La fine della farsa chiamata Capitalismo

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Nessuno ha il coraggio di dire una verità evidente: la globalizzazione realizzata determina la crisi irreversibile del modello capitalista, e la questione agricola è solo uno dei sintomi.

Strade invase da trattori, con alla guida imprenditori agricoli che tuonano un po’ contro l’Unione Europea e un po’ contro gli ambientalisti, che infine arrivano a Bruxelles e dànno fuoco a una statua mentre le sedi UE vengono protette in fretta e furia da cavalli di frisia e filo spinato… Paiono fotogrammi di una sgangherata serie in streaming di quelle che si fermano alla prima stagione, tuttavia accade sul serio. Le proteste degli agricoltori sono arrivate anche in Italia, dopo che si sono diffuse già da inizio gennaio in diversi Paesi europei, tra cui Germania e Francia. Dal weekend del 27 e del 28 gennaio 2024 alcune centinaia di agricoltori hanno bloccato con i loro trattori diverse strade e caselli autostradali in varie parti della penisola, da Nord a Sud.
Nella maggior parte dei casi le proteste sono organizzate da gruppi di attivisti o piccole associazioni, che agiscono in modo indipendente ma hanno alcune posizioni comuni: criticano le politiche agricole europee, considerate eccessivamente ambientaliste e poco attente alle necessità dei lavoratori, sono contrari ai cosiddetti “cibi sintetici” e chiedono al governo italiano di mantenere alcune agevolazioni fiscali a favore degli imprenditori agricoli, che sono in difficoltà a causa dell’aumento dei costi di produzione.
Alcune richieste sono piuttosto precise, mentre altre sono più generiche e per certi versi pretestuose: l’agricoltura è un tema enorme, e in questo caso la confusione è accentuata dalla frammentazione delle proteste e dei tanti movimenti che le organizzano, ognuno dei quali ha rivendicazioni specifiche. Capirci qualcosa quindi non è scontato.

Trattori vicino al casello dell’autostrada di Melegnano, a sud di Milano (AP Photo/Antonio Calanni)

Riguardo al nostro Paese, il Coordinamento dei protestanti ha diffuso un comunicato in cui spiega le dieci richieste principali alla base dei riots. Alcune hanno a che fare con la Politica agricola comune (PAC), l’insieme di norme che regolano l’erogazione dei fondi europei per l’agricoltura — che comunque è uno dei settori più sussidiati dalla UE —. La PAC viene aggiornata ogni cinque anni: l’ultima è entrata in vigore nel 2023, e sarà valida fino al 2027. È un pacchetto di norme articolato e corposo, che si basa su alcuni obiettivi fondamentali: tra gli altri garantire un reddito equo agli agricoltori, proteggere la qualità dell’alimentazione e della salute, tutelare l’ambiente e contrastare i cambiamenti climatici. (Vaste programme.)

Proprio le norme relative alla salvaguardia ambientale sono tra le più contestate dagli agricoltori. Il CNRA chiede una «revisione completa» della PAC, considerata un esempio di «estremismo ambientalista a scapito della produzione agricola e dei consumatori».
Uno dei punti più stigmatizzati è l’obbligo per gli agricoltori europei di lasciare incolto il 4% dei propri campi, in modo da stimolare la biodiversità dei terreni. Gli agricoltori italiani ed europei l’hanno sempre criticato, vedendolo come un’inutile privazione di terreno potenzialmente produttivo. Il vincolo è contenuto nell’ultima versione della PAC, ma non è mai davvero entrato in vigore, dato che nel 2023 è stato sospeso a causa della crisi energetica e della guerra in Ucraina.
Tuttavia il punto è decisamente un altro.

