Memorie del 2025

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Il 2025 non è stato un anno da raccontare in modo ordinato. È stato un anno da annotare. A margine. Con frasi brevi, appunti nervosi, post-it incollati mentre il mondo accelerava e perdeva coerenza.
Quello che segue non è un saggio e non è una cronaca: è una raccolta di frammenti. Pensieri catturati in giro per il web mentre prendevano forma — o si scomponevano — fenomeni che fingiamo ancora di chiamare “deriva”: algoritmi, isteria informativa, ritorno del pensiero magico, autoritarismi riciclati, realtà parallele trattate come opinioni. Tutto già visto, tutto più veloce, tutto più tossico.
Ho messo da parte questi appunti come si fa con le prove di un disastro annunciato. Non per aggiungere interpretazioni a caldo, ma per fissare ciò che stava accadendo prima che venisse normalizzato, dimenticato o riscritto. Perché il rumore del presente serve anche a questo: a cancellare le tracce.
Leggeteli come si leggono i post-it su una scrivania in disordine. Presi singolarmente sembrano innocui. Messi insieme raccontano con una certa chiarezza dove siamo finiti — e perché non dovremmo fingere di non capirlo.

Ogni governo del mondo, compreso il nostro, dovrebbe rispondere a due sole domande: hai aumentato le tasse ai ricchi? Hai operato affinché aumentino i salari dei poveri? Se la risposta alle due domande è sì, vuol dire che sei di sinistra. Se la risposta è no, vuol dire che sei di destra.
Di sinistra è la condivisione del benessere. Di destra la sua consegna a pochi eletti. Quasi tutto il resto: chiacchiere.
— Michele Serra, 2 gennaio

Putin ha mandato al massacro 600mila uomini, ha perso la Siria, ha perso la Wagner, ha perso la flotta e il controllo del Mar Nero, ha svuotato le casse statali e metà degli arsenali, ha depotenziato il rublo, ha spinto quasi tutti i Paesi a comprare gas altrove, ha rivitalizzato la NATO dal coma e indotto a entrarvi Paesi neutrali da un secolo, ha creato un’identità ucraina che ancora non c’era, ha spinto in orbita occidentale quasi tutti i Paesi slavi innescando la crisi georgiana… e tutto per prendersi il Donbass e le campagne di Kherson e Zaporizhzhia, senza alcuna grande città ucraina.
Tutto questo Travaglio, Orsini, Di Battista e i rossobruni pacifinti la chiamano “vittoria”?
Ora vediamo se Trump rivolterà tutta la situazione con colpi di mano assurdi, ma la logica, per ora, dice altro.
E io rimarrei ancorato a quella. Sperando che il putinismo resti in sella ancora per un po’, ridimensionato, e — visto il disastro in cui versa la Russia — non venga esautorato da qualcosa di peggio.
Il che è possibile.
— Lorenzo Calza, 11 gennaio

(Destra e sinistra, oggi) Razzismo estremo, misoginia, odio per le regole dello Stato (ma amore sviscerato per i simboli del potere), anti-intellettualismo, un misto di anticapitalismo contro le forze oscure internazionali che portano un progresso che non è di casa nostra, amore per il denaro e illegalità; odio per i diversi, nessuna compassione in generale per alcun debole. Non credere in uno dei capisaldi del liberalismo: l’uguaglianza degli esseri umani quale che sia la loro religione, la loro etnia o il loro sesso.
Lo stupidismo dirittista, il luddismo ambientalista e la bigotteria antisviluppista di quella sinistra che, disertati campi e officine, si è rifugiata nella riserva dell’industria culturale, mediatica e pubblicitaria o nelle caserme della parola e del pensiero cosiddetto woke.
— Anonimo, 14 gennaio

Tutte le idee vanno rispettate.
Il fascismo, no.
Non è un’idea.
È la morte di tutte le idee.

— Sandro Pertini, citato svariate volte su varie piattaforme social

Cos’hanno in comune l’ex direttore di RAI2 Carlo Freccero, l’ex inviato RAI in URSS Giulietto Chiesa†, l’ex vicedirettore di Famiglia Cristiana Fulvio Scaglione, gli editori di destra Claudio Mutti e Sebastiano Caputo, il politico Matteo Salvini, i dirigenti leghisti Armando Siri, Claudio D’Amico e Gianluca Savoini, l’ex parlamentare dell’UDC Luca Volonté, la leader francese Marine Le Pen, il leader inglese Nigel Farage, il partito Alternative für Deutschland e la leader rossobruna Sahra Wagenknecht in Germania, i leader olandesi Geert Wilders e Thierry Baudet, i leader nazional-xenofobi-omofobi belgi Gerolf Annemans e Filip Dewinter, il presidente ungherese Viktor Orbán, il leader di Vox Santiago Abascal in Spagna, il neofascista Maurizio Murelli, l’esperto di geopolitica Tiberio Graziani, i leader di Forza Nuova Roberto Fiore e Giuliano Castellino, il leader di CasaPound Simone Di Stefano, il generale Fabio Mini, l’esperto di geopolitica Alessandro Orsini, l’ex ministro Franco Frattini†, i giornalisti Sergio Romano e Lucio Caracciolo, il filosofo di destra Diego Fusaro, il docente Aldo Ferrari, il reporter di guerra Fausto Biloslavo, lo storico Franco Cardini, il complottista Maurizio Blondet, la Link Campus University dell’ex ministro DC Enzo Scotti, i Cinquestelle quasi al completo, il giornalista e scrittore Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano e autore, il giorno prima dell’invasione dell’Ucraina, del tweet nell’immagine?
Un fiume carsico di rubli.
— Anonimo, 10 marzo

Il giurista nazista Carl Schmitt esultava dicendo che si può smantellare una democrazia davanti agli occhi di un liberale pezzo per pezzo, e tutto quello che faranno sarà convocare sessioni di discussione e riunioni di comitato finché gli stivali non saranno nei corridoi.
— Anonimo, 12 marzo

Tutte le volte che a Milano, Parigi, Berlino, Valencia o Oporto qualcuno versa venti euro a Facebook per sponsorizzare un post, compra un iPhone o un Mac, si abbona alla suite dei programmi Adobe, si abbona a ChatGPT 4, compra la licenza di un software di Microsoft per le videoconferenze, attiva WhatsApp Business, prenota una stanza su AirB&B, usa YouTube senza pubblicità o si iscrive ad Amazon Prime Video o a Netflix, va al cinema per vedere un blockbuster di Hollywood… be’, conta e poi prova a immaginare perché l’America è così ricca e tiene l’Europa per le palle.
— mio commento al post di un contatto su Facebook, 29 marzo

Anch’io son stato vittima del fascino di Marco Travaglio. Cominciai con il libro “L’odore dei soldi”, una vita fa. E rimasi incantato dalla sua impareggiabile capacità di memoria: nessuna malefatta del passato gli sfuggiva, da parte di nessuno, mentre tutti noi abbiamo la memoria di un pesce rosso.
Poi pian piano ho capito che lui è solo il più bravo (epigono di quell’altro brillocco di Santoro) fra tutti quei sedicenti giornalisti che ci hanno precipitati nel populismo, nell’indignazione fine a sé stessa, nella rabbia generalizzata senza sfogo. Un manettaro che finalizza ogni sua invettiva ai clic e a 5 copie in più del suo giornalaccio.
— mio commento al post di un contatto su Facebook, 4 aprile

La Russia provoca il caos nelle società occidentali, manipola il consenso con l’ingegnerizzazione delle fake news, corrompe i processi elettorali, finanzia le forze estremiste ed eversive allo scopo di indebolire le democrazie liberali e di riconquistare il controllo dei Paesi un tempo colonizzati o sotto la sfera di influenza sovietica, e sfida il mondo libero in Medioriente e in Asia, alleandosi con i peggiori aguzzini mai apparsi sulla faccia della Terra, aiutandoli e facendosi aiutare.
— mio commento al post di un contatto su Facebook, 30 aprile

Non che le ingerenze esterne siano, in politica, una novità rilevante. L’intera Europa, nel Novecento, è stata il campo di battaglia di americani e russi. Ma troneggiava, al centro della scena, l’ideologia. Capitalismo contro comunismo. Usa contro Urss.
Qui lo scontro è meno evidente, anche meno decifrabile. Nel caso in questione, il complotto contro le libere elezioni in Georgia e Romania sarebbe stato ordito da complottisti.
Sono gli stessi siti e le stesse centrali politiche che da anni raccontano la democrazia europea come semplice copertura dei poteri forti, le migrazioni come strumento della sostituzione etnica programmata da Soros, i Paesi occidentali come luogo della corruzione dei costumi allo scopo di negare Dio e distruggere la Patria e la Famiglia, e in ogni pagina della storia vedono solo la foglia di fico che copre un complotto; sono poi proprio loro quelli che avrebbero complottato per falsare le elezioni.
— mio commento al post di un contatto su Facebook, 30 aprile

Scrivere a mano ha ancora una sua utilità. Le neuroscienze dicono che i gesti fisici – sfogliare, ritagliare, attaccare – fanno imprimere le informazioni nei nostri cervelli con un’efficacia che non ha il prendere a ditate il telefono mentre cinquanta altre notifiche appaiono sullo schermo.
— Anonimo, 1 maggio

Abbiamo più che mai bisogno dell’Europa. L’America è il melting pot. L’Europa è un mosaico meraviglioso in cui ognuno può mantenere la propria identità nazionale. Siamo 450 milioni di persone e abbiamo buoni valori e abbiamo anche un valore economico: non mi metterei a litigare contro un’Europa unita. Da tempo dico che l’Europa è un pensiero che deve diventare un sentimento: abbiamo bisogno di meno burocrazia e dobbiamo ascoltare quello che Mario Draghi dice sull’innovazione. L’Italia ha pagato un prezzo troppo alto per alcuni dei problemi che affliggono l’Europa, sui migranti ad esempio, ma abbiamo anche bisogno di tante nuove intelligenze che vengano in Europa e dobbiamo essere aperti. Le nostre differenze ci arricchiscono.
— Bono (cantante degli U2), 11 maggio

Arte e cultura sono corse individuali, fatiche personali nelle quali talento e merito sono decisivi (e i libri letti, i film visti, le discussioni fatte, sono come i chilometri in allenamento degli sportivi). Il lobbismo, le amicizie politiche, l’aria che tira possono soccorrere o premiare qualche mediocre, come la destra di sottogoverno ha mostrato di sapere e volere fare e come la sinistra novecentesca fece, con la differenza sostanziale che non lo fece dal governo ma dall’opposizione, nei cinema d’essai, nei teatri off, nei cabaret, nei circoli culturali, nelle case editrici, spesso con pochi soldi e molto, moltissimo lavoro.
— Michele Serra, 17 maggio

In Polonia, quando mio padre era bambino, i muri erano coperti di graffiti che dicevano “Ebrei, tornatevene in Palestina” o, peggio, “Sporchi giudei, andate a fare in culo in Palestina”. Quando è tornato in Europa, cinquant’anni dopo, i muri erano coperti di altri graffiti: “Ebrei, fuori dalla Palestina!”
— Amos Oz, momento imprecisato, citato su un meme del 2 luglio

Viviamo tempi impazziti, pervasi di odio e disinformazione, di disonestà intellettuale e guerre ibride, di fake news e algoritmi ingegnerizzati per sbriciolare il discorso pubblico, smantellare la democrazia liberale e il mondo come lo conosciamo.
— Anonimo, 10 luglio

Camminare non risolverà tutto. Ma non peggiorerà nemmeno niente.
È più di quello che si può dire della maggior parte delle cose che facciamo quando siamo stressati, stanchi o smarriti.
Cammini per uscire dalla tua testa. Per respirare. Per lasciare che la mente vaghi senza schiantarsi.
Non cammini per risolvere il problema — cammini perché hai bisogno di prendere le distanze.
Il mondo non sembra così crudele quando lo attraversi un passo alla volta.
Noti le cose. Ti ricordi che sei vivo.
Quindi, nel dubbio, fai una passeggiata.
— Anonimo, 28 luglio

Gentile Maria Zakharova, nella speranza di coglierla in uno dei suoi rari momenti di sobrietà, ci terrei a presentare formale richiesta di inserimento nella lista dei “russofobi”, recentemente pubblicata sul sito del Ministero degli Esteri della Federazione Russa.
Sia chiaro che ritengo la Russia, dove sono stato due volte in passato, un paese meraviglioso e resto fermamente convinto che la cultura russa sia patrimonio mondiale dell’umanità almeno quanto lo sono Dante e Mozart.
Per questo è ancora più triste vedere una nazione che molto potrebbe contribuire alla pace ed al benessere del mondo, venire governato da una cosca criminale e paranoica in preda ad ossessioni imperialiste, che disdegna il diritto internazionale e la vita umana, anche del proprio stesso popolo.
È sconcertante osservare come la nazione più grande del mondo dedichi ormai metà delle proprie immense risorse alla produzione di armi necessarie a distruggere ed uccidere chiunque non accetti la folle e medievale idea di impero che avete in mente. Che quotidianamente si dedichi a bombardare scuole, ospedali, civili inermi, senza mai chiedersi per un attimo cosa diventerebbe il mondo se tutti i paesi facessero quello che state facendo voi.
Quella che la sicurezza della Russia passi attraverso l’occupazione illegale di pezzi di altri paesi, dalla cancellazione delle culture altrui, dalla tortura di chi vi si oppone e dalla deportazione di chi non si sottomette alla vostra logica criminale è un’idea che si commenta da sola. La vostra credibilità in questo senso è morta nelle fosse comuni di Bucha o sotto le macerie di Mariupol.
Avete avuto l’opportunità di intrattenere con l’Occidente e con il resto del mondo rapporti di proficua collaborazione, oltre che di stringere ricchi contratti commerciali, che avrebbero potuto generare benessere, cultura, libertà. Avete invece scelto la violenza, la minaccia e la repressione, affinché voi, la cosca di cui parlavo, forte in grado di mantenere il vostro potere personale. E da un quarto di secolo lavorate alla zombificazione del vostro stesso popolo perché contribuisca a quel potere sacrificando se stesso come carne da cannone e accettando ogni privazione necessaria a contribuire ai vostri folli piani.
E invece di comprendere i legittimi timori che questi atteggiamenti causavano nei paesi che vi sono vicini e che provenivano già da decenni di orrori subiti a causa della storia di sopraffazioni con la quale avreste dovuto fare i conti, avete scelto di manipolare il passato e di rispolverarne gli abomini. Salvo poi criticare quegli stessi stati se hanno cercato protezione dal pericolo che ogni giorno dimostrate di essere, anziché provare loro che non avevano nulla da temere. Questo perché anche nelle vostre relazioni con la NATO avete scelto la paranoia e l’ossessione, anziché pragmatismo e diplomazia. Avete fatto prevalere la sindrome da accerchiamento, anziché cogliere l’opportunità di avere ad ovest dei territori – con democrazie ancora giovani e traballanti – che avevano scelto di aderire ad un’idea di difesa collettiva, anziché riarmarsi fino ai denti per proteggersi. Non devo dirglielo io che se non fosse stato per l’alleanza atlantica e l’UE, ai vostri confini occidentali avreste probabilmente avuto una schiera di democrature con atomiche e missili puntati contro di voi.
Quello che fate in Ucraina ogni giorno e ogni notte è semplicemente criminale e terroristico. Siete la personificazione degli istinti più abietti ed ignobili cui un essere senziente possa cedere. Siete la negazione di ogni singolo valore e principio che ci rende umani. Siete i nazisti del nostro secolo, che hanno imparato dagli orrori del passato solo per ripeterli in modo più massiccio, duraturo e sofisticato.
E come i nazisti confido che finiate dietro la sbarra di un tribunale internazionale, mentre il vostro stesso popolo vi maledice per l’eternità.
Se questo scritto le pare russofobo, pur essendo rivolto alla sola cupola mafiosa che lei alcolisticamente rappresenta, le sarei grato, come chiesto all’inizio, di essere inserito nella menzionata lista.
Cordiali saluti e #SlavaUkraïni
— Marco Setaccioli, 31 luglio

