Quasi quindici anni fa un piccolo libro fece molto rumore. Si intitolava Indignatevi! e l’aveva scritto Stéphane Hessel, novantatreenne diplomatico, politico e scrittore tedesco naturalizzato francese, che sarebbe morto poco dopo. In Italia il volumetto ebbe un successo clamoroso: se ne parlò sui giornali, in televisione, persino nei talk show che raramente dànno spazio a titoli del genere. Il messaggio era netto, quasi biblico: l’indignazione come primo passo verso il risveglio delle coscienze.
Sembrava un invito salutare, un vaccino contro l’indifferenza. Ma col tempo è diventato chiaro che non era così: l’indignazione non ha risvegliato, ha addormentato. Non ha acceso energie costruttive, ma si è trasformata in un alibi sterilizzante. Ha offerto a ciascuno la sensazione di essere “dalla parte giusta” senza la fatica di costruire alternative. È diventata un gesto di vanità quotidiana, un segno identitario, un modo di dirsi io ci sono, io sento, io vedo senza però muovere un passo oltre la tastiera.
Non è la prima volta che accade. La Storia è piena di agitatori, tribuni, leader politici che hanno nutrito i popoli di indignazione. Sempre con gli stessi effetti: le masse si infiammano, si sfogano, si sentono moralmente nobili, e poi restano ferme. Nulla cambia, salvo che qualche nuovo potere sale in groppa a quell’energia rabbiosa.

L’èra dei pulsanti e l’indignazione come godimento
Proprio negli stessi anni — anzi, negli stessi mesi — in cui il libretto di Hessel scalava le classifiche, stava accadendo qualcos’altro di fondamentale: il mondo digitale stava preparando il terreno perfetto per trasformare quella spinta in abitudine tossica. Fino al 2008 Facebook era soprattutto un grande album condiviso: post in ordine cronologico, fotografie, messaggi. Poi arrivarono due pulsanti fatali. Due gesti minimi che hanno cambiato radicalmente l’ecosistema. Attraverso questi due clic le piattaforme cominciarono a misurare cosa attirava l’attenzione. Accumulando dati, scoprirono che i contenuti che più generavano interazioni ed “engagement” (in fin dei conti, tempo sulla piattaforma e visualizzazioni da vendere agli inserzionisti) erano quelli più moralistici, più aggressivi, più scandalizzati. A quel punto gli algoritmi iniziarono a spingerli in alto, a moltiplicarli, a trasformarli in norma.
Verso la fine degli anni ’10 del Duemila, gli utenti iniziarono a condividere dettagli sempre più intimi delle loro vite con un pubblico sempre più vasto. Come scrisse Jonathan Haidt nel 2019, le persone diventarono più abili a mettere in scena una particolare versione di sé stesse, sviluppando una sorta di brand personale attraverso attività volte a impressionare gli altri piuttosto che ad approfondire relazioni autentiche.
Facebook, diventato nel 2008 la piattaforma dominante con oltre 100 milioni di utenti mensili (oggi sono oltre tre miliardi), fino a quel momento aveva fornito agli utenti principalmente un servizio che permetteva di scorrere in ordine cronologico i contenuti condivisi dai propri contatti: tutto cambiò con l’introduzione del “like” nel 2009 — un pulsante per esprimere pubblicamente un giudizio — e, ancora più decisivo, con l’introduzione su Twitter del pulsante “retweet”, subito ripreso da Facebook e dalle altre piattaforme.
Queste funzionalità permisero alle piattaforme di accumulare una grande quantità di dati sui contenuti più coinvolgenti e di sviluppare algoritmi in grado di aumentare la visibilità di quelli che con maggiore probabilità avrebbero ottenuto altri “like” e condivisioni.
Nel 2013, i social media erano diventati di fatto un’altra cosa: un gioco con regole completamente diverse. I post di ciascun utente potevano ottenere grande popolarità o suscitare disprezzo in base ai clic di migliaia di estranei, e ciascun individuo contribuiva attraverso i suoi clic a rafforzare dinamiche di massa. A guidare gli utenti non erano più soltanto i loro gusti, ma le loro passate esperienze di gratificazione e punizione rispetto ai contenuti pubblicati e la previsione di quali reazioni avrebbero suscitato i nuovi post. Questo favorì la diffusione di falsità, capaci di raggiungere molte più persone perché era più probabile che gli utenti le condividessero rispetto alle verità.
Uno degli sviluppatori del retweet, Chris Wetherell, anni dopo confessò: «Forse abbiamo messo un’arma in mano a un bambino di quattro anni». L’arma era questa: dare a milioni di persone un palcoscenico per esprimere indignazione immediata, senza filtri, senza responsabilità. Il risultato fu una cascata di dopamina: l’indignazione non solo diventava pubblica, ma regalava anche approvazione, consensi, senso di appartenenza.
Così, nel giro di pochi anni, i social network non furono più un luogo dove ritrovare vecchi compagni di scuola o scambiarsi foto di vacanze: diventarono il laboratorio permanente di un “io morale” sempre più pronto a scandalizzarsi. E i feed degli utenti, giorno dopo giorno, si riempirono della metà più arrabbiata e più moralista dei contenuti. Quando vediamo post che esprimono indignazione morale, riaffiorano 250.000 anni di evoluzione. Ci ispirano ad agire, ci fanno dimenticare i nostri valori morali e ci fanno conformare ai valori morali del gruppo. Il post moralmente indignato ci fa sentire necessario — quando non addirittura piacevole — danneggiare e far soffrire la persona che ha causato il nostro risentimento. L’imaging cerebrale mostra che il cervello attiva il rilascio di dopamina quando il soggetto fa del male a qualcuno che considera un trasgressore morale.
La piattaforma social elimina anche gran parte del controllo che di solito ci impedirebbe di spingerci oltre. Dall’altra parte dello schermo, lontano dalla vittima, non c’è senso di colpa nel vedere il dolore sul volto della persona a cui si è fatto del male. Non c’è nemmeno vergogna quando ci rendiamo conto che la nostra rabbia è degenerata in crudeltà. Nel mondo reale, se urliamo contro qualcuno che entra in un ristorante stellato indossando un cappellino, veniamo ostracizzati e puniti. Su Internet, invece, è probabile che altri si uniscano a noi se notano la nostra indignazione.
Allo stesso tempo, ogni singolo utente diventava un anello di questa catena. Pubblicando contenuti che “funzionavano”, imparava che l’indignazione rendeva più visibili, più popolari, più apprezzati. Un circolo vizioso perfetto, e perfettamente monetizzato da piattaforme e aziende.
(Su questa ingegnerizzazione del caos, leggi anche: www.mangla.it/24)

