Dopo giorni in cui i repubblicani hanno incolpato e diffamato i democratici e le persone trans per l’omicidio di Charlie Kirk, pur non avendo idea di chi fosse l’assassino, ora che è stato preso e ha confessato scopriamo che si tratta di un uomo bianco di una famiglia repubblicana dello Utah che amava le armi. E in effetti, scorrendo il profilo social della madre l’identikit del killer va in quella direzione: un ragazzo che sparava al poligono, appassionato di videogame e che utilizzava meme dell’estrema destra. Ma di questo si dirà alla fine del blogpost.
Sulle pallottole, trovate insieme al fucile avvolto in un panno scuro vicino al luogo dell’omicidio, l’assassino aveva scritto alcune frasi: tra queste, «Bella Ciao», «Ehi, fascista, bèccati questo», «Se leggi questo sei gay LMAO».
(LMAO, acronimo di Laughing My Ass Off = “mi sbellico dalle risate”; è simile a LOL, Laughing Out Loud, ma più forte: indica che qualcosa fa ridere in maniera esagerata — ndr.)
Si chiama Tyler Robinson e ha 22 anni. Sul profilo Facebook della madre si legge il racconto di quando il giovane aveva superato brillantemente il test di ammissione al college, nell’agosto 2022. In realtà, poi si ritirò e ora era iscritto a una scuola per elettricista. Robinson ha due fratelli più piccoli. Sui profili lo si vede a Disneyland o, in posa con la famiglia, mentre imbraccia un bazooka. Il padre è un repubblicano, sostenitore di Trump. Tyler non sembra essersi interessato di politica in precedenza, ma negli ultimi tempi aveva cominciato a discuterne. A un familiare aveva parlato di Kirk, spiegando che non gli piaceva perché «era pieno di odio e diffondeva odio».

Perché Kirk era importante per Trump? Ad appena 18 anni aveva fondato Turning Point USA, facendola diventare nel giro di poco tempo la più importante organizzazione giovanile nel movimento conservatore americano, una macchina di propaganda ramificata in tutto il Paese, che aveva pure iniziato a sfornare i prossimi quadri dirigenti del Partito Repubblicano. Nel 2016 la sua capacità di mobilitare i giovani l’aveva fatto entrare nel cerchio magico trumpiano, da cui non è mai più uscito: Donald Trump Jr. lo considerava un fratello minore, e Trump stesso una specie di figlio acquisito. Nel corso della pandemia di Covid-19, oltre a paragonare le misure sanitarie all’apartheid, si era avvicinato al mondo dell’evangelismo neo-carismatico e alla Nuova Riforma Apostolica, il movimento fondamentalista che punta all’instaurazione di una teocrazia basata sulla Bibbia e non più sulla Costituzione. Era, quello tra Kirk e Trump, un rapporto di reciproca stima e soprattutto di reciproca utilità: l’allora candidato alla Casa Bianca aprì nel 2015 le porte di una campagna presidenziale a un ragazzino da poco uscito dal liceo (e che peraltro l’università non la finì mai), Kirk diede a Trump una delle poche cose che gli mancavano: le chiavi del mondo giovanile, dei campus (americani e non solo: fu invitato anche alla Oxford Union) e dei social media.
L’uomo assassinato era molto abile a far contraddire gli interlocutori, a porre domande a cui non riuscivano a rispondere, a zittirli con formulazioni a effetto, ma in nessun momento le conversazioni prevedevano una qualche forma di ascolto reciproco e di riconoscimento delle ragioni altrui. Invece di cercare nelle discussioni uno strumento per convincere chi la pensa diversamente, il formato di dibattiti nei campus che Kirk portava in giro premiava la sopraffazione e l’annientamento degli avversari, obiettivo inseguito prevalentemente attraverso furbizie dialettiche e rarissimamente con la sostanza degli argomenti. È una tendenza strettamente legata alla cultura statunitense dei dibattiti, insegnata fin dalle scuole con corsi e tornei dedicati: tornei ai quali è normale, per esempio, che data una determinata questione divisiva sia scelto casualmente quale squadra debba sostenere la posizione a favore e quale quella contraria. A essere valutata e premiata è insomma la tecnica di argomentazione e la logica dei ragionamenti, a prescindere del merito delle posizioni espresse.
Turning Point USA ha un budget di 80 milioni di dollari, proveniente per lo più dallo stesso sistema di donatori del Partito Repubblicano — come la Bradley Foundation — e adotta lo stesso atteggiamento totalizzante di Donald Trump: non si fanno prigionieri. Kirk, nonostante la stampa lo presenti oggi come parte del fronte dialogante del trumpismo, era uno di questi produttori di contenuti per la guerra permanente delle idee, con l’obiettivo di rovesciare la presunta dittatura intellettuale dei liberal — la famosa “egemonia culturale” — e aiutare l’emersione di pensatori conservatori: una pratica di Turning Point USA, fin dal 2016, era quella di stilare liste di proscrizione di professori universitari liberal, con lo scopo di contestarli e chiederne il licenziamento. (A fondo pagina la testimonianza drammatica di una docente vittima di questa pratica — ndr)
Quel che è stato in grado di fare Kirk è stato, in sostanza, creare clip di contenuti molto efficaci (da incontri “reali”, che sono in realtà già contenuti per il digitale), condividerli su ampia scala, usare questo materiale per fondare nuove sezioni e far crescere la sua organizzazione a livello territoriale. Una volta che hai persone che sono tuoi fan, che avviano club nelle loro università, si sviluppa un senso di comunità e la sensazione di non essere più soli dentro il campus universitario. Non è più un tabù dire certe cose, dichiararsi conservatori o sostenere posizioni conservatrici (e questo costruisce anche un senso di connessione sociale). In tale processo, essere conservatori diventa un life style di successo, persino “instagrammabile”. Kirk non aveva solo costruito un’organizzazione e un media, era anche promotore di un’identità sociale (una subcultura giovanile, come diremmo nelle accademie italiane).
Il trentunenne assassinato non era esattamente un intellettuale, sebbene conducesse una guerra identitaria quotidiana e organizzata, e nemmeno un politico. Kirk era un “political performer”. Una figura adatta al mondo di oggi, nella quale la realtà messa in scena con format quali Prove Me Wrong (Dimostrami che sbaglio) era una performance “live” — sfidare sul piano dialettico i giovani universitari dei college che Kirk visitava — ma anche una fenomenale macchina da social, grazie al team di videomaker professionisti che registravano, montavano e mandavano in onda “il meglio” delle battaglie di Kirk (spesso impari: era raro che i giovani e inesperti studenti liberal fossero in grado di vincere il confronto). Tale “The Best Of” dei dibattiti di Kirk aiutava a mettere alla berlina i giovani di sinistra e a rafforzare il punto di vista di quelli che appartengono al suo mondo.
Trump è stato il primo ad annunciare l’arresto di Robinson, dicendo che «ora si indagherà su alcune associazioni di sinistra» e ha fatto il nome del prezzemolo di ogni complottista, il solito George Soros. Ha spiegato che Kirk «credeva nella non violenza», poi, in barba a ogni ritegno di fronte alle contraddizioni, ha aggiunto: «Spero che gli diano la pena di morte».
Il “neo-maoismo” di Trump e dei suoi content provider si basa sulla delegittimazione dei luoghi di produzione di dibattito e sapere dell’avversario, dalle università ai media. Chi offrirà versioni non congruenti dell’omicidio Kirk verrà posizionato fra i “nemici assoluti” grazie alla macchina della viralità trumpiana. Se mai emergesse una realtà diversa da quella che Trump ha disegnato, sarebbe sempre sabotabile, inquinabile, “smontabile”: il fronte anti-trumpiano si sentirà in qualche modo sollevato, rivendicherà la verità “fattuale”, ma quest’ultima diventerà uno strumento solo per il proprio campo, poiché non esiste più un’arena pubblica condivisa (condividiamo le piattaforme social, non uno spazio di dialogo e deliberazione). Avere ragione, oggi, non serve a niente.

Il “martire” Kirk
Donald Trump ha annunciato la morte di Kirk sul suo social Truth, definendolo «un grande, persino leggendario patriota, un martire della verità». Numerose figure politiche, anche al di fuori del campo conservatore, hanno piuttosto ovviamente condannato l’attentato. La ex-vicepresidente Kamala Harris ha dichiarato che «la violenza politica non ha posto in America». Hillary Clinton si è detta «rattristata e arrabbiata». In campo conservatore le reazioni sono state invece paragonabili a un ruggito ferino. Per le destre era il momento di capitalizzare lo sgomento e dotarlo di un significato funzionale alla propaganda. Hanno rapidamente deciso di elevare la morte di Charlie Kirk a martirio in nome della libertà di espressione e di inquadrarla come un irrevocabile spartiacque nel rapporto con le sinistre, esercitando sull’agenda mediatica una pressione emotiva così irresistibile da imporre una smisurata copertura dell’omicidio anche in Europa, dove il nome di Kirk era ignoto. Il 10 settembre, ancora prima che fossero chiariti identità e movente dell’attentatore e perfino prima che fosse confermato il decesso di Kirk, la sinistra era già stata additata come «il partito dell’omicidio» (©Elon Musk).

Gli influencer MAGA e dell’estrema destra hanno invocato «l’infiltrazione, lo scioglimento, l’arresto e l’incarcerazione» dei membri della sinistra radicale e concluso che «la sinistra ci vuole morti». In parlamento, ha osservato l’Atlantic, «i repubblicani, sconvolti, hanno guardato dall’altra parte della Camera e hanno immediatamente visto oppositori politici cui urlare contro e da accusare». Stephen Miller, vicecapo di gabinetto alla Casa Bianca, dapprima ha scritto che «il destino di milioni di persone dipende dalla sconfitta» di un’«ideologia malvagia» che «conduce, sempre, inevitabilmente e volontariamente, alla violenza» e, in seguito, in un’intervista a Fox News, ha minacciato di dispiegare tutta la forza dello Stato per esiliare e privare del patrimonio e della libertà i «terroristi interni che spargono quest’odio malvagio». Katie Miller, podcaster e moglie di Stephen Miller, ha detto che i liberal «hanno le mani sporche di sangue». L’influencer estremista e complottista Laura Loomer ha suggerito a Trump di «chiudere e mettere sotto indagine ogni singola organizzazione di sinistra», perché «la sinistra è una minaccia per la sicurezza nazionale»; se la sinistra non viene «schiacciata», ha aggiunto, «altre persone saranno uccise». L’opinionista razzista e misogino Matt Forney ha paragonato l’omicidio di Kirk al “Reichstag americano”, alludendo all’incendio doloso del Parlamento tedesco del 1933 che i nazisti sfruttarono per sospendere la Costituzione e mettere fuorilegge i partiti d’opposizione. «Tutti i politici democratici vanno arrestati e il partito va bandito», ha caldeggiato Forney su X. Chaya Raichik, la creatrice dell’account transfobico Libs of TikTok, ha proclamato su X che “QUESTA È GUERRA”. Alex Jones, il fondatore del sito complottista InfoWars, ha ripetuto per ben tre volte di seguito che «siamo in guerra». Steve Bannon, ex consulente strategico di Trump, nel suo podcast War Room ha definito Kirk «una vittima della guerra dichiarata dalla sinistra». Lo stesso presidente ha rincarato la dose sminuendo il pericolo posto dall’estremismo di destra: «Dirò una cosa che mi metterà nei guai, ma non me ne potrebbe importare di meno. Gli estremisti di destra spesso sono estremisti perché non vogliono vedere la criminalità. […] Gli estremisti di sinistra sono il problema».

L’Europa non è l’America, eppure l’abissale eterogeneità dei contesti è sembrata superflua alle destre del vecchio continente, che, a cadavere ancora caldo e senza alcuna nozione del responsabile dell’assassinio, hanno con la stessa foga ripetuto — ove non addirittura inasprito — il copione MAGA per attaccare gli avversari interni. Viktor Orbán: «La morte di Charlie Kirk è il risultato della campagna internazionale di odio condotta dalla sinistra progressista-liberale». Seguendo le orme di Trump ha poi classificato “Antifa” come un’organizzazione terroristica, spiegando che gli antifascisti «sono venuti in Ungheria poi sono diventati membri del Parlamento Europeo e da lì ci dànno lezioni sullo stato di diritto». Il chiarissimo riferimento è all’eurodeputata Ilaria Salis, che il governo ungherese vorrebbe riportare in carcere. Jordan Bardella: «La retorica disumanizzante e l’intolleranza della sinistra alimentano la violenza politica». Marion Maréchal: «Qui, come negli Stati Uniti, la sinistra radicale vuole la guerra civile». Santiago Abascal: «L’omicidio di Charlie Kirk mette in luce la mania omicida che domina gran parte della sinistra occidentale». Geert Wilders: «L’Islam è la spada che la sinistra sta usando per sgozzare l’Europa». In Germania, la capogruppo alla Camera di Alternative für Deutschland Beatrix Von Storch ha dichiarato che «il compasso morale di Kirk era Dio» e che compito di AfD è ora quello di portare avanti il suo lavoro. La parlamentare ha poi scritto sui social che «la morte di Kirk è un punto di svolta nella nostra lotta per difendere la civiltà» — intesa come quella bianca e cristiana, ça va sans dire.
Ovviamente l’ondata di sdegno per l’ennesimo omicidio politico americano è arrivata subito in Italia, dove tutto si trasforma in grottesco tifo da stadio. Come sempre, non sono mancati gli avventati a sparare sentenze inappropriate. Stavolta è toccato al matematico Piergiorgio Odifreddi dire in TV che «chi semina vento raccoglie tempesta» (più un incauto e deleterio «sparare a Martin Luther King e a un rappresentante Maga non è la stessa cosa»). Il ministro Ciriani di Fratelli d’Italia ne ha approfittato per mescolare tutto: l’interrogazione di Italia Viva su un viaggio di Meloni a New York, le parole di Odifreddi, persino le Brigate Rosse e Sergio Ramelli. Un minestrone senza senso per sostenere il solito sovvertimento della realtà di sapore orwelliano: «i dem sono violenti».

Questa copia italiana dei toni trumpiani è insieme patetica e pericolosa: alimenta tensioni in un clima politico già rovente. La destra, che non ha mai fatto i conti con il Ventennio, ha subito sfruttato il fatto che sui bossoli dell’assassino c’era scritto “Bella Ciao”. «Vengo da una comunità politica che spesso è stata accusata di diffondere odio, guarda un po’ dagli stessi che festeggiano e giustificano l’omicidio intenzionale di un ragazzo che aveva la colpa di difendere con coraggio le sue idee». La premier Giorgia Meloni lo ha detto intervenendo alla festa nazionale dell’UDC a Roma. Ma tranne qualche provocatore online (e l’improvvido Odifreddi, il quale in ogni caso non ha “festeggiato” nulla), nessuno ha davvero celebrato l’attentato a Kirk. Soffiare sul fuoco delle polemiche è degno di un militante incapace di autocontrollo, non di un capo di governo: che dovrebbe invece mostrare equilibrio, senza alimentare le divisioni con dichiarazioni infuocate (e peraltro fuori luogo, come si vedrà). Non dovrebbe inventarsi pure lei, scimmiottando l’Aranciopiteco della Casa Bianca, una “sinistra che semina odio”: dovrebbe semmai riconoscere che il clima politico italiano, pur teso, non è paragonabile agli anni bui del terrorismo. L’America ha una lunga storia di violenza politica, noi per fortuna l’abbiamo vissuta solo per un breve periodo, a tre quarti di Novecento. Un leader responsabile dovrebbe dire: rispettiamoci, abbassiamo i toni, non imitiamo un Paese dove proliferano armi e fanatici, un Paese il cui presidente è il principale istigatore di odio antidemocratico dei nostri tempi.

«Ucciso perché difendeva le sue idee». Affermazione che impazza sia fra i leader che sui social. Eppure i suoi comizi sono disponibili in rete: un crogiuolo di misoginia, razzismo, suprematismo bianco, odio verso gli immigrati, i neri, i gay, le donne… Davvero sono opinioni da rispettare?
L’organizzazione progressista Media Matters for America, che da anni monitora la galassia dei media conservatori, ha raccolto alcune delle posizioni di Charlie Kirk.
Sulla razza
“Se vedo un pilota nero, penso: ‘Cavolo, spero proprio che sia qualificato’.” (The Charlie Kirk Show, 23 gennaio 2024)
“Se sei una lesbica nera, fumatrice di marijuana vieni trattata meglio di un marine degli Stati Uniti?” (The Charlie Kirk Show, 8 dicembre 2022)
“Succede spesso nelle città americane: neri che vanno in giro a prendere di mira i bianchi per divertimento, questo è un dato di fatto.” (The Charlie Kirk Show, 19 maggio 2023)
“Se ho a che fare con una donna nera idiota nel servizio clienti, mi chiedo se sia lì per la sua eccellenza o per le politiche inclusive.” (The Charlie Kirk Show, 3 gennaio 2024)
“Joy Reid, Michelle Obama, Sheila Jackson Lee e Ketanji Brown Jackson… dovevate rubare il posto a una persona bianca per essere prese sul serio.” (The Charlie Kirk Show, 13 luglio 2023)
Su genere, femminismo e diritti riproduttivi
“Rifiuta il femminismo. Sottomettiti a tuo marito, Taylor. Non sei tu a comandare.” (Discussione sulla notizia del fidanzamento tra Taylor Swift e Travis Kelce al The Charlie Kirk Show, 26 agosto 2025)
“Se mia figlia di dieci anni venisse stuprata e restasse incinta, non dovrebbe abortire: il bambino dovrebbe essere partorito.” (dibattito Surrounded, 8 settembre 2024)
“Dobbiamo organizzare un processo in stile Norimberga per ogni medico di una clinica che si occupa di gender.” (The Charlie Kirk Show, 1 aprile 2024)
Sulla violenza armata
“Vale la pena affrontare il costo di alcune morti per arma da fuoco ogni anno, in modo da poter avere il Secondo Emendamento a protezione degli altri diritti che Dio ci ha donato.” (evento TPUSA Faith, 5 aprile 2023) — Chissà se sarebbe dello stesso parere oggi, se fosse sopravvissuto…
Sull’immigrazione
“L’America ha raggiunto il suo apice quando abbiamo bloccato l’immigrazione per 40 anni… Non dovremmo avere paura di farlo.” (The Charlie Kirk Show, 22 agosto 2025)
“Il Partito Democratico americano odia questo Paese. Vogliono vederlo crollare. Adorano che l’America diventi meno bianca.” (The Charlie Kirk Show, 20 marzo 2024)
“La grande strategia di sostituzione etnica… è una strategia per sostituire l’America rurale bianca con qualcosa di diverso.” (The Charlie Kirk Show, 1 marzo 2024)
Sull’Islam
“Ampie aree dedicate all’Islam sono una minaccia per l’America.” (The Charlie Kirk Show, 30 aprile 2025)
“Abbiamo detto che l’Islam non è compatibile con la civiltà occidentale.” (The Charlie Kirk Show, 24 giugno 2025)
“L’Islam è la spada che la sinistra sta usando per tagliare la gola all’America.” (post social, 8 settembre 2025)
Sulla religione
“Non esiste separazione tra Chiesa e Stato. È un’invenzione, una finzione, non è prevista dalla Costituzione.” (The Charlie Kirk Show, 6 luglio 2022)
Tuttavia oggi che avesse simili idee e le portasse avanti non conta più niente. Vorremmo essere liberi di criticare il morto come se fosse vivo. Senza assoluzioni, ma senza giustificare il suo assassinio. Condannando quel colpo di fucile fino allo sfinimento. Perché in tutta onestà a molti Kirk faceva ribrezzo da vivo per le sue idee. Però, ripeto, non conta più niente, e il perché lo spiega bene Mattia Feltri su La Stampa del 13 settembre:
Una delle domande importanti girate attorno all’assassinio di Charlie Kirk è se sia consentito parlare male dell’assassinato. Di qualsiasi assassinato, in generale. Di Charlie Kirk in particolare, delle sue posizioni politiche, di come le esprimeva, sull’aborto, sugli immigrati, sugli omosessuali, di quanto abbiano contribuito a incancrenire il dibattito pubblico americano. […] Ma nel caso di Charlie Kirk – se ne può parlare male, oppure la morte cancella tutto e tutto è emendato? – mi sembra che sia sbagliata non tanto una risposta oppure l’altra, sbagliata è la domanda. E lo è perché siamo di fronte a un uomo assassinato con un colpo di fucile mentre discuteva di idee davanti a chi non le condivideva, e lo faceva da anni, «dimostrami che sbaglio», diceva. La domanda distoglie dalla questione più importante, la sposta sulle idee dell’assassinato, se siano tali da giustificare l’assassinio, se perlomeno ne costituiscano un’attenuante o anche soltanto una spiegazione. Invece che cosa pensasse e dicesse Charlie Kirk, se ci piacesse oppure no, ormai è totalmente irrilevante. Conta soltanto che le idee di un uomo sono state cancellate con un colpo di fucile, e questo mette in pericolo mortale le idee di tutti.
L’uccisione di Charlie Kirk ha avuto un impatto enorme in America. Pur in una nazione tragicamente abituata ai fatti di sangue, questo ha avuto una risonanza speciale. Si spiega con la figura della vittima, un personaggio fuori del comune. Si può ricordare, anzitutto, che come detto Kirk era stato un protagonista decisivo per lo spostamento di voti giovanili a favore di Trump nell’ultima tornata elettorale. Al tempo stesso lui rappresentava una figura particolare, un trumpiano che si era fatto carico di una missione “maieutica”: cercava di convincere i giovani praticando (sebbene solo apparentemente con equilibrio) il dialogo, anche con gli avversari più acerrimi. Per esempio portando le convinzioni del mondo MAGA (Make America Great Again) dentro campus universitari che erano — e sono — roccaforti della sinistra radicale. È proprio in uno di questi incontri che lui ha perso la vita.
Ezra Klein, uno degli editorialisti liberal più conosciuti negli Stati Uniti, mostra bene come ormai molti temano di contraddire la destra al potere. Sul New York Times dell’11 settembre il suo modo fin troppo generoso di trattare l’eredità di Kirk sembra dettato dal bisogno di bilanciare l’immagine negativa della sinistra costruita dalla destra, sostituendola con una versione più docile e pronta al compromesso, anche con idee che di democratico hanno ben poco (in altre parole, se la fa sotto ma con eleganza):
Il fondamento di una società libera è la possibilità di partecipare alla politica senza timore della violenza. Perdere questo significa rischiare di perdere tutto. Charlie Kirk — e la sua famiglia — hanno appena perso tutto. Come Paese, anche noi abbiamo fatto un passo avanti verso la perdita di tutto. Da tempo ci stiamo avvicinando a questo baratro. Nel 2020, l’FBI sventò un complotto per rapire Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan. Nel 2021, una folla prese d’assalto il Campidoglio nel tentativo di ribaltare l’esito delle elezioni, e bombe furono ritrovate presso le sedi del Comitato Nazionale Democratico e Repubblicano. Nel 2022, un uomo fece irruzione nella casa di Nancy Pelosi, allora speaker della Camera, con l’intenzione di rapirla. Lei non era in casa, ma l’intruso aggredì suo marito Paul, 82 anni, con un martello, fratturandogli il cranio. Nel 2024, il presidente Trump sfuggì per un soffio a un attentato. Nello stesso anno, Brian Thompson, amministratore delegato di United Healthcare, fu assassinato. Nel 2025, durante la Pasqua ebraica, furono lanciate molotov nella casa del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro. Melissa Hortman, già speaker della Camera del Minnesota, e suo marito furono uccisi; il senatore statale John Hoffman e sua moglie furono gravemente feriti da un uomo armato. E mercoledì, Kirk, fondatore di Turning Point USA, è stato abbattuto a colpi di arma da fuoco durante un discorso alla Utah Valley University. Si possono non condividere molte delle idee di Kirk, eppure resta vero che lui praticava la politica nel modo giusto. Si presentava nei campus, pronto a parlare con chiunque fosse disposto a confrontarsi con lui. Era uno dei più efficaci persuasori della sua epoca. Quando la sinistra credeva di avere un controllo quasi assoluto sui cuori e sulle menti degli studenti universitari, Kirk tornava più e più volte a scalfirlo. Lentamente all’inizio, poi tutto in una volta, ci riuscì. Nelle elezioni del 2024, l’elettorato giovane virò bruscamente a destra. Non fu solo merito suo, ma lui fu centrale nel gettare le basi.
Non conoscevo Kirk, e non sono la persona giusta per fargli un elogio funebre. Ma invidiavo ciò che aveva costruito. Il gusto per il dissenso è una virtù in democrazia. Ai progressisti servirebbero dosi del suo coraggio e della sua temerarietà. Nel primo episodio inaugurale del suo podcast, il governatore (democratico) Gavin Newsom della California ospitò Kirk, ammettendo che suo figlio ne era un grande fan. Un vero tributo al progetto di Kirk. Sui social media ho visto reazioni per lo più sobrie all’omicidio di Kirk. Dolore e shock, sia a sinistra sia a destra. Ma ho anche visto due tipi di reazioni fuorvianti, per quanto comprensibili siano la rabbia o l’orrore che le hanno provocate. Una è a sinistra: legare la morte di Kirk alle sue idee — dopotutto, lui difendeva il Secondo Emendamento (il diritto alle armi), ammettendo che significava accettare anche vittime innocenti. L’altra è a destra: trasformare il suo assassinio in una giustificazione per una guerra totale, un nuovo incendio del Reichstag per la nostra epoca. Ma, come rivela l’elenco di sopra, non esiste un mondo in cui la violenza politica si intensifica e resta confinata solo ai propri nemici. Anche se fosse possibile, sarebbe comunque un mondo di orrori, una società crollata nella forma più irreversibile di non-libertà.
La violenza politica è un virus. È contagiosa. Questo Paese ha già attraversato periodi in cui era endemica. Negli anni Sessanta ci furono gli assassinii di John F. Kennedy, Malcolm X, Martin Luther King Jr., Robert F. Kennedy e Medgar Evers. Negli anni Settanta, il governatore George Wallace fu colpito da un attentatore ma sopravvisse, e il presidente Gerald Ford scampò a due tentativi di assassinio nello stesso mese. Nel 1981 il presidente Ronald Reagan sopravvisse dopo che il proiettile di John Hinckley Jr. rimbalzò su una costola e gli perforò un polmone. Questi attentatori e aspiranti tali avevano motivi diversi, ideologie diverse, gradi diversi di stabilità mentale. Quando la violenza politica diventa immaginabile, sia come strumento di potere sia come scorciatoia verso la fama, inizia a infettare nuovi ospiti senza freni.
La politica americana ha le sue fazioni estreme. Inutile fingere che non sia così. Ma entrambe dovrebbero stare dalla stessa parte di un progetto più grande — tutti noi, o almeno la maggioranza, stiamo cercando di mantenere in vita l’esperimento americano. Possiamo sopportare di perdere un’elezione perché crediamo nella promessa della prossima; possiamo sopportare di perdere una discussione perché crediamo che ci sarà un’altra occasione per discuterne. La violenza politica mette tutto questo in pericolo. Io e Kirk stavamo su fronti opposti nella maggior parte delle dispute politiche. Ma eravamo dalla stessa parte sull’idea che la politica americana resti possibile. La politica deve essere un confronto, non una guerra; deve essere vinta con le parole, non chiusa con i proiettili. Volevo che Kirk fosse al sicuro per il suo bene, ma anche per il mio e per il bene del nostro progetto comune. Lo stesso vale per Shapiro, per Hoffman, per Hortman, per Thompson, per Trump, per Pelosi, per Whitmer. O siamo tutti al sicuro, o non lo è nessuno.
«O siamo tutti al sicuro, o non lo è nessuno»: è lo stesso concetto espresso da Mattia Feltri: «Le idee di un uomo sono state cancellate con un colpo di fucile, e questo mette in pericolo mortale le idee di tutti».
Così invece Peggy Noonan, repubblicana, collaboratrice e speech-writer di Ronald Reagan (in seguito è diventata una delle firme più rispettate del mondo conservatore, ma non ha mai simpatizzato con Trump). Ecco cos’ha scritto la Noonan sul Wall Street Journal, allarmata dalla piega ormai presa dall’America:
Pregate per l’America. Siamo nei guai seri. Lo sappiamo tutti. Non sappiamo cosa fare. Ma l’assassinio di Charlie Kirk sembra diverso, come un punto di svolta, qualcosa che riverbererà in modi nuovi e oscuri. Non è soltanto un’altra cosa terribile. Porta con sé il presagio che siamo all’inizio di qualcosa di peggiore. Michael Smerconish ha detto giovedì pomeriggio alla CNN che normalmente, dopo un evento del genere, la temperatura si abbassa un po’, ma non in questo caso, e ha ragione. Ci sono i cuori spezzati e gli indifferenti, e sono inconciliabili. X, ex Twitter, è stata dal momento della sparatoria invasa da angoscia e rabbia. Bluesky si è mostrato compiaciutamente violento: Too bad, live by the gun, die by the gun. (“Tanto peggio per te”, seguito dall’allusione che poiché Kirk credeva nel diritto al porto d’armi, ha avuto la fine che si meritava — ndr) Ma che disastro è tutto questo per i giovani. Kirk era una presenza nella vita di un’intera generazione di giovani conservatori, e aveva fissato una sorta di modello su come discutere di politica — con buonumore e sicurezza, con sincerità e un armamentario di fatti. Era letteralmente disposto a incontrare le persone dove si trovavano. I media mainstream l’hanno giustamente presentato come un uomo politico, ma era quasi altrettanto un evangelizzatore, un cristiano non imbarazzato nel parlare dell’importanza della sua fede. Tutti i giovani che lo seguivano hanno visto il video agghiacciante del momento in cui il proiettile lo ha colpito. Lo ricorderanno per tutta la vita, farà parte della loro comprensione della politica in America. Si chiederanno: se vieni ucciso per aver detto la verità come la vedi, sei davvero libero? Questo è davvero un Paese libero? Per i giovani conservatori che si sono sentiti intimiditi o disprezzati nei campus, il messaggio di Kirk era: no, non avere paura, alzati e difendi la tua posizione. Il fatto che sia stato ucciso proprio mentre lo faceva — non sono sicura che comprendiamo appieno il trauma generazionale che questo comporta. La violenza politica del XXI Secolo è tutto ciò che hanno conosciuto: la sparatoria contro la deputata Gabby Giffords nel 2011, contro il deputato Steve Scalise nel 2017, le rivolte a Capitol Hill il 6 gennaio 2021, il tentato assassinio del giudice Brett Kavanaugh nel 2022, l’attacco a Paul Pelosi nello stesso anno. Diciamo spesso che qualcosa accade prima gradualmente e poi improvvisamente. È da Fiesta di Ernest Hemingway: un personaggio, alla domanda su come fosse andato in bancarotta, risponde: «In due modi, gradualmente e poi improvvisamente». È così che la violenza politica in America è cresciuta in questo secolo. Direi che i tentati omicidi del 2024 contro Donald Trump, e ora l’assassinio di Kirk, sono i momenti dell’«improvvisamente». La realtà continua mentre il ritmo oscuro accelera. Sappiamo che non può continuare così, ma non sappiamo come fermarlo. Questo è il nostro dilemma. Per chi ricorda gli anni Sessanta e l’uccisione dei due Kennedy e di Martin Luther King, sembra di attraversare un altro terribile ciclo di violenza politica. È tentante pensare: «È stato terribile, ma ce l’abbiamo fatta». Però gli assassinii degli anni Sessanta avvennero in un Paese più sano, che aveva più rispetto di sé stesso e che, pur con tutti i suoi problemi, era più a suo agio con sé stesso. Aveva elasticità. Parte di ciò che rende questo momento spaventoso è che siamo più fragili, e ci amiamo meno tra di noi, forse anche meno noi stessi. Abbiamo meno rispetto per la nostra storia, la nostra narrazione, e quindi essa non può più agire da collante come un tempo. Gli assassinii degli anni Sessanta sembravano anomali, non tipici di noi. Ora la violenza politica sembra qualcosa di normale, ed è un pensiero doloroso. Che fare? Ogni suggerimento — “abbassare i toni”, “non giudicare troppo in fretta” — sembra necessario ma insufficiente, e forse irrealizzabile. Siamo 330 milioni. È difficile tenerci uniti anche quando i tempi sono facili. Mi è venuto in mente che quando un Paese smette di produrre cose come automobili e tostapane, rivolge la sua attenzione alla produzione di parole, senza fine, a volte in modo brillante e costruttivo, spesso in modo idiota e offensivo. La gente sui social pensa che le parole debbano essere taglienti e drammatiche. Sarebbe bello se riducessimo un po’ le espressioni e aumentassimo la riflessione, almeno per un po’. Nel breve termine, bisogna aumentare la sicurezza di chiunque sia nella vita politica e forse pubblica. La violenza si moltiplica, vuole crescere, viene imitata. Ogni episodio eccita gli instabili. Quando accelera, la prima cosa da fare è rallentarla.
A proposito di “rallentare”… Queste reazioni istintive e irriflesse, prevalenti online, hanno molto in comune con il tipo di sentimenti che per esempio gli autori della Costituzione americana definivano “unruly passions” (passioni sregolate) e descrivevano come un rischio di debolezza delle comunità democratiche. All’epoca, per fondare una repubblica stabile ed efficiente fu essenziale porre dei limiti alla diffusione di questi sentimenti: servivano meccanismi utili a rallentare le cose, raffreddare le passioni, richiedere compromessi, e dare ai leader la possibilità di isolarsi un po’ e non essere soggetti all’«ossessione dell’istante», pur rimanendo periodicamente tenuti a rispondere delle responsabilità assunte nei confronti del popolo, il giorno delle elezioni. Il quarto presidente degli Stati Uniti e tra i principali padri della Costituzione James Madison, in un documento del 1787 spesso citato a proposito dell’innata tendenza degli esseri umani alla faziosità, scrisse che in mancanza di occasioni sostanziali anche «le distinzioni più futili e fantasiose» sono sufficienti a generare ostilità e alimentare i conflitti. In questo senso, è come se i social e i loro algoritmi avessero amplificato le occasioni di futilità e ne avessero incrementato la capacità di creare divisioni.
Sempre sul New York Times dell’11 settembre un altro editorialista, Carlos Lozada, riflette su quella che in italiano potremmo definire l’intercambiabilità fra caso e caos, termini che (in italiano, appunto) sono molto più che un anagramma:
La scena orribile dell’assassinio di Charlie Kirk su un palco universitario nello Utah mercoledì — il sobbalzo del suo corpo quando il proiettile lo colpì, il fiotto di sangue che sgorgava dalla ferita al collo — ha evocato immediatamente altri momenti indelebili di violenza catturati in video, istanti che, senza stabilire equivalenze morali, hanno inorridito legioni di spettatori e avuto conseguenze ben oltre gli assassini e le loro vittime. La decapitazione di Daniel Pearl. L’agonia di George Floyd. Le vittime che l’11 settembre si gettarono nel vuoto per sottrarre un ultimo respiro a un mondo in fiamme. Eppure il ricordo principale che l’uccisione di Kirk ha suscitato in me è stato quello di una morte evitata. Quando Donald Trump, quasi per caso, voltò la testa per guardare un grafico sulle statistiche dell’immigrazione durante un comizio a Butler, in Pennsylvania, il 13 luglio 2024, scampò al destino che invece ha travolto Kirk, suo amico e sostenitore. Non credo che un uomo fosse destinato a vivere e l’altro a morire; gli esiti di queste sparatorie avrebbero potuto facilmente essere invertiti, o semplicemente diversi. Un proiettile ha sfiorato l’orecchio di un candidato; un altro ha trafitto il collo di un attivista. Su questa casualità si decidono le vite, si creano martiri e si sovverte la Storia. La sopravvivenza di Trump si è trasformata in icona politica — il pugno levato, la bandiera alle spalle, il leader che svetta sopra le sue guardie del corpo, il monito “fight, fight, fight!” che racchiudeva insieme una personalità e un movimento. Quel momento può aver contribuito a restituirgli la presidenza.

Tuttavia l’America è sempre stata così, e lo ha sottolineato bene la prima firma editoriale citata, Ezra Klein: non nasce tutto con lo “spargimento di odio” da parte di Trump.
Senza avventurarsi all’indietro fino a Lincoln o a JFK ma rimanendo agli ultimi decenni e al dualismo sinistra-destra, la galassia “Antifa” (antifascista) acquistò celebrità speciale durante la prima presidenza Trump e in particolare nell’estate 2020 quando confluì con Black Lives Matter nelle proteste per l’uccisione di George Floyd e contribuì a gettare molte città americane in una stagione di guerriglia urbana, assalti alle forze dell’ordine, saccheggi e rapine. Ma la stessa Antifa esisteva già da molto tempo, non era affatto una “controreazione a Trump”.
Al contrario, alcune delle sue manifestazioni più violente risalgono agli albori del movimento No-global americano. Che si batteva contro una leadership di sinistra. Gli Antifa di oggi sono parenti strettissimi — quando non diretti discendenti — di quei Black Bloc che nel 1999 misero a ferro e fuoco la città di Seattle in occasione di un vertice del WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio) dove si preparava la cooptazione della Cina nella globalizzazione. I Black Bloc praticarono nel novembre/dicembre di 26 anni fa delle tattiche violente di un’efficacia micidiale, che avevano studiato e sperimentato con largo anticipo. A Seattle nel 1999 dovette intervenire la Guardia Nazionale, faticò molto a riprendere il controllo della città, nel frattempo il vertice era sostanzialmente fallito. Alla Casa Bianca allora c’era un presidente progressista, il democratico Bill Clinton. Ma per Antifa, Black Bloc e organizzazioni simili (un po’ come per il mondo dei centri sociali italiani, o gli organizzatori di “Bloquons Tout” in Francia pochi giorni fa) non c’è una grande differenza tra governo di sinistra e governo di destra. Riprendendo temi che la sinistra più radicale aveva praticato negli anni Trenta, per queste frange “resistenziali” i socialisti al governo sono dei traditori, venduti, o perfino dei “socialfascisti”.
Trump dunque sembrerebbe entrarci solo marginalmente, dal momento che la galassia Antifa era attiva e potente negli anni di Clinton. E a sua volta aveva ereditato un tradizione importante degli anni Sessanta: gli “anni di piombo made in USA”, quando organizzazioni come Black Panthers e Weathermen predicavano e praticavano la lotta armata: attentati all’esplosivo, sequestri di ostaggi, omicidi politici. Anche allora c’era la sinistra al potere: alla Casa Bianca il presidente era Lyndon Johnson. La figura di Johnson viene associata soprattutto alla guerra del Vietnam, e quel conflitto era una delle giustificazioni addotte dalla contestazione violenta. Ma Johnson era anche un vero progressista, il padre della Great Society, un insieme di riforme sociali avanzatissime che avevano completato il New Deal di Franklin D. Roosevelt e attuato il sogno di John F. Kennedy. Antirazzismo, welfare, grandi politiche redistributive, lotta alla povertà: tutto il bene che Johnson stava facendo non impedì che maturassero proprio allora delle forme di violenza radicale alla sua sinistra.
Naturalmente questa ricostruzione degli antecedenti vale pure per l’estrema destra: il terrorismo “bianco”, quello dei suprematisti del Ku Klux Klan, era ai massimi proprio negli anni Sessanta.
Ricordare queste storie è indispensabile, per non appiattire tutto ciò che accade oggi sulla figura di Trump. Al contempo, tuttavia, le sue responsabilità “morali” nella vicenda odierna dell’omicidio di Kirk sono schiaccianti.
LA REALTÀ: UNA FAIDA INTESTINA DI ESTREMA DESTRA
Le autorità non avevano ancora diffuso un’immagine di Tyler Robinson quando Donald Trump si è rivolto alla nazione puntando il dito contro la “sinistra radicale”. D’altronde, come la storia insegna, un martire fa sempre comodo. A supportare la teoria del presidente (e poi a ruota di Meloni e di tutti gli altri leader di destra) le incisioni sui proiettili.
Però sono bastate brevi indagini per appurare che Robinson è un ragazzo cresciuto nell’humus repubblicano, con una passione per le armi e un fascino per l’universo del gaming. E che il significato delle incisioni sui bossoli dei proiettili non riguarda affatto la sinistra.
Partiamo proprio dai simboli e da queste frasi incise per comprendere meglio Robinson e le sue intenzioni. Secondo quanto riportato dagli investigatori, su uno degli involucri c’era la frase: “Hey fascist! Catch!” (Ehi, fascista! Bèccati questo!), seguita dai simboli di una freccia verso l’alto, una verso destra e tre verso il basso (↑→↓↓↓). La sequenza rimanda al comando per attivare la “bomba Eagle da 500 kg” nel videogame Helldivers 2, un’arma che è diventata un meme all’interno della community dei gamers: si fa esplodere tutto per troncare una discussione. Come ha spiegato a Wired Don Caldwell, caporedattore di Know Your Meme, le frecce che attivano la bomba Eagle da 500 kg sono state utilizzate in altri meme per indicare che un utente “sta per compiere un’azione violenta e importante”.
Anche il riferimento ai fascisti rientra nella dinamica del gioco, visto che la Super Earth di Helldivers 2 è presentata come una democrazia con forti elementi che la rendono controllata, militarista, con propaganda, obblighi, uniformità e una certa retorica patriottica. L’ambientazione quindi è la replica di un governo fascista.
Un’altra incisione sui bossoli recita la frase: “Notices bulges, OwO, what’s this?” (Ho notato il tuo pacco, strabuzza gli occhi, e questo cos’è?): è un evidente riferimento a un meme sui furry (pelosi) diventato popolare nel 2015. I “meme sui furry” sono battute, immagini o video ironici che prendono di mira la subcultura furry, cioè quella comunità di persone che ama creare e impersonare personaggi antropomorfi (animali con il pelo dalle caratteristiche umane, spesso rappresentati con costumi, disegni o avatar online).
Infine il titolo “Bella Ciao”, canzone della resistenza italiana diventata celebre in tutto il mondo, che ha visto una rinascita sui social media negli ultimi anni. In particolare, ha un significato per le forze ribelli durante una missione in Far Cry 6, videogioco ambientato su un’isola caraibica immaginaria governata da un dittatore. È anche associata a Warzone, parte della serie Call of Duty: viene usata come sottofondo delle clip dei momenti notevoli caricate sui social, ed era diventata piuttosto virale la clip (in queste ore non più visibile sulle piattaforme) di uno streamer che la cantava mentre dava la caccia ad altri giocatori. Non solo, come segnalato dal giornalista Simone Fontana, il 4 e il 7 settembre sono state caricate online due mod per cambiare la musica di Helldivers con il motivetto di Bella Ciao. (Una “mod”, abbreviazione dell’inglese “modification”, in italiano usata sia al maschile sia al femminile, è un insieme di modifiche estetiche e funzionali a un videogioco create da professionisti oppure da giocatori appassionati, allo scopo di aggiornare, migliorare o semplicemente rendere diverso il gioco — ndr)


Non è tutto. La galleria fotografica del profilo social della madre di Robinson (cfr. immagine più in basso) rivela anche un altro dettaglio: uno scatto mostra suo figlio, futuro assassino, in una posa tipica dei meme “gopnik” o “Slav squat” (“slavo che fa lo squat“, che ha cominciato a circolare su 4chan nel 2012 e che spesso viene usato per insinuare che gli uomini della Russia e dell’Est Europa siano più rozzi e meno istruiti, ma che proprio per questo incarnino un tipo di mascolinità a cui ispirarsi — ndr) in tuta da ginnastica nera con righe bianche. “Buon Halloween, Tyler è vestito come un ragazzo dei meme”, si legge nella didascalia. Il meme in questione è un personaggio dei cartoni animati diventato simbolo dei Groyper. (Piccola nota a margine, la versione remixata di “Bella Ciao” è comparsa anche in una playlist chiamata Groyper War.)
Chi sono questi Groyper? Sono estremisti alt-right, la destra alternativa, delusi da Trump e che accusavano Kirk di essere troppo tenero e, di fatto, lo disprezzavano. Il loro stesso simbolo, la rana deforme Groyper da cui prendono il nome (a quanto pare trovata nella messaggistica di Tyler Robinson), è un ulteriore evoluzione di un altro meme, Pepe the Frog (Pepe la Rana), figura dagli aspetti raneschi e antropomorfi nata nel 2005 da una serie webcomics di Matt Furie. Il rospo Groyper compare spesso nei commenti online in cui i seguaci cercano di diffondere le loro posizioni incendiarie e soprattutto di attaccare retoricamente i discorsi di coloro che non ritengono abbastanza radicali. Il movimento è un’espressione di nazionalismo bianco, omofobia, nativismo, fascismo, sessismo e antisemitismo, ed è descritto come un tentativo di rilanciare e ribrandizzare l’alt-right in declino. I suoi membri hanno spesso preso di mira altri esponenti e organizzazioni conservatrici. Non mirano a preservare le istituzioni esistenti né a promuovere riforme graduali, sostengono invece un’agenda politica incentrata sulla razza, che fa leva su xenofobia e risentimento. Rifiutano le organizzazioni conservatrici tradizionali “troppo blande”.
(Qui sopra: dal mio saggio “Il sonno della ragione genera i nostri” (2024) le pagine dedicate ai meme di estrema destra e a Pepe la Rana.)
Charlie Kirk era rimasto coinvolto qualche anno fa in quelle che hanno preso il nome di “Groyper Wars”. Il conflitto esplose quando i Groypers iniziarono a infiltrarsi negli eventi pubblici di figure conservatrici come appunto Kirk, Ben Shapiro e altri leader giovanili del GOP. Durante le conferenze facevano domande provocatorie e coordinate (le cosiddette Groyper Questions) per metterli in difficoltà su temi di nazionalismo bianco, politica estera e libertà di parola (per esempio con quesiti su perché i repubblicani fossero pro-Israele, perché accettassero l’immigrazione legale, perché non difendessero la “famiglia tradizionale” in termini più radicali). Obiettivo: delegittimare e imbarazzare i conservatori istituzionali, mostrando che la “vera destra” doveva essere più identitaria, nazionalista e ostile al multiculturalismo.
Nonostante abbiano attirato molta attenzione, i Groypers non sono riusciti a scalzare i leader repubblicani mainstream, e si sono accontentati di consolidare la propria subcultura online, comunque radicalizzando una parte della gioventù conservatrice americana (fra costoro, evidentemente, il killer di Kirk).
Nick Fuentes e la “destra traditrice”
Non è solo la tuta a destare sospetti sull’inclinazione politica di Robinson. C’è anche tutto il cosmo subculturale delirante che ruota attorno a Nick Fuentes, il nazionalista bianco cristiano che guida i Groyper. Fuentes è emerso come una delle voci più forti della destra che si è rivoltata contro il presidente. Oltre a Kirk, infatti, ha attaccato duramente perfino Trump: più volte lo ha criticato e definito un traditore, accusandolo di non essere abbastanza di destra.

Nick Fuentes, nato nel 1998 a Chicago, è diventato in pochi anni uno dei volti più tossici e al tempo stesso più seguiti dell’estrema destra americana. Figlio della middle class cattolica, abbandona presto l’università per tuffarsi nell’attivismo digitale, capendo prima di molti che la politica per i ventenni del nuovo millennio non passa più dai comizi nei campus ma dalle dirette streaming. Con il suo programma online, America First, costruisce una nicchia di fedelissimi: giovani maschi bianchi che si riconoscono nel suo linguaggio aggressivo, nel suo nazionalismo religioso e in un antisemitismo dichiarato, appena mascherato dietro battute da stand-up comedian. Fuentes si impone come capo carismatico di quella che viene chiamata Groyper Army, una legione di troll e militanti che usa i meme come armi e le conferenze dei conservatori mainstream come terreno di guerriglia.
Ma Fuentes non è solo un guastatore. È un predicatore politico che intreccia suprematismo bianco, omofobia e fondamentalismo cristiano in una narrazione da apocalisse culturale. Ha flirtato con figure grottesche e mediatiche come Milo Yiannopoulos (cfr. il mio PDF sopra), amplificando retoriche complottiste e antisemite. Era presente anche il 6 gennaio 2021 a Washington, durante l’assalto al Campidoglio: non entrò nell’edificio, ma la sua vicinanza a quell’evento lo marchiò come volto di una generazione radicalizzata.
Censurato su TikTok (i suoi fan lo citano ugualmente usando storpiature tipo “Fuenz”), bannato da YouTube, Twitch, PayPal e praticamente da ogni piattaforma che conta, Fuentes ha trasformato la marginalità in brand, riuscendo a ritagliarsi, su siti e piattaforme streaming alternativi, migliaia di seguaci, soprattutto giovani maschi bianchi, che lo idolatrano e ne seguono pedissequamente l’ideologia. La sua popolarità è cresciuta ulteriormente quando nel 2022 ha accompagnato Kanye West/Ye a una cena con lo stesso Trump nella sua residenza privata di Mar-a-Lago, dichiarando poi che il controverso rapper gli aveva chiesto di curare il suo manifesto politico, con l’espressa intenzione di modificare la Costituzione americana inserendo le idee più severe di Hitler. Oggi è in rotta con Trump, che accusa per esempio di aver aperto i permessi di soggiorno agli studenti cinesi, di non aver pubblicato i tanto chiacchierati Epstein files o di sostenere Israele e non la Russia di Putin, e ha portato tutti i suoi follower su posizioni apertamente neonaziste, con cui non mancano di inquinare dibattiti pubblici e online. «Da adolescente pensavo fosse una figura tipo quella di Cesare che avrebbe salvato la civiltà occidentale», ha dichiarato, citato dal New York Times, a proposito del suo ex idolo Trump, «oggi lo vedo come incompetente, corrotto e compromesso”.
Si presenta come martire della censura, come l’outsider perseguitato dall’establishment, e questo rafforza il culto che i suoi seguaci nutrono per lui. In realtà, più che un politico in senso classico, Fuentes è un influencer tossico: un abile comunicatore che sa intercettare frustrazioni e paure, e le rivende in forma di ideologia.
Questo mefitico personaggio è cresciuto negli ultimi mesi: da quando il suo account X è stato ripristinato da Elon Musk poco più di un anno fa, il numero dei suoi follower si è quintuplicato (dai circa 140.000 prima del ban a oltre 750.000). Anche gli spettatori del suo programma in streaming “America First” su Rumble si sono quintuplicati, arrivando a 500.000.
Fuentes rappresenta l’avanguardia di un razzismo di destra che è esploso nell’ultimo decennio durante l’ascesa di Trump. Tyler Robinson sembra aver aderito alla scuola di pensiero Groyper (e di conseguenza di Nick Fuentes). Questa fazione di estrema destra ha avuto un conflitto durato più di sei anni con Kirk, che ritenevano “troppo mainstream”. Sui siti di news statunitensi (Washington Post, Vox, The Atlantic) si trovano fonti solide che mostrano ostilità pubblica e attacchi politico-retorici di Nick Fuentes e dei suoi Groypers contro Charlie Kirk/Turning Point USA — soprattutto durante le già citate Groyper Wars del 2019 — ma non risultano prove affidabili che Fuentes abbia minacciato Kirk con violenza o ordinato e/o istigato aggressioni fisiche. L’episodio più noto fu l’evento UCLA con Donald Trump Jr., interrotto dai Groypers e chiuso in anticipo tra fischi e urla. Dopo l’uccisione di Kirk vari media hanno speculato su possibili legami dell’indagato con i Groypers; a oggi non c’è una conferma ufficiale. Fuentes, anzi, ha preso le distanze e avvertito i suoi di non usare le armi.