Lo status quo era: gli americani ci dànno la sicurezza, i russi l’energia, i cinesi il mercato per le nostre esportazioni. Indovinate un po’? È tutto sparito.
— mio commento al post di un contatto su Facebook, 1 settembre

I miei genitori mi hanno inflitto una condanna, inculcandomi il principio per cui è necessario fare tutto quanto in proprio potere, e spesso anche di più, per non arrecare disturbo agli altri.
Più passa il tempo, più mi ritrovo continuamente circondato da gente la cui dote principale è una sovrumana capacità di rompere i coglioni al prossimo senza provare il minimo imbarazzo. Per strada, al supermercato, nei negozi, si comportano come se gli altri non esistessero: intralciano il passaggio sui marciapiedi, tagliano la strada, bloccano le strisce pedonali, temporeggiano in fila alla cassa, parcheggiano in doppia fila, chiudono i passi carrabili, fanno rumore sui treni, non guardano dove camminano eccetera eccetera eccetera.
Costoro, che se ne stracatafottono di tutto anziché stare continuamente attenti a non disturbare, evidentemente campano molto meglio di me.
Un po’, devo confessarlo, li invidio.
— Alessandro Capriccioli su Facebook, 12 settembre

Robert Redford, Claudia Cardinale, sarà sempre così, d’ora in poi. La prima generazione del pop è nell’età in cui si muore di vecchiaia, e noialtri che quella generazione l’abbiamo consumata in replica o in coda, ereditata da fratelli e sorelle maggiori o dai genitori o dagli amici più grandi, a noialtri ormai tocca la morte d’un poster a settimana.
E a noialtri sembra sempre che quello che muore sia proprio l’ultimo, il definitivo pezzo di Novecento che se ne va, ma non è così, ve lo dico con la sicumera di chi cataloga in continuazione quelli che potrebbero morire. La mia forma di necrofilia è metterli in ordine: questo quando muore mi dispero, questa quando muore ci saranno articoli per una settimana, quest’altro tutti i mitomani avranno una foto in sua compagnia.
— Guia Soncini, 25 settembre

Stiamo tornando al Medioevo. O, almeno, a qualcosa di peggio dell’èra McCarthy. Se l’attuale amministrazione di dilettanti e bigotti non verrà fermata, l’America sprofonderà ulteriormente in un cupo partigianesimo, in un’ignoranza mascherata da sicurezza, nell’odio e nel caos. Faremo affidamento sull’Italia, sul Regno Unito, sulla Francia, sulla Germania, sul Giappone, sull’Islanda, forse sull’India se è ancora una democrazia, sull’Australia e su qualche altra democrazia sensata per recuperare dove abbiamo fallito — chessò, Nuova Zelanda, Costa Rica.
— David Quammen, 25 settembre

Chiunque può cascare in una truffa sentimentale, perché la vulnerabilità e la solitudine non sono esclusivi di una parte politica o di un solo segmento della società. Gli uomini sono un obiettivo particolarmente ghiotto perché è più facile che abbiano soldi da spendere e troppo tempo da riempire stando sui social. Però fatico a non vedere una correlazione fra la difficoltà a informarsi, le idee conservatrici, l’atteggiamento bellicoso verso un bersaglio che cambia di continuo (le donne, “i sinistri”, i giovani d’oggi, le persone queer, gli immigrati, ecc.) e la tendenza ad abboccare a tutte le esche che ti vengono dondolate davanti. Le persone che tentano di rimorchiare le donne finte dei social sono le stesse che poi si bevono la propaganda incessante e truffaldina di un governo che non governa e tuttavia mantiene un consenso fuori scala, o delle troll farm russe.
— Giulia Blasi, 30 settembre

[…] una parte sempre più grande delle nostre energie è finita ad alimentare il perenne racconto di noi stessi da vendere agli altri, in un marasma di informazioni che non lascia depositare nulla e non ci fa prestare attenzione a nulla.
— mio commento al post di un contatto su Facebook, 5 ottobre

La tradizione giudaico-cristiana, seconda radice dell’Occidente, ha come orizzonte di senso la “Parola di Dio” che iscrive il tempo in un disegno di salvezza. E quando il tempo è iscritto in un disegno nasce la “storia” che prevede il passato come male (peccato originale), il presente come redenzione e il futuro come salvezza. La scienza pensa allo stesso modo: il passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso. Cristianesimo laicizzato. Anche Marx può essere considerato un cristiano dal momento che pensa che il passato sia ingiustizia sociale, il presente chiede di far esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro giustizia sulla terra. Anche Freud, che scrive un libro contro la religione (L’avvenire di un’illusione) pensa che traumi, nevrosi e psicosi abbiano la loro origine nel passato (l’infanzia), nel presente terapia e nel futuro guarigione. Tutto è cristiano in Occidente, perché il cristianesimo non è solo una religione, ma una cultura, un modo di pensare proiettato nel futuro, capace di portare rimedi ai mali del presente.
— Umberto Galimberti, 14 ottobre