La famigerata “economia dell’attenzione” amplifica in modo esponenziale l’impatto sociale di questa dinamica. Il numero di secondi disponibili in una giornata è immutabile; invece la quantità di contenuti dei social media che si contendono quei secondi raddoppia grossomodo ogni anno.
Se la mia rete sociale pubblica 200 post al giorno, e di questi ho il tempo di leggerne giusto un centinaio, per come funzionano le piattaforme vedrò la metà più morale ed emotiva del mio feed. L’anno successivo, quando da 200 i contenuti passeranno a 400, vedrò comunque i 100 post più morali-emotivi. L’anno dopo ancora leggerò sempre i 100 contenuti più morali-emotivi, ma su un totale di 800, quindi ancora più morali-emotivi dell’anno prima.
In una manciata di anni, l’impressione che trarrò della mia comunità diventerà molto più moraleggiante, aggressiva e indignata — e lo stesso varrà per me. Nel medesimo lasso di tempo, le forme di contenuto meno coinvolgenti — la verità, i fatti, la scienza, la ragionevolezza, i richiami a un bene superiore, gli appelli alla tolleranza — appariranno ogni giorno più pallidi. Sempre ammesso che appaiano, a lungo andare.
Online spariscono colpa, vergogna, ritegno. Anzi: più urli, più raccogli consensi. Le piattaforme sono diventate fabbriche di indignazione morale, sempre pronte a rifornirci di contenuti scandalosi, tweet offensivi, notizie indignanti. E noi, consumatori instancabili, non solo le leggiamo ma le rilanciamo, diventando noi stessi distributori automatici di rabbia.
Gli effetti politici
Per qualche tempo si è creduto che i social fossero una forza emancipatrice: basti ricordare le Primavere arabe o Occupy Wall Street. Ma oggi la letteratura è chiara: nelle democrazie mature i social media hanno effetti corrosivi. Aumentano polarizzazione, sfiducia nelle istituzioni, populismo. In particolare favoriscono le destre, che storicamente sanno capitalizzare meglio paure, rancori e nemici da additare.
Così la politica è diventata teatro di indignazioni reciproche. L’antiberlusconismo ha consegnato anni di gloria a Berlusconi. L’antitrumpismo ha reso Trump più forte. L’antifascismo ridotto a indignazione sterile non ferma i neofascisti: li rafforza, perché le divisioni giovano sempre a chi punta sulla forza. Le sinistre, invece di costruire alternative, hanno inseguito questa logica del “contro”, finendo quasi sempre per somigliare alle destre che volevano contrastare.
La verità è che l’indignazione è reazionaria per natura. Non apre mondi nuovi: li chiude. Non immagina: reprime. Non educa: punisce. Spinge a vedere negli altri dei nemici da annientare, non dei cittadini da convincere.

Il caso italiano: trent’anni di indignazione sterile
In Italia questo tratto è stato particolarmente evidente. Dal 1994 in poi, metà del Paese non ha fatto altro che indignarsi: contro il Pentapartito, contro la DC, contro Craxi, contro Berlusconi, contro la corruzione, contro la “casta”, contro l’evasione, contro i giornali, contro i talk show, contro gli arbitri… Eppure, guardando i risultati, l’indignazione non ha generato nulla di duraturo. Non ha prodotto nuove istituzioni, nuovi modelli, nuove solidarietà. Secoli di Storