte di copertoni di gomma e non di legno.

La rivoluzione di Maidan ha rappresentato tutto ciò contro cui Nicola I si era impegnato a combattere nel 1848-49. È stata dinamica, appassionata e capace di suscitare simpatia da parte di un gran numero di persone. Alla fine la rivoluzione di Maidan è stata superiore alle rivoluzioni del 1848. Non è sfociata in utopie folli o demagogiche, né in programmi di sterminio o nel caos. È stata una rivoluzione moderata a favore di un’Ucraina moderata — una rivoluzione che ha offerto all’Ucraina un futuro percorribile e che, in questo modo, ha offerto nuove possibilità anche ai vicini dell’Ucraina. E, diversamente dalle rivoluzioni del 1848, non è fallita. Per questo Putin si è terrorizzato. Ha reagito annettendo la Crimea e fomentando le sue guerre nelle province separatiste dell’Ucraina orientale, nella speranza di poter fare qualche ammaccatura al successo rivoluzionario.
Anche lui ha ottenuto alcune vittorie e forse anche gli ucraini hanno contributo a provocare loro stessi qualche ammaccatura. Ma Putin ha visto che, ciò nonostante, lo spirito rivoluzionario continuava a diffondersi. E ha visto che in Russia il suo avversario Boris Nemcov era diventato popolare. Questa cosa lo terrorizzava. Nel 2015 Nemcov è stato opportunamente assassinato su un ponte a Mosca. Poi Putin ha visto farsi avanti Alexei Navalnyj, che gli faceva un’opposizione ancora più dura. E ha visto che anche Navalnyj stava diventando famoso, come se non ci fosse fine a questi fanatici riformatori e al loro fascino popolare. Putin ha avvelenato Navalnyi e lo ha imprigionato.

Ed ecco che è scoppiata un’altra rivoluzione di Maidan, questa volta in Bielorussia. E un’altra volta si sono fatti avanti dei leader rivoluzionari. Una di loro, Svjatlana Cichanoŭskaja di Minsk, si è candidata alle elezioni presidenziali del 2020 contro Aljaksandr Lukashenko, il delinquente della vecchia scuola. E ha vinto! – anche se a Lukashenko è riuscita una manovra in stile “Stop the Steal” trumpiano e si è dichiarato vincitore. Putin ha segnato un altro punto a suo favore nella sua eterna controrivoluzione su scala ridotta. Ma, ciò nonostante, il successo della Cichanoŭskaja alle elezioni lo ha terrorizzato.

E Putin si è terrorizzato anche per l’ascesa di Zelensky che, a un primo sguardo, sarebbe potuto sembrare una nullità, un semplice comico televisivo, un politico con un programma accomodante e rassicurante. Ma Putin ha letto la trascrizione della telefonata tra Zelensky e l’allora presidente americano Donald Trump, che dimostrava che Zelensky, in realtà, non era uno sciocco. Putin ha letto che Zelensky chiedeva armi. La trascrizione di quella telefonata avrebbe potuto persino dargli la sensazione che Zelensky potesse essere un’altra figura eroica dello stesso stampo delle persone che aveva già assassinato, avvelenato, imprigionato o rovesciato — che potesse essere un tipo inflessibile e quindi pericoloso.
Putin si è convinto che la rivoluzione di Maidan fosse destinata a diffondersi a Mosca e a San Pietroburgo, se non quest’anno, l’anno prossimo. Si è quindi consultato con i fantasmi di Brežnev, Chruščëv e Stalin che gli hanno detto di rivolgersi al teorico-principe Nicola I. E Nicola I ha detto a Putin che, se non avesse invaso l’Ucraina, lo Stato russo sarebbe crollato. Era una questione di vita o di morte.

Putin avrebbe potuto reagire a questo consiglio presentando un progetto grazie al quale indirizzare la Russia in una direzione democratica e, allo stesso tempo, preservare la stabilità del Paese. Avrebbe potuto scegliere di verificare, osservando l’Ucraina (dato che crede che gli ucraini siano un sottoinsieme del popolo russo), se il popolo russo è davvero in grado di creare una repubblica liberale. O avrebbe potuto prendere l’Ucraina come modello invece che come nemico, un modello per capire come costruire quello Stato resiliente di cui la Russia ha sempre avuto bisogno.
Ma gli mancano gli strumenti di analisi che avrebbero potuto permettergli di pensare in questo modo. La sua dottrina nazionalista non guarda al futuro, se non per individuare i disastri che incombono. La sua dottrina guarda al passato.
E così Putin ha fissato il suo sguardo nel XIX Secolo, e ha ceduto al suo fascino, nel modo in cui qualcuno potrebbe cedere al fascino della bottiglia — o della tomba. Si è tuffato fin nelle profondità più selvagge della reazione zarista.
Il disastro che si è verificato è stato quindi, prima di tutto, un disastro intellettuale. Si è trattato di un mostruoso fallimento dell’immaginazione russa. E questo mostruoso fallimento ha determinato uno sprofondamento nella barbarie. E ha condotto l’eternamente-fragile Stato russo proprio davanti a quel pericolo che Putin era convinto di contribuire ad allontanare con le sue scelte.

Una lunghissima lista di crimini di guerra

La brutalità della guerra in Ucraina non avrebbe dovuto sorprenderci. Innanzitutto perché, come risulta ogni giorno più chiaro, non è iniziata il 24 febbraio 2022, ma nel febbraio 2014, subito dopo la destituzione da parte della società civile dell’allora leader pro-russo Victor Yanukovich. Una rivoluzione, quella di piazza Maidan, che ha convinto Vladimir Putin a pianificare l’invio dei carri armati per riprendersi ciò che non ha mai smesso di considerare suo, e fermare l’espansione a Est dei valori occidentali. Ma anche perché gli ucraini avevano già iniziato a subire crimini di guerra: nel 2014 Kiev aveva accettato, per la seconda volta, la giurisdizione della Corte di giustizia penale internazionale, pur non avendone ratificato il trattato di Roma del 2001, per portare in tribunale i crimini russi commessi durante l’invasione della Crimea e del Donbass e la creazione delle repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk. In senso inverso la Russia, pianificando la conquista, nel 2016 aveva deciso di uscire da quel trattato per non trovarsi a rispondere dei suoi crimini.

L’attuale procuratore Karim Khan il 2 marzo 2022, dopo il deferimento di ben 39 Stati, tra cui l’Italia, ha riaperto il fascicolo e annunciato un nuovo avvio dell’indagine che, oltre ai crimini commessi nelle regioni occupate, include anche quelli commessi a partire dal 24 febbraio 2022 sull’intero territorio ucraino. Crimini che non credevamo più possibili (ma contro cui ha subito puntato il dito il presidente USA Joe Biden, definendo senza mezzi termini Putin «un macellaio»). Eppure l’aggressione russa dell’Ucraina, spacciata come liberazione, non è un avvenimento inusuale o sorprendente. A guardare nei cassetti della storia di Mosca, di antecedenti simili, su scala minore o più lontani da Bruxelles, dunque da noi, se ne trovano tanti. Troppo velocemente dimenticati o colpevolmente sottovalutati da quell’Europa che il 25 marzo 1947 aveva firmato il Trattato di Roma dicendo «mai più» e che oggi si ritrova difronte al ripetersi della Storia.

Dopo avere deportato migliaia di cittadini nel 2006, nel 2008 Mosca ha condotto una guerra lampo di una settimana in Georgia: nessun massacro ma un ampio bombardamento dei civili con bombe a grappolo. Risultato: l’Ossezia del Sud diventa Stato indipendente. Solo temporaneamente però. Il 31 marzo 2022 il leader separatista Anatoly Bibilov ha indetto un referendum per l’annessione immediata alla Russia da tenersi all’indomani delle “elezioni presidenziali” del 10 aprile.
Prima ancora — e siamo negli anni Novanta —, la Russia aveva aggredito la Cecenia, causando oltre 100mila morti, per lo più civili, distruggendo la capitale Grozny e utilizzando lo stupro e la tortura dei civili come arma di guerra.
E poi la Siria, dove nel 2015 Vladimir Putin è intervenuto militarmente a favore del presidente Bashar al-Assad, dopo averlo sostenuto economicamente per anni e avere rifiutato in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di avallarne le dimissioni chieste dal Consiglio stesso. Con l’intervento russo non solo furono colpiti l’esercito dell’ISIS e l’esercito libero siriano ma anche ospedali e strutture sanitarie gestite da civili. Come successo in Ucraina nel 2022: uno schema che si ripete. Secondo l’ong britannica Airwars, gli incidenti contro i civili in Siria aumentarono di un terzo dopo l’intervento russo.

D’altronde le modalità belliche di Mosca sono note da decenni. Nel 1943 furono addirittura i nazisti a trovare a Katyn le tombe comuni di 21.768 cittadini polacchi, per lo più ufficiali dell’esercito e intellettuali, uccisi nel 1940 per mano dell’Nkvd, l’allora organo della sicurezza militare russa, dopo che, come da consueta propaganda, la Russia di Stalin aveva invaso la Polonia «in soccorso» dei fratelli bielorussi e ucraini rimasti intrappolati nel territorio polacco. Furono Mikhail Gorbacëv e poi Boris Eltsin ad ammettere il massacro e, quest’ultimo, a scusarsene, anche se ancora rimane sconosciuta la sorte di altri 100mila ufficiali polacchi. Pochi anni dopo, con la fine del nazismo, i russi «liberarono» i territori dell’Europa orientale. Lo fecero a modo loro. Con una serie di stupri di massa condotti contro le donne tedesche e polacche di età compresa tra i 9 e gli 80 anni. Stupro punitivo come strumento di sottomissione. In barba a qualsiasi norma di diritto internazionale.
Gli eventi degli anni successivi sono ben documentati ancora oggi nelle capitali degli Stati baltici, della Polonia e dell’Est Europa più in generale, che non ha mai dimenticato gli orrori russi, e che oggi, con l’eccezione dell’Ungheria di Victor Orbán, è in prima linea nell’Unione a portare avanti la linea dura contro la violenza russa. Decine di migliaia di oppositori torturati e uccisi, settemila solo a Smiersz, nella Polonia nordoccidentale, dove Ivan Sierov, crudele capo del KGB, famoso per avere detto di potere rompere qualsiasi osso nel corpo di un uomo senza ucciderlo, si era intestato il compito di eradicare i partigiani.
Sempre nel sangue sono finite prima la rivoluzione ungherese del 1956 e poi quella del 1968 a Praga, e negli anni Ottanta l’invasione dell’Afghanistan, durante la quale furono uccisi un milione e mezzo di abitanti, quasi tutti civili, con uno dei gadget mortali preferiti allora come oggi: il giocattolo imbottito di esplosivo.

Ma oggi, a differenza di allora, e anche a differenza di quanto successo in Cecenia o in Siria, dove né aggressore né aggredito erano soggetti alla giurisdizione della Corte penale internazionale, i crimini potranno essere puniti. Non tutti, certo. Perché il crimine di aggressione ha bisogno dell’avallo del Consiglio di sicurezza dell’ONU, in cui siede la Russia, e perché nessuno può essere processato in contumacia. Ma molti crimini di guerra e contro l’umanità lo potranno essere, a patto che sia dimostrata la relazione tra crimine e autore dello stesso. «Lo sforzo deve essere tutto volto a reperire prove per attestare le responsabilità dirette», dice Marina Mancini, docente di Diritto internazionale penale alla Luiss di Roma: «Non solo quelle di Putin, per punire il quale sarebbe necessario un cambio di regime, al momento improbabile. Ma tra lui e il soldato semplice c’è una catena. Vale il principio della responsabilità del comandante sia per gli atti criminosi impartiti sia per quelli commessi dai suoi sottoposti che il capo non ha impedito o non ha punito».
Dunque ben vengano la Commissione speciale d’inchiesta annunciata dalla Commissione Europea, il portale warcrime.gov.ua istituito dalla procuratrice generale ucraina Irina Venediktova tramite cui i cittadini possono fornire informazioni sui crimini di guerra, e anche il portale simile voluto sul suo sito dal Tribunale penale internazionale. Dall’inizio della guerra Venediktova di crimini ne ha contati oltre settemila, molti dei quali sono anche contro l’umanità, ovvero atti inumani commessi nell’ambito di un attacco sistematico contro la popolazione civile con un preciso disegno politico.

A dare indicazioni in questo senso è stata la stessa agenzia di stampa russa Ria Novosti, in quello che sembra un “Mein kampf” dei giorni nostri: «La maggioranza della popolazione ucraina è nazista e deve essere denazificata per cui è necessario eliminare chiunque abbia imbracciato le armi perché è responsabile del genocidio russo». E ancora: «Il nazismo è travestito dal desiderio d’indipendenza. Ma l’Ucraina non è uno Stato nazionale e ogni tentativo di costruirlo porta al nazismo. L’Ucraina deve dunque essere cancellata. Le élite devono essere eliminate perché non rieducabili e la palude sociale che le sostiene deve subire la violenza della guerra per fare penitenza e ricevere una lezione storica». In altre parole, o la resa o il massacro. Altra scelta dai russi non è data. A dispetto di ogni grido di pace.


Kakaya Russija, etò Ukraina!

Un pezzo consistente delle ragioni che hanno portato alla crisi in Ucraina risiede nella storia che Russia e Ucraina in parte condividono, e nella valutazione che l’una e l’altra ne fanno. Lo stesso Vladimir Putin, per giustificare l’invasione, ha ripercorso la storia dell’Ucraina dandone una versione distorta e falsa, sostenendo che non può esistere come Stato indipendente: un’affermazione che Putin ha argomentato anche nel già citato “saggio storico” (!) “On the Historical Unity of Russians and Ukrainians”. Capire la storia dell’Ucraina — ma anche la geografia — è quindi particolarmente importante per interpretare cosa sta succedendo.

Le prime migrazioni e gli insediamenti nel territorio in cui oggi si trova l’Ucraina risalgono alla preistoria, quando i Neanderthal, all’incirca 50mila anni fa, si stanziarono a nord del mar Nero. Successivamente le regioni più interessate dagli insediamenti furono soprattutto tre: quella costiera sul mar Nero, dove poi sarebbero state costruite le prime colonie greche nel VII Secolo a.C., le steppe orientali e le foreste centrali e occidentali.
Il primo storico occidentale a occuparsi di questa zona fu Erodoto nel V Secolo a.C., nonostante pare che non ci fosse mai andato personalmente. La zona costiera del mar Nero all’epoca era nota con il nome di Ponto Eusino, ed era un’autentica frontiera per Erodoto, nato ad Alicarnasso (oggi Turchia) e formatosi nelle moderne e dinamiche città greche. Quando Erodoto scrisse le sue Storie, i greci sapevano poco o nulla di quei popoli che chiamavano “barbari”: sciti, cimmeri e sarmati. È in quel periodo che iniziò a formarsi l’identità di quello che oggi definiamo Occidente, in opposizione a una frontiera orientale che appariva lontana sia geograficamente che culturalmente.

Nei secoli successivi, l’odierna Ucraina fu terra di passaggio per varie altre popolazioni nomadi e seminomadi, dai goti provenienti dall’area baltica passando per gli unni, i bulgari e i peceneghi (una popolazione di ascendenza turca). Nel frattempo, tra il V e il VI Secolo d.C., cominciarono a migrare in queste zone anche le prime popolazioni slave, stanziandosi nell’odierna Ucraina settentrionale e occidentale. Gli slavi praticavano l’agricoltura, l’allevamento e altre attività produttive come la lavorazione dei tessuti e della ceramica. Costruirono anche i primi insediamenti fortificati che poi sarebbero diventate importanti città, tra cui anche Kiev.

Da allora, con il passare dei secoli e con il fondamentale contributo dei variaghi (vichinghi) provenienti dalla Scandinavia, Kiev diventò il centro di uno Stato medievale ancora oggi oggetto di controversie tra gli storici. La cosiddetta Rus’ di Kiev — un nome che venne inventato dagli storici ottocenteschi — era composta da una serie di principati che ruotavano attorno a Kiev e che coprivano un territorio vastissimo, che partiva dal Mar Nero e arrivava fino alla Finlandia. È scorretto comunque pensare che fosse uno “stato” con la concezione che ne abbiamo oggi: era piuttosto un insieme di entità statuali più piccole e legate tra loro, senza istituzioni politiche centrali, cosa peraltro comune anche in altri Stati medievali.
Il picco della potenza la Rus’ di Kiev fu intorno all’anno 1000, con i due regni di Volodymyr di Kiev (San Vladimiro) e Yaroslav il Saggio, che per primo introdusse un codice di leggi nel mondo slavo. Dopo la morte di Yaroslav, la Rus’ attraversò una lunga fase di declino dovuta a dissidi interni tra i vari principati e alle continue invasioni dei mongoli che premevano da est. I territori che appartenevano alla Rus’ finirono sotto il dominio di altri Stati, il Granducato di Lituania prima e la Confederazione polacco-lituana poi.

L’eredità storica della Rus’ di Kiev è una questione ancora oggi fondamentale per il nazionalismo ucraino. Ma è importante anche per il nazionalismo russo propugnato da Putin: per lui, Ucraina e Russia sono una cosa sola, quindi è ovvio che la Rus’ di Kiev non fosse nient’altro che uno degli antenati dello Stato russo, nonostante in quell’epoca Mosca non fosse ancora stata fondata e l’impero zarista non esistesse.

Come ha scritto lo storico Sergei Plokhy nel suo libro The Gates of Europe:

Chi è il legittimo erede della Rus’ kievana? Chi detiene le proverbiali chiavi per Kiev? Queste domande hanno preoccupato la storiografia sulla Rus’ negli ultimi 250 anni. Inizialmente il dibattito si concentrò sulle origini dei prìncipi – erano scandinavi o slavi? – e poi, da metà Ottocento, si ampliò comprendendo la contesa russo-ucraina.

La questione rimane aperta: Yaroslav viene reclamato come parte della propria identità nazionale sia dai russi che dagli ucraini, ed entrambi lo utilizzano come simbolo nazionale, persino sulle banconote. I primi lo raffigurano con la barba tipica degli zar del Cinquecento, i secondi con i baffi da cosacco.

Una nuova fase di autonomia per il territorio ucraino si ebbe solo nel Seicento, quando i Cosacchi si ribellarono al dominio polacco. Erano una comunità militare che si era sviluppata all’incirca un secolo prima, e che la Polonia aveva usato come armata per fare la guerra contro i turchi e i tatari. Ma i Cosacchi con il passare del tempo cominciarono ad avanzare pretese di autodeterminazione, e nel 1648 ci fu l’insurrezione di Bogdan Khmelnytsky, che portò a una rivoluzione e alla costituzione di un nuovo Stato, l’Etmanato cosacco (dal nome dei comandanti cosacchi, hetman).
L’Etmanato riuscì a mantenere l’indipendenza per oltre un secolo. La parte occidentale, comprendente le regioni della Galizia e della Volinia, per un periodo tornò di nuovo in possesso della Confederazione polacco-lituana. Ma quando questa si disgregò, a partire dal 1772, i territori vennero spartiti tra l’impero zarista (Volinia) e quello asburgico (Galizia). È per questo motivo che ancora oggi la Galizia è una provincia molto differente dal resto dell’Ucraina, anche dal punto di vista culturale.

La parte orientale dello Stato cosacco rimase autonoma più a lungo, ma con l’ascesa di Caterina di Russia l’impero zarista tolse all’Etmanato la residua autonomia. Durante il lungo dominio degli zar, l’Ucraina attraversò una fase di dura repressione, soprattutto nell’Ottocento. Gli zar avevano timore che la cultura e la lingua ucraina minacciassero l’unità dell’impero, perciò vennero proibite le pubblicazioni in ucraino e venne represso lo sviluppo culturale e letterario di quella lingua. Nonostante la repressione però gli ucraini cercarono di ribellarsi e di guadagnarsi l’indipendenza, in particolare durante la Prima Guerra Mondiale, quando il regime zarista era più debole.

Con la rivoluzione sovietica, l’Ucraina diventò una repubblica socialista, inizialmente con larga autonomia. L’Unione Sovietica, secondo il suo primo leader Vladimir Lenin, doveva essere una federazione di repubbliche tra loro pari, perché il vero obiettivo non era l’egemonia di un Paese sull’altro bensì la diffusione della rivoluzione comunista nel mondo. Era una delle convinzioni principali anche di Lev Trotsky, che però Stalin isolò, estromise, esiliò e anni dopo fece assassinare quando diventò il leader sovietico alla morte di Lenin. Stalin sosteneva invece l’idea del socialismo in un solo Paese, e rinunciò all’idea di esportare la rivoluzione in Europa. A partire dagli anni Trenta diede nuova importanza alla lingua e alla cultura russe, sostituendole a quelle delle altre repubbliche sovietiche, Ucraina compresa. Stalin perseguì anche politiche folli di riorganizzazione agricola in Ucraina che portarono, tra il 1932 e il 1933, alla famigerata carestia (Holodomor) che uccise circa 4 milioni di persone nella sola Ucraina. Questo spiega perché quando i tedeschi invasero l’Ucraina nel 1941 molte persone li accolsero salutandoli con il pane e il sale, come dei “liberatori”.

Il 24 agosto 1991 l’Ucraina proclamò l’indipendenza, passando da “membro della famiglia delle nazioni sovietiche” a Stato sovrano e iniziando un lungo, e non privo di intoppi, cammino verso la democrazia.
Durante questo periodo è rimasta piuttosto divisa tra due idee diverse del proprio futuro: da una parte c’è chi vede nella Russia un alleato e partner commerciale; dall’altra invece chi vorrebbe maggiore integrazione con l’Occidente e in particolare con l’Unione Europea. Il mondo intero si accorse di queste divisioni al momento della cosiddetta rivoluzione arancione” del 2004, nel corso della quale gli ucraini protestarono in massa in difesa della vittoria elettorale del candidato filo-europeo Viktor Yushenko.
Nel 2008 la NATO accettò l’idea (per la verità forzata dal solo presidente George Bush jr.) che in un non meglio specificato futuro avrebbe accolto la richiesta dell’Ucraina di entrare nell’alleanza militare. Oggi nessun Paese NATO intende davvero accogliere l’Ucraina nell’alleanza, ma la promessa del 2008 è usata tuttora dalla Russia come la prova che l’Occidente starebbe espandendo la propria influenza ai suoi danni.

Nel 1991, tre settimane prima della dichiarazione d’indipendenza ucraina dall’Unione Sovietica che avviò la smobilitazione finale dell’impero comunista, George Bush sr. al Soviet supremo di Kiev fece un discorso realista, patetico e disonorevole passato alla storia con il nome ingiurioso di “Chicken Kiev speech” (che gli affibbiò William Safire sul New York Times). In quel discorso, l’allora presidente degli Stati Uniti disse che gli americani non avrebbero mai sostenuto coloro che cercavano l’indipendenza «per sostituire una dittatura lontana» (quella di Mosca) «con un nazionalismo suicida centrato sull’odio etnico». In quell’occasione Bush senior si fece messaggero degli interessi del Cremlino e del leader sovietico Gorbacëv che brigava per non far crollare l’Unione Sovietica sotto i tellurici movimenti di libertà dei suoi ex sudditi. Secondo gli ucraini di allora, il presidente americano si mostrò più filosovietico degli stessi leader comunisti ucraini.
In altre parole, gli americani, in nome della realpolitik, non più tardi di trent’anni fa cercarono di frenare l’indipendentismo ucraino. Questo per dire quanto siano fallaci le argomentazioni di Putin sull’«interferenza americana e occidentale» in quell’area di confine — e quanto in realtà noi europei dobbiamo agli ucraini: il loro coraggio antitotalitario si è visto allora, nel 2014 a Maidan e nell’inverno 2022 sotto assedio.

“Euromaidan 2013”: gli Ucraini si sentono più europei che russi

Ci fu una seconda rivoluzione poi a novembre del 2013, quando migliaia di persone protestarono nel movimento chiamato “Euromaidan”, a Kiev, contro la decisione del presidente Viktor Yanukovich di rifiutare un importante patto commerciale con l’Unione Europea, e poi più in generale contro il governo filorusso del Paese, accusato di corruzione. Dopo mesi di tensioni, nell’inverno del 2014 Yanukovich decise di rispondere con la violenza, e a Kiev ci furono scontri duri tra le forze di sicurezza e i manifestanti con decine di morti e centinaia di feriti.
La rivoluzione però ottenne il suo obiettivo. Il 22 febbraio Yanukovich — che anni dopo sarebbe stato condannato da un tribunale ucraino per alto tradimento — lasciò il Paese e scappò in Russia. A capo del governo fu nominato il filoeuropeo Arseniy Yatsenyuk.

Va peraltro ricordato che lo stratega della campagna elettorale di Donald Trump, Paul Manafort, è stato condannato (e poi graziato da Trump, che ammirava e ammira ancora oggi il pugno di ferro di Putin e gli deve in buona parte il successo elettorale del 2016 — e chissà cos’altro) per aver occultato svariati milioni di dollari ricevuti dal giro di Viktor Yanukovich, cui Manafort aveva guidato tre diverse campagne elettorali fino a quando, con un voto unanime del Parlamento di Kiev, Yanukovich è stato cacciato a pedate nel sedere verso la grande madre Russia.

Putin definì la rivoluzione ucraina «un colpo di Stato incostituzionale e una presa del potere militare», e poco dopo invase e occupò militarmente la Crimea. Contestualmente, le regioni (oblast) di Luhansk e di Donetsk, nell’area orientale del Donbass, uscirono dal controllo dello Stato ucraino. La Russia sobillò, armò, aiutò e finanziò gruppi militari filo-russi anche nell’est dell’Ucraina, permettendo quindi ai ribelli del Donbass di prendere il controllo di parte del territorio.
Prima dell’invasione della Crimea, nel Donbass non esisteva un movimento politico che chiedesse l’annessione alla Russia, ma esistevano le premesse perché una richiesta di quel tipo avesse un certo sostegno nella popolazione locale: dall’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991 (per cui votò la maggioranza della popolazione ucraina, anche nell’est del Paese) le condizioni economiche per molte persone non sono mai migliorate, specialmente in una regione come il Donbass dove in precedenza si viveva meglio grazie all’industria del carbone. Per questo, negli anni è diffusa tra molti l’idea che le cose migliorerebbero se le regioni di Donetsk e Luhansk entrassero a far parte della Russia. Anche perché molti degli abitanti del Donbass sono etnicamente e culturalmente russi: molti a scuola hanno studiato la versione sovietica della Storia, parlano il russo, e guardano la televisione russa.

All’inizio del 2015 gli accordi di Minsk stabilirono la fine dei combattimenti e il ritorno all’Ucraina delle regioni ribelli, in cambio di più autonomia. Ma benché fossero stati firmati sia dal governo ucraino sia da quello russo, gli accordi non furono mai davvero rispettati. I combattimenti continuarono in maniera piuttosto intensa fino alla fine di quell’anno.
Da allora e fino all’invasione del 2022, la linea del fronte — lunga circa 400 chilometri — era rimasta più o meno invariata, e i combattimenti erano meno frequenti ed estesi, ma il Donbass era comunque una zona di guerra, con tanto di trincee e centri abitati abbandonati perché localizzati lungo la linea del fronte. Negli anni, soprattutto tra il 2014 e il 2015, più di 13mila persone sono morte, sia militari che civili, e moltissime famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie case e le proprie città.

Il governo ucraino aveva definito le due repubbliche autoproclamate «territori temporaneamente occupati» (dalla Russia) e chiamava il fronte «linea amministrativa». In Russia invece si parlava del conflitto nell’est dell’Ucraina come di una guerra civile. La divisione degli oblast in vigore fino all’invasione del 2022 di Donetsk e Luhansk non rifletteva comunque divisioni culturali, etniche o storiche pre-esistenti, era solo il risultato degli scontri del 2015. Anche se ufficialmente le due regioni erano gestite da leader ucraini, la Russia esercitava già un forte controllo. Chi viveva nelle due repubbliche autoproclamate era invitato a richiedere la cittadinanza russa e abbandonare quella ucraina e poteva votare alle elezioni russe pur non avendo la cittadinanza vera e propria.

Un tentativo di schematizzare la società ucraina del Terzo Millennio (autore: Paolo Mossetti su Twitter)

FONTI E DOCUMENTAZIONE
Testate e istituzioni: L’Espresso, Report-RAI, Linkiesta, il Post, Editoriale Domani, Limes, Micromega, Huffington Post, Corriere della Sera, Tag43; Istituto Gino Germani, Istituto Bruno Leoni; EU News, Foreign Affairs, OCSE, ONU, ISD Institute for Strategic Dialogue
Libri: Catherine Belton – “Gli uomini di Putin” (La nave di Teseo, 2020) • Giuliano Bifolchi – “Geopolitica del Caucaso russo. Gli interessi del Cremlino e degli attori stranieri nelle dinamiche locali nordcaucasiche” (Sandro Teti Editore, 2020) • Svetlana Aleksevic – “Tempo di seconda mano” (Bompiani, 2018) • Anna Politkovskaja – “La Russia di Putin” (2004 rist. Adelphi 2022) • Anna Politkovskaja – “Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin” (Mondadori, 2007) • Masha Gessen – “Il futuro è storia” (Sellerio, 2019) • Ryszard Kapuscinski – “Imperium” (1993 rist. Feltrinelli 2013) • Emmanuel Carrère – “Limonov” (Adelphi, 2014) • Joseph E. Stiglitz – “Popolo, potere e profitti. Un capitalismo progressista in un’epoca di malcontento” (Einaudi, 2020) • Wu Ming – “La Q di Qomplotto” (Edizioni Alegre, 2021)
Autori e giornalisti: Lirio Abbate, Gianni Balduzzi, Giulia Belardelli, Paul Berman, Paolo Biondani, Nadia Boffa, Alessia Candito, Flavia Canestrini, Alessandro Cappelli, Stefano Cappellini, Gabriele Carrer, Emanuele Coen, Francesco Costa, Francesco Cundari, Alessandro De Angelis, Guido De Franceschi, Donatella Di Cesare, Massimiliano Di Pace, Irene Dominioni, Stefano Feltri, Antonio Fraschilla, Michelangelo Freyrie, Fabrizio Gatti, Giuseppe Genna, Alfonso Gianni, Youssef Hassan Holgado, Massimiliano Iervolino, Svetlana Ivanova, Mario Lavia, Davide Leo, Marco Lupis, Vittorio Malagutti, Adalgisa Marrocco, Angela Mauro, Pietro Mecarozzi, Luca Misculin, Andrea Molle, Giorgio Mottola, Stefano Nazzi, Livia Paccarié, Andrea Palladino, Carlo Panella, Guido Petrangeli, Enrico Pitzianti, Yaryna Grusha Possamai, Iuri Maria Prado, Alberto Quadrio Curzio, Carlo Renda, Christian Rocca, Pietro Salvatori, Lorenzo Santucci, Fiorenza Sarzanini, Luca Sebastiani, Luca Steinmann, Mauro Suttora, Carlo Tecce, Massimo Teodori, Giovanni Tizian, Gianfrancesco Turano, Sofia Ventura, Stefano Vergine, Elena Zacchetti, Anna Zafesova, Claudia Zanella