Il Novecento fu un secolo bifronte. La sua prima metà contiene il trionfo dei nazionalismi, due guerre mondiali, il nazismo e il fascismo, e ha il suo atroce finale a Hiroshima e Nagasaki. Nel segno prevalente del razzismo, della guerra, della dittatura, del nazionalismo al suo acme, del soffocamento in culla della democrazia liberale, infine dello sterminio. Ma almeno per noi occidentali la seconda metà di quel secolo, a partire dal sorgere del multilateralismo, della collaborazione internazionale, dell’Unione Europea come tentato colpo di grazia al nazionalismo, è la smentita attiva (e per un po’ di decenni vincente) dell’idea che la guerra sia il motore del mondo — la sua sola legge definitiva. Il femminismo, il pacifismo, la liberazione sessuale, il piglio antigerarchico delle nuove generazioni, volendo anche la conquista dello Spazio per mano di americani e russi, ma nel segno dell’umanità intera che se ne sentì coinvolta, sono tipicamente novecenteschi: e come ha raccontato benissimo Baricco in The Game, anche la rivoluzione digitale sarebbe stata impensabile fuori dal clima libertario del secondo Novecento (comprese le sue sfrenatezze e le sue clamorose ingenuità). Anarchia più ingegneria elettronica più sostanze psicotrope, l’idea di una comunicazione mondiale in mano a tutti, purché sottratta al potere — oggi si dice: “poteri forti” — nasce esattamente da quella visione.
— Michele Serra, 15 ottobre

Trump è: annunci e controannunci sui dazi, dichiarazioni bellicose contro vicini pacifici, assalti alle università, rinuncia al sistema di inclusione, intimidazioni ai media, attacco alla scienza e alla cultura, disprezzo della legge, sfacciati arricchimenti.
È l’arbitrio di un despota, che di libertà di critica non vuole sentire parlare. Trump ignora l’abc della tolleranza — o, se non lo ignora, lo calpesta. Riserva a sé stesso il diritto di buttare merda (non metaforicamente) sugli americani che manifestano contro di lui, come nello spregevole video (violento, carico di odio) che ha diffuso sui social. Ma non tollera alcuna forma di critica o di discussione, strozza le università non allineate, minaccia giornali e giornalisti non ossequiosi, spedisce l’esercito nelle città che non hanno votato per lui. Riserva a sé stesso il diritto di insulto, e taccia di insulto nei suoi confronti ogni forma di opposizione. Che cos’è, se non la mentalità di un tiranno?
La domanda se la democrazia in America corra dei rischi è abbastanza bizzarra. Non è il futuro a essere a rischio: è il PRESENTE di una nazione, della sua scena pubblica, del suo linguaggio politico, a essere scempiato. Non è quanto potrebbe accadere, è quanto è già accaduto, a partire dall’assalto al Parlamento del 6 gennaio 2021 e alla grazia concessa agli assalitori, a coprire di nero gli Stati Uniti.
— Collazione di anonimi vari, 26 ottobre

Dopo aver tentato inutilmente di sporcare la mia figura, finalmente la Società Ponte Contro lo Stretto di Messina (anonimamente rappresentata da fantasmi senza nome e cognome) ha rivelato di essere attratta da me, dedicandomi un’attenzione ossessiva e ritenendo addirittura che io esulti alla bocciatura del progetto da parte della Corte dei Conti. State sereni, in realtà io sono profondamente dispiaciuto che si sprechino tempo, denari ed energie per un’opera inutile e puramente dimostrativa, ideologica e diseducativa. Il progresso non si misura in acciaio, cemento e asfalto, si misura in convivenza armonica con il mondo naturale, godimento del paesaggio, empatia con i viventi, conservazione della ricchezza della vita e degli ecosistemi, costruendo il meno possibile solo opere ineludibili con metodologie sostenibili. Si potrebbero destinare quei 15 mld di euro al risanamento antisismico delle province di ME e RC, alla risistemazione ecosistenibile di approdi e traghetti, alla ristrutturazione della rete dei trasporti siciliane e calabrese. Mantenendo per i nostri discendenti valori come paesaggio, natura, armonia e un modo più sensato di stare al mondo. Non abbiamo alcun diritto di imporre a chi ci ha prestato il pianeta un insopportabile sfregio fisico e culturale, la cui utilità è dubbia e la cui pesantezza è certa. Ai prezzi preferisco sempre i valori.
— Mario Tozzi, 2 novembre

Tutte le destre mondiali hanno gli stessi ingredienti, con dosaggi diversi. Nazionalismo su basi etniche, attacco alla divisione dei poteri, morale di Stato, sospetto per l’autonomia e la razionalità del metodo scientifico, negazionismo sul clima, negazionismo sulla storia, visione corporativa della società. Tutti questi ingredienti sono nella destra italiana, che oltretutto ha radici neomissine mai tagliate, e cercano una rivincita. E nessuna di queste destre ha una ricetta giusta sul tema economico e sociale: tagliare la società a fettine non solo crea ingiustizie ma non fa crescere l’economia. Continuare a far andare i soldi dove ci sono già e non dove ce n’è bisogno non fa crescere l’economia.
— Pierluigi Bersani, 4 novembre

Io non riesco a dirla brevemente, questa cosa della riforma della Giustizia
Ci sono buoni motivi per votare NO.
La cosiddetta riforma della magistratura non sfiora neppure i due principali nodi che strozzano il percorso della giustizia. Che sono l’abuso insopportabile della carcerazione preventiva e i tempi interminabili dei processi, con gli imputati che devono aspettare anche parecchi anni per far valere finalmente davanti a un giudice terzo la loro versione dei fatti. C’è un problema di preparazione culturale di alcuni tra gli inquirenti. E non vedo come e perché la separazione delle carriere potrebbe migliorare la situazione. E poi, che esista una malsana promiscuità tra magistratura inquirente e media è fuori di dubbio, ed è deprimente il fatto che nei media ci sia una rimozione quasi totale del problema. In questo senso i giornalisti (intesi come categoria, che poi le persone sono molto diverse l’una dall’altra) si comportano da corporazione, non da servizio pubblico. Sarebbe bello che, in tutta autonomia, i media varassero una auto-riforma della maniera con la quale si occupano di arresti, di processi e di galera.
E ci sono buoni motivi per votare SÌ.
Il fatto che questi quattro cialtroni al governo abbiano tendenze orbaniane non c’entra niente, assolutamente nulla, con la bontà della riforma, perché la struttura gerarchica non cambia affatto, nessuna sottomissione all’esecutivo. Scindere le due carriere è semplicemente ovvio, non c’è nessuna controindicazione se non mediatica, e le riforme si fanno anche col diavolo, diceva uno bravo. Ci sono mille occasioni in cui il giudice si sostituisce oggi al PM o lo sostiene praticamente nelle aule. Tipo Borrelli, per qualcuno il “capo banda del golpe del 1993” (definizione non mia ma perfettamente aderente ai fatti): dopo avere indagato e sostenuto l’accusa, chiese di presiedere la corte d’appello. Di queste mescolanze è pieno qualsiasi Foro. PM decaduti dalla lista testi, rimessi nei termini con rinvio semplice dell’udienza, mano morbida con l’accusa e rigida con la difesa. La pagliacciata milanese sulla democrazia edilizia dovrebbe spiegare bene perché un GIP che prende di peso le ragioni della procura, senza nessuna valutazione, è una bomba sui nostri diritti, e succede spesso — non solo nelle indagini politiche. Quindi, certo che la riforma puzza di sterco per le mani che la maneggiano, ma in realtà sarebbe concime, roba buona, utile.
E quindi?
E quindi voterò NO.

Il fatto è che nel merito sarei favorevole alla separazione delle carriere, ma guardo con angoscia sia al modo in cui questa destra tenta di assoggettare la magistratura e ogni altra autorità o contropotere che non possa occupare direttamente, sia alle conseguenze politiche immediate di una vittoria del SÌ: l’idea di cominciare la nuova legislatura con Giorgia Meloni — o magari in subordine Ignazio La Russa — al Quirinale.
Da un lato avverto l’esigenza di ridimensionare il ruolo strabordante acquisito dalla pubblica accusa negli ultimi trent’anni; dall’altro penso sia necessario contrastare una tendenza non meno pericolosa presente nel governo, e cioè quel misto di giustizialismo per i nemici (modello Bibbiano), impunità per gli amici (modello Santanchè) e stato di polizia per i migranti (modello Salvini) che rappresenta la via italiana alla democrazia illiberale (modello Orbán) ed è una minaccia che non riguarda solo la giustizia.
Ecco: dall’ennesima sconfitta del tentativo di riformare la Costituzione dal governo, con il chiaro obiettivo di ricavarne una scorciatoia per fare cappotto, stravincere e mettersi sotto i tacchi alleati e avversari, potrebbe venire anche un’utile lezione a tutte le forze politiche e all’intero sistema.
La vittoria del NO segnerebbe infatti il futuro dell’orrenda riforma del premierato, e sarebbe un sollievo non da poco, e forse anche uno stop a questo modo irresponsabile di piegare ogni volta riforme costituzionali e leggi elettorali alle ambizioni e ai capricci dei leader. Se la vittoria del NO fosse il colpo inatteso che riequilibra i pesi in campo e costringe tutti a uscire da questo trentennale delirio di ingegneria istituzionale di fazione, riaprendo la possibilità di un ritorno a una logica realmente parlamentare (e proporzionale) del sistema, ecco, questo sì che sarebbe un esito niente male.
— mio commento al post di un contatto su Facebook, 18 novembre

Il ruolo politico che il fondamentalismo islamista ha intessuto negli ultimi vent’anni (almeno) è stato funereo, non tanto per il cosiddetto Occidente e, in particolare, per l’Europa, quanto per i Paesi arabi e per l’intero universo musulmano, sfiancati dall’ossessione retrograda e antivitalista di un clero crepuscolare e patriarcale che, dovunque, ha inciso nel corpo dei popoli segni lancinanti, soprattutto in quello delle donne.
Dalla repressione delle primavere arabe alla teocrazia strangolante di Teheran, dall’infernale regime afgano in cui è interdetto perfino il canto (e alle bambine è negata la scuola), alla torsione religiosa che Ḥamās ha innestato nella resistenza palestinese, un tempo laica e ora immersa nel sacro, fino al rovinoso giro di vite contro i curdi (laici e di sinistra) per mano dell’islamista Erdoğan, è davvero concepibile che i ragazzi ProPal non colgano o non riescano a scorgere quanto sia nemico della libertà il fondamentalismo islamico (né più né meno del fondamentalismo cristiano dei Maga, o del detestabile suprematismo biblico dei coloni israeliani in Cisgiordania che scambiano il Pentateuco per i registri del Catasto)?
È possibile che basti dirsi “contro l’Occidente” per avallare ogni paranoia reazionaria, da Putin al jihād? Ma se davvero così accade, quale senso ha invocare libertà e diritti come bene universale? E con il patriarcato, che nell’Islam fondamentalista raggiunge il suo apice, come la mettiamo?
Qualcosa dovremo pur intraprendere, noi che attraversiamo con identico rispetto le cattedrali e le moschee, le sinagoghe e i templi indù. Noi che leggiamo l’accusa di “deicidio” agli ebrei, le asperrime faide confessional-condominiali di Gerusalemme, o il revanscismo islamico in Europa, come vischiosi e allucinati residui di tragedie arcaiche: morti che afferrano i vivi, vecchie ossa che ancora spingono i ragazzi verso la rovina.
La tolleranza è un pensiero esile, non riempie il vuoto identitario con l’ammaliante fissità delle certezze confessionali, delle tradizioni che dicono di nascere “dal Cielo”, riattizzando braci antichissime che ancora sussurrano sotto la cenere.
E, soprattutto, la tolleranza non consegna il conforto di un Nemico da odiare. Ma, “santo cielo”, mentre restiamo in bilico sul ciglio di nuove guerre di religione, bisognerà pure che la dimessa ragionevolezza degli agnostici trovi una voce che si faccia udire, una forma culturale e forse persino politica, e reclami il proprio posto in questo pandemonio di Verbi che si urtano.
Il tempo si assottiglia, i toni e i volumi s’innalzano, e non cadiamo nell’inganno: il fragore delle bombe minaccia di seppellire ogni voce pacata, ogni gesto di gentilezza. È un’epoca di ferro e di sangue, e radunare i disarmati e i tolleranti di tutti gli angoli del mondo, oltre a essere l’unica scappatoia, è anche l’impresa più impraticabile, quando non si possiede un Libro da sollevare o un paradiso da offrire come premio.
— mio commento al post di un contatto su Facebook, 5 dicembre

L’identitarismo di sinistra (un po’ di woke, di anticolonialismo nostalgico, di classismo snob da ceto medio riflessivo, di giustizialismo moralista e di sindacalismo anacronistico molto anni Settanta), oltre a essere del tutto sganciato dalle ragioni di crisi e dalle possibili soluzioni dei problemi economici e civili dell’Italia, è strutturalmente minoritario in opinioni pubbliche populisticamente molto più mobilitabili da istanze difensive, di chiusura e di autoprotezione contro pericoli percepiti come esterni (le dinamiche demografiche, i processi di integrazione internazionale, la globalizzazione economica).
— Carmelo Palma, 8 dicembre

Il tratto adolescenziale, modesto e inadeguato dei discorsi politici pronunciati ieri con toni così roboanti da risultare grotteschi dalle nostre due principali leader, Giorgia Meloni ed Elly Schlein […] Le due coalizioni politiche italiane continuano a seguire il tradizionale modello destra-sinistra, e per questo si presentano come accozzaglie non omogenee che vantano al loro interno fascisti e comunisti e i loro patetici rievocatori in costume, propagandisti di Putin e volenterosi complici di Trump, oligarchi digitali e analogici, saggi e irresponsabili, antisemiti e rossobruni, populisti e utili idioti, atlantisti e demolitori dell’Unione Europea, rendendo l’offerta politica una marmellata indigeribile che genera risentimento e astensione tra gli elettori.
Non è soltanto una questione di partiti disorientati o di coalizioni politiche disomogenee: la società, i media, l’establishment continuano a giocare l’antiquata partita destra contro sinistra che non esiste più nella realtà, perché è stata archiviata all’inizio di questo secolo e non risponde più alle sfide del presente, figuriamoci del futuro.
Lo spartiacque politico oggi è la condivisione o meno dei principi fondamentali della convivenza civile: una società aperta e regolata dalle leggi, il rispetto dei diritti civili, il welfare, e la separazione dei poteri. Chi condivide i pilastri, le fondamenta e il tetto della casa comune è semplicemente un liberal democratico, e non importa se appartiene alle tradizionali famiglie politiche liberali, socialiste o popolari, né se si sente più progressista, più conservatore o più moderato.
Bisogna azzerare tutto e ricominciare daccapo, rinunciando a partire da destra e sinistra per trovare una nuova divisione politica, l’unica possibile e coerente: quella che metta da un lato i difensori della civiltà democratica europea, quelli che si ostinano a basarsi sui dati di fatto e sui principi della società aperta, e dall’altra gli illiberali che vogliono mutilare i parlamenti, superare la democrazia rappresentativa, affidarsi ai predatori digitali, favorire gli oligarchi e far prevalere le forme autoritarie di governo.
— Christian Rocca, 15 dicembre

L’Italia oggi è un Paese la cui economia è tenuta in piedi dalla montagna di miliardi donati o prestati a condizioni di favore dall’Unione Europea, con i famosi fondi del PNRR (senza i quali saremmo già in recessione), e dalla stabilità garantita dall’euro e dalla BCE.
— mio commento al post di un contatto su Facebook, 19 dicembre

Certo, anche noi europei abbiamo problemi, ma nel complesso siamo società di successo, non perdiamolo di vista: da noi i tentativi di assassinio e violenza politica estremamente rari; niente folle politicizzate che assaltino i parlamenti, democrazie tuttora aperte e vivaci. La percentuale di popolazione in carcere è un quinto di quella degli Usa, i nostri tassi di omicidio sono una piccola frazione di quelli americani. I nostri sistemi sanitari offrono risultati migliori e una vita più lunga rispetto a qualsiasi altro posto. Nel complesso, gli Stati UE hanno popolazioni più istruite. Pochi luoghi al mondo offrono una qualità di vita migliore per una percentuale più ampia della popolazione rispetto all’Europa. Anziché cercare di placare l’America di Trump, dobbiamo stare più saldi, rinnovare il nostro impegno nei confronti dei nostri valori e sperare che la confusione ideologica oltreoceano passi presto. In caso contrario, non saremo noi a commettere un suicidio civile.
— Carl Bildt, ex premier svedese, 23 dicembre

[…] Infine, il fenomeno più trasversale di tutti ha riguardato l’intelligenza artificiale stessa. Celebrata come parola dell’anno, anzi del decennio, tra lanci spettacolari, demo mozzafiato e promesse messianiche, sotto l’hype sono emersi limiti strutturali difficili da ignorare. I costi energetici sono enormi, stare al passo con la domanda è difficile, la fame di dati rimane insaziabile, i bias restano irrisolti mentre la governance continua a essere un oggetto misterioso. Le stesse piattaforme che promettevano trasparenza attraverso l’IA hanno creato sistemi sempre più opachi.
— Luca Sabia, 27 dicembre
E solo il 17% degli italiani la usa.
— Mio commento a seguire…

Potrò apparire rivoluzionario a scrivere questo, ma io non ho mai desiderato la morte di Putin, che in fondo sarebbe un finale eccessivamente “comodo” e in qualche modo diseducativo rispetto al suo quarto di secolo al potere. Lo vedrei piuttosto alla sbarra di un tribunale internazionale creato ad hoc, un Norimberga 2, e mi piacerebbe che venisse costretto per gli ultimi anni della sua vita ad ascoltare, senza poter chiudere occhio, la lista degli oppositori e dei giornalisti uccisi, del milione e oltre di persone delle quali ha causato la morte nelle 19 guerre che ha scatenato, dei bambini rapiti, delle donne stuprate, delle centinaia di migliaia di persone ferite e rese invalide, dei 25 milioni di profughi che i suoi interventi hanno causato, delle città distrutte e di ogni altra malefatta del Reich di Mosca. Con una pausa obbligatoria giornaliera solo per potersi affacciare alla finestra della sua cella e ammirare da lì il suo mai ricostituito impero che si disfa e ascoltare gli improperi del suo popolo che insulta il suo nome e maledice ogni giorno della sua criminale dittatura.
— Anonimo, 30 dicembre


Questo blogpost nasce da un’abitudine lunga vent’anni (il blog L’Internettuale è nato nel 2006, quando non esistevano i social): osservare la modernità mentre accade, archiviarla mentre scorre, provare a rimetterla in ordine quando diventa rumore. In vita mia ho attraversato due grandi mutazioni culturali — quella della comunicazione analogica e quella del digitale — non da spettatore, ma da praticante: prima nel mondo della pubblicità e del marketing, poi in quello del web, della scrittura e dell’autopubblicazione. Abbastanza vicino alla tecnologia da capirne i meccanismi, abbastanza lontano da non scambiarla per una religione.
Nel tempo, articoli, inchieste, saggi, appunti, frammenti, dati e intuizioni si sono accumulati: prima su carta, poi su hard disk, infine nel cloud. Un archivio informale e sterminato, il mio, cresciuto insieme a Internet, che ha seguito la stessa traiettoria del mondo contemporaneo: accelerazione, smaterializzazione, sovraccarico. Mettere ordine in questo materiale non è mai stato un esercizio estetico, ma una necessità epistemologica. Senza ordine, l’informazione non illumina: confonde. Senza connessioni, i fatti restano muti.

Il 2025, più di altri anni, ha reso evidente quanto il presente sia diventato opaco: social media, algoritmi, populismi, infodemia, complottismo, ritorno del pensiero magico e delle pulsioni autoritarie non sono fenomeni separati, ma parti di un unico sistema. Un sistema che produce disorientamento, isteria sociale e una crisi profonda della realtà condivisa. Le analisi esistono, le ricerche anche: ciò che spesso manca è qualcuno che provi a ricomporre il quadro, a tirare i fili della stessa matassa, a restituire una narrazione coerente e comprensibile.
Questo post — come gli appunti da cui deriva — è un tentativo in quella direzione. Non pretende di essere una “teoria del tutto” ma un atto di resistenza al caos informativo: un modo per trasformare frammenti dispersi in senso, e il rumore di fondo del presente in una mappa almeno leggibile. Perché, in un’epoca che archivia tutto ma capisce sempre meno, il vero gesto politico e culturale non è produrre nuove opinioni, bensì rimettere ordine in quelle che già esistono.

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