La WWIII? C’è già (il re è nudo)

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“I vestiti nuovi dell’imperatore” è una fiaba di Hans Christian Andersen pubblicata per la prima volta nel 1837. C’era una volta un imperatore molto vanitoso, che amava curare il suo abbigliamento al punto di spendere tutto il suo denaro per vestirsi. Un giorno arrivarono nella capitale del suo impero due individui che dicevano di saper tessere una stoffa straordinaria, con disegni e colori meravigliosi e soprattutto con un potere magico incredibile: la stoffa diventava invisibile agli occhi degli uomini che non erano all’altezza della loro carica o che erano stupidi. «Quella sì che sarebbe una stoffa adatta per farmi cucire degli abiti meravigliosi!» pensò l’imperatore, «con quelli indosso potrei riconoscere gli incapaci che lavorano nel mio Impero! Devo averla subito!». I cortigiani inviati dal re non riuscirono a vedere il tessuto; ma per non essere giudicati incapaci, riferirono all’imperatore lodandone la magnificenza. L’imperatore convocò i due individui a corte e anticipò loro una cospicua somma di danaro, affinché potessero iniziare a tessere la stoffa magica. Essi montarono due telai nelle soffitte del Palazzo Imperiale, dopodiché chiesero la seta più bella e l’oro più brillante e iniziarono a tessere notte e giorno. Quando l’abito gli venne consegnato, l’imperatore si rese conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; attribuendo la non visione del tessuto a una propria indegnità, esattamente come i suoi cortigiani prima di lui, anch’egli decise di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori. E col nuovo vestito prese a sfilare per le vie della città di fronte a una folla di cittadini plaudenti i quali, pur non vedendo alcunché — e dunque sentendosi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità —, lodavano a gran voce l’eleganza del sovrano. L’incantesimo parve ruppersi quando una bimba, sgranando gli occhi, alzò un ditino verso il sovrano e urlò con innocenza: «Ma il re non ha niente addosso!» (o, secondo una variante, «Il re è nudo!»). Il monarca tuttavia continuò imperterrito a sfilare come se nulla fosse.

Siamo come nella fiaba di Andersen, ma non c’è alcun bimbo a dirci quel che ci rifiutiamo di vedere, e cioè che il Potere sta sfilando… in mimetica militare, armato fino ai denti e spendendo una fortuna.

L’abbattimento di centinaia di missili e droni iraniani su Israele può considerarsi una «vittoria», ha detto chiaro e tondo il presidente USA Joe Biden al premier israeliano Benjamin Netanyahu nella notte di sabato 13 Aprile (operazione costata più di un miliardo di euro totali). Ricordandogli però che gli Stati Uniti non prenderanno parte a una eventuale azione offensiva contro Teheran, nel tentativo di fare passare bollori bellicisti ai falchi di Tel Aviv. La priorità, per Washington, resta scongiurare un allargamento del conflitto. Per garantire la stabilità (o quello che ne resta dopo l’eccidio del 7 Ottobre 2023) in Medio Oriente, certo, ma anche per non mettere un’altra guerra sulla bilancia della campagna elettorale per le Presidenziali del 5 Novembre 2024, già appesantita da quella in Ucraina. Molto però dipende da quanto Bibi sarà disposto ad ascoltare lo storico alleato e primo fornitore d’armi. Visto com’è andata finora, e che la guerra è ormai l’unica àncora di salvezza politica di Netanyahu, le chance francamente sono poche.
(Il piano di Bibi è semplice, nella sua temerarietà: arrivare a una guerra totale con l’Iran e trascinarci dentro l’America, per restare al potere e far dimenticare — ancora una volta — i palestinesi. Biden, però, sembra avere mangiato la foglia.)
Questo sulla carta. Sul campo, però, le cose sono diverse. Perché mentre la Casa Bianca ribadisce l’impegno per evitare un’escalation, il conflitto in Medio Oriente al momento vede già coinvolti, a titolo diverso, almeno 15 Paesi dell’area. Solo nella notte di sabato 13 Aprile, gli USA hanno risposto all’attacco di Teheran da basi che si trovano in otto Stati. Mentre l’Iran ha sparato missili e droni da Iraq, Siria e Yemen.

Gli USA hanno costruito una rete di difesa in Medio Oriente. «Su mia richiesta, per sostenere la difesa di Israele, la scorsa settimana l’esercito americano ha spostato aerei e cacciatorpedinieri per la difesa missilistica nella regione», ha dichiarato Biden. «Grazie a questi dispiegamenti e alla straordinaria abilità dei nostri militari, abbiamo aiutato Israele ad abbattere quasi tutti i droni e i missili in arrivo». Nel dettaglio la Casa Bianca ha confermato il coinvolgimento di aerei da combattimento F-15E Strike Eagle responsabili dell’abbattimento di oltre 70 droni iraniani. Una batteria Patriot a Erbil, in Iraq, ha neutralizzato un missile balistico e l’Uss Arleigh Burke e la Uss Carney nel Mediterraneo orientale hanno abbattuto da quattro a sei missili balistici. Tanto che Biden si è personalmente complimentato con i piloti degli F-15 «per la loro eccezionale abilità di volo e abilità nel difendere Israele da un attacco aereo senza precedenti da parte dell’Iran». Da Tel Aviv hanno detto: «La stretta cooperazione tra le forze armate statunitensi e l’Idf ha portato alla formazione di una forte coalizione che ha dato prova di sé ieri sera di fronte all’attacco aereo dell’Iran». Come riporta il sito Intercept, batterie missilistiche terra-aria USA sono state schierate in Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita, Giordania e nello stesso Israele. C’è poi stato il supporto della Raf britannica e della Francia, mentre il Bahrein il 7 Febbraio 2024 ha inaugurato una base per i nuovi sistemi di difesa aerea Patriot. Chiaro segnale di volersi “unire” alla coalizione.
Nell’ambito di questo conflitto ombra, quattro navi americane d’assalto al seguito della portaerei Uss Dwight D. Eisenhower hanno svolto un ruolo centrale nel contrastare gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden (il 12 Gennaio 2024 hanno lanciato missili da crociera Tomahawk contro obiettivi nello Yemen). I cacciatorpedinieri Uss Gravely e Uss Mason sono attivi nell’area e proprio martedì 9 Aprile, secondo la Marina USA, quest’ultimo ha neutralizzato un missile balistico antinave dei ribelli yemeniti puntato contro la nave commerciale statunitense M/V Yorktown. Il cacciatorpediniere Uss Laboon è arrivato nella regione a Dicembre 2023 e ha operato principalmente nel Golfo di Aden. L’incrociatore lanciamissili Uss Philippine Sea è arrivato nel periodo di Natale ed è utilizzato come principale hub di comando e controllo della difesa aerea. Tutte le navi USA hanno fatto poi scalo nei porti dell’Oman — soprattutto Duqm —, dell’Arabia Saudita e di Gibuti. Senza dimenticare, sull’altro fronte, il ruolo del Libano con Ḥizbullāh che si è più volte scontrato con Israele nel confine sud dello Stato ebraico.
Altro che “rischio escalation”… cos’è questo, se non un autentico bollettino di guerra?

Sciame di droni iraniani mentre vengono abbattuti nei cieli israeliani

LIMITI OLTREPASSATI

Viene in mente Ludwig Wittgenstein con una delle sue più celebri massime: «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo». Come vasi comunicanti, linguaggio e mondo vanno di conserva e si alimentano della loro reciproca combinazione.
È così che, dall’invasione dell’Ucraina in avanti, quei limiti sono stati superati e ciò che fino a prima era indicibile è diventato discorso comune, dunque accadimento possibile. L’ipotesi di un conflitto nucleare non trova più nel concetto di deterrenza un freno insormontabile, l’attacco iraniano a Israele ha evocato nel profluvio di commenti che ne sono seguiti l’imminente scenario di una Terza Guerra Mondiale.
Così facendo si sono poste le premesse della catastrofe. Il solo parlarne rende plausibili esiti apocalittici che fino a poco tempo fa erano relegati alla letteratura distopica. La cultura del secondo Novecento, che ci aveva portato in dote il pacifismo e la non-proliferazione del nucleare, è obsoleto retaggio di un passato quasi incantato in cui quei valori erano solido patrimonio comune. Oggi, pur ammettendo che non si dovrebbe cedere alla logica del più forte e del più violento, altrimenti si lascerebbe campo libero a qualsiasi folle dittatorucolo, “pacifismo” è sinonimo di complicità con l’aggressore, così come rifiuto della guerra e obiezione di coscienza sono “cedimenti alla protervia del tiranno”. Di più, l’Armageddon ora è banale argomento da talk show: in TV si discute di fine del mondo con la stessa disinvoltura con cui si parla dei patemi del Partito Democratico o della crisi dei Ferragnez.
A ridosso dell’attacco iraniano a Israele, si sono reiteratamente visti in tivù novelli Stranamore che con malcelato compiacimento vaticinavano il peggio alle porte, «armiamoci e partite», la guerra come «sola igiene del mondo». Senza pensare che, a differenza dell’elogio hegeliano, la distruzione totale non sarà preludio di alcuna rigenerazione. I limiti del linguaggio sono i limiti del mondo. Parlare di ricorso alla bomba atomica o di “World War III” vuol dire esplicitamente ammetterne la prospettiva. La catastrofe alligna nelle parole, e da esse deriva e trae giustificazione. Il confine tra realtà e propaganda non è mai stato così sottile. E parlare di pace è la fastidiosa eresia all’idea ora dominante che le controversie si risolvono solo con la forza. Non importa se estrema, e tale da mettere a repentaglio l’esistenza di tutti.

Nelle ultime settimane, accanto ai rumori assordanti della strage compiuta a Gaza nell’apparentemente inutile tentativo di annientare Ḥamās, abbiamo ascoltato una serie di dichiarazioni pubbliche di esponenti politici di spicco europei e statunitensi che si richiamano inequivocabilmente alla logica impazzita della corsa agli armamenti del secondo Novecento e a una serie di nuove minacce di escalation militare nei confronti della Russia.
Ad aprire le danze del linguaggio macabro bellico è stato Trump, il quale, sfruttando per motivi elettorali l’ostilità di molti statunitensi verso la guerra in Ucraina, si sta attrezzando per concentrare l’infinita serie di provocazioni e di pressioni militari verso il Pacifico, ossia in direzione della Cina. Non potendo l’America gestire contemporaneamente tre fronti di guerra, ed essendo l’Ucraina apparentemente troppo lontana dagli interessi degli USA, il candidato presidente repubblicano ha detto sobriamente, com’è nel suo stile, che se gli Stati europei non innalzeranno considerevolmente le spese militari, inviterebbe lui stesso la Russia ad attaccare l’Europa.
Alle dichiarazioni provocatorie di Trump non è seguita alcuna ondata d’indignazione: al contrario, si sono accavallate tutta una serie di dichiarazioni e azioni da parte dei leader europei che vanno esattamente nella direzione indicata da Trump. In primis le esternazioni di Ursula Von der Leyen che ha sostenuto la necessità di indirizzare un numero crescente di risorse verso le industrie belliche fino a orientare l’intera economia europea in funzione della guerra. Il Parlamento Europeo, in Marzo e Aprile, ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che prevede nuove quote d’investimento verso gli armamenti ucraini, e da più parti — cominciando dalle ambigue dichiarazioni di Macron — si è lasciato intendere che, se provocata, l’Europa potrebbe compiere un deciso salto di qualità, entrando apertamente ed esplicitamente nella guerra contro la Russia.
A ciò vanno aggiunte le intercettazioni compiute da una giornalista russa di alti ufficiali tedeschi che, senza neanche prendere le dovute precauzioni, hanno dichiarato apertamente che stavano preparando azioni missilistiche in gran fretta per attaccare, sotto copertura, l’esercito russo con missili tedeschi di lunga gittata. A questo vanno aggiunti ulteriori dettagli, a partire dalle tentazioni di isolamento dell’area di Kaliningrad, accerchiata da Repubbliche baltiche e Polonia, e dalle pressioni di Romania e Moldavia sulla Transnistria per coinvolgere altre regioni nel clima arroventato.

Ma la “perla” è stata la dichiarazione del premier polacco Donald Tusk, in un’intervista che ha avuto larghissima risonanza.

«Non voglio spaventare nessuno, ma la guerra non è più un concetto del passato, è reale, è già iniziata più di due anni fa: la cosa più preoccupante è che ogni scenario è possibile e che è la prima volta, dal 1945, che ci troviamo in una situazione del genere».

Tusk, che è un personaggio politico di primo piano anche a livello internazionale — è stato presidente del Consiglio Europeo dal 2014 al 2019 —, era ben consapevole della gravità delle sue affermazioni: «So che sembra devastante, soprattutto per i più giovani, ma dobbiamo abituarci mentalmente all’arrivo di una nuova èra, l’èra prebellica».

In particolare, per quanto riguarda l’Europa — con la sola eccezione delle guerre, molto localizzate e circoscritte, che avevano segnato la dissoluzione della ex Jugoslavia alla fine del secolo scorso —, la pace non era mai stata veramente minacciata. Ma anche a livello mondiale, neppure nel periodo della “guerra fredda” essa era stata così gravemente in pericolo.
E non perché non ci fossero più motivi di contrasto — c’erano eccome ed erano fortissimi, dal momento che erano ideologici —, ma per il radicale cambiamento che l’introduzione delle armi nucleari aveva prodotto nella valutazione del bilancio vantaggi-svantaggi di un conflitto. Dopo Hiroshima e Nagasaki, nessuno scontro bellico poteva più essere concepito soltanto come il “semplice” scontro tra due apparati militari, da cui uno dei due sarebbe uscito vittorioso.
Ne avevano preso atto gli intellettuali. Anche qui da noi, sebbene con un certo ritardo: in un celebre saggio del 1979, “Il problema della guerra e le vie della pace”, Norberto Bobbio aveva concluso che ormai le potenzialità distruttive delle armi create dall’uomo aprivano inediti scenari di distruzione su scala planetaria, al punto da mettere a rischio la sopravvivenza stessa della specie umana. La guerra termonucleare, a differenza delle altre passate, non permetterebbe più una distinzione tra vincitori e vinti, accomunando tutti gli esseri viventi nella stessa sciagura.
A questa pace fondata sul principio della “mutual assured destruction” (mutua distruzione assicurata) avevano aderito anche i due leader delle superpotenze mondiali di allora, Ronald Reagan e Michail Gorbačëv, in un vertice bilaterale tenutosi a Ginevra il 21 novembre 1985: «Oggi riaffermiamo il principio che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere combattuta».
Così, di un conflitto atomico mondiale nessuno ha più parlato seriamente per un pezzo. Fino a oggi.

Le parole di Tusk ci avvertono che esso è tornato a essere una prospettiva reale, a cui «dobbiamo abituarci mentalmente». Perché è chiaro che, se lo scontro coinvolgerà Stati dotati armi nucleari, non ci si può illudere che esso possa essere limitato a quelle convenzionali: non appena uno dei contendenti si trovasse in serie difficoltà su questo terreno, la tentazione di evitare la sconfitta ricorrendo ai suoi arsenali di missili a testata atomica sarebbe irresistibile. Tanto più che ormai questi arsenali non contengono solo armi nucleari “strategiche”, dispositivi a lungo raggio — anche intercontinentali — progettati per attaccare direttamente il suolo nemico e distruggere città e infrastrutture, ma anche quelle “tattiche”, pensate per un uso più circoscritto, sul campo di battaglia.

ANALOGIE CON LA VIGILIA DELLA “WWII”

Due analisi apparse nell’ultimo numero della National Review, un organo autorevole del pensiero conservatore (non trumpiano, anzi generalmente anti-trumpiano), sottolineano il sinistro allineamento con la “geopolitica” che precedette il disastro della Seconda Guerra Mondiale.
Nella loro analisi il mondo è sottoposto all’offensiva di un nuovo Asse, analogo a quello che unì la Germania nazista, l’Italia fascista e il Giappone militarista.
La prima analisi con questo taglio è di Mike Watson, uno dei dirigenti dello Hudson Institute. Nel saggio intitolato “The Fragility of Civilization”, Watson osserva: «Si può obiettare che l’attacco della Russia contro l’Ucraina e l’attacco per procura dell’Iran contro Israele [usando Ḥamās, ndr] non sono collegati fra loro. È vero. Le nuove potenze alleate dell’Asse non si fidano l’una dell’altra, proprio come le vecchie potenze dell’Asse, e non sembrano condividere pienamente le rispettive strategie l’una con l’altra. Ma una persona adagiata nell’autocompiacimento nel 1936 avrebbe avuto egualmente ragione a sottolineare che l’invasione giapponese della Manciuria, quella italiana in Etiopia, e la guerra per procura combattuta dalla Germania in Spagna, non erano i prodotti di un unico grande disegno. Alla fine però quelle tre potenze si unirono per conquistare gran parte dell’Europa e dell’Asia».

A questa analogia Watson aggiunge un’analisi sulla portata in gioco dell’attacco contro Israele:

«Molte delle componenti più critiche e dinamiche dell’economia globale sono altrettanto vulnerabili quanto lo è Israele. L’Iran lo ha dimostrato quando ha colpito la raffineria petrolifera Abqaiq in Arabia Saudita nel 2019: è capace di devastare i mercati energetici mondiali usando solo pochi missili e droni; e ha la volontà per farlo. Se la crisi di Gaza si allarga in un vasto conflitto regionale, le conseguenze potrebbero essere immense: l’Iran ha più di 3.000 missili balistici e ha armato Ḥizbullāh con più di 100.000 razzi. Razzi e artiglieria potrebbero chiudere il Canale di Suez, un quinto del petrolio e del gas mondiale potrebbe rimanere bloccato nel Golfo, negato alle fabbriche e alle case di Europa e Asia. La capacità d’innovazione d’Israele, che ha migliorato le vite di milioni di persone nel mondo intero, sarebbe dirottata in una lotta per la sopravvivenza. Il costo umano si estenderebbe ben oltre il Medio Oriente».

L’immagine del “Nuovo Asse”, parallelo a quello fra Berlino, Tokyo e Roma nella Seconda Guerra Mondiale, ritorna sulla National Review in un altro saggio, firmato da Seth Cropsey: ex alto ufficiale della U.S. Navy ed ex sottosegretario alla Marina militare, è il fondatore dello Yorkstown Institute. Cropsey aggiorna le analisi classiche del pensiero geopolitico sui conflitti per il dominio dello “Eurasian rimland”, cioè la cornice o fascia costiera della massa continentale eurasiatica. L’importanza di controllare le zone marittime e costiere dell’Europa, del Medio Oriente e dell’Asia, fu teorizzata negli anni Trenta del Novecento dallo studioso americano Nicholas John Spykman. Le sue visioni ispirarono la strategia di “contenimento” adottata dagli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica. Oggi secondo Cropsey due aree cruciali del “rimland eurasiatico” sono già in piena guerra, Ucraina e Israele. «Russia, Cina, Iran – scrive – hanno forgiato un’intesa che assomiglia all’Asse di metà Novecento. Queste nuove potenze revisioniste [nel senso che vogliono “rivedere” l’ordine internazionale, scardinarlo per sostituirlo con un assetto alternativo, ndr] condividono alcuni obiettivi strategici con i loro predecessori. Non sopportano le restrizioni di un sistema internazionale che non concede agli Stati autoritari il diritto di espandersi a spese dei vicini più piccoli. Cercano di dominare le loro aree per assicurarsi un controllo economico a lungo termine sul mondo, soprattutto a fini domestici. Abbracciano ideologie — il nazional-fascismo russo con la sua mescolanza di razzismo gerarchico e nostalgia sovietica; il khomeinismo iraniano con le sue pretese universaliste e il suo antisemitismo, il totalitarismo cinese con il suo culto della personalità — che sono nemiche del liberalismo, del governo rappresentativo, dei bilanciamenti tra poteri nello Stato di diritto».

Proprio come negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, le tre potenze del Nuovo Asse hanno delle difficoltà a coordinarsi. In parte questo è legato alle profonde differenze ideologiche tra loro: il fanatismo islamico che comanda in Iran è odiato da Putin e Xi Jinping (e represso nei rispettivi Paesi), anche se vi trovano un alleato utile per disfare l’ordine occidentocentrico. Lo temono anche perché l’islamismo di Teheran è l’unica ideologia veramente universale, visto che teoricamente si rivolge a un miliardo e mezzo di musulmani dal Maghreb all’Indonesia, più le tante comunità d’immigrati in Occidente; mentre né il “putinismo” né il totalitarismo cinese hanno lo stesso appeal universale.
Inoltre le tre potenze hanno interessi di lungo periodo divergenti. Non è difficile immaginare un futuro conflittuale tra Cina e Russia quando sarà evidente — e sempre più umiliante — la colonizzazione economica della seconda da parte della prima. Un eventuale successo delle mire iraniane per l’egemonia nel Golfo danneggerebbe sia la Russia (concorrente nella produzione di energie fossili) sia la Cina (prima importatrice mondiale di petrolio e gas).

Ma anche Hitler, Mussolini e Hirohito ebbero interessi divergenti e perfino conflittuali; ciò non impedì che unissero le loro forze con l’obiettivo di distruggere un ordine internazionale guidato dai loro nemici. Per adesso siamo a quella fase, per il Nuovo Asse. «La Russia – scrive Cropsey – cerca di assorbire l’Ucraina (e insieme a essa Moldova e Bielorussia), dominare il Caucaso, sottrarre la Turchia al campo occidentale, infine conquistare i Paesi Baltici, creando così un blocco capace di sfidare direttamente l’Occidente. L’Iran conduce una guerra di logoramento contro Israele con l’obiettivo di inondarlo di vittime e distruggerne l’economia. Abbattendo le fondamenta politiche dello Stato ebraico, e in parallelo attaccando le basi americane in Medio Oriente, l’Iran spera di usare la sua vittoria contro l’alleanza USA-Israele per attirare ogni sorta di islamisti sotto le sue bandiere, proiettandosi alla guida dell’intero mondo islamico».
Alcune delle principali rotte commerciali del mondo non sono più sicure. Il segnale alle democrazie, implicitamente, è preciso: avete perso il controllo degli snodi fisici della globalizzazione, non li governate più. E smentire un simile messaggio si sta dimostrando più difficile del previsto.
Da un lato c’è la potenza marittima di colossi che rappresentano almeno metà dell’economia mondiale, con gli americani determinati a colpire non solo i droni ma anche le postazioni degli Houthi (nei primi mesi del 2024 le hanno bombardate almeno sedici volte, secondo il Centro studi internazionali di Roma); dall’altro c’è un’organizzazione di poche decine di migliaia di uomini, costituita poco più di trent’anni fa, in uno dei Paesi più poveri del Medio Oriente. Uno si sarebbe aspettato che la forza schiacciante dell’Occidente avrebbe riaperto con facilità la rotta di Suez, così simbolica e strategica per l’Europa e l’Italia. Nei fatti, invece, gli attacchi continuano. Se ne contano molti più di cento solo a Febbraio e Marzo. E il traffico commerciale collassa, esattamente come stava collassando da prima delle missioni militari occidentali.

La Cina per adesso… sta a guardare, pur manifestando attivamente le proprie simpatie con il Nuovo Asse (non ha mai condannato né l’invasione dell’Ucraina né la mattanza di civili israeliani da parte di Ḥamās; ha irrobustito i suoi legami economici sia con Mosca sia con Teheran). All’apparenza Xi Jinping si accontenta di lucrare vantaggi dalle distrazioni di risorse americane verso altre zone del “rimland eurasiatico”: armi e munizioni, intelligence e capitale politico USA vengono spesi a piene mani prima in Ucraina e ora in Medio Oriente. Di questa distrazione americana Pechino già ha cominciato a profittare con un succedersi di azioni militari aggressive verso i suoi vicini (Taiwan, Filippine, Vietnam). Xi e Putin potrebbero anche delegare alla Corea del Nord un terzo conflitto nel Pacifico, proprio come l’Iran ha delegato a Ḥamās l’attacco contro Israele. Va tanto di moda il “proxy”, la guerra per procura.

Non ci è dato sapere se e quando verrà aperto questo nuovo fronte, tuttavia secondo alcune analisi il “terzo fronte” è già aperto da tempo: siamo noi.
Lo spettacolo di masse giovanili che in Occidente sfilano dietro slogan pro-Ḥamās, congiungendosi con cortei di immigrati islamici che condividono gli stessi slogan per le vie di Londra e New York; gli effetti destabilizzanti di un’immigrazione incontrollata, e la diffusione metastatica di ideologie anti-occidentali nel cuore dell’Occidente; le contro-reazioni elettorali che portano alla vittoria Geert Wilders in Olanda, domani forse al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: visto con gli occhi di Xi, Putin, Khamenei, tutto questo tragico spettacolo può tranquillamente apparire come “terzo fronte”.
I tre leader del “Nuovo Asse totalitario” (appunto Xi, Putin e Khamenei) hanno tutti e tre nella loro formazione culturale il senso della Storia quale si dipana nei tempi lunghi, e pensano che i tempi giochino a sfavore dell’Occidente, viste le manifestazioni vistose del suo “decadentismo”. Dei tre, quello che ha anche le maggiori risorse economiche e tecnologiche per resistere a una guerra di posizione nel lungo termine è Xi Jinping. Forse anche per questo è lui a concedersi il lusso di “rinviare” un’altra guerra calda nel cortile di casa sua, quella per annettere Taiwan.

Pur con le divisioni ideologiche che li caratterizzano, i jihadisti sunniti di Ḥamās, gli ayatollah sciiti di Teheran, Putin e Xi convergono su una descrizione dei loro avversari come “culturalmente molli”. Ḥamās ha interpretato le lacerazioni della società civile israeliana (le grandi battaglie contro i progetti di riforma giudiziaria di Netanyahu) come un segnale di debolezza; gli ayatollah iraniani sono convinti che la società israeliana per effetto del benessere economico di oggi stia diventando meno marziale e meno disposta a sostenere una guerra di lunga durata. Putin e Xi fanno la stessa analisi sulle società europee e americana, che hanno abbandonato patriottismo ed etica del sacrificio come fossero disvalori da ripudiare. (Putin sembra aver sbagliato la sua analisi sul popolo ucraino, che si è rivelato finora più combattivo del previsto.) In Cina circolano analisi simili sulla società di Taiwan: troppo abituata al benessere per voler sacrificare la vita in difesa della libertà.

I nazisti, i fascisti, i militaristi giapponesi avevano giudizi simili sulle società americana, inglese e francese negli anni Trenta e Quaranta: “decadenti”, “moralmente dissolute”, quindi inadatte a combattere. La Storia fu quasi sul punto di dar ragione ai dittatori del precedente “Asse”. Se avessero vinto le correnti isolazioniste negli Stati Uniti, se Franklin Roosevelt non avesse avuto il “pretesto” di Pearl Harbor per intervenire nel Pacifico e in Europa, gli eventi avrebbero potuto seguire un percorso molto diverso.

Questo porta alla conclusione convergente degli analisti conservatori sulla National Review: l’America non deve stare a guardare, ciascuno dei conflitti dall’Ucraina a Israele la riguarda in modo vitale, un ritorno all’isolazionismo avrebbe conseguenze terribili.
Sul controllo del “rimland eurasiatico” si gioca la sopravvivenza del cosiddetto Mondo Libero e quindi l’interesse strategico degli USA. La leadership americana, a differenza di quanto pensa Trump, va esercitata con senso di misura e pragmatismo, ma non deve ritirarsi.
(Il sottoscritto pensa che purtroppo invece lo farà, come spiego nel mio ultimo corposo saggio in due volumi.)

UN PIANETA SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

La più autorevole ONG di aiuti umanitari, l’International Rescue Committee di New York, ha mappato tutte le tensioni nel mondo che quest’anno potrebbero degenerare in conflitti. Riguardano tutte Paesi dove già si stanno verificando episodi di violenza, spesso con bilanci drammatici. Anche se praticamente nessuno ne parla, nel 2023 nei Paesi in cui di recente si sono verificati colpi di Stato le vittime sono state migliaia: 7.800 in Burkina Faso, 4.100 in Mali, 1.000 in Niger. La mappa mondiale tracciata dall’International Rescue Committee non tiene conto delle guerre già in corso, e dunque non si sofferma né sul conflitto russo-ucraino né su quello israelo-palestinese. Guarda piuttosto ai Paesi in cui si sta verificando un conflitto “non convenzionale”, sia pure con diversa intensità, dividendoli in due categorie che comprendono 10 Stati ciascuna.
Nel complesso, nel 2024 i conflitti potrebbero coinvolgere il 10% dell’umanità, una persona su dieci. Tra gli uomini, le donne e i bambini colpiti dalle guerre si trovano il 75% delle persone obbligate a lasciare la propria abitazione e il 70% di quelle in grave insicurezza alimentare.

La crisi più drammatica in corso è la guerra tra Israele e Ḥamās nella Striscia di Gaza, iniziata il 7 Ottobre 2023, quando Ḥamās ha condotto un attacco a sorpresa nel Sud d’Israele, causando la morte di circa 1.200 israeliani tra civili, membri delle forze di sicurezza e cittadini stranieri. In risposta, lo Stato ebraico ha avviato una campagna di bombardamenti contro l’enclave che ha ucciso finora circa 32.000 palestinesi, di cui oltre 10.000 bambini. Israele colpisce regolarmente anche la Cisgiordania, prendendo di mira gruppi di civili palestinesi inermi e senza legami con milizie armate. La guerra a Gaza va inserita nel contesto del conflitto israelo-palestinese, la cui soluzione è sempre più lontana.
I bombardamenti a Gaza hanno esasperato altre quattro crisi già esistenti, in Libano, Siria, Iran e Yemen. Al confine settentrionale di Israele con il Libano, il gruppo militante libanese Ḥizbullāh (sciita) ha lanciato circa 700 attacchi in solidarietà con Ḥamās (sunnita). Sebbene Israele sia il loro nemico comune, questi due gruppi hanno agende e strategie differenti. Secondo l’intelligence americana, Ḥizbullāh non ha collaborato con Ḥamās nell’offensiva del 7 Ottobre.

In prossimità del confine a nord-est, invece, Israele è coinvolto in una guerra ombra con l’Iran che si svolge in Siria, dove le forze israeliane hanno lanciato centinaia di attacchi aerei contro strutture e forze militari iraniane, nonché contro postazioni del governo siriano. La più grande preoccupazione di Israele è il programma nucleare iraniano e il suo arsenale missilistico che ha assunto dimensioni impressionanti negli ultimi decenni. In Siria, il confronto indiretto tra Israele e l’Iran si intreccia con la guerra civile locale, iniziata nel marzo 2011, che vede contrapporsi l’opposizione siriana, sostenuta nel tempo da Stati Uniti e Turchia, alle forze del presidente Bashar al-Assad. Quest’ultimo, appoggiato dalla Russia e dall’Iran, controlla oggi il 70% del territorio siriano e ha ottenuto il reinserimento nella Lega Araba, uscendo in tal modo da un isolamento internazionale durato oltre dieci anni.

La guerra a Gaza si è intrecciata anche con la crisi in Yemen. Dal 7 Ottobre, i ribelli yemeniti Houthi hanno lanciato missili e droni contro Israele, conducendo allo stesso tempo trenta attacchi contro imbarcazioni internazionali, comprese le navi da guerra statunitensi, dirette verso Israele. Sebbene gli Houthi e Ḥizbullāh siano sciiti, difendono i palestinesi sunniti perché fanno parte del cosiddetto “asse della resistenza” guidato dall’Iran. In questo caso, la politica di potenza prende il sopravvento sulle divisioni religiose. Teheran è infatti alla testa di un’alleanza informale di gruppi e governi musulmani sunniti e sciiti in Yemen, Siria, Libano, Gaza e Iraq che si oppongono a Stati Uniti e Israele. Lo Yemen è a sua volta dilaniato da due gruppi. Da una parte, gli Houthi, legati all’Iran, che controllano la capitale Sana’a; dall’altra, il governo yemenita, appoggiato dall’Arabia Saudita. Gli attacchi Houthi nel Mar Rosso hanno di fatto aperto un nuovo fronte caldo in Medio Oriente, con gravi conseguenze sul traffico verso il Canale di Suez, attraverso cui passa il 12% del commercio globale. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno bombardato gli Houthi ell’ambito di una missione internazionale lanciata a fine 2023.

Per concludere la lista delle crisi in Medio Oriente, occorre considerare le recenti tensioni tra l’Iran e il Pakistan. Il 17 Gennaio 2024 l’Iran ha lanciato attacchi missilistici sul territorio del Pakistan, nella provincia sud-occidentale del Beluchistan, contro il quartier generale della milizia sunnita Jaish al-Adl. Per tutta risposta, il giorno seguente, Islamabad ha condotto raid aerei in Iran contro i separatisti Baloch presso un villaggio nella provincia del Sistan-Beluchistan, al confine con il Pakistan. Tali attacchi hanno rappresentato le incursioni transfrontaliere più gravi degli ultimi anni.

Un altro fronte della «terza guerra mondiale a pezzi», com’è stata definita dal pontefice cattolico Bergoglio, è il conflitto in Ucraina che infuria senza sosta. L’esercito di Kiev è in difficoltà economica e militare. Economicamente, non ha ancora ricevuto i miliardi di dollari vitali promessi dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti; militarmente è a corto di soldati e la sua difesa aerea è sempre più deteriorata, come emerge dagli ultimi dati disponibili. Mentre nel 2023 il PIL della Russia è cresciuto del 5,4% su base annua, quello dell’Unione Europea ha registrato una crescita di poco superiore allo zero. L’economia tedesca è di fatto in recessione.

A Taiwan, la recente elezione a presidente di Lai Ching-te, del Partito democratico progressista (Dpp), è invisa alla Cina per il suo indipendentismo, che avrebbe preferito la vittoria del candidato del partito Kmt, più vicino a Pechino. Le elezioni hanno segnato un cambio di leadership a Taiwan, in un momento in cui le tensioni sulle due sponde dello Stretto sono elevate. Secondo l’agenzia americana Bloomberg, lo scoppio di un conflitto militare a Taiwan potrebbe costare al mondo qualcosa come 10.000 miliardi di dollari.

In Asia, un punto caldo è costituito dalla crisi con la Corea del Nord che inquieta periodicamente il Giappone, la Corea del Sud e gli Stati Uniti con test di armi e missili. Tali azioni comportano rischi significativi, poiché ogni incidente rischia di innescare un’escalation.

In America Latina spiccano Haiti, Paese di fatto in mano a bande criminali, e l’Ecuador, sconvolto dallo scontro tra narcotrafficanti e Stato.

Infine, per quanto riguarda l’Africa, il conflitto più recente è scoppiato in Sudan, il 15 Aprile 2023, dove, secondo l’ONU, sono state uccise oltre 12.000 persone. La Libia continua a essere instabile, con la persistente presenza di due governi rivali e una costellazione di milizie che si scontrano periodicamente.
Negli ultimi anni, il continente africano ha visto un aumento significativo di colpi di Stato che, oltre al Sudan, hanno interessato Gabon, Niger, Burkina Faso, Guinea, Ciad e Mali, con gravi conseguenze per la stabilità del continente. Nel Corno d’Africa, proprio il 1° Gennaio 2024, si è accesa l’ennesima crisi tra l’Etiopia e la Somalia. Addis Abeba ha concluso un accordo con la regione separatista somala del Somaliland per avere l’accesso al mare, provocando la reazione della Somalia e l’inquietudine dei vicini regionali.

La tragica impotenza della politica

Bisogna tornare indietro fino alla Seconda Guerra Mondiale per trovare un mondo così a rischio di esplodere.
Non che nel passato non si siano manifestati conflitti in molte parti del mondo (basti pensare al Vietnam o alla Corea), ma in un modo o nell’altro si riusciva ad arrivare a un cessate il fuoco e a un successivo accordo. Vi è stato poi un periodo, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, durante il quale il numero delle guerre è notevolmente calato. Questa fortunata pausa è durata però solo una decina di anni, fino al 2001, con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle e le conseguenti reazioni di Washington con la guerra in Afghanistan e la successiva, più disgraziata, contro l’Iraq. Sono poi seguite, nel 2011, le cosiddette primavere arabe, che hanno dato origine a rivoluzioni civili in Libia, Egitto, Siria e Yemen.
Da allora è stato un moltiplicarsi di crisi, in gran parte trascinate da quello che il profetico politologo americano Samuel Huntington aveva previsto già nei primi Anni ’90: lo scontro di civiltà. Si spiegano con ciò le lunghe stagioni del terrorismo mediorientale, da Al-Qāʿida all’Isis, tutte dirette contro l’Occidente cristiano.

Le due grandi guerre attualmente in corso, quelle in Ucraina e in Palestina, paiono in grado di innescare una spirale e di trascinare altri Paesi nel caos, avviando così un conflitto generalizzato su larga scala. Di fronte a questa situazione incendiaria, appare evidente come la politica conti molto poco: non soltanto quella multilaterale, che vede il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in teoria dispositivo di risoluzione dei conflitti, bloccato dai veti incrociati dei cinque Paesi dotati di seggio permanente, ma anche quella bilaterale e delle singole potenze.
Le ripetute visite del segretario di Stato degli USA Antony Blinken in Israele dopo il “7 Ottobre“ non hanno prodotto alcun effetto concreto sulla linea adottata dal governo Netanyahu nei confronti di Gaza. Così come l’incontro del 2019 tra Donald Trump e Kim Jong-un non portò alla fine del programma nuclear-missilistico della Corea del Nord. Il paradosso è che oggi i principali attori globali condividono un’unica visione del mercato, come mai era accaduto in passato, ma i nazionalismi, i sovranismi, gli espansionismi si sono liberati dai lacci imposti dalla Guerra Fredda.
Quello che più impressiona è che gli sforzi diplomatici, quando ci sono, non riescono davvero a portare a una soluzione degli scontri in atto. Solo a seguito di grandi sforzi si ottengono piccoli, anche se importanti, risultati nel campo degli interventi umanitari, come un limitato scambio di prigionieri, la distribuzione temporanea di cibo e medicinali o, come nel caso russo-ucraino, il passaggio nel Mar Nero di navi per portare il grano nei Paesi più poveri. Ma la politica non riesce a spingersi oltre. Molti, troppi, leader nazionali preferiscono ricorrere all’uso delle armi per far prevalere i propri interessi.
A differenza di quanto accadeva in un passato ancora vicino, non c’è più nessuno in grado di fermare davvero le aspirazioni di chi punta le sue armi contro qualcun altro. Che si tratti del premier israeliano, del capo di Ḥizbullāh, del presidente della Federazione Russa oppure di quello degli Stati Uniti.

Troppi galli nel pollaio

Vi sono diverse ragioni dietro questa impotenza a esercitare un grande e collettivo sforzo per far cessare i conflitti che vanno dall’Ucraina al Medioriente, dal Sudan all’Etiopia, dall’Azerbaijan all’Armenia, per citare quelli più trattati dai mass media. La prima essenziale ragione è che l’organismo deputato per le mediazioni e le soluzioni ai conflitti ha clamorosamente fallito. Al pari della disgraziata “Società delle Nazioni” di stanza a Ginevra a cavallo fra Prima e Seconda Guerra Mondiale, le Nazioni Unite, nate a San Francisco nel 1945 e poi basate al celebre Palazzo di Vetro a New York, non sono mai state in grado di imporre le decisioni necessarie. Neppure ai tempi del confronto ideologico/politico fra USA e URSS sono riuscite a entrare nei giochi delle due superpotenze. Solo dall’accordo bipolare fra Washington e Mosca potevano nascere accordi di pacificazione.

Con la scomparsa dell’URSS è toccato all’America erigersi a gendarme del mondo: è il periodo, piuttosto recente, del cosiddetto “unipolarismo”. Mono-polo che ha finito per indebolire Washington, come è stato clamorosamente confermato dalla rovinosa uscita dall’Afghanistan dei Talebani. Uno stato di fatto che è anche all’origine della decisione di Vladimir Putin di aggredire l’Ucraina allo scopo di ribadire che la Russia conta ancora e che la sua influenza si estende al di là dei confini nazionali.

Solo che oggi non è possibile ristabilire il vecchio equilibrio fra l’America e la Russia. Il pollaio dei conflitti odierni è infatti affollato di ben altri galli, a cominciare dalla grande e potente Cina, che si è di fatto sostituita alla vecchia URSS nella competizione con Washington. Ma accanto a Pechino sono nati numerosi altri attori che i politologi odierni hanno collocato nel cosiddetto Global South: dalla emergente India al Brasile, dall’Iran all’Arabia Saudita, dalla Turchia al Sudafrica. Quest’ultimo ha addirittura portato Israele di fronte alla Corte Penale Internazionale con l’accusa di genocidio. Anche se poi la sentenza della Corte mantiene tutte le ambiguità di questa guerra con la richiesta a Israele di evitare atti di genocidio, ma non gli impone di interrompere le azioni militari.

Poiché tutte le crisi e i conflitti, anche più lontani e minori, hanno riflessi internazionali, è abbastanza comprensibile come dal divergere degli interessi degli attori in campo sia quasi impossibile trovare il bandolo di possibili soluzioni negoziali. Insomma, questo mondo ormai multipolare e quasi tutto schierato contro il “vecchio” Occidente non garantisce un bel nulla — al contrario, non fa altro che moltiplicare le occasioni di nuovi conflitti. Il famoso “new world order” era in realtà un “disorder” piuttosto spinto.

L’unica speranza per evitare lo scoppio di un “conflitto finale” apocalittico è che l’interesse delle potenze atomiche sia quello di non trascinare le situazioni di tensione fino a uno scontro diretto. Il rischio però è intanto quello di perdere il controllo della situazione e di arrivare alla soglia di un incidente che finisca per condurre a conseguenze fatali.
Sarebbe quindi più che mai necessario ritornare a rifondare un diverso sistema multilaterale che si basi su meccanismi efficaci e democratici di gestione delle crisi, togliendo di torno quell’antistorico “diritto di veto” che blocca ogni decisione dell’ONU, rendendolo fin dalla sua nascita una scatola vuota. Ma chi si dovrebbe incaricare di questa riforma? E.T.? 🤌

Vederci chiaro in Medioriente

In alternativa all’ONU, le speranze potrebbero essere riposte nei businessmen arabi. Bisognerebbe guardare con estrema onestà intellettuale alle vere ragioni del famigerato “7 Ottobre”.
Per parlare di Israele e di Ḥamās, infatti, sarebbe necessario non dico conoscere la Storia, ma almeno la cronaca.
Passi che non si sappia che gli ebrei abitano quella terra da sempre, passi che non si sappia che cosa sia successo nel 1948, quando le Nazioni Unite hanno proclamato la nascita di due nazioni, Israele e Palestina, e gli arabi il giorno stesso hanno detto di no alla Palestina e attaccato militarmente Israele.
Passi che non si sappia che cosa sia successo nel 1966 e nel 1973, passi che non si abbia nessuna idea su chi ha fatto saltare gli accordi di pace di Oslo e mille altre cose, compresi gli attentati suicidi, i missili e l’eterodirezione da Baghdad, da Damasco, da Riyad, da Doha e da Teheran della “causa palestinese” che per i suoi burattinai esteri però non è mai stata tale, ma soltanto uno strumento di propaganda e di mobilitazione per giustificare l’unico vero obiettivo: la cancellazione di Israele, della cosiddetta “entità sionista”, dalle cartine geografiche e l’uccisione di tutti gli ebrei.
Ḥamās, nel suo statuto, profetizza con le parole di Maometto che il giorno del giudizio arriverà solo quando finalmente i musulmani uccideranno tutti gli ebrei e quando l’ultimo ebreo «si nasconderà dietro una pietra o un albero e la pietra e l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo!».

Ma veniamo, appunto, alla cronaca, visto che la Storia è materia troppo complicata da sintetizzare sulle storie di Instagram degli improvvisati influencer di geopolitica.
La cronaca dice che Gaza è un carcere a cielo aperto perché così ha voluto Ḥamās, una dittatura teocratica e reazionaria che ha fatto da modello all’ISIS. Israele ha occupato la Striscia dopo la guerra con i Paesi arabi del 1966, poi si è ritirato unilateralmente nel 2005 trascinando a forza i coloni israeliani e lasciando case, fattorie, fabbriche e infrastrutture che Ḥamās ha subito distrutto, condannando i palestinesi a contare solo sugli aiuti umanitari. Ḥamās ha occupato militarmente Gaza cacciando dalla Striscia l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) al termine di una guerra civile che ha lasciato centinaia di cadaveri palestinesi per strada.
Ḥamās aveva vinto le elezioni legislative del 2006, ma agli influencer che hanno dato un’occhiata a Wikipedia è sfuggito che l’ANP si è data una forma istituzionale semipresidenziale e quindi che Ḥamās non aveva eletto il Presidente. Nonostante ciò, Ḥamās ha creato a Gaza un suo apparato di sicurezza illegale in contrapposizione a quello legittimo con sede a Ramallah, e ha scatenato la guerra contro il presidente palestinese Abu Mazen.

La guerra civile palestinese è finita, si fa per dire, con Ḥamās da una parte a Gaza e con la vecchia organizzazione politica di Yasser Arafat, Fatah, alla guida della Cisgiordania.
Durante la guerra civile centinaia di palestinesi sono stati uccisi da altri palestinesi, non ci sono mai più state elezioni e la posta in gioco, oltre al potere, è sempre stata ed è ancora oggi la stessa: la continuazione o il boicottaggio del processo di pace con Israele e la comunità internazionale.
Ai tempi della guerra civile palestinese, il rappresentante dei palestinesi Abu Mazen era favorevole, Ḥamās no, perché l’obiettivo dell’organizzazione islamista allora come oggi non è mai stato quello della convivenza con lo Stato ebraico, ma quello di buttare a mare Israele e di uccidere tutti gli ebrei andandoli a cercare fin dietro gli alberi.

Il governo di Israele (non Israele) ha le sue responsabilità sulla situazione attuale perché negli ultimi anni si è radicalizzato parecchio, ha spaccato in due il Paese che manifesta da quasi un anno tutte le settimane contro le politiche di Bibi Netanyahu e dei suoi fanatici sostenitori e, soprattutto, perché ha fomentato inutili tensioni in Cisgiordania, dove in teoria ci sarebbero i palestinesi che hanno rinunciato alla distruzione dello Stato ebraico, ignorando così i pericoli che sarebbero potuti arrivare da Gaza.
Questo va detto con chiarezza: all’ultimo governo Netanyahu ha fatto molto comodo il radicalismo teocratico di Ḥamās, tanto da averlo usato come spauracchio rispetto a possibili passi avanti sulla questione dello Stato palestinese, e anche come leva elettorale per unire i partiti religiosi e radicali in modo da restare ancora al potere e provare a salvare il premier dai suoi personali guai giudiziari.

Un calcolo cinico e tragico che però non cambia la questione principale: Ḥamās non rappresenta la causa palestinese, intesa come l’agognata nascita di un vero Stato palestinese di fianco a Israele, anzi è la causa principale delle sofferenze dei palestinesi e della carneficina in Terrasanta.
Senza Ḥamās e senza i suoi sponsor iraniani, qatarini e libanesi — sunniti e sciiti uniti dall’odio antiebraico e dal desiderio di strappare la guida del mondo islamico all’Arabia Saudita —, probabilmente in Israele ci sarebbe un governo meno radicale e i palestinesi avrebbero già conquistato lo Stato che gli era stato riconosciuto nel 1948 e che i Paesi arabi, per le stesse ragioni invocate da Ḥamās, hanno rifiutato.

L’altra questione è quella degli Accordi di Abramo (l’ipotesi di pace tra i Paesi arabi e Israele), al momento sospesi a causa dell’attacco militare di Ḥamās e della reazione bellica di Israele. L’Iran e Ḥamās non vogliono la pace in Medioriente, non hanno a cuore gli interessi dei palestinesi, mentre uno degli obiettivi — se non l’unico — del pogrom del 7 Ottobre è stato quello di fermare lo storico riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia Saudita. Questo è l’interesse contingente di Iran e di Ḥamās, assieme a quelli esistenziali di mobilitare il mondo islamico in una caccia globale agli ebrei e di delegittimare i sauditi come “traditori dell’Islam”.
Gli influencer di Instagram, e gli allocchi che difendono le ragioni di Ḥamās confondendole con quelle dei palestinesi, non lo sanno o non se ne rendono conto ma in realtà con le oscene e maldestre “contestualizzazioni” della caccia all’ebreo del 7 Ottobre si stanno impegnando affinché la mattanza di ebrei e di palestinesi continui in eterno e la possibilità di giungere a una pace si allontani definitivamente.

Far naufragare gli “Accordi di Abramo”

L’evento scatenante è tutto in questa fotografia apparsa il 3 Ottobre 2023. Alcuni ministri del governo israeliano sono alla prima visita ufficiale in assoluto a Riyad, in Arabia Saudita. Nella foto si vede Shlomo Karhi, delegato israeliano del Ministero delle Comunicazioni, in pausa di preghiera con addosso il tradizionale scialle ebraico e la kippah: regge un rotolo della Torah. Incorniciato dalla finestra, un paesaggio di Riyad.
Per gli ebrei, questa immagine è il sogno che si avvera: «siamo stati finalmente accettati in Medio Oriente», più di un secolo dopo l’inizio del sionismo che ha riportato gli ebrei nella “terra promessa”, diciotto secoli dopo la cacciata da parte dei Romani. Poter pregare con una Torah in Arabia Saudita, luogo di nascita dell’Islam e sede delle sue due città più sacre, La Mecca e Medina, è il livello di accettazione massimo, non può non toccare il punto più intimo di ogni ebreo. Vuol dire pace. La pace tanto agognata, quella fra le religioni, che condiziona tutte le altre — politica, sociale, economica.

Per i palestinesi e per gli affiliati al jihād, invece, questa foto ha il significato opposto: la stretta di mano tra Israele e Arabia Saudita perfino religiosa, con la Torah che appare nell’epicentro dell’Islam sunnita, nel cuore del Paese che custodisce i luoghi santi, significa la fine di ogni speranza di autodeterminazione.
È la fine della Causa Palestinese, se perfino il più influente Stato arabo normalizza i rapporti con l’eterno “nemico sionista”.

Ḥamās dunque ha lanciato proprio il 7 Ottobre il suo assalto, appena 4 giorni dopo quella foto, e lo ha fatto in modo che fosse il più omicida ed efferato possibile, per scatenare la reazione spropositata di Israele. E la coincidenza che fosse pure il 50° anniversario della guerra dello Yom Kippur, nella loro mentalità malata, non poteva che essere “un segnale di Allah”. I bambini bruciati, i sequestri di anziani, le ragazze violentate e fatte sfilare nude a Gaza, non potevano che far saltare i nervi a Tel Aviv. Facendo una strage a Gaza, Israele ha fatto esattamente quello che si aspettavano e avevano pianificato i suoi peggiori nemici: Ḥamās e l’Iran. Inevitabilmente una strage di bambini, perché nella Striscia oltre metà della popolazione ha meno di 18 anni, e il 40% meno di 14.
«Con cose come la strage dei ragazzi del rave o nei kibbutz pacifisti del sud, vi obblighiamo a perdere la testa, a reagire con cose fuori di senno che costringeranno gli Stati arabi a girare al largo da voi». Questo è stato il ragionamento di Ḥamās — ovvero, degli ayatollah dell’Iran, del quale l’Arabia Saudita è il secondo peggior nemico dopo Israele. Quello degli ayatollah è un capolavoro di malignità.

Invasione coi carri armati, combattimenti casa per casa nella Striscia di Gaza per mesi, migliaia di vittime anche fra i bambini: Ḥamās e Iran non desideravano altro. Tutto il patrimonio di simpatia che Israele aveva faticosamente raccolto nel mondo per decenni è stato dilapidato.
E l’Iran aveva in serbo una seconda mossa: Ḥizbullāh, appostato a Nord, nel Libano terra di nessuno. Gli americani l’hanno capito, ed ecco perché due portaerei sono subito confluite nelle acque antistanti Israele e Libano. Gli ayatollah, il cui Paese è ormai alla frutta e il cui pugno di ferro sui persiani sta scricchiolando, volevano fare esplodere la situazione colpendo a tenaglia lo Stato ebraico. A tutto vantaggio, peraltro, di Vladimir Putin (immancabile dietro i casini mondiali): l’attenzione sull’Ucraina si è presto trasformata in svogliata stanchezza. L’impressione è che Putin volesse tenere “occupata” l’amministrazione Biden per un anno: il tempo necessario per il ritorno dell’«amico Trump» alla Casa Bianca.

Il nostro Renzi (qui in un mio meme satirico) è stato uno dei primi a capire la rilevanza del principe saudita

La speranza mondiale nell’«assassino di Khashoggi»

In tutto questo, l’Arabia di Mohammed bin Salman — preceduta dai laboratori di Dubai e del Qatar — rappresenta una formidabile rottura. E una ragione sta nel fatto che MbS ha dismesso la cultura dell’invidia e del vittimismo arabo. Israele lo attira per quello che è riuscito a fare, per la valorizzazione dei talenti innovativi, per lo spirito imprenditoriale. MbS ha scartato da tempo la grottesca caricatura che descrive il successo israeliano come una rapina dei poveri vicini. Il moralismo da tastiera e da talkshow, in voga in alcuni ambienti italiani, reagisce con dei riflessi pavloviani, tanto conformisti quanto inintelligenti: così come la parola “saudita” fa scattare l’orrore obbligatorio per i “cattivi petrolieri”, allo stesso modo l’avvicinamento degli anni scorsi fra Arabia e Israele è stato disprezzato come “bieco business”. Ben venga il business!, se è l’alternativa alla guerra. Fossero stati degli affaristi i leader di Ḥamās, con i fiumi di miliardi ricevuti per anni avrebbero trasformato Gaza in una piccola Dubai.

C’è una componente araba nella coalizione che ha neutralizzato l’attacco iraniano contro Israele: un punto a favore della diplomazia USA in Medio Oriente. Il successo di Israele e dell’America nell’intercettare la massima parte dei droni e missili lanciati da Teheran (di 330 lanci, solo 9 hanno “bucato” il triplo scudo e perdipiù non c’è stata nemmeno una vittima, eccezion fatta per il ferimento di una bimba di 7 anni) è dovuto anche alla cooperazione di alcuni Paesi arabi. La Giordania si è esposta di più, con l’intervento delle sue difese antiaeree. Ma anche l’Arabia Saudita, e altri Paesi suoi alleati, hanno contribuito: con informazioni dei loro servizi segreti sull’attacco iraniano, con lo spionaggio dei cieli da parte dei loro sistemi radar, e la concessione del loro spazio aereo per il sorvolo di jet statunitensi.
È stata una cooperazione preziosa, razionale, e gravida di rischi. Se il bilancio dei danni è stato così limitato lo si deve anche all’intervento di questa “coalizione invisibile”. I governi arabi sunniti — di orientamento moderato-conservatore — hanno fatto da tempo la loro scelta di campo: l’Iran per loro è la minaccia principale, non Israele. Il basso profilo che molti di loro hanno adottato in questa occasione è comprensibile. La tragedia umanitaria in corso a Gaza ha mobilitato le opinioni pubbliche del mondo arabo e islamico: venire in aiuto a Israele in questa fase è una scelta impopolare. Meno se ne parla, meglio è… Però la sostanza è quella, il mondo arabo moderato ha preferito il male minore, ha contribuito alla difesa d’Israele e ha ostacolato l’attacco iraniano.
L’Arabia del principe Mohammed bin Salman è l’attore chiave per capire questo posizionamento geopolitico. È dal 1979 che il KSA (Kingdom of Saudi Arabia) vive sotto la minaccia esistenziale dell’espansionismo persiano. La rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini lanciò fin dalle origini un attacco alla legittimità della monarchia saudita, custode dei luoghi sacri della Mecca e Medina. Distruggere lo Stato d’Israele, cacciare gli Stati Uniti dal Medio Oriente, infine rovesciare la dinastia saudita e conquistare le città sacre del Profeta, furono gli obiettivi proclamati nella predicazione messianica di Khomeini. Le conseguenze sono state subite da Riyad non solo in una sfida ideologica ma sul piano militare. Teheran ha foraggiato gli Houthi nello Yemen per risucchiare l’Arabia in un conflitto regionale e indebolirla. Nel 2019 un formidabile attacco di droni con regia iraniana colpì alcune infrastrutture petrolifere nevralgiche del Regno, incapacitandole per settimane. La monarchia saudita si sente minacciata nei suoi interessi vitali e nella sua sopravvivenza dall’Iran in una sorta di riedizione contemporanea della sfida millenaria tra gli imperi arabo e persiano.

Il principe MbS ne ha tratto le conclusioni. Nel suo linguaggio da tempo è scomparsa ogni inimicizia verso Israele. È sparita come detto anche la “cultura del vittimismo” di cui il mondo arabo era stato prigioniero per decenni: la ricerca di un capro espiatorio (l’Occidente, il Sionismo) per i propri fallimenti. Dopo gli Accordi di Abramo del 2020 con cui Emirati, Bahrein, Sudan e Marocco hanno instaurato relazioni diplomatiche con Israele, la tappa successiva doveva coinvolgere il KSA. L’attacco di Ḥamās il 7 Ottobre 2023 è riuscito a congelare il patto israelo-saudita. In questa fase, con le sofferenze di Gaza in primo piano, perfino un despota come MbS non se la sente di sfidare la propria opinione pubblica. L’Arabia appoggia la linea americana: cessate il fuoco, aiuti umanitari, liberazione degli ostaggi, e una soluzione di governo per la Striscia basata su due Stati. Se e quando dovesse iniziare la ricostruzione di Gaza, il Regno sarà in prima fila con i suoi contributi finanziari. Viste le posizioni attuali di israeliani e palestinesi, tutto il percorso di pace è in salita. Però Riyad non ha perso la bussola: resta chiaro che per i sauditi il pericolo vero è l’Iran. Lo stesso vale per i loro “satelliti” — Emirati e Bahrein — nonché per due Paesi moderati e già rappacificati con Israele quali Egitto e Giordania, i quali oltretutto sono beneficiari di importanti aiuti e investimenti sauditi.

Il successo di Biden nel cucire questa coalizione araba contro la pioggia di missili e droni dall’Iran, rievoca un precedente illustre. Quando Saddam Hussein invase il Kuwait nel 1990, il passo successivo per il dittatore iracheno doveva essere proprio l’Arabia. George Bush padre mandò aiuti militari immediati per proteggere il Regno. Nella prima guerra del Golfo (1991) l’America riunì una “coalizione dei volonterosi” dove il mondo arabo moderato era largamente rappresentato. La salvezza del Regno arrivò con la grande armata assemblata da Bush senior. Rinnovando una tradizione di protezione militare le cui origini storiche si possono far risalire alla Seconda Guerra Mondiale, al patto tra il presidente Franklin Delano Roosevelt e il fondatore della dinastia saudita. MbS ha portato l’Arabia a giocare un ruolo più autonomo: ha buoni rapporti con Cina e Russia, è un attore di punta del Grande Sud globale. Ma nell’ora dell’emergenza, l’alleanza militare con gli Stati Uniti ha prevalso.

Se l’esperimento saudita andrà avanti lungo la strada indicata dagli Emirati e dal Qatar, potrebbe avere benefiche ripercussioni mondiali. La cultura del vittimismo e del rancore ha generato odio per l’Occidente, quell’odio a sua volta ha contribuito alla diffusione del jihadismo islamico, della violenza. La spirale del fanatismo ha continuato a mantenere nell’ignoranza retrograda e reazionaria una parte rilevante del mondo musulmano, e questo veleno si è infiltrato in tante comunità di immigrati islamici, che odiano l’Occidente nonostante vi siano stati accolti a braccia aperte e con molti più diritti di quanti ne avessero a casa loro.

La rinuncia al vittimismo da parte di MbS è una delle ragioni fondamentali per cui noi occidentali dobbiamo sperare che lui ce la faccia. L’altra ragione è che ha finalmente chiuso quei rubinetti dei petrodollari che finanziavano madrase fondamentaliste nel mondo intero (Europa inclusa) e che portarono all’11 Settembre — non va dimenticato che Osama bin Laden era saudita —. Se il modello per il futuro del Medio Oriente fosse Dubai anziché Teheran, ci guadagneremmo tutti.
(Ciò andrebbe fatto capire anche ai tanti “esperti” che si affacciano sui media dalle nostre parti, quelli formatisi all’università di Facebook, da tempo fissi come un disco rotto sul ritornello “l’Arabia è un regime sanguinario e MbS è il suo satana”…)


UN BRIVIDO LUNGO LA SCHIENA EUROPEA

Cosa succederebbe se una bomba atomica esplodesse in Italia? Negli ultimi giorni è ridiventato virale “Nukemap”, un simulatore creato nel 2012: viene usato per valutare l’impatto di un’esplosione nucleare di qualsiasi entità in qualunque zona del mondo.
È un fatto assodato: l’industria bellica in Europa non è al passo con le escalation in Ucraina e in Medio Oriente, solo l’intervento degli Stati Uniti potrebbe salvare la UE da una pioggia di missili come quella scagliata da Teheran contro lo Stato ebraico.

Ci sono sì le capacità per fermare droni e missili cruise, mancano invece completamente quelle per bloccare i velocissimi missili balistici, il dardo più potente dello sciame scagliato dall’Iran contro Israele. E mentre vengono enfatizzati commenti sarcastici sulle prestazioni dell’arsenale degli ayatollah, in realtà le immagini dell’offensiva notturna hanno trasmesso un brivido in molti dei quartieri generali della UE.
Dopo i bombardamenti russi sulle città dell’Ucraina nel 2022, tutte le nazioni del Vecchio Continente hanno studiato piani o firmato contratti per blindare i cieli. Ma la lentezza dell’industria bellica, rimasta ai ritmi di produzione del passato, renderà disponibili gli strumenti solo a partire dalla fine del 2027. Fino ad allora, lo spazio aereo europeo resterà simile a un colabrodo: è zeppo di buchi in cui eventuali incursori possono infilarsi. In particolare, non esiste nulla di simile ai missili Arrow israeliani — i veri protagonisti dello scontro della notte di sabato 13 Aprile 2024 —, che vanno a disintegrare gli ordigni balistici fuori dall’atmosfera o lontano dai confini nazionali, neutralizzando così l’effetto di eventuali testate atomiche o chimiche.

E noi, nello specifico? L’Italia oggi dispone in tutto di cinque batterie Samp-T, una delle quali schierata in Kuwait per proteggere la base della spedizione internazionale contro l’ISIS mentre un’altra sta per entrare in manutenzione dopo il lungo impegno in Slovacchia come sentinella sul fronte orientale della NATO. Sono pochissime, sia pure moderne ed efficienti: dalla primavera 2023 gli ucraini ne impiegano una con risultati definiti ottimi. Pure i francesi, per avere un termine di paragone, ne hanno poche: soltanto otto. Usano missili Aster 30: possono intercettare i missili cruise, che volano a 800 kmh sfiorando il terreno, e i droni di ogni tipo. Le prestazioni contro i missili balistici più grandi sono però limitate: si ritiene possano raggiungerli nella fase terminale dell’incursione, quando corrono verso l’obiettivo a velocità che possono toccare i 10mila kmh. Colpirli peraltro non significa distruggerli: si rischierebbero comunque danni sul proprio territorio.
Il Samp-T è prodotto dal consorzio europeo MBDA, con una rilevante partecipazione italiana. Ogni batteria mobile ha un radar e quattro lanciatori, ciascuno con 6-8 ordigni che arrivano fino a 120 chilometri di distanza: può quindi offrire copertura a una metropoli. Piccola nota: ognuno degli Aster 30 attualmente in servizio costa circa 2,5 milioni di euro, ossia duecento volte il prezzo di un drone iraniano Shahed.
Anche le otto fregate Fremm e i due incrociatori classe Orizzonte della Marina dispongono degli Aster 30: nei momenti di crisi, possono avvicinarsi alla costa e comportarsi come le unità dell’Us Navy che la notte del 13 Aprile hanno fornito un ombrello supplementare a Israele.
Infine ci sono i caccia dell’Aeronautica. I combattimenti di sabato notte hanno confermato la validità delle tattiche sperimentate negli scorsi mesi da americani e israeliani contro le bordate degli Houthi nel Mar Rosso: i velivoli sono l’arma più idonea per fermare gli sciami di droni e cruise. Possono abbatterli con il cannoncino di bordo o con missili aria-aria, più economici di quelli basati a terra: sabato 13 Aprile gli F15E delle Israeli Defence Forces sono decollati con otto missili sotto le ali.
In genere, vengono usati cacciabombardieri con sensori per l’attacco al suolo: i velivoli teleguidati sono lenti — intorno ai 200 kmh — e volano a pochi metri d’altezza, caratteristiche che li rendono più simili a un bersaglio che si muove sul terreno che non a un aereo da combattimento. Applicando l’esperienza israeliana, gli F35 del 32° stormo di Amendola o della Marina possono fare barriera contro i droni e i cruise: attualmente ne sono disponibili una trentina. Più numerosi gli intercettori Eurofighter, cui spetta il compito di difendere lo spazio aereo: sabato 13 Aprile i britannici li hanno fatti intervenire da Cipro ed è probabile che si siano lanciati sull’ondata di ordigni iraniani diretti contro le alture del Golan.

Noi italiani saremo indifesi per i prossimi 10 anni

Ma chi potrà impedire ai grandi missili balistici di piovere sulla Penisola? Italia e Francia si sono poste il problema da tempo e hanno sviluppato una versione specializzata dell’Aster 30, chiamata B1NT: può distruggere i bersagli a ventimila metri di altezza e a 150 km di distanza. Leonardo ha progettato il radar Grand Kronos dedicato ad affrontare questi incursori micidiali: sarà imbarcato dalla portaerei Trieste che sta per entrare in linea e dalle due nuove fregate Fremm Evo in costruzione.
Il governo Draghi ha deciso di ordinare queste armi nel maxicontratto poi finanziato dall’esecutivo Meloni per ricostruire la nostra contraerea praticamente da zero. Nei trent’anni di pace globale, infatti il pericolo di azioni dall’aria sull’Europa era scomparso: i tagli alle spese per la Difesa in quel periodo hanno visto sacrificare ovunque i sistemi terra-aria, che hanno costi enormi. Le numerose batterie di Nike Ajax, Aspide, Hawk schierate durante la Guerra Fredda da Aeronautica ed Esercito sulla “soglia di Gorizia” sono state mandate in pensione senza sostituirle. Solo il dramma ucraino ha spinto a correre ai ripari.
Sono stati comprati intercettori antimissile Aster 30 B1NT per Esercito, Marina ed Aeronautica. Le batterie Samp-T diventeranno dodici, con un investimento di due miliardi di euro. Ci saranno pure altri missili, i Camm-Er, per fronteggiare attacchi dal cielo a distanza ravvicinata. E si sta studiando un missile “spalleggiabile” nazionale: un “tubo” che sostituirà gli Stinger americani. Bisogna però avere pazienza e sperare che non accada nulla prima del 2027: solo allora cominceranno le consegne dei nuovi Aster 30. La barriera completa sarà pronta tra dieci anni.

Alcuni analisti ritengono che si tratterà comunque di una coperta corta. L’Arrow israeliano ha prestazioni straordinarie e uniche: raggiunge 100 km d’altezza e 2.000 km di distanza, abbattendo i missili nemici fuori dall’atmosfera e fuori dai confini. Il governo tedesco lo ha scelto come pilastro dell’iniziativa varata nell’autunno 2022 per creare uno “scudo aereo europeo”. Un piano che imita il triplice strato di difese degli israeliani: assieme all’Arrow ci saranno i Patriot americani alle quote intermedie e gli Iris-T made in Germany a distanze ravvicinate. Diciannove nazioni hanno aderito al progetto, incluse la Gran Bretagna e la Svizzera. Oltre ad adottare tecnologie quasi sempre prodotte altrove, il grande problema di questa impostazione è il costo: Berlino spenderà 4 miliardi di euro per il sistema Arrow. Ogni intercettore viene 3,5 milioni di euro.

In questo momento, se l’Europa o l’Italia dovessero trovarsi nel mirino di una potenza ostile dotata di missili balistici a lungo raggio, avrebbero un solo modo di salvarsi: ottenere l’aiuto statunitense. L’Us Navy schiera nelle sue task force il sistema Aegis con missili SM-3 a lungo raggio: crea una “cupola” alta quasi 200 km con un raggio di oltre mille. Ogni ordigno costa 12 milioni di euro: hanno esordito proprio nella notte di sabato 13 Aprile, lanciati da un incrociatore e da un caccia dislocati nel Mediterraneo orientale.
Inoltre il Pentagono dispone di sette batterie semoventi Thaad, concepite per buttare giù i missili balistici a medio e corto raggio. Anche in questo caso, gli investimenti sono astronomici: l’Arabia Saudita ha speso 15 miliardi di dollari per comprare sette radar, 44 lanciatori e 360 missili terra-aria.
Cifre colossali, che mettono in luce la nuova realtà delle sfide asimmetriche globali: i regimi possono allestire arsenali micidiali con somme cento, mille, diecimila volte inferiori.

– Ehi, ma perché ti preoccupi?, l’Iran o la Russia non bombarderebbero mai Roma o Parigi…
– Ci metteresti la mano sul fuoco?

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