L’imperialismo della Silicon Valley si sta espandendo a un ritmo galoppante negli Stati Uniti e in Europa. Alcuni degli uomini più vicini alla Casa Bianca — JD Vance, Peter Thiel, Elon Musk, Alex Karp, Marc Andreesen, Palmer Luckey o David Sachs — sono a capo di influenti colossi Big Tech come Palantir, Anduril o SpaceX o rivestono posizioni di apice nell’amministrazione Trump.

Questi personaggi stanno realizzando in Occidente un disegno duplice. Da un lato stanno rapidamente ottenendo da molti governi la privatizzazione delle infrastrutture digitali e materiali più delicate della vita pubblica: sanità, welfare, difesa, energia e sicurezza. Dall’altro, attraverso il controllo di queste cruciali infrastrutture, stanno ponendo in teoria le basi per realizzare la società “post-democratica” preconizzata dal più influente, eversivo e trumpiano di questi oligarchi, Peter Thiel.
La prima studiosa ad aver realizzato una mappa completa della ragnatela della Silicon Valley trumpiana è l’economista Francesca Bria, professoressa alla UCL di Londra e advisor della Commissione Europea sulla sovranità tecnologica. Bria ha diretto un gruppo di esperti e data scientist e ha mappato per la Fondazione Ebert il “Complesso Tecnologico Autoritario”. Intorno alla Casa Bianca, argomenta, «si sta cristallizzando un complesso tech-autoritario che è più veloce, più ideologico e più privato di qualsiasi precedente modello industriale». La Silicon Valley non si limita più a creare app:
sta costruendo imperi. Sotto l’egida della “tecnologia patriottica” una coalizione di aziende, finanziatori e ideologi sta progettando un’infrastruttura planetaria per la sorveglianza, la coercizione e la governance irresponsabile.
La ricerca mostra queste connessioni in maniera inequivocabile. Si tratta di un giro d’affari (tra investimenti di venture capital e contratti pubblici) da oltre 4.500 miliardi di dollari.

È di ottobre 2025, per esempio, la notizia che il gigante della difesa tedesco Rheinmetall, la start up tedesca Helsing e l’azienda americana Stark, cofinanziata da Thiel, costruiranno 12mila droni per rafforzare il fianco orientale della NATO. Un’intesa che si aggiunge a quella sottoscritta a giugno da Rheinmetall con Anduril, l’azienda fondata da Palmer Luckey, per costruire missili Barracuda e Fury.
Palmer Luckey è un altro trumpiano della prima ora che ama chiamare le sue aziende ispirandosi a Tolkien ed è esponente del cerchio magico intorno a Peter Thiel, che include il fondatore di Palantir Alex Karp (qui il mio blogpost precedente). Ma già ad aprile 2025 era emerso che la NATO aveva comprato da Palantir il sistema MSS che utilizza l’intelligenza artificiale per “garantire ai comandanti una capacità operativa sicura e unica” sui campi di battaglia. Inoltre, a Berlino i due partiti del governo Merz, CDU/CSU e SPD, stanno litigando da mesi su un’altra succulenta commessa per la creatura di Thiel. La bavarese CSU ha già affidato a Palantir Gotham tutte le banche dati della polizia. E adesso il ministro dell’Interno federale Alexander Dobrindt, esponente della CSU, vorrebbe estendere il contratto a tutta la Germania. (Per fortuna la SPD è contraria.)
La “Rete Thiel” si riferisce all’insieme di organizzazioni, investimenti e iniziative promosse dal miliardario, co-fondatore di PayPal e investitore di Facebook, Peter Thiel, includendo la Thiel Foundation (che finanzia il celebre Thiel Fellowship per giovani innovatori), Founders Fund (il suo fondo di venture capital), Clarium Capital (il suo hedge fund), Thiel Capital, e iniziative politiche/di settore come America’s Frontier Fund (per la tecnologia strategica), creando un’influenza significativa nell’ambito tecnologico, finanziario e conservatore negli Stati Uniti.
Componenti Chiave della “Rete Thiel”:
–Thiel Foundation & Thiel Fellowship: Fondata per supportare l’innovazione, la Fellowship offre 200.000$ a giovani talenti (sotto i 22 anni) per abbandonare l’università e lavorare su progetti rivoluzionari, con l’obiettivo di creare nuove aziende o movimenti sociali.
–Founders Fund: Una delle società di venture capital più influenti, che investe in aziende disruptive come SpaceX, Airbnb, e Palantir, spesso con una prospettiva a lungo termine e un focus sulla “tecnologia che conta”.
–Thiel Capital & Clarium Capital: Le sue principali entità di gestione patrimoniale e investimento, che operano come hedge fund e gestiscono il suo vasto patrimonio.
–America’s Frontier Fund: Un’iniziativa bipartisan co-fondata con Eric Schmidt, dedicata a riportare negli USA la produzione di tecnologie critiche, come i semiconduttori.
–Interessi Politici e Media: Thiel supporta attivamente figure e cause conservatrici e libertarie, influenzando il dibattito politico e finanziando organizzazioni come The American Conservative.

Specularmente, quella della Fondazione Ebert è la prima cartina della crescente dipendenza di molti Paesi occidentali da un pugno di pervasive imprese americane.
Sul piano militare, i contratti sottoscritti «significano che prendere decisioni, muovere le truppe, realizzare un’analisi dell’intelligence saranno operazioni che passeranno attraverso degli algoritmi che non saranno più governati dai comandi militari ma da vertici di aziende». In altre parole, «gli eserciti hanno ceduto sovranità operativa a una piattaforma della quale non possono più fare a meno».
Thiel è l’uomo che ha teorizzato che libertà e democrazia non sono più compatibili. E i tentacoli degli oligarchi della Silicon Valley si sono allungati anche al Regno Unito, che ha appaltato addirittura la piattaforma di dati della sanità pubblica NHS a Palantir. Allo stesso tempo il governo britannico ha firmato un’intesa con Thiel sulla difesa: «Un contratto da 1,5 miliardi di sterline che ha trasformato il Regno Unito in un hub per i sistemi di intelligenza artificiale di Palantir e che ne cementa la dipendenza» dagli americani, osserva l’economista.
Ma anche Elon Musk, il padrone di X e SpaceX che si è impegnato in una campagna a tappeto a favore dell’estrema destra britannica e pochi mesi prima ha sostenuto pubblicamente il partito di ultradestra tedesco AfD, si sta accaparrando importanti commesse in Germania, Francia, Italia, Regno Unito. E da governi, paradossalmente, che sono quotidianamente oggetto delle sue tirate radicali. «Mentre a Bruxelles si dibatte della “sovranità digitale”, i ministeri firmano contratti che trasferiscono le funzioni governative al complesso autoritario della Silicon Valley. Ogni nuova dipendenza restringe l’autonomia decisionale futura mentre ingloba logiche autoritarie anti-democratiche nelle sue infrastrutture di governance», sottolinea Bria.
Negli Stati Uniti la colonizzazione della sfera pubblica da parte dei tech-autoritari della Silicon Valley è già molto più avanzata. Del resto, oltre ad aver appoggiato Trump sin dalla prima ora, Peter Thiel è stato anche il maggiore finanziatore della campagna elettorale del suo vicepresidente, JD Vance, universalmente considerato il braccio politico della rete alla Casa Bianca. Negli Stati Uniti, la ragnatela di relazioni, appalti e commesse è fittissima, la “privatizzazione della sovranità pubblica” come la definisce Bria, mostruosa.
Ma il vero potere di questa rete non risiede solo nei contratti miliardari. Gli oligarchi trumpiani della Silicon Valley hanno costruito un sistema conclamato di conflitti di interesse: si promuove l’ideologia della “tecnologia patriottica”, si piazzano i propri uomini nelle istituzioni che riscrivono le regolamentazioni e le procedure di appalto per favorire le proprie ex-aziende. Queste ultime vincono contratti pubblici miliardari e usano quei profitti per finanziare nuove campagne politiche e consolidare il controllo delle infrastrutture critiche. Un circolo vizioso infinito alimentato da uomini che sono il cuore dello Stato e hanno le mani sulle leve del potere. «L’Europa – argomenta Bria – si trova di fronte a una scelta esistenziale: costruire una vera sovranità tecnologica, o accettare di essere governata da piattaforme i cui architetti considerano la democrazia un sistema operativo obsoleto. La destra autoritaria della Silicon Valley non sta teorizzando questo mondo. Lo sta già costruendo».

Il più ricco, il più potente, il più pericoloso
L’immagine dei satelliti Starlink allineati prima del dispiegamento orbitale non annuncia un futuro remoto. Descrive un processo già in corso. Quei satelliti, trasportati nello Spazio da una navicella SpaceX a poche centinaia di chilometri dalla Terra, sono parte di un sistema controllato integralmente da Elon Musk, come Tesla, X e xAI. Musk, di origini sudafricane come Thiel, è oggi l’uomo più ricco del pianeta; gli azionisti Tesla gli hanno appena concesso un piano di compensi che, a condizioni estreme, può arrivare a mille miliardi di dollari. Tuttavia il punto non è il suo patrimonio personale. Il punto è che, per la prima volta nella storia del capitalismo, nove delle dieci persone più ricche del mondo operano nello stesso settore: le tecnologie legate a Internet e all’intelligenza artificiale. L’unica eccezione è Bernard Arnault, che produce beni di lusso destinati agli altri ricchi.
La Rete e le sue applicazioni esercitano oggi un dominio finanziario sul capitalismo senza precedenti dalla bolla ferroviaria dell’Ottocento. L’errore tipico europeo è osservare il presente come un’istantanea, senza estrapolare le tendenze. Se nel Novecento un solo soggetto avesse cercato di controllare tutte le strade, le ferrovie, i porti, gli aeroporti e i nodi logistici del mondo, l’allarme sarebbe stato immediato. Oggi le merci decisive non sono più fisiche ma digitali. Dati, comunicazioni, cloud. È su questo che Musk sta accelerando fino a una soglia critica: il punto in cui il suo vantaggio diventa strutturale, difficile da scalfire per anni. La domanda è semplice e urgente: possiamo accettare che un solo uomo, attraverso infrastrutture di un solo Paese, fornisca e controlli Internet, telefonia, video e servizi cloud per gran parte del pianeta a condizioni imbattibili? Possiamo farlo mentre interviene apertamente nelle campagne elettorali di altri Paesi e sostiene forze politiche antieuropee ed estremiste?
La superiorità tecnologica di SpaceX e Starlink cresce a ritmo quasi esponenziale. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno effettuato 154 lanci spaziali, contro i 69 della Cina, i 13 della Russia e i 5 dell’Agenzia Spaziale Europea. Ma il dato decisivo è il carico trasportato. I vettori americani hanno portato in orbita quasi il 90%, in peso, di tutto il materiale lanciato nello Spazio nell’ultimo anno. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno messo in orbita 2.293 tonnellate di satelliti: il doppio rispetto al 2023, il triplo del 2022, diciotto volte il 2018. La Cina è a 226 tonnellate. L’Europa a 36, in calo rispetto agli anni precedenti. Qui non c’è competizione: c’è una divergenza tra crescita esponenziale, crescita lineare e declino. Starlink è la chiave di questa asimmetria.
Starlink nasce nel 2015 con un obiettivo esplicito: ricostruire Internet nello Spazio. All’inizio si parlava di quattromila satelliti. Oggi l’obiettivo dichiarato è arrivare a 42mila. La posta in gioco è un mercato della connettività che vale circa mille miliardi di dollari l’anno e che cresce con l’espansione dell’intelligenza artificiale, dell’industria dei dati, della guida autonoma, della ricerca scientifica e della guerra combattuta con droni e reti digitali. I primi lanci operativi risalgono al 2019. Tre anni dopo SpaceX ha ottenuto l’autorizzazione federale per dodicimila satelliti. Ora punta a coprire l’intero pianeta con una rete globale di dati, voce e video.
La visione è chiara: rendere obsoleti ponti radio, cavi, antenne e investimenti terrestri per migliaia di miliardi. Creare un’unica infrastruttura orbitale capace di trasportare dati a velocità oggi riservate ai migliori data center. Superare tutto ciò che resta a terra. A questo si aggiunge un passo ulteriore. Nel novembre scorso Musk ha annunciato l’intenzione di integrare capacità cloud nei satelliti Starlink di nuova generazione: data center in orbita, alimentati da grandi pannelli solari, in grado di elaborare direttamente i flussi di dati per l’intelligenza artificiale. I nuovi satelliti, più grandi e più pesanti, lo consentono. Questo ridurrebbe il consumo di suolo, acqua ed energia sulla Terra, spostando nello Spazio una parte crescente dell’infrastruttura computazionale globale.
Non è fantascienza liquidabile con leggerezza. I numeri attuali parlano chiaro: quasi novemila satelliti Starlink già in orbita contro poche centinaia dei concorrenti. A rendere il quadro radicalmente diverso da ogni precedente storico è l’economia di scala. SpaceX è stata la prima a rendere sistematico il rientro e il riutilizzo dei vettori. Ogni Falcon 9 che atterra intatto riduce drasticamente il costo di accesso allo Spazio. Ora è in fase avanzata di sviluppo Starship: un vettore dieci volte più capiente, capace di lanciare centinaia di satelliti per missione. Il costo per chilo, da decine di migliaia di dollari, è destinato a scendere a poche centinaia. Quando questo accadrà, l’economia spaziale cambierà volto e l’effetto si rifletterà direttamente sulla Terra.
Ancora pochi anni, e Starlink potrà essere separata da SpaceX e quotata in borsa come un monopolio globale della connettività. A confronto, le attuali capitalizzazioni record appariranno ridimensionate. Musk potrebbe superare la soglia dei mille miliardi di patrimonio personale. Ma il dato decisivo non è la ricchezza. È il potere. Controllare comunicazioni e dati significa influenzare sistemi politici, economici e militari di miliardi di persone e di quasi duecento Stati. Senza Starlink, molte operazioni militari diventano impraticabili. Musk lo ha già dimostrato sospendendo l’accesso ai satelliti in Ucraina.
Questo potere si regge su una relazione simbiotica con il governo degli Stati Uniti. SpaceX dipende da licenze, basi di lancio, autorizzazioni federali. Gli Stati Uniti dipendono dalla proiezione di potenza che solo SpaceX garantisce. La riconciliazione tra Musk e Trump nel 2025 va letta in questa chiave. Ma il problema supera le biografie. Le regole su antitrust, privacy e telecomunicazioni appaiono sempre più inadeguate. Pensare a tre giorni senza Google o Microsoft è già inquietante. Pensare a un futuro senza Starlink lo è molto di più.
Se questo scenario non basta a produrre consapevolezza, allora il problema non è tecnologico. È politico.
Ma c’è altro.
L’idea che circola sempre più spesso nei luoghi dove si forma il potere reale non è che la democrazia non funzioni più o sia in difficoltà: è proprio finita.
Curtis Yarvin è l’uomo che questa idea l’ha resa dicibile, strutturata, presentabile: blogger e teorico neo-reazionario, profeta dell’Illuminismo nero, Yarvin sostiene che l’esperimento democratico degli ultimi due secoli sia stato un fallimento storico. Elezioni, parlamenti, separazione dei poteri? Inutili zavorre. La soluzione è semplice: archiviare la democrazia e restaurare una forma di monarchia tecnocratica, guidata da pochi competenti e liberata dall’ossessione dell’uguaglianza.
Lo Stato, nella sua visione, deve funzionare come una startup. I cittadini come utenti. Chi non produce valore? Da isolare, neutralizzare, rendere irrilevante. Sembra una provocazione, mescolando Matrix e Aristotele. Non lo è. Yarvin è letto, discusso, ascoltato. Le sue idee circolano negli ambienti dell’ultradestra tecnologica americana e hanno trovato attenzione anche nella cerchia ristretta di Donald Trump. Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi solo gli Stati Uniti.
Yarvin parte da una diagnosi che molti, anche in Europa, riconoscono: istituzioni lente, decisioni paralizzate, classi dirigenti autoreferenziali, distanza crescente tra cittadini e potere. La democrazia appare inefficace, svuotata, incapace di incidere sulla vita reale. In Europa questa percezione è amplificata da un dato strutturale: la politica decide sempre meno, mentre la governance tecnica decide sempre di più. Commissioni, autorità indipendenti, vincoli finanziari, procedure sovranazionali. Tutto necessario, forse. Ma tutto lontano.
Il salto di Yarvin è brutale: se la democrazia non funziona, va eliminata. Non riformata, non rigenerata: eliminata. Al suo posto: comando, efficienza, gerarchia. L’uguaglianza come errore morale. Il conflitto come rumore di fondo. È la vecchia tentazione autoritaria, aggiornata al linguaggio dei geek.

Il punto inquietante è che molte democrazie europee si stanno già muovendo in quella direzione — senza dichiararlo. Stati d’emergenza permanenti, compressione del dibattito parlamentare, governi che legiferano per decreti, controllo dell’informazione, criminalizzazione del dissenso. Tutto, sempre, per necessità. In Ungheria e Polonia il modello è esplicito. In Francia l’uso sistematico dell’articolo 49.3 ha normalizzato l’aggiramento del Parlamento. In Germania cresce il consenso per forze che mettono apertamente in discussione l’architettura liberale. In Italia il processo è più sottile, ma non meno evidente. In Italia la democrazia non viene abolita: viene svuotata. Il Parlamento è marginalizzato. I partiti sono macchine elettorali senza vita interna. La partecipazione è ridotta a voto intermittente. Il linguaggio politico è sostituito da quello dell’amministrazione e della sicurezza.
Non serve un filosofo neo-reazionario per dirlo apertamente: si governa meglio senza mediazioni, si decide meglio senza conflitto, si comunica meglio senza stampa critica. È il sottotesto di molte riforme, di molte narrazioni, di molte invocazioni all’uomo forte o al governo che decide. Yarvin non propone nulla che non sia già culturalmente preparato.
E qui sta l’inganno. Yarvin confonde il potere con la potenza. Crede che concentrare il comando renda una società più forte. È falso. È sempre stato falso. Spinoza lo aveva spiegato con chiarezza: il potere produce obbedienza, non forza. Produce paura, non libertà. Produce sudditi, non cittadini capaci di agire.
Nel Tractatus Theologico-Politicus (1670) Spinoza spiega che il potere che governa tramite la paura produce obbedienza passiva, non virtù; la paura è lo strumento tipico dei regimi autoritari: uno Stato che vive di paura indebolisce sé stesso, perché trasforma gli uomini in sudditi timorosi, non in cittadini razionali. Più tardi, nell’incompiuto Tractatus Politicus (1675–1677), Spinoza afferma che la forza di uno Stato non è la coercizione, ma la “potentia” collettiva; un potere che si regga solo sulle leggi e sulle punizioni è strutturalmente debole. Al contrario, uno Stato è stabile quando i cittadini vogliono obbedire perché riconoscono il proprio interesse. L’idea chiave spinoziana poi rivelatasi vincente per tutta la seconda metà del Novecento è: un popolo terrorizzato è obbediente, ma inerme, mentre un popolo libero è sì meno docile, ma più potente. Qui nasce la distinzione fondamentale tra potestas (potere imposto) e potentia (capacità reale di agire). Il potere che produce obbedienza anziché capacità di agire è un “potere triste”. La paura rende governabili, ma inermi. Uno Stato forte non ha sudditi che obbediscono ma cittadini che comprendono.

Baruch Spinoza
“Uno Stato forte non ha sudditi che obbediscono ma cittadini che comprendono.”
Una società è potente quando aumenta la capacità di vivere dei suoi membri, quando moltiplica possibilità, non quando le riduce. I regimi che promettono ordine assoluto funzionano solo coltivando passioni tristi: risentimento, frustrazione, senso di impotenza. Non a caso prosperano dove la democrazia ha già smesso di produrre speranza.
L’Illuminismo nero teorizzato da Yarvin non è anti-sistema: è ultra-sistemico. Sostituisce l’élite politica con quella tecnologica. Elimina il controllo democratico e lo chiama competenza. Abolisce il conflitto e lo chiama razionalità. È una visione perfettamente compatibile con un’Europa che accetta disuguaglianze strutturali come dati tecnici e non come problemi politici. Perfettamente compatibile con un’Italia in cui la parola democrazia sopravvive, ma la sua sostanza si consuma.
Curtis Yarvin va preso sul serio non perché abbia ragione, ma perché intercetta una deriva già in atto. Le sue idee attecchiscono perché parlano a società stanche, disilluse, impoverite simbolicamente. A cittadini che non si sentono più tali. A democrazie ridotte a procedure senza anima.
Quando la politica non aumenta la potenza di vivere, qualcuno propone il comando come soluzione. E il comando, quando arriva, non chiede consenso: lo sostituisce. Spinoza lo aveva detto senza ambiguità: l’uomo diventa schiavo quando rinuncia alla propria “potentia” per inseguire il “potestas”, il potere, esercitandolo o subendolo. L’Impero non arriva con i carri armati. Arriva quando la libertà viene percepita come un problema e non come una risorsa.
Oggi quel momento è più vicino di quanto sembri. E non riguarda solo l’America.
Curtis Yarvin va preso sul serio non perché abbia ragione, ma perché intercetta una crisi autentica e la indirizza verso una soluzione regressiva. La sua risposta è autoritaria; la domanda che pone è politica.
La lezione di Spinoza, rilanciata quattro secoli dopo da pensatori come Gilles Deleuze e Massimo Recalcati, resta radicalmente attuale: una società è libera non quando concentra il potere, ma quando aumenta la potenza di vivere dei suoi membri. Se questa potenza viene meno, l’Impero non arriva con la forza bruta degli eserciti ma con un linguaggio seducente, razionale, persino moderno. E a quel punto prepararsi all’Impero significa una cosa sola: aver già rinunciato alla democrazia.
Spinoza, Deleuze, Recalcati. E invece alla fine Yarvin
Per Deleuze, Spinoza è il filosofo che separa definitivamente potere e potenza. Riprende l’idea che ogni individuo è una quantità di potenza (potentia) in rapporto con altre potenze. La politica non è fatta di leggi e sovranità, ma di composizioni di forze. Il potere che governa tramite paura e colpa è un potere reattivo (si potrebbe dire reazionario), che impoverisce la vita. Per Deleuze la “tristezza” è sempre un fatto politico: i regimi autoritari producono tristezza perché abbassano la potenza di agire. La libertà non è un diritto astratto, ma un aumento reale di potenza.
Recalcati riprende Spinoza attraverso la psicoanalisi (Lacan) e lo porta nel presente: società, scuola, politica, legame civile. La paura è una passione che regredisce il soggetto. Il potere che governa tramite minaccia produce sudditi infantili, non cittadini. L’autorità autentica non si fonda sulla forza, ma sulla generatività del legame.

Recalcati insiste su un aspetto spinoziano spesso trascurato: senza desiderio, non c’è libertà; senza libertà, non c’è responsabilità; la paura distrugge il desiderio, quindi distrugge la politica. Il populismo, oggi tornato prepotentemente in auge, è un dispositivo che nutre passioni tristi. In estrema sintesi: chi governa con la paura cura il consenso, però ammala il legame sociale.
Deleuze e Recalcati convergono su tre punti spinoziani fondamentali: primo, la paura non è neutra, è una tecnologia di governo. Secondo, l’obbedienza non coincide con la libertà: chi obbedisce per paura non agisce. Terzo, la politica è una gestione delle passioni e non solo delle istituzioni.
Spinoza lo aveva già capito nel Seicento, e oggi è quasi imbarazzante doverlo ripetere: il potere che governa attraverso la paura non costruisce nulla, amministra solo obbedienza. Funziona come un sedativo a lento rilascio: calma, immobilizza, spegne. Non rende più forti, rende più docili. Il presente politico — occidentale, democratico “a tempo parziale” — vive di questo equivoco: scambia la stabilità per vitalità. In realtà è l’esatto contrario. La paura non produce ordine, produce inermi disciplinati. Non cittadini, bensì corpi che attendono istruzioni. Non soggetti politici, ma utenti ansiosi in cerca di protezione.
Spinoza direbbe che siamo governati da passioni tristi organizzate. La sicurezza brandita come promessa, l’emergenza come orizzonte permanente, il nemico come nutrimento simbolico. È il trucco più vecchio del mondo: convincere gli individui che senza il potere sarebbero perduti, e poi usare quella dipendenza come prova della propria necessità.
Deleuze tradurrebbe la diagnosi così: potere reattivo, potere che non crea, che non aumenta la potenza di agire, ma la sottrae. Un potere che vive di blocchi, interdizioni, divieti, procedure. Non governa la vita: la tollera, a condizione che resti a bassa intensità. Tutto deve funzionare, nulla deve accadere.
Recalcati aggiungerebbe il dettaglio clinico che manca alla politica: una società governata dalla paura è una società regredita, infantilizzata. Chiede protezione invece di desiderio, confini invece di progetto, muri invece di senso. È una comunità che ha scambiato l’autorità con la minaccia, e non capisce più la differenza.
Il punto spinoziano, oggi, è scandaloso perché è semplice: uno Stato è forte quando rende i cittadini capaci di agire, non quando li convince a obbedire. E invece il presente fa l’opposto: produce consenso riducendo la potenza, compra tranquillità al prezzo della libertà, scambia la quiete per salute.
Spinoza chiamava tutto questo servitù. Non in senso morale, ma materiale: meno capacità di pensare, meno capacità di desiderare, meno capacità di agire insieme. Un popolo così è governabile, certo. Tuttavia è già politicamente morto.
Perché — e qui sta l’affronto finale — la vera instabilità non è la libertà, è la paura cronicizzata. E chi governa solo così, governa sul vuoto.

Ma la politica non è un’azienda (e i cittadini non sono asset)
C’è un punto, leggendo Curtis Yarvin, in cui la provocazione smette di essere solo intellettuale e diventa rivelatrice. Non perché dica qualcosa di nuovo — anzi — ma perché ripropone, senza più infingimenti, un’idea antica quanto il potere stesso: meglio governare bene che governare insieme. Se la democrazia è inefficiente, se produce stallo, conflitto, frustrazione, allora tanto vale archiviarla. Al suo posto, Yarvin immagina un CEO nazionale, un monarca moderno, un potere verticale che funzioni come un’azienda ben gestita. Poco importa se i cittadini non partecipano: l’importante è che il sistema giri.
È qui che Spinoza, tre secoli e mezzo dopo il Tractatus Theologico-Politicus, rientra in scena come un guastafeste radicale. Perché Spinoza — e con lui, nei tempi moderni, Deleuze e Recalcati — aveva già smontato questo ragionamento alla radice. Non sul piano morale bensì su quello più scomodo: quello della realtà politica.
Yarvin parte da un presupposto apparentemente pragmatico: la democrazia è debole, lenta, permeabile a passioni irrazionali; un potere forte decide meglio. Ma è proprio qui l’errore che Spinoza aveva individuato con precisione chirurgica: confondere il potere con la forza. Il potere che comanda, che impone, che centralizza, non è automaticamente un potere più forte. Anzi, è spesso solo un potere più povero.
Per Spinoza la politica non è una questione di architetture istituzionali, ma di passioni. La paura, diceva, è una passione triste: riduce la capacità di agire degli individui, li rende obbedienti epperò inerti. Funziona, sì. Però consuma ciò che governa. Uno Stato che vive di paura può durare, tuttavia non cresce. Amministra sudditi, non genera cittadini.
Deleuze ha tradotto questa intuizione in una lingua contemporanea: un potere che si fonda sul comando è un potere reattivo. Blocca, frena, interdice. Non produce vita, la tollera. E soprattutto confonde l’efficienza con la potenza. Un’azienda può funzionare come una monarchia perché seleziona, espelle, fallisce. Una comunità politica no. Non può licenziare i cittadini, né trattarli come asset improduttivi. Quando prova a farlo, smette semplicemente di essere una comunità.
Yarvin, invece, porta fino in fondo una logica aziendalista del potere. Le persone votano per sentirsi rilevanti, dice; il voto è uno stimolo quasi pornografico; la partecipazione è un’illusione. Meglio toglierla e governare sul serio. È una tesi coerente, ma devastante. Perché ciò che Yarvin chiama illusione, Recalcati lo riconosce come legame. Imperfetto, conflittuale, spesso frustrante — tuttavia indispensabile. Senza partecipazione non si ottengono adulti più maturi, si ottengono soggetti regressi. Non cittadini più lucidi, bensì individui dipendenti, infantilizzati, pronti a delegare tutto pur di essere sollevati dal peso del desiderio e della responsabilità.
Qui la distanza diventa insanabile. Yarvin pensa che la politica possa funzionare anche senza cittadini, come un sistema operativo che gira in background. Spinoza sostiene l’opposto: senza cittadini capaci di agire, non esiste potere che tenga, solo amministrazione dell’inerzia. E l’inerzia, prima o poi, presenta il conto.
C’è infine un equivoco che rende l’intero impianto yarviniano fragile: l’idea che ordine e stabilità coincidano con la salute di un sistema. Spinoza avrebbe sorriso amaramente. La vera instabilità, direbbe, non è la libertà: è la paura cronicizzata. Un corpo politico che rinuncia alla propria potenza per ottenere tranquillità non diventa più sicuro: diventa più fragile, più dipendente, più ricattabile.
E allora sì, la competizione è impari. Da una parte c’è una visione del potere come comando efficiente, dall’altra una concezione della politica come generazione di capacità. Yarvin sogna un sovrano che funzioni; Spinoza pretende una società che viva. Il primo promette ordine; il secondo avverte che senza libertà l’ordine è solo una pausa, non una soluzione.
Non è una disputa teorica. È una scelta di civiltà. E non è affatto detto che la Storia, questa volta, sia disposta a perdonare chi la scambia per un’azienda in crisi.
La selezione naturale col Wi-Fi
C’è un punto in cui la teoria smette di essere un esercizio intellettuale e diventa prassi di governo. Non più pamphlet, non più blogpost, non più provocazioni da salotto. Qui l’idea di un potere verticale, efficiente, post-democratico, smette di essere un’ipotesi e prende corpo. E quel corpo ha nomi, capitali, piattaforme, satelliti.
Non parlano di “sopravvivenza del più forte”. La praticano. Ne fanno la liturgia quotidiana. La chiamano innovazione, disruption, progresso inevitabile. Ma sotto la patina futurista resta una visione antica e brutale: nessuna protezione per i deboli, nessun patto sociale, nessuna responsabilità condivisa. Solo accelerazione, profitto, selezione. Darwin riscritto in codice binario.
Non è nemmeno più una teoria da conferenze. Ormai è governance. Negli Stati Uniti — crocevia della storia e vetrina dell’apocalisse — gli ultraricchi sono penetrati nel governo come virus nel corpo ospite. Non lo negano. Lo rivendicano.
Musk, che ha abbastanza soldi da potere (se solo lo desiderasse) porre fine alla fame nel mondo e malgrado ciò avere ancora miliardi da spendere, e Bezos, che potrebbe eliminare i senzatetto in America e rimanere comunque una delle persone più ricche del mondo, invece di impegnarsi per risolvere i problemi pressanti che affliggono oggi la maggior parte delle persone, si appassionano a grandiose utopie futurologiche.
Preferiscono Marte. Preferiscono l’eternità algoritmica. Le utopie dove la loro leadership diventa filantropia galattica. Dove chi li contesta è “contro l’umanità”.
E intanto, sulla Terra, gli operai di Amazon si spaccano la schiena. Si feriscono il doppio rispetto ad altri magazzinieri. Lavorano con tempi da fabbrica ottocentesca e ritmi da distopia cibernetica. Musk? Chiede che i suoi collaboratori lavorino anche «120 ore a settimana».
Un tempo, l’oligarca costruiva biblioteche per ripulirsi la coscienza. Oggi, i tecnocrati vendono algoritmi come redenzione. Non conta la vita di oggi, ma la felicità potenziale di trilioni di futuri esseri umani — purché abbastanza ricchi da lasciare il pianeta. (Musk ha detto che spera di portare il costo di un biglietto per Marte sotto i 500 mila dollari.)
E se provi a dissentire, ti rispondono con la voce del profeta ferito: «Tu sei contro il progressoh!».
La domanda si fa cupa, quasi teologica: perché gli uomini “più adatti” dovrebbero sottostare alle leggi, alle tasse, alla responsabilità sociale? Non sarebbe meglio se comandassero loro, in Stati-azienda, in reti galleggianti sopra gli oceani, in colonie interplanetarie? E se un governo ostacola questa “salvezza”, perché non comprarlo?
La democrazia parte da un presupposto: ogni voce conta. È imperfetta, sì, ma è l’unico sistema che prova a contenere la forza bruta del denaro. Il problema è che il denaro, oggi, è una potenza transnazionale. E il suo esercito porta il volto dei miliardari.
Musk può decidere l’esito di una guerra — e come detto lo ha già fatto, sospendendo i suoi satelliti su cui si basavano le comunicazioni ucraine —. Bezos, che possiede anche il glorioso Washington Post, può decidere quali notizie farci leggere, di quali beni farci disporre, quanto farceli pagare. Zuckerberg può decidere chi di noi può parlare.
Arriveremo al punto in cui sarà troppo tardi per reagire. Arriverà il momento in cui nessuna nazione potrà più contenere la ricchezza di un uomo. Nessun confine, nessuna legge, nessuna democrazia.
Solo una lunga autostrada, percorsa da auto lucenti che non si fermano mai. Nemmeno quando attraversi.
Bonus track
E puntano pure alla vita eterna
Sono matti da legare? Sì, lo sono. Purtroppo sono picchiatelli con un potere che non s’era mai visto…
I cosiddetti neo-millenaristi della Silicon Valley non costituiscono un movimento strutturato né una scuola riconoscibile, ma un insieme fluido di imprenditori, investitori e teorici che gravitano attorno agli stessi capitali, alle stesse aziende e alle stesse ossessioni. Li accomuna un’idea centrale, semplice e radicale: la morte non è un destino ma un problema tecnico, e come ogni problema tecnico può essere risolto con abbastanza denaro, ingegneria e tempo. Non parlano il linguaggio della fede, semmai quello delle roadmap; non promettono la salvezza dell’anima, semmai l’estensione indefinita della vita biologica o la sua sostituzione con supporti artificiali.
Tra le figure più ricorrenti compaiono (ça va sans dire) Peter Thiel, che finanzia ricerca su longevità estrema, crioconservazione e biotecnologie anti-aging; Sam Altman, l’uomo dietro ChatGPT,coinvolto in investimenti diretti nella longevity e nella biologia computazionale; Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google, che attraverso Calico hanno dichiarato apertamente l’obiettivo di “curare l’invecchiamento”; ancora Jeff Bezos, principale finanziatore di Altos Labs, impegnata nella riprogrammazione cellulare; Elon Musk (poteva mancare?), meno concentrato sull’immortalità individuale e più sulla sopravvivenza della specie, tra colonizzazione di Marte, intelligenza artificiale e “backup” dell’umanità; Ray Kurzweil, teorico della Singolarità e profeta della fusione uomo-macchina; Bryan Johnson, caso limite di auto-sperimentazione ossessiva per rallentare il decadimento biologico. Non sono identici nelle strategie, ma condividono la stessa direzione di marcia.
La loro filosofia di fondo, se così si può chiamare, non è una filosofia nel senso classico. È piuttosto un amalgama di riduzionismo tecnologico, escatologia secolare ed elitismo implicito. Il riduzionismo consiste nell’idea che tutto sia ingegnerizzabile: il corpo è hardware, la mente è software, la coscienza un processo ottimizzabile. La biologia diventa una piattaforma obsoleta da aggiornare. L’escatologia secolare sostituisce il paradiso con l’upload mentale, la riprogrammazione cellulare, le colonie spaziali; la salvezza non è più ultraterrena ma tecnica, e si misura in anni di vita guadagnati, capacità cognitive amplificate, continuità dell’identità oltre il corpo. L’elitismo, raramente dichiarato, è strutturale: l’umanità non viene salvata nel suo insieme, viene traghettata da una minoranza che dispone delle risorse necessarie, una minoranza “più adatta”, più ricca, più intelligente (!). La longevità illimitata non è un diritto universale bensì un’opzione per chi può permettersela.
Il punto decisivo è che questa visione funziona come una religione senza Dio. Ha i suoi profeti, spesso founder carismatici; i suoi testi sacri, sotto forma di white paper e piani industriali; le sue promesse di immortalità; e persino un peccato originale, la mortalità condivisa, vissuta come un’ingiustizia da correggere. La differenza rispetto al millenarismo tradizionale è fondamentale: non attendono la fine del mondo, non la temono, non la profetizzano. La stanno superando. E se qualcuno resta indietro, non è una tragedia morale: è un effetto collaterale della selezione.

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