Avendo paura di pronunciare l’indicibile — il Capitalismo è una fase storica che sta finendo perché incompatibile con lo sviluppo tecnologico — ci rifugiamo nel dibattito lunare su Amadeus che invita i trattori al Festival di Sanremo. Sociologia e politologia d’accatto tengono a distanza un’onesta osservazione della realtà.
Mettiamo in fila i fatti. 
Non stiamo parlando di una plebe sfruttata, ma di imprenditori che protestano seduti su un trattore da almeno 50 mila euro e possiedono un’azienda da almeno un milione di euro

Questo non sottintende il classico «sono ricchi, si fottano» che pure è molto in voga. Significa al contrario che, quando le imprese scendono in piazza con stilemi proletari — o, come Stellantis, ricattano lo Stato pretendendo incentivi per non chiudere — vediamo il mondo alla rovescia, ovvero il Capitalismo che non funziona più come prima. Con un’ulteriore precisazione. Coltivare la terra e allevare (suini o bovini o pollame) sono due mestieri diversi per una ragione strutturale evidente: si può smettere di allevare e importare carne, prosciutti e uova, però non si può smettere di coltivare la terra. E qui si viene al cuore delle cose. 

Fuori mercato

Gli agricoltori sono in difficoltà, ma non per gli obblighi europei, le tasse o il costo del gasolio agricolo, che sono i dettagli su cui amiamo accapigliarci per non parlare della realtà. Semplicemente gli agricoltori italiani per primi, quelli europei subito dietro, stanno andando fuori mercato.
La teoria del mercato (che sempre più si disvela come valida in una concreta fase storica passata mentre oggi tende a residuare come mera superstizione priva di riscontri nella realtà) la fa semplice: se sei fuori mercato devi morire, cioè chiudere. Questo un tempo aveva senso quasi sempre. Oggi un po’ meno. Ormai le aziende industriali non falliscono, è la multinazionale che chiude la fabbrica italiana per trasferire la stessa produzione in un posto più competitivo in Albania o Romania. 

Qualcuno sostiene che la lotta di classe sia diventata lotta tra nazioni: a destra questo produce il Sovranismo, a sinistra qualcuno riscopre l’idea tardo-ottocentesca di un socialismo delle nazioni povere contro quelle ricche («la grande proletaria» era l’Italia di Giovanni Pascoli, poeta ma anche dirigente socialista).
Comunque teniamo per valida l’idea che se l’Italia non è competitiva nell’industria dell’auto è giusto che importi le vetture, e che se non è competitiva nell’acciaio è giusto che importi i rotoli di lamiera.
Tuttavia nel momento in cui il mercato italiano viene invaso dalle arance cilene a prezzo imbattibile si verifica un fatto che la teologia mercatista non aveva previsto: il fallimento e la chiusura dell’agricoltura. 

Secondo gli irriducibili adoratori del mercato lo scenario futuro dovrebbe prevedere che, insieme a fabbriche e capannoni abbandonati nelle periferie urbane, tornino a diffondersi le paludi in un paesaggio rurale di campi abbandonati, frutteti secchi, uliveti trasformati in giungla. Questo ovviamente non accadrà: dietro la protesta dei trattori c’è semplicemente l’incertezza su come non farlo accadere, ma di sicuro non accadrà. La storia infatti ci insegna che, quando le ragioni del mercato si scontrano con le ragioni della società, le seconde prevalgono — magari con grave ritardo, ma prevalgono.
C’è dunque una realtà che i mercatisti superstiziosi rifiutano: non tutto può sottostare alle regole del mercato, e a riprova di ciò fin dal primo giorno della sua esistenza il sistema capitalista ha fatto compromessi con la realtà. 

I primi sistemi di protezione sociale dei poveri sono di oltre due secoli fa, e la libertà d’impresa, sempre proclamata dai suoi sacerdoti “assoluta e priva di condizionamenti”, al contrario è stata limitata sempre, per esempio dalle leggi sull’orario di lavoro o dalle pensioni a carico del datore di lavoro. E in ogni caso sappiamo che l’agricoltura europea è sovvenzionata pesantemente da 60 anni.

Rapporti di forza

Questo equilibrio — libera concorrenza in un quadro di limiti e regole — ora è saltato per due ragioni. La prima delle quali è che non è vero che il libero mercato (la celeberrima “mano invisibile” di Adam Smith, che però secondo Joseph Stiglitz è invisibile perché non c’è…) risolve tutti i problemi del mondo. E la dimostrazione lampante è che per esempio non sa affrontare la questione del cambiamento climatico — motivo per cui la politica europea ordina all’industria dell’auto lo stop al motore a scoppio entro il 2035. Chiediamoci se l’autorità politica che decide il tipo di motore da montare sulle auto somigli di più al libero mercato o all’Unione Sovietica.
Poi basta chiedersi perché l’industria dell’auto subisce in silenzio. E non prendiamoci in giro con la risposta: l’industria dell’auto sa benissimo che il suo futuro non dipende dalla sua competitività in un libero mercato ma dai rapporti di forza in una economia neo-dirigista che con il libero mercato ha ben poco a che fare.
Il CEO di Stellantis, Carlos Tavares, che chiede al governo italiano sovvenzioni per non chiudere le ex fabbriche FIAT è la manifestazione di un sistema non più capitalista ma di tipo neo-feudale, in cui l’economia è subordinata ai rapporti di forza politici.

Quando si è sviluppato il Capitalismo, la teoria economica che l’ha accompagnato (e che si riteneva definitiva) non contemplava l’ipotesi che potessero fallire interi settori economici.
Le battaglie liberiste contro la rendita agraria puntavano a ridurla, in modo da abbassare il costo del cibo e quindi il costo di riproduzione della forza lavoro per l’industria. Ma non hanno mai puntato a far fallire i landlord britannici importando tutto il grano necessario. Come non è mai stato concepito che potessero fallire le ferrovie, o le autostrade, o i telefoni. Semplicemente, dove c’era un problema si sanciva il “fallimento del mercato” e via con le sovvenzioni. 

Adesso però, con la globalizzazione, ci accorgiamo che i “fallimenti del mercato” sono generalizzati. Quando la tecnologia consente di produrre tutto il necessario impiegando la metà della forza lavoro disponibile, siamo di fronte a un unico e gigantesco fallimento del mercato.
E qui veniamo alla seconda ragione dello squilibrio totale: la globalizzazione. Quello che nella teoria classica di Adam Smith era il “mercato perfetto”, cioè un’astrazione, una stella polare verso la quale tendere, sembra essersi realizzato. La stella polare era solo un meteorite che ora è precipitato appena oltre le colline.
La concorrenza è libera: senza limiti geografici (il costo dei trasporti è diventato irrilevante), senza disparità di conoscenza (tutte le informazioni sono in rete in tempo reale) e senza barriere legali o daziarie (a parte “incidenti” tipo Donald Trump alla Casa Bianca, certo). 
Arrivati oltre le colline dov’è caduta la stella polare, ci accorgiamo che il mercato perfetto andava bene solo in quanto astratto riferimento ideale: perché adesso i campioni della competizione non sanno più su che cosa competere. (Lo ammise lo stesso Sergio Marchionne, poco prima di morire: è una follia avere nel mondo sei o sette grandi gruppi automobilistici che spendono sei o sette volte i grandi capitali necessari a progettare sei o sette modelli di auto tutti uguali.)
Le fabbriche di auto adesso competono sulla rispettiva capacità di attrarre incentivi statali in giro per il mondo: Stellantis scuce più sovvenzioni dal governo polacco che da quello italiano e adesso chiede a Giorgia Meloni un rilancio.

Dove però la competizione ancora funziona, l’effetto è socialmente costosissimo: chi vince mangia, chi perde muore. Ed è precisamente questo ciò che sta accadendo in agricoltura.

Governare l’emergenza

Riprendiamo il discorso di prima. Il libero mercato non è in grado di gestire l’emergenza ambientale e non è abbastanza lungimirante da tenere i terreni a riposo. Il governo europeo impone obblighi ma solo agli agricoltori europei, che intanto vedono il loro mercato invaso da prodotti stranieri a prezzi stracciati. 

La concorrenza straniera non deve sottostare a obblighi ambientalisti: è indubbiamente un vantaggio competitivo per i cinesi o per i cileni. Però sarebbe vincente lo stesso per un’infinità di altri motivi (costo del lavoro, schiavismo, etc). E se uno produce arance a 40 centesimi al chilo, quello che le produce a 60 è un uomo morto, ed è morto all’istante grazie ai meccanismi del mercato perfetto lubrificati dalla globalizzazione. Basta un sistema di acquisti ben organizzato della grande distribuzione: il buyer della Coop o di Esselunga o di Carrefour andrà dal produttore di pere della Romagna e gli dirà che lui per quest’anno ha bisogno di pere a 35 centesimi perché sennò non gli scatta il premio a fine anno, e che se il nostro produttore non gliele dà a quel prezzo lui ha già pronta un’offerta dall’Argentina.

Le vie d’uscita sono numerose, ed è proprio questo il problema. I governi europei, in nome del mercato, potrebbero mandare al diavolo gli agricoltori con i loro trattori, però per coerenza dovrebbero anche consentire agli allevatori di inquinare a volontà, e all’industria dell’auto di insistere sul motore a scoppio. 
Oppure possono governare l’emergenza, difficilmente facendo marcia indietro sulle regole, più realisticamente rimodulando le sovvenzioni. 

Alla fine dovremo decidere quanto e come sovvenzionare l’agricoltura più di quanto non facciamo attualmente

Come si vede, il cambiamento è tale che non abbiamo più nemmeno le parole per chiamare correttamente le cose. E che dire della nostra classe dirigente, a Roma come a Bruxelles? In equilibrio fra ipocrisia e commedia, si segnalano per un un buffo fenomeno che, in mancanza di adeguate definizioni, potremmo battezzare “bandtractor”.

L’effetto “bandwagon” è un fenomeno che si manifesta tradizionalmente all’indomani di un’elezione e che porta molti cittadini a innamorarsi perdutamente del partito uscito trionfatore dalle urne. Bandwagon. Ovverosia: salire sul carro del vincitore. In mancanza di risultati di elezioni che suggeriscano il partito da mettere al centro del proprio cuore, vi è solo una piccola variazione lessicale: tractor al posto di wagon. E dunque, Bandtractor: salire sul trattore del vincitore. Il bandtractor è un fenomeno reale ma decisamente meno serio rispetto all’oggetto che è al centro delle proteste del popolo dei trattori. In gran parte dell’Europa, gli agricoltori protestano per le strade, per le autostrade e per le piazze per ragioni diverse l’una dall’altra, e però la loro idea di fondo è chiara: l’Europa è un freno per le attività degli agricoltori (pazienza se l’Europa ha stanziato per l’agricoltura 400 miliardi su 1.200 miliardi di bilancio comunitario), l’ambientalismo europeo sta facendo danni gravi all’agricoltura (pazienza se gli agricoltori sono la categoria più risparmiata dal Green Deal e sono stati praticamente esclusi dal taglio delle emissioni), i governi del continente non sono all’altezza delle richieste che gli agricoltori hanno portato all’attenzione delle istituzioni (pazienza se gli agricoltori in Italia, come ricordato dal senatore Luigi Marattin, non pagano l’Imu, non pagano l’Irap, non pagano l’Irpef sui terreni agricoli e non hanno pagato negli ultimi sei anni l’Irpef sui redditi agrari). Di fronte a queste rivendicazioni, il fenomeno del bandtractor si è manifestato in tratti che oltrepassano la dimensione della realtà. Il popolo dei trattori è contro la politica: la demonizza, la insulta, la schiaffeggia. E la politica, piuttosto che difendersi, sceglie meravigliosamente di salire a bordo degli stessi trattori diretti in modo spedito contro i palazzi della politica. L’effetto è insieme esilarante e surreale.

A Bruxelles, gli agricoltori protestano contro la Commissione Europea, che in questi anni per loro ha fatto di tutto e di più, e la Commissione europea sceglie di salire a bordo dei trattori, dicendo che «sìii, gli agricoltori hanno ragione a protestare!». E dunque: sospeso il trattato di libero scambio tra UE e Mercosur, il mercato comune sudamericano formato da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, anche a costo di rinnegare tutto ciò che la Commissione ha tentato di fare negli ultimi cinque anni (rafforzare il commercio tra le democrazie anche per creare argini economici contro i Paesi non democratici), e ritiro dalla circolazione della proposta europea per ridurre della metà i pesticidi nell’agricoltura entro il 2030 (proposta che peraltro era già stata bocciata dal Parlamento Europeo).
Stessa scena in Francia: i trattori marciano verso Parigi per protestare contro il governo francese, e il governo francese dice che «sì!, gli agricoltori hanno ragione a essere arrabbiati con il governo franceseh!». Soluzioni: non rinnegare la propria azione di governo ma offrire un piano da due miliardi di euro per sostenere gli imprenditori del settore agricolo.
In Italia, dove fonti dell’esecutivo il 6 febbraio hanno confermato il ritorno all’esenzione dell’Irpef per gli agricoltori, tolta precedentemente da Meloni, ma solo per i redditi bassi, il bandtractor, se possibile, ha assunto dimensioni ancora più grottesche. E i partiti della maggioranza si trovano in una condizione più comica che seria. Gli agricoltori, con i loro trattori, dicono che il governo ha maltrattato gli agricoltori: e i tre partiti di governo, assumendo sembianze simili a quelle scelte da Dolce e Gabbana quando dovettero scusarsi del pasticcio comunicativo fatto in Cina, dicono «osssssì, scusateci, avete ragioneh!». Gli agricoltori, con i loro trattori, dicono che la riforma della Politica agricola comune — la già citata PAC — è una vergogna? Lega, FdI e Forza Italia proclamano in coro che gli agricoltori hanno ragione, «sìii!, scelte folli quelle dell’Europa!», dimenticando che al Parlamento Europeo proprio i deputati di Fratelli d’Italia e quelli della Lega hanno votato a favore dei tre testi che costituiscono il pilastro della nuova PAC. Gli agricoltori, con i loro trattori, dicono infine che il governo eterodiretto da Coldiretti «non sta facendo gli interessi degli agricoltori», e con i trattori in piazza oltre a scendere il governo scende anche Coldiretti, occupando l’intero palinsesto TV.

Comunque vada a finire, i trattori ci dimostrano che tutto il sistema economico occidentale è andato in tilt. Fra le risate (che dovrebbero essere lacrime).

Agricoltori in fila con i loro trattori sulla strada ad alta velocità a Orte, Italia, mercoledì 31 gennaio 2024 (AP Photo/Andrew Medichini)

E dire che il problema degli agricoltori non sono tanto le misure ecologiche, quanto il costo della produzione del cibo per l’agricoltore. Se oggi gli agricoltori manifestano e se in Europa negli ultimi quindici anni hanno chiuso 5,3 milioni di aziende (ne restano meno di 10 milioni), è soprattutto perché produrre cibo non è più redditizio. A questo contribuisce sicuramente la volatilità del mercato, dove ormai il prezzo del cibo è soggetto a speculazioni di ogni tipo, ma soprattutto il ruolo della GDO (la Grande Distribuzione Organizzata), ovvero i supermercati dove facciamo la spesa ogni giorno.
In Italia, la GDO convoglia tre quarti degli acquisti alimentari. Molte delle pratiche che la GDO mette in atto nei confronti dei propri fornitori sono state definite “sleali” dalla stessa UE, perché schiacciano i prezzi al consumo tramite sconti e contributi richiesti ai fornitori, i quali si rivalgono sulla parte agricola.
In Francia (ma lo stesso accade in Spagna) ai rapporti commerciali tra gli attori della filiera agroalimentare hanno dedicato una legge. Si chiama “Loi agriculture et alimentation” e rappresenta una garanzia per l’agricoltore, il cui guadagno non può mai essere al di sotto del costo di produzione. Infatti è stato il mancato rispetto della norma ad accendere le proteste dei nostri cugini d’Oltralpe. Non è un caso che in questi giorni gli agricoltori nella regione dell’Alta-Loira abbiano preso di mira alcuni punti vendita dei colossi distributivi.

Nel nostro Paese, allineandosi alla destra europea, il governo ha invece scelto di aizzare il malcontento in chiave unicamente anti-ecologista. I partiti italiani (e non solo) di destra leggono in queste proteste solo ciò che vogliono vedere e che più rispecchia i loro programmi. Quello che sta avvenendo cioè è che si sta strumentalizzando l’agricoltura come testa d’ariete per mettere fine alla transizione ecologica europea. E questo è un dramma per la transizione, che invece è sempre più necessaria.
La convocazione arrivata in questi giorni da parte del Ministero delle Politiche Agricole per avviare “una più intensa collaborazione con le organizzazioni agricole maggiormente rappresentative”, è stata indirizzata esclusivamente alle grandi associazioni di categoria, escludendo però associazioni e realtà che in questi anni si occupano di questo e rappresentano il mondo dell’agricoltura ecologica. E stupisce (ma stupisce davvero?) che non siano state neppure convocate le sigle della GDO che pure hanno un ruolo centrale in questa storia.
È corretto che settori vitali per la sopravvivenza del pianeta e dei territori siano sussidiati andando a prendere le risorse laddove si creano ricchezze immense con tassazioni bassissime. La sostenibilità ambientale e sociale ha un costo che finora si è principalmente scaricato sul pianeta e sulle fasce più deboli della popolazione.
La protesta degli agricoltori è legittimata dalla denuncia del malessere economico di una categoria, ma i motivi sono sbagliati. Il problema non è il Green Deal, l’obiettivo dovrebbe essere sostenere una produzione a minori emissioni che tuteli la biodiversità (che le emissioni da sole non misurano) e il valore culturale delle piccole produzioni, quel famoso Made in Italy di cui tanto ci si riempie la bocca in territorio sovranista.
Un’occasione persa, o meglio sacrificata sull’altare dell’ideologia e delle prossime elezioni europee, in cui a farne le spese saranno di nuovo gli agricoltori. Oltre che — come sempre — noi cittadini.

Quel che l’UE stava provando a fare era legare sempre di più gli incentivi e i sussidi a comportamenti sostenibili da un punto di vista ambientale, con una riduzione nell’uso di concimi e tecniche inquinanti e un maggior ricorso al biologico, in modo da avere meno aziende intensive. Il problema è che concimi, fertilizzanti e tecniche di agricoltura intensiva — come quelle di ingegneria genetica o in generale innovazioni applicate al settore — vengono usate non per un gusto particolare dell’imprenditore agricolo, ma perché aumentano la produttività e dunque la possibilità di avere abbastanza ricavi da sopravvivere.
Favorire il passaggio da un’agricoltura a maggior impatto ambientale e alta produttività a una con minore impatto e minore produttività può significare una riduzione di reddito per l’agricoltore: ed è contro questo rischio concreto che protestano molti trattori nelle strade, vogliono i sussidi ma per fare l’agricoltura che dicono loro, cioè più inquinante e relativamente più redditizia.
La protesta dei trattori di questi giorni è proprio contro il tentativo di legare i sussidi all’impatto ambientale. E questo, noi, da cittadini, non dovremmo approvarlo. Non siamo noi che auspichiamo il sacrificio di piccoli produttori, ma bisogna uscire dalla logica che s’intravede nel dibattito attuale che se qualcuno ha ereditato o aperto una impresa agricola ha il diritto di fare l’agricoltore, qualunque sia la sua prospettiva di business, qualunque sia la perdita. Chi fa l’idraulico forse rivendica di avere diritto a un reddito garantito? O chi apre un’attività commerciale chiede allo Stato di non pagare tasse?
L’attuale assetto finanziario dei sussidi al settore è semplicemente il risultato di rapporti di forza: la lobby agricola, soprattutto francese, ha ottenuto sussidi su misura delle proprie esigenze, non certo della collettività. L’UE non è autonoma con la produzione agricola, comunque ha bisogno di stare sul mercato internazionale — anche perché i consumatori non vogliono pagare prezzi alti in nome dell’autarchia: vogliono botte piena e moglie ubriaca — ma in compenso usa i sussidi per esportare in concorrenza con i Paesi da cui poi partono migranti per assenza di prospettive economiche.
Per timore che la produzione si sposti in Paesi con standard ambientali minori, i contadini rivendicano il diritto di inquinare qui da noi (e sussidiati per farlo). Eppure la velocità della transizione ecologica non dovrebbe essere decisa da chi ha il trattore più grosso.


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