Dal brodo ormai pervasivo dell’entertainment — videogame, TV, piattaforme social, streaming, fumetti e la percezione che si ha dei relativi personaggi seriali — emerge una fetta di umanità sempre più estesa che rigetta ogni conquista politica, civile e sociale ottenuta negli ultimi due secoli.
Chi si radicalizza in questa direzione lo fa passando molto tempo all’interno di specifici angoli di piattaforme come 4chan, Reddit, Telegram, Discord e Twitter/X. Si tratta di persone che hanno passato tantissimo tempo all’interno di comunità online che non ragionano in base a uno spettro politico che va da “sinistra” a “destra”, ma soltanto in base a una contrapposizione tra ordine costituito e caos. In questo contesto, che ha poco a che fare con i modelli novecenteschi a cui riconduciamo per abitudine le ideologie, specialmente in un ambito di scarsa cultura politica come quello statunitense, loro hanno deciso di stare dalla parte del caos. Sono ragionamenti che spesso si legano alla teoria dell’accelerazionismo, sostenuta dentro molte di queste comunità digitali da anni. È l’idea che azioni grandi e piccole di violenza contribuiscano nel tempo a destabilizzare i sistemi esistenti, portando un numero crescente di persone a pensare che contribuire al dibattito democratico non abbia più senso e che la società stia precipitando nel caos. Le persone che ragionano in questo modo hanno a propria volta perso fiducia nell’ordine costituito e nei suoi sistemi — a partire dalla democrazia — e mostrano disprezzo verso chi invece ancora cerca di costruire un’esistenza “normale”, soddisfacente e significativa nel mondo attuale.
Tyler Robinson non è un comunista o un anarchico, ma un fanatico nichilista, di vago orientamento d’estrema destra, esponente di una generazione abituatasi a scambiare i videogame con la realtà, formatasi sugli skibidi-boppy di TikTok, abituata a cannibalizzare e decontestualizzare ogni cosa trasformandola in meme e in soundtrack per accompagnare le proprie azioni.
Sottoculture digitali sempre più numerose e sfuggenti che prosperano e si radicalizzano senza che i loro scambi e i loro messaggi siano trasparenti e interpretabili all’esterno.
Tuttavia Trump c’entra: l’assassino di Charlie Kirk è parte integrante della tipologia umana cui si rivolge il “presidente dai capelli arancioni”, sorge esattamente da quell’humus, milioni di persone che considerano la realtà dei fatti, la verità, la scienza e la cultura orpelli inutili. Ma se negli USA una tale confusione ideologica è sempre stata la norma, ciò che terrorizza è il modo in cui ciò si ripercuote negli altri Paesi. Il “Bella Ciao”, per esempio, è uno slogan preso di peso dalla serie TV “La Casa di Carta” e riversato a forza in un videogame ambientato in uno scenario fintamente libertario. Si può star certi che Tyler Robinson non sia a conoscenza nemmeno di una virgola della storia della Resistenza. Eppure in Italia la destra non ha mancato di associarlo a una presunta influenza nefasta della sinistra e della lotta partigiana.
Il “terrorismo memetico”
Negli ultimi anni sono diversi gli attentati e le sparatorie che sono state ricondotte, in una maniera o nell’altra, al nichilismo e all’accelerazionismo per come sono interpretati in questi spazi digitali.
Nel marzo 2019 il ventottenne Brenton Tarrant si riprese mentre commetteva una strage alla moschea di Al Noor e nel centro islamico di Linwood. Era la strage di Christchurch. Dopo il suo arresto, le autorità neozelandesi rilasciarono informazioni sulle armi usate da Tarrant: sui fucili c’erano scritte inneggianti alle figure chiave del suprematismo bianco, richiami sconclusionati a personaggi storici e figure della cultura pop, e una lista di “partigiani politici” tra cui l’italiano Luca Traini, responsabile dell’attacco di Macerata del febbraio 2018.
Ma la cosa per cui il caso di Tarrant ottenne un’immediata risonanza internazionale fu il richiamo a PewDiePie, pseudonimo di Felix Arvid Ulf Kjellberg, creator svedese, dal 2013 al 2019 lo youtuber con più iscritti al mondo, record poi superato da T-Series. Lo stragista prima di entrare nella moschea urlò, in diretta streaming, «Subscribe to PewDiePie»; il meme finì (suo malgrado) citato anche sul fucile di Tarrant assieme a Traini e altre figure — tutte scollegate tra loro.
Christchurch fu il primo caso di shitposting (la “pubblicazione di contenuti inutili o irrilevanti, con lo scopo di far deragliare una conversazione o provocare gli altri”, per usare la definizione dell’American dialect society) applicato a un fatto violento. Del resto, Tarrant si fece teorico di questa strategia mettendola nero su bianco sul suo manifesto nel quale si leggeva: «Create memes, post memes, and spread memes» (create meme, postate meme, diffondete meme); inoltre riprese tutto con una telecamera GoPro montata sulla testa, trasmettendo la sparatoria in streaming su Facebook e lasciando il citato manifesto in cui diceva, tra le altre cose, la frase «Bene, ragazzi, è tempo di smetterla di shitpostare e fare qualcosa anche nella vita reale». Payton S. Gendon, il diciottenne che nel 2022 uccise dieci persone a Buffalo, nello stato di New York, aveva parlato delle sue intenzioni su 4chan e Discord per mesi: online, Gendon aveva descritto la sparatoria come «uno shitpost nella vita reale». Molto di recente, c’è stata Robin Westman, donna trans di 23 anni che ad agosto, a Minneapolis, ha sparato contro bambini, insegnanti e genitori che stavano partecipando a una messa nella chiesa di una scuola cattolica, uccidendo due bambini e ferendo 17 persone. Westman aveva inciso sui proiettili che aveva portato con sé una serie di frasi incoerenti tra loro: meme, insulti razzisti e i nomi di 13 altri autori di sparatorie di massa. L’assassino di Charlie Kirk segue lo stesso modus operandi riempiendo le sue munizioni di richiami politici che si sovrappongono a meme legati alle bolle online della comunità gamer: «Hey, fascist! Catch!» è seguito da un codice di frecce appartenente al videogioco Helldivers 2, «Bella Ciao» è sì l’inno riconosciuto da tutti gli antifa occidentali ma anche parte della soundtrack di Far Cry 6 e Call of Duty.
È terrorismo memetico: un tipo di terrorismo dove i meme sono sia il principale mezzo di comunicazione usato dagli assassini sia una fonte di radicalizzazione per la platea di loro emuli che popola forum e sottoboschi online. Il mass shooting è solo una declinazione specifica del fenomeno. L’assassino di Kirk non è uno stragista di massa, ma i riferimenti pop esplicitamente fatti da lui (o ricavati dall’identikit che ne hanno fatto le autorità) sono propri di un tipo di radicalismo che supera i confini della politica classica e attinge a piene mani dalle sottoculture di Reddit, 4chan e altri siti simili. Un fenomeno solo in apparenza nuovo, ma che in realtà va avanti da più di un decennio. (Cfr. il mio “Il sonno della ragione…” alle pagg. 74–77.)
Non bisogna fraintendere il concetto di terrorismo memetico pensando che ci sia un social, un forum o un testo sacro fatto di meme che sostituisca gli schieramenti classici. Ma questo tipo di radicalizzazione rende qualsiasi matrice politica un richiamo funzionale all’azione in sé. Nobilita l’assassino interessato solo e unicamente a entrare nel pantheon online. E quello di Kirk ci è riuscito.
Robinson, in questa chiave, rappresenta un tipo di individuo che usa la violenza non per comunicare con l’opinione pubblica, ma per diventare famoso all’interno della propria bolla digitale. Un’azione rivolta a una specifica comunità virtuale, mentre il resto del mondo — che non ci capisce nulla — viene “trollato”. Il trolling online è un comportamento deliberato in cui una persona pubblica contenuti provocatori, offensivi o fuorvianti su internet con l’obiettivo di suscitare reazioni emotive negative negli altri utenti, creare conflitti o disturbare le discussioni. I “troll” spesso agiscono per divertimento personale, per attirare attenzione o semplicemente per creare caos nelle comunità online. (Il termine deriva dal verbo inglese “to troll”, pescare a traino, e si riferisce metaforicamente al “pescare” reazioni dalle persone online attraverso contenuti volutamente irritanti o controversi.) L’atto violento si configura come una forma di trolling su scala reale: la pallottola uccide e, allo stesso tempo, veicola un messaggio beffardo e destabilizzante. Questa tattica, che unisce violenza letale e confusione semiotica, non è un caso isolato ed è destinata a essere replicata.
STA A NOI
A giugno 2025, pochi mesi fa, un esaltato di destra ha ucciso la deputata democratica Melissa Hortman e suo marito (e perfino il loro cane; Kirk incolpò la sinistra in un tweet), e ferito gravemente il senatore democratico John Hoffman e sua moglie. Trump ha ordinato le bandiere a mezz’asta? No. Gli influencer di destra hanno sfruttato l’occasione per dire quanto sia brutta la violenza politica? No.
Tempo prima, un complottista di destra aveva fatto irruzione a casa di Nancy Pelosi, col chiaro intento di ucciderla. Poi, non trovandola, aveva sfondato a martellate il cranio del marito 82enne Paul. Esiste un video di questa aggressione, vi è capitato di leggere di “martirio”? No, perché anche in quel caso nessun politico o influencer di destra, né negli USA né in Italia, si è sognato di parlarne e di far entrare quella violenza nel dibattito politico (anche perché l’aggressore era della loro stessa curva, e peraltro in quell’occasione Kirk addirittura ironizzò sull’accaduto, invitando un “patriota” a donare soldi per pagare la cauzione). Anche il terrorista che nel 2018 inviò pacchi bomba alle abitazioni di Barack Obama, Joe Biden e Hillary Clinton era un ardente sostenitore di Donald Trump e del movimento MAGA. E anche in quel caso nessuno, a destra, si stracciò le vesti.

Intanto la destra americana fa licenziare la gente nel nome di Charlie Kirk: decine di persone hanno perso il lavoro per aver diffuso contenuti ritenuti irrispettosi. Karen Attiah, editorialista del Washington Post, è stata mandata via per aver attaccato con un post social l’ipocrisia dell’America bianca che si indigna per la morte di un politico dai messaggi violenti, come l’attivista di destra ucciso, ma non per quella dei bambini ammazzati con le armi a scuola. Il licenziamento più noto nel giornalismo, avvenuto poco dopo il delitto, è stato quello di Matthew Dowd, analista politico della rete televisiva MSNBC, che aveva detto in onda che la retorica violenta e provocatrice di Kirk poteva aver avuto un ruolo nel suo omicidio. I dati di decine di migliaia di persone, apparentemente colpevoli di aver “festeggiato” la morte di Kirk, sono stati illegalmente esposti su un sito; almeno quindici persone sono state licenziate per opinioni espresse online; agli immigrati che abbiano “glorificato” l’assassinio sarà revocato il permesso di soggiorno, con preoccupanti avvisaglie di discrezionalità, visto che, fra di loro, vi sarebbe pure il corrispondente della tv tedesca ZDF, genericamente bollato come “estremista di sinistra”.
Ne hanno fatto le spese perfino i comici: il canale americano ABC (di proprietà Disney) ha sospeso a tempo indefinito Jimmy Kimmel e il suo “late night show”. La sua colpa? L’ironia: «Abbiamo toccato nuovi minimi storici nel weekend con la gang MAGA che provava a far passare il ragazzo che ha ucciso Charlie Kirk come qualsiasi cosa tranne che uno di loro», aveva detto, per poi ironizzare sul modo di Trump di compiangere l’attivista. Aveva mostrato un video in cui i giornalisti chiedevano al presidente come si sentisse dopo la morte di Kirk. Lui aveva risposto di stare bene e subito dopo aveva iniziato a parlare della costruzione di una sala da ballo alla Casa Bianca. «Questo non è il modo in cui un adulto elabora il lutto per l’omicidio di qualcuno che chiama amico, è il modo in cui un bambino di quattro anni piange un pesciolino rosso», aveva commentato Kimmel. Il quale era nel mirino di Trump già da tempo e il presidente non aveva mai cercato di nasconderlo — lo aveva detto già ai tempi della prima “epurazione” dai network di un altro conduttore a lui sgradito, Stephen Colbert, silurato in luglio da CBS. Rallegrandosi sui social per la sospensione di Kimmel, Trump ha poi chiesto pure la testa di Jimmy Fallon e quella di Seth Meyers, volto storico del Saturday Night Live, entrambi di NBC.
Dietro tutto, comunque, in pieno stile americano, ci sono interessi finanziari. A far crescere la tensione è stato direttamente Brendan Carr, il presidente della FCC (Federal Communications Commission), nominato proprio da Trump, che aveva criticato l’intervento di Kimmel e minacciato nientepopodimeno che la revoca delle licenze TV. E a muoversi non è stata direttamente la ABC, bensì la Nexstar, una società che distribuisce il segnale televisivo al 39% delle case americane. Nexstar sta cercando di fondersi con un’altra grande distributrice, Tegna: insieme arriverebbero all’80% del mercato. Perché l’operazione vada in porto, hanno bisogno che la FCC cambi le regole antimonopolio. Ecco perché hanno colto l’occasione per mostrarsi “zelanti” verso il governo, sospendendo Kimmel. In questo gioco si è inserita anche Sinclair, altro colosso della distribuzione TV e concorrente diretta, che aveva a sua volta tentato di acquisire Tegna. Per non restare indietro, ha fatto sapere che la sospensione non bastava, suggerendo addirittura di sostituire Kimmel con uno speciale commemorativo su Kirk. Cosa vuoi che sia, un Kimmel, se puoi chiudere un accordo da sei miliardi e duecento milioni di dollari… In sintesi: la sospensione non ha nulla a che vedere con volgarità o morale (motivi per cui un conduttore o una rete possono essere censurati) bensì con un’operazione di potere e miliardi. E il nome di Charlie Kirk è diventato il pretesto perfetto.
Ma c’era una questione di fusioni e montagne di dollari anche dietro il siluramento di Colbert. La CBS aveva cancellato il suo The Late Show spiegando che la scelta dipendeva dai costi troppo alti e dal declino dei late night show, ormai superati dallo streaming, e che dunque non c’entravano i contenuti o la popolarità dello show, che restavano apprezzati. Dietro la facciata, tuttavia, la cancellazione arrivò mentre Paramount Global poteva essere acquisita da Skydance Media, guidata da David Ellison, vicino a Trump, spesso bersaglio delle satire di Colbert. Le voci erano state alimentate anche da Adam Schiff, senatore democratico, che dopo una puntata aveva detto che, se dietro ci fossero state pressioni politiche, il pubblico aveva diritto di saperlo. In sostanza: versione ufficiale, crisi del formato e taglio dei costi; realtà, una mossa per liberarsi di un conduttore scomodo e troppo critico verso la destra.

Questa campagna molto solerte portata avanti dalla destra statunitense è in contrasto con il suo atteggiamento quando la violenza politica è commessa contro esponenti della sinistra. Quando come detto Paul Pelosi (marito dell’ex speaker dei Democratici della Camera Nancy), fu attaccato a colpi di martello da un estremista di destra, Trump alimentò teorie del complotto contro i Pelosi, senza condannare l’aggressione. La deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, che negli scorsi giorni ha condannato duramente i «milioni che a sinistra hanno celebrato» l’uccisione di Kirk, prima di essere eletta sosteneva che vari politici Democratici, tra cui Barack Obama e ancora Nancy Pelosi, dovessero essere assassinati. Lo stesso Kirk definì «feccia» George Floyd, l’uomo afroamericano la cui uccisione da parte della polizia nel 2020 fece cominciare le proteste antirazziste guidate dal movimento Black Lives Matter.
«Non si può più dire niente!» è il grido di dolore tipico di chi se la prende con la Cancel Culture, il Woke, il Politicamente Corretto, e si appella al Free Speech…
Intanto è un paradosso in sé: viene sempre pronunciato mentre si sta dicendo qualcosa, spesso in TV, in radio o sui social, quindi davanti a un pubblico vasto. Ed è la lamentela rituale di chi non accetta che ciò che un tempo passava inosservato o “normale” — battute sessiste, frasi razziste, cliché omofobi — oggi venga criticato, contestato o ridicolizzato.
Il punto però non è che “non si può più dire niente”, bensì che quello che si dice non è più privo di conseguenze. Un tempo certe parole ferivano senza che nessuno potesse rispondere, adesso invece le persone appartenenti a categorie colpite hanno voce, strumenti e reti per replicare. Il Free Speech non è abolito: semmai è diventato più affollato, competitivo, rumoroso. Chi si lamenta invoca la libertà di parola, ma spesso intende la libertà di parola senza contraddittorio. In questo senso, l’espressione è anche una strategia retorica: serve a dipingere sé stessi come vittime di censura mentre si sta esercitando, a pieno titolo, la propria libertà di espressione.
Negli Stati Uniti lo si vede chiaramente: professori licenziati per aver usato termini considerati “scomodi” dalla destra, presidi costretti a dimettersi perché accusati di non essere abbastanza “patriottici”, giornalisti messi alla porta per aver criticato Trump o il suprematismo bianco. Tutto questo mentre i paladini della libertà d’espressione — da DeSantis in Florida fino ai vari network conservatori — costruiscono leggi e pressioni culturali per mettere a tacere chiunque non si allinei al loro racconto.
Il Politicamente Corretto, in fondo, è solo un modo per dire: “alcune parole hanno conseguenze perché colpiscono persone reali”. L’intolleranza di destra, invece, pretende che si possa dire di tutto sugli altri, ma guai a criticare loro: allora scatta subito la crociata, la richiesta di censura, il licenziamento.
È un ribaltamento perfetto: chi si autoproclama vittima della Cancel Culture è il primo a praticarla: solo, con il marchio MAGA sopra.
Nell’agosto del 2020, durante le proteste per l’uccisione dell’ennesimo afroamericano da parte della polizia, il diciassettenne repubblicano Kyle Rittenhouse decise di viaggiare per 30 km portandosi dietro un’arma semiautomatica, “per proteggere i local business”, poi a Kenosha in Wisconsin sparò a tre persone, uccidendone due. Molti leader della destra statunitense, evidentemente all’epoca non così preoccupati della violenza, ne fecero un eroe, invitandolo in varie trasmissioni. Charlie Kirk era uno di questi.
Rittenhouse fu poi processato e assolto: aveva agito “per legittima difesa”. Donald Trump, all’epoca (2021) ex-presidente, festeggiò, intervistato su Fox News, la «grande decisione» della giuria che «lo rendeva felice», così come rendeva felici «molte persone, la maggior parte delle persone» (Trump ha anche detto di aver contribuito lui a «salvare Kenosha dalla rovina»). Suo figlio Donald jr appoggiò l’iniziativa dell’associazione pro armi Gun Owners of America di mandare “in premio” a Rittenhouse un fucile Ar-15, come quello che il ragazzo aveva usato per uccidere… (a sentire simili storie a noi europei vengono i brividi, ma questa è l’America).

Ogni giorno negli Stati Uniti muoiono 82 persone per colpi di arma da fuoco, 30.000 l’anno. Ed è proprio la destra statunitense, quella che in questo momento sta cercando di addossare la colpa della morte di Kirk alla “propaganda della sinistra”, a difendere il diritto di ogni cittadino di possedere un’arma semiautomatica e di portarsela in giro come e quando vuole.
Sono proprio quelli che blaterano sul “clima di odio” ad aver fomentato l’odio negli ultimi quindici anni, trasformando l’alternanza democratica tra repubblicani e democratici in uno scontro con toni da guerra civile, in cui quando Trump ha perso le elezioni ha provato a dichiararle vinte, causando eventi come l’assalto del Campidoglio (anche lì, Charlie Kirk è stato tra i mandanti di quel tentativo di colpo di Stato, poi replicato in Brasile e che è costato una condanna a 27 anni di carcere per Bolsonaro: il “martire” aveva negato la legittimità delle elezioni presidenziali del 2020 e organizzato 80 bus pieni dei trumpiani che poi assaltarono Capitol Hill). Sono molte le citazioni circolate in questi giorni volte a dimostrare quanto Kirk fosse sprezzante verso neri, donne, gay, trans, musulmani e qualsiasi minoranza non bianca negli Stati Uniti. In realtà, sono spesso prove di quanto fosse retoricamente abilissimo a mascherare affermazioni terrificanti da opinioni soggettivamente interpretabili, avvolgendole in un contesto argomentativo che complicava di proposito: chiedere a Stephen King, messosi in ginocchio per aver detto che Kirk proponesse la lapidazione per gli omosessuali, nonostante Kirk avesse davvero chiamato «la legge perfetta di Dio in materia sessuale» i passi del Levitico (18:22 e 20:13) in cui si condannano gli omosessuali a morire lapidati. Sono state riprese molto di meno, invece, le frasi inequivocabili in cui Kirk esprimeva disprezzo per la democrazia o giustificava le dittature sanguinarie di Francisco Franco in Spagna e di Augusto Pinochet in Cile. L’immagine santificata del Kirk dialogante nei campus cozza, infatti, con quella illiberale del suo show, dove chiedeva di giustiziare Joe Biden o paragonava l’FBI alle camicie brune e le indagini della giustizia su Trump alle deportazioni ad Auschwitz.
Di fronte a un avvenimento così drammatico come l’uccisione con un colpo di fucile di un leader politico, l’ultima cosa che un presidente dovrebbe fare è accusare l’opposizione, senza prove, senza un motivo, aizzando possibili vendette. Ma quello degli Stati uniti non è un “presidente qualsiasi”: in tutta la sua presidenza — non solo l’attuale ma anche la precedente — non è difficile vedere all’opera la stessa macchina dell’odio che i conservatori hanno costruito e perfezionato nel corso degli anni.
L’internazionale nera ha dei piani molto precisi, e strumenti spropositati rispetto a quelli che può avere chi la combatte.
Di questa internazionale che ha ormai infettato il pianeta l’Aranciopiteco della Casa Bianca è un pilastro.
Brevemente, Trump è: annunci e controannunci su qualsiasi cosa (dazi, Ucraina, TikTok, etc.) senza una linea univoca, dichiarazioni bellicose contro vicini pacifici (Canada, Messico, Groenlandia), assalti alle università, rinuncia al sistema di inclusione, intimidazioni ai media, attacco alla scienza e alla cultura, disprezzo della legge, frodi elettorali tentate (“Stop the Steal” nel 2020) e riuscite (il gerrymandering 2025), sfacciati arricchimenti.
Uno dei pochi vantaggi di quella catastrofe umanitaria che è Donald Trump è che la sua violenza politica aiuta a mettere in chiaro, senza possibilità di equivoco, qual è la posta in palio. La posta in palio è l’intero edificio di diritti individuali, di tutele sociali, di rapporti tra gli Stati, di collaborazioni sovranazionali che il nostro mondo (quello che chiamiamo, con una certa approssimazione, Occidente) ha costruito, a sua stessa tutela, dopo la Seconda Guerra Mondiale.
La posta in palio è ribaltare il Novecento — la sua seconda metà — facendogli rimangiare i suoi propositi di pace, di giustizia sociale e di democrazia; e tornare al mondo com’era prima: il mito della Nazione, della forza militare e del dominio economico remixati in salsa tecnologica.
La decisione di tornare a chiamare Ministero della Guerra quello che (in tutto l’Occidente post-bellico) dopo l’ecatombe venne ribattezzato Ministero della Difesa, dal punto di vista trumpista è perfetta. Il concetto stesso di “difesa” è imbelle, effeminato, ipocrita, insomma è “woke”.
Spesso ci chiediamo come nasca il fascismo, come faccia una democrazia a collassare verso la dittatura. La risposta ce l’abbiamo davanti agli occhi: come l’America dei nostri giorni, che somiglia sempre di più all’Italia della Marcia su Roma. Trump è peggio di Nixon, perché non conosce la vergogna. Ma la cosa ancora più minacciosa è il sostegno quasi assoluto che conserva nel Partito Repubblicano, ormai in mano alla corrente autoritaria, e fra gli elettori, pronti a ignorare qualunque violazione della legge e della Costituzione, pur di affermare le loro posizioni più estremistiche: eppure ci avevano detto che il “sistema dei pesi e contrappesi” della democrazia americana era perfetto, d’acciaio, insuperabile…
Siamo entrati in un mondo in cui Trump può minacciare il Brasile per influenzare l’esito del processo contro Bolsonaro, un mondo in cui il suo Segretario di Stato Rubio, a sentenza appena annunciata, può minacciare uno Stato democratico per aver amministrato la giustizia nel modo che ritiene opportuno.
E siamo entrati in un mondo in cui Charlie Kirk, che correva a farsi foto con un assassino, che insultava George Floyd dopo la sua uccisione, che sosteneva che le donne dovrebbero stare a casa a figliare perché non servono ad altro, che una bambina vittima di stupro NON deve in alcun caso abortire, può essere santificato come il paladino della non violenza.
Con l’apparente obiettivo di celebrarlo come martire, il presidente in persona e tutta la sua amministrazione hanno scatenato una caccia all’uomo in tutto il Paese: fuori i nomi di coloro che hanno — in un commento, in un dibattito — espresso “parole d’odio” sul suo conto. Che siano additati, licenziati dai posti di lavoro, che siano messi al bando dalla società quando non possono essere incriminati e chiusi in galera. Ma cosa sono le parole d’odio? Che cosa esattamente distingue il free speech dall’hate speech, per usare la loro lingua?
La libertà di espressione, tutelata dal Primo Emendamento della loro tanto decantata Costituzione, contempla anche la libertà di critica aspra, e dove la critica aspra diventa odio? Chi lo decide, esattamente? Lo stesso Charlie Kirk ricordava ogni volta che non esiste una norma che vieti l’hate speech. Quindi: un campione della supremazia della parola muore per un colpo di arma da fuoco. Cosa difendere, adesso? La parola del primo Emendamento o le armi del Secondo? La libertà di opinione o la persecuzione del dissenso? Il governo americano, mentre piange il suo campione, sceglie il metodo che lo contraddice. Sceglie la repressione, la minaccia. È toccato anche al New York Times: dopo CBS, ABC News e Wall Street Journal, Donald Trump fa causa allo storico quotidiano statunitense per diffamazione, in relazione agli articoli pubblicati dal giornale sui suoi legami con Epstein. Vuole 15 miliardi di dollari: ben oltre la quotazione di mercato del NYT che, riporta Bloomberg, è di 9,65 miliardi. È la strada opposta a quella di Kirk, un testacoda. All’opposto di quel che vogliono far credere: non lo celebrano, lo rinnegano.
Quelli che protestavano contro la sinistra illiberale del politicamente corretto, quelli che rivendicavano il diritto di apostrofare anche con parole offensive le minoranze, adesso praticano la censura in nome della difesa della libertà di espressione: esiste controsenso più evidente? Questi nuovi censori hanno il loro martire, in via di diventare santo protettore: Charlie Kirk, l’attivista conservatore ucciso durante un evento all’Università dello Utah il 10 settembre. E non potevano avere un riferimento migliore, questi censori americani ma pure europei e italiani.
Perché in fondo, nei fatti e al di là dei facili slogan strappalacrime, anche Kirk praticava lo stesso approccio: predicare la libertà di espressione e praticare la censura attiva di chi non si esprimeva secondo i valori conservatori e illiberali della sua destra di riferimento. Andava nei campus a filmare e postare gli studenti progressisti che dibattevano con lui, e nella parodia social di un confronto rendeva instagrammabili i momenti nei quali lui — professionista dei dibattiti pubblici — usciva vincitore.
Intanto la sua organizzazione curava la Professor Watchlist, un invito permanente alla delazione dei professori che nelle università americane “discriminano gli studenti conservatori e promuovono propaganda di sinistra in classe”. Nella logica di Kirk e dei suoi sostenitori discriminare gli studenti progressisti e far licenziare i professori liberal, facendo nel contempo propaganda conservatrice, è non soltanto legittimo, ma anche necessario.
Così, ognuno può denunciare i professori che non gli piacciono, facendoli presentare come bersagli di odio! Peggio che in un romanzo distopico. Perché questa è la realtà.
Siamo su un ciglio drammatico. Inquietante.
Nessuno è al riparo, soprattutto perché tutti usiamo i social. E i social prima o poi trasformano chiunque in una micro-celebrità: le nostre frasi pensate per una cerchia ristretta di amici e parenti diventano materiale che i mercanti dell’indignazione espongono al pubblico per guadagnare visibilità e, al contempo, per far perdere il lavoro (quando va bene) ai propri bersagli.
E tuttavia questo mondo mai così pericoloso dal 1945 possiamo contrastarlo solo noi stessi, singolarmente, giorno per giorno, non aspettiamoci nulla dai leader. Se ci arrendiamo, è finita. Se ci facciamo intrappolare nella loro narrazione, è finita. Se rispondiamo all’odio con l’odio, è finita. Perché su tutti questi terreni l’Internazionale Nera è molto più forte e preparata.
Per quanto sia difficile, bisogna trovare un modo di parlare agli stessi ragazzi con cui parlava Kirk, parlare ai fanatici di QAnon, parlare a quelli convinti del complotto rettiliano o del “deep state”, ai terrapiattisti, a quelli che negano il cambiamento climatico. Parlarci, possibilmente, senza dirgli «sei un imbecille»: perché c’è altra gente che ci parla amichevolmente tutti i giorni, e quella gente è il Male.
EDIT del 15 settembre /1, ma li Vannacci tuoi
(generale sopra la collina ci sta la notte crucca e assassina…)

Potevano mancare gli infimi fomentatori locali alla ricerca di cuoricini facili da parte dei loro plotoni di minus habens? Eccoli qui: «La violenza è sempre a sinistra». E si fotta Orwell con la sua stupida Neolingua. Ma non finisce qui perché il segretario della Lega va oltre: «Voglio parlare ai giovani come faceva Kirk»…
EDIT del 15 settembre /2, la violenzah è di sinistrah!

Qui sopra: i titoli in prima pagina di un tipico giornale di sinistra…
Donald Trump ha dato la colpa alla “retorica della sinistra radicale”. Elon Musk ha scritto su X che «la sinistra è il partito degli assassini». Intervenendo da remoto alla convention della destra spagnola di Vox, Giorgia Meloni ha detto che «il sacrificio [di Charlie Kirk] ci ha ricordato un’altra volta da che lato stanno la violenza e l’intolleranza»: a sinistra. Per Matteo Salvini «c’è una parte della sinistra» che «legittima la violenza nei confronti di chi non la pensa come lei». E per Roberto Vannacci «la violenza è sempre a sinistra».
Ma davvero la violenza, in politica, abita principalmente a sinistra? Cosa ci dicono i dati? L’Economist ha provato a far parlare i numeri e, citando una serie di studi di istituti di ricerca che si occupano del tema, è arrivato alla conclusione che il brutale omicidio dell’attivista Maga non è — come stanno ripetendo in questi giorni i leader della destra globale — rappresentativo di tendenze più ampie.
Un centro di ricerca che analizza i casi più gravi di violenza politica è il Prosecution Project dell’Università di Cincinnati. Una premessa di metodo è fondamentale: è spesso difficile distinguere gli squilibrati dai militanti. Il Prosecution Project esamina denunce e incriminazioni e considera i reati che mirano a “un cambiamento socio-politico”. I dati mostrano che dal 1990 la maggior parte degli episodi proviene da aggressori di destra.


Alle stesse conclusioni arriva lo studio di Celinet Duran della State University of New York che ha analizzato la violenza politica tra il 1990 e il 2020. E secondo i calcoli dell’Anti-Defamation League, negli ultimi dieci anni il 76% degli omicidi legati all’estremismo politico è stato commesso da esponenti di destra (qui di lato ripropongo la vignetta).
Secondo uno studio del Cato Institute, autorevole think tank conservatore, gli atti di violenza politica commessi in America dal 1975 al giorno dell’assassinio di Charlie Kirk che abbiano causato almeno una vittima non sono stati molto numerosi: appena lo 0,35% del totale degli omicidi. Se poi si escludono le vittime causate dagli attentati dell’11 settembre, che coprono l’83% del totale, il conto delle vittime arriva a 620. Ebbene, di queste, il 63% (391) va addebitata agli estremisti di destra, il 23% (143) agli islamisti e il 10% (63) agli estremisti di sinistra (per arrivare a 620 occorre poi aggiungere una ventina di vittime di altre forme minori di terrorismo).
Negli Stati Uniti, ma anche in Italia, non esiste né una definizione univoca di “violenza politica” né tantomeno una banca dati capace di conteggiarli con precisione. Secondo i calcoli dell’ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), in attacchi di questo genere sono morte quest’anno 37 persone, 373 dal 2020. E secondo il think thank CSIS (Centre for Strategic and International Studies) tra il 2016 e il 2025 si sono verificati 25 episodi di violenza motivata da convinzioni politiche, contro i soli 2 dei 22 anni precedenti.
Non c’è alcuna emergenza legata alla violenza politica, e tanto meno legata alla violenza politica di sinistra. Del resto, tutte le ideologie autoritarie convertono condotte eversive in politiche d’ordine e giustificano la repressione della libertà, cioè la sospensione o violazione delle garanzie costituzionali, con l’esigenza di salvaguardare la sicurezza dello Stato dai suoi nemici esterni e, soprattutto, interni, e dai pericoli ingigantiti nella percezione diffusa da una comunicazione falsa e intimidatoria. A quale scopo lo stia facendo l’amministrazione Trump è ormai sotto gli occhi di tutti. Forse sarebbe il caso di domandarsi a quale scopo lo stia facendo il governo italiano…
EDIT del 15 settembre /3, diffonderemo il Vangelo secondo Kirk
JD Vance: «Dobbiamo rafforzare questo movimento, far crescere la sua voce»…

Addendum 1
Come funziona la lista nera del “civilissimo dialogatore”

La giornalista e professoressa universitaria Stacey Patton diventa virale scrivendo una dichiarazione incredibilmente potente su cosa significhi essere sulla lista nera digitale del “dialogante” e “civile” Charlie Kirk, raccontando l’orrore che quest’uomo le ha inflitto.
(Qui il link, anche se difficilmente gli algoritmi di Facebook — e l’atteggiamento prono a Trump del suo proprietario Zuckerberg — lo lasceranno in vita a lungo…)
«Sono sulla lista nera di Charlie Kirk», esordisce Patton rivolta ai suoi 250.000 follower su Facebook.
La sua cosiddetta ‘lista nera dei professori’, gestita sotto l’egida di Turning Point USA, non è altro che una lista nera digitale per gli accademici che osano dire la verità al potere. Ci sono finita nel 2024 dopo aver scritto un commento che ha infiammato i fedeli del MAGA. E quando il mio nome è apparso, la macchina delle molestie si è messa in moto.
Per settimane la mia casella di posta e la mia segreteria telefonica sono state inondate. Per lo più uomini bianchi sputavano veleno al telefono: ‘puttana’, ‘stronza’, ‘negra’. Minacce di ogni tipo.
Hanno inondato le linee di pubbliche relazioni dell’università e l’ufficio del rettore di telefonate che chiedevano il mio licenziamento. L’ondata era così incessante che il responsabile della sicurezza del campus mi ha contattato per offrirmi una scorta, perché temevano che uno di questi soldati da tastiera potesse uscire dalla sua cantina e venire a farmi del male.
E non sono l’unica. La lista nera di Kirk ha terrorizzato schiere di professori in tutto il Paese. Donne, docenti di colore, studiosi queer, praticamente chiunque sfidasse la supremazia bianca, la cultura delle armi o il nazionalismo cristiano si è improvvisamente ritrovato bersaglio di abusi coordinati.
Alcuni hanno ricevuto minacce di morte. Ad altri è stato messo a rischio il posto di lavoro. Alcuni hanno abbandonato del tutto il mondo accademico. Kirk ci ha inviato un messaggio forte e chiaro: dite la verità e scateneremo la folla!
Questa è la cultura della violenza che Charlie Kirk ha costruito. Ha normalizzato la violenza. L’ha curata, monetizzata e scatenata contro chiunque osasse smascherare le menzogne del suo movimento.
E ora, sulla scia della sua uccisione, c’è tutta questa ondata nazionale di cordoglio, momenti di silenzio, mani giunte in preghiera e tributi che lo dipingono come un civile dibattitore. Ma la verità è che Kirk e i suoi soldati semplici hanno trascorso anni a terrorizzare gli educatori, cercando di zittirci con molestie e paura!
E ora la stessa violenza che ha scatenato sugli altri ha compiuto il suo ciclo.
Ma ciò che trovo particolarmente stridente è la dissonanza nel lutto pubblico per un uomo bianco compiaciuto la cui opera di una vita è stata attivamente ostile a certi gruppi. Kirk ha trascorso anni demonizzando le persone LGBTQ, deridendo i sopravvissuti alle sparatorie, vomitando razzismo sui neri e promuovendo politiche che letteralmente accorciano la vita.
È così rivoltante vedere un’ondata bipartisan di dolore travolgere questo odioso razzista come se fosse un servitore neutrale della comunità.
Addendum 2
Il manuale di sopravvivenza stilato da Michele Serra
DOSARE L’INDIGNAZIONE
La persona di sinistra considera sempre obbligatorio indignarsi, una specie di dovere civico, ma attenzione: indignarsi per Gaza, o per la deportazione russa dei bambini ucraini, è un conto. Ma indignarsi per l’ultima dichiarazione di Vannacci, che pensa e dice le stesse antiche risapute frescacce dell’uomo qualunque sugli omosessuali e su tutto il resto; o perché sempre più spesso, facendo zapping, confondi la Rai con Retequattro; o perché Santanché e la sua borsetta non si sono ancora dimesse; no, non è il caso. È uno sperpero di energie, ci sono cose che meritano il moto di ribellione e altre — la maggior parte — che meritano, come dire, una serena indifferenza, e al massimo, quando proprio occorre, un breve cenno di opposizione. Un semplice «non sono d’accordo», specie se segue una spiegazione semplice, chiara e sorridente del disaccordo, basta e avanza per sentirsi in regola con le proprie idee. L’indignazione, come ogni cosa, se si inflaziona perde di valore. Non si macerino nell’offesa, le persone omosessuali, quando parla Vannacci. Non gli concedano questo onore. Gli dicano: ancora con queste vecchie stupidaggini?, e passino oltre.
ABBANDONARE IL CATENACCIO
È il sistema di gioco della sinistra da troppo tempo. Gli altri attaccano, tu ti difendi. Puoi affidarti, quando va bene, al contropiede (oggi si chiama “ripartenza”), che sfrutta l’energia altrui come base di rilancio. Be’, non va bene, e rischia di diventare un vizio costitutivo: parlo, agisco, esisto solo in funzione dell’offensiva avversaria. Il rischio è diventare, non volendolo, reazionari, cioè reagire ai movimenti e ai mutamenti della società piuttosto che esserne gli artefici. Forse basterebbe una settimana in monastero, alla sinistra, senza giornali e senza smartphone, per bonificare la propria testa dalle parole degli altri e ritrovare finalmente le proprie. Come vorremmo che fosse, il mondo? Da quali idee e progetti inediti (tre o quattro basterebbero) ripartire senza che siano sempre e solo una controproposta alle proposte altrui? Io butto sul tavolo un mio vecchio pallino, il servizio civile (non quello militare) di leva, obbligatorio per tutti. Servire la comunità come dovere comune. La parola “dovere” manca alla sinistra quanto l’ossigeno.
ABBASSARE I TONI
Proprio perché Godzilla li alza per indole, e fa parte del suo monocorde sistema semantico sbraitare (vedi la comunicazione di Trump, rigo per rigo); sarà bene tenere sotto controllo tono e volume, così da non rischiare di perdere memoria della propria voce. È un esercizio di igiene linguistica ma anche di rivalutazione dei contenuti. Si possono dire cose fortissime, anche molto radicali, senza alzare la voce; e alzando la voce, si possono dire le banalità più desolanti. Ti ascoltano se quello che dici ha l’aria di essere frutto di pensiero; non se urli per dare una forma udibile alla tua assenza di pensiero.
GENTILI, SEMPRE
La maleducazione è conformista, la sua forma politica attuale è la volgarità che la destra populista spaccia per schiettezza: dunque la gentilezza è rivoluzionaria. Non è per snobismo che si deve essere gentili, non per umiliare i maleducati. È perché (lo si diceva prima) i privilegi esigono responsabilità, e l’educazione è un privilegio, la cultura anche, l’intelligenza non ne parliamo. Siccome nessuno è al riparo dalle crisi di nervi, se proprio viene voglia di dare dello stronzo a qualcuno (e viene voglia) lo si faccia in forme strettamente private, come mi capita, non di rado, guardando i telegiornali. In pubblico no, in pubblico essere cortesi anche con il peggiore degli energumeni è una forma di militanza politica. C’è un quid di ipocrisia, nella gentilezza? Sì, certo che c’è. Ma anche l’ipocrisia fa parte degli attrezzi necessari alla manutenzione della civiltà.
RIPRENDERSI IL TEMPO
Qui ci si richiama alle facoltà di ogni individuo. Basta con la lamentazione corale sul caos comunicativo, la polverizzazione dei discorsi, la compressione forsennata dei tempi di lettura e di apprendimento. È possibile, possibilissimo chiamarsene fuori, nessuno te lo impedisce. Ognuno ha facoltà, a modo suo, di ricostruirsi una disciplina, di ricalcolare i propri tempi quotidiani. Sarà anche la civiltà di massa, questa: ma tu sei tu, e la massificazione non deve diventare un alibi.
Da qualche mese ho ricominciato a leggere quasi per intero, ogni mattina, due giornali, è poco più di mezz’ora e non è detto che i due giornali siano scienza infusa, magari ce ne saranno anche di migliori. È proprio una questione di metodo, è come vedere un film da cima a fondo (anche se a rate giornaliere), leggere un libro intero, è costruire solidità nell’inconsistenza gassosa nella quale siamo immersi. Se siete giovani e la vostra formazione antepone i social ai mezzi tradizionali di informazione, be’, stabilite una gerarchia che sia davvero “vostra” dentro i social: piantatela di scrollare a casaccio, compulsivamente, eleggete i vostri tiktoker di riferimento, gli influencer che vi sembrano più autorevoli (ce ne saranno pure) e levatevi di dosso tutto il resto. Cercare e trovare punti fermi: non è il passato che lo suggerisce, è il futuro che lo pretende.
Addendum 3
Dalla newsletter “Servizio a domicilio” di Giulia Blasi
Charlie Kirk ha vissuto tutta la sua vita adulta usando gli altri come argomento (anche i morti). Il suo lavoro era interamente dedicato alla costruzione di armi retoriche da usare in finti dibattiti per posizionarsi come persona che “parla” con gli altri e “vince” con la forza delle proprie idee. E ci ha fatto un sacco di soldi, con questa tecnica, che non aveva niente a che vedere con la dialettica del pensiero e tutto con l’auto-legittimazione come interlocutore e l’affermazione del proprio ego attraverso una forma reiterata di bullismo verbale.
La propaganda fondata sui discorsi d’odio è una tattica molto utilizzata dalle destre, cioè le formazioni politiche che più di tutte si affidano alla creazione di capri espiatori per incanalare la rabbia dell’elettorato. Per quanto si sforzino di dare la colpa alla sinistra, c’è un dato che rende lampante quanto il modus operandi di queste due aree politiche tratti il dissenso in maniera diversa: gli studenti dell’università in cui Charlie Kirk è morto avevano promosso una raccolta firme per impedirgli di comparire. Non condividevano le sue idee e le trovavano pericolose, ma il modo per non legittimarle era non violento. Tyler Robinson, per far tacere Kirk, invece gli ha sparato. Non si può certo dire che sia la stessa cosa. Se le autorità universitarie avessero dato ascolto agli studenti, Kirk sarebbe ancora vivo e starebbe facendo finta di dibattere da un’altra parte. Non accettare qualcuno come interlocutore non è la stessa cosa che ammazzarlo.
Questa è una differenza sostanziale fra sinistra e destra, checché ne dicano Trump, Meloni, Salvini e tutti gli altri.
L’espressione “terrorismo stocastico” non dice niente alla maggior parte delle persone è perché è di conio relativamente recente: è stata creata all’inizio degli anni 2000 dal matematico Gordon Woo, in coincidenza con la prima ondata del terrorismo di matrice fondamentalista islamica, ma si è poi codificato in un comportamento specifico che il nostro codice penale non ha ancora riconosciuto come tale (e difficilmente lo farà).
Si definisce “terrorismo stocastico” l’incitamento alla violenza contro un gruppo o degli individui attraverso la loro demonizzazione, ma la stessa espressione indica anche il risultato di quella demonizzazione, vale a dire l’atto di violenza in apparenza casuale e imprevedibile (“stocastico”, appunto: la radice greca rimanda alla casualità). Nel caso di Charlie Kirk (e non solo) c’è l’imbarazzo della scelta: nel corso della sua carriera di retore da strapazzo si è scagliato contro donne (in particolare le donne single istruite), persone LGBT+ e in particolare le persone trans, donne nere, persone afrodiscendenti in generale, immigrati.
Come si distingue il terrorismo stocastico dalle opinioni legittime? Tanto per cominciare, il terrorismo stocastico si nutre di discorso d’odio, e il discorso d’odio è basato su falsità, dati distorti, generalizzazioni e bugie che investono le persone sulla base della loro identità immutabile o delle loro posizioni politiche. E si misura sull’intenzione o sul risultato? Secondo gli studiosi, entrambe le cose sono comprese nella definizione. Difficile accusare di terrorismo stocastico il picchiatello da social seguito da cinque persone: è più probabile che si stia facendo veicolo del lavoro di qualcun altro. Se però il picchiatello da social ammazza, ecco che la continuità fra l’incitamento e l’atto si materializza in tutta la sua evidenza. Il discorso cambia quando a distorcere la realtà e ad attaccare uno o più segmenti della popolazione è qualcuno con un grande seguito, specialmente se quel grande seguito è legato proprio alla sua disponibilità ad attaccare le persone, perché i discorsi d’odio che godono di grande amplificazione sono collegati a un aumento degli atti violenti, quando non direttamente al genocidio. In questo caso è difficile non rintracciare una consapevolezza dell’effetto della retorica utilizzata.
Se questa tecnica di propaganda è così efficace non è solo perché non è riconosciuta come reato (anche se può rientrare, appunto, nella fattispecie dei discorsi d’odio: che tuttavia sono sanzionati in maniera diversa e non universale), ma anche perché permette di avvalersi di quella che in inglese si definisce “plausible deniability”, sintetizzabile in «Io? Non ho fatto niente, io!». Se non dici mai esplicitamente «Picchiate questo» o «Stuprate quest’altra» o ti tieni sul vago quando indichi il nemico da sconfiggere, hai sempre la possibilità di dichiararti estraneo ai fatti e lavartene le mani quando i tuoi seguaci, invece, dànno seguito all’incitamento implicito alla violenza. Basta vedere come Nick Fuentes e Laura Loomer (due feroci avversari di Kirk) stanno tentando di disconoscere ogni associazione con l’assassino di uno che chiamavano “fascista” perché secondo loro non era abbastanza fascista.
Se non riconosciamo (e non sanzioniamo) questo tipo di violazione non è solo perché è da poco che abbiamo le parole per farlo, ma è anche perché, appunto, questo tipo di aggressione è una tattica comunemente utilizzata dalla maggioranza di governo nella propria comunicazione, sui social e non. Non ci saranno proposte di legge con qualche speranza di passare che riconoscano la natura dolosa di queste azioni, perché non si possono spuntare le armi della propria stessa retorica. La demonizzazione di individui che si identificano come portatori di ogni male è la base di qualunque discorso politico fatto dalle destre negli ultimi anni, e ora che governano (e quindi hanno la responsabilità della situazione corrente) continuano a piangere che la sinistra è cattiva. E quando la realtà punta in direzioni che non si accordano con la loro visione, la distorcono per adattarla meglio a quello che il loro elettorato vorrebbe sentir dire: e se la narrazione più aderente alle necessità di propaganda è dire che l’assassino sia stato armato dalla sinistra (non è così, ma neanche per sbaglio), allora non è che proprio lo dicano, ma lo lasciano intendere, in maniera laterale.
La dissonanza cognitiva, vale a dire la necessità di riconciliare la propria percezione della realtà con la realtà vera e propria, è una brutta bestia. A destra adesso ci si divide più o meno così: quelli che tacciono e fischiettano perché l’assassino è uno dei loro (lo stesso Donald Trump, che come mostrato da Jimmy Kimmel — cosa che gi è costata il licenziamento — alla domanda su come stesse dopo la morte del suo amico Charlie, ha risposto all’incirca «Ah, bene, ma guarda che bella questa sala da ballo che stiamo costruendo!»), quelli che continuano a dare la colpa alla sinistra (Fox News, La Verità, Libero, etc.) e se la prendono con chi dice che non gli dispiace per niente che Charlie Kirk sia morto, e quelli che sorvolano completamente sulla matrice politica dell’omicidio ma non rinunciano a celebrare Charlie Kirk come paladino del “libero pensiero” (Fratelli d’Italia, Salvini, Vannacci). Poi ci sono i delusi, come il governatore dello Utah, che ha detto più o meno: «Ho pregato tanto che non fosse uno dei nostri, e invece». Brutto colpo, non poter dare la colpa agli immigrati o alle persone trans o a qualche “altro” da identificare come lontano ed estraneo.

Addendum 4
La distopia è servita
(Collazione di articoli di Massimo Giannini e Christian Rocca.)
Fin dai primi giorni del Dopoguerra s’è sempre detto che eravamo noi italiani a copiare qualsiasi cosa sapesse d’America, che tutto quello che avveniva lì inevitabilmente poi accadeva anche da noi.
Suona quindi buffo che adesso il gigante statunitense sembri ricalcare, con un quarto di secolo di ritardo, un nanetto come l’Italia… “Editto bulgaro”: ventitré anni non sono pochi, ma quel 18 aprile 2002 sembra ieri, quando il Cavaliere da Sofia pronunciò il suo anatema contro Biagi, Santoro e Luttazzi, e poche settimane dopo la RAI eseguì l’ordine del padre-padrino Berlusconi. Oggi Donald Trump fa lo stesso con gli anchormen Colbert e Kimmel, prontamente silurati, e mette in lista d’attesa per il prossimo licenziamento anche Fallon e Meyers. «Fallo, NBC!», comanda su Truth il tycoon di Mar-a-Lago, ancora più sfrontato e scellerato dell’Uomo di Arcore. Tutto torna, ma con altra ferocia, nel distopico gioco di specchi in cui si confondono America e Italia, passato e presente. Mentre a Montecitorio si vota la pseudo-riforma della giustizia tra gli ultrà che gridano “Silvio, Silvio!”, la destra trumpiana radicalizza, moltiplicata per mille, l’anomalia berlusconiana. Una visione titanica e assolutistica del potere, che non contempla il “diverso parere”. Una manipolazione sistematica del reale, al servizio di un’ideologia reazionaria e securitaria che lucra consensi sul rancore dei deboli e sul fetore dei nemici, fabbricati ad arte e demonizzati ad libitum. Un conflitto di interessi mastodontico, tarato sulle dimensioni planetarie dell’impero yankee e alimentato dalle elargizioni finanziarie del turbo-capitalismo digitale.
Ma c’è ben più del ricalco dell’Italia, nella deriva d’oltreoceano. L’America è diventata uguale alla Russia di Putin, ed è questo il grande, epocale, successo del dittatore del Cremlino: non è riuscito a conquistare nemmeno tutto il Donbas, ma è riuscito strappare al fronte liberal-democratico il Paese guida, il “faro dell’Occidente”, l’America, e a farlo passare nella squadra degli autoritari.
Il 18 settembre a New York la Gestapo di Trump ha arrestato 11 funzionari Democratici, undici persone regolarmente elette, che chiedevano di fare visita agli immigrati catturati per strada e detenuti in un ufficio federale e protestavano contro le condizioni di detenzione. Nelle settimane precedenti, Trump ha mandato i soldati nelle città anti trumpiane, ha condotto operazioni di rastrellamento di immigrati con metodi nazisti, ha piegato la resistenza delle università, dei grandi studi legali, delle televisioni e dei giornali, ha taglieggiato qualche grande impresa privata, ha dichiarato guerra commerciale a Paesi amici, ha ricompattato tutti i peggiori ceffi del pianeta, ha complicato la guerra all’Ucraina e la situazione a Gaza, e ha fatto genuflettere gli oligarchi della Silicon Valley al suo cospetto.

Gli oligarchi di Putin sono meno spudorati di quelli di Trump, perlomeno qualcuno a Mosca si è ribellato: a Washington nessuno. Putin stesso è meno spudorato di Trump, il quale rivendica i licenziamenti, le purghe, le oscenità, mentre il Cremlino le nega e fa finta di niente. Siamo arrivati a questa deriva morale, e non è passato nemmeno un anno dall’elezione di Trump: solo otto mesi dall’inaugurazione del secondo mandato.
Con queste premesse, è improbabile che gli Stati Uniti, e il resto del mondo, possano sopravvivere ad altri tre anni di Trump. A lui, del resto, non sono nemmeno sufficienti, vuole regnare a vita, non ha nessuna intenzione di lasciare la Casa Bianca, dove fantastica di poter dare feste pacchiane come quelle dei satrapi mediorientali nella nuova sala da ballo da 400 milioni che sta facendo costruire (si spera con meno oro finto e soffitti più alti rispetto allo standard delle Trump tower).
Cercherà di esplorare ogni modo possibile per accantonare la Costituzione che gli impedisce un terzo mandato, oppure si inventerà qualche emergenza nazionale per non votare mai più, e restare alla tolda di comando oltre il 2028. I giudici compiacenti che glielo consentiranno ce li ha già, l’opposizione invece non c’è, i movimenti radicali sono messi fuorilegge, gli avvocati si guarderanno bene dal difendere i Democratici dai brogli elettorali e dalla rimappatura dei collegi. Tutti potranno essere dichiarati terroristi. L’esercito e la Gestapo sono pronti a intervenire per difendere il colpo di Stato trumpiano.
Quanto ci metterà l’America a contagiare quel che resta dell’«occidente libero», l’«occidente dei diritti»?
Ci stanno servendo un futuro niente male: Asimov, Orwell, Huxley, Atwood e Dick non avrebbero saputo immaginarlo meglio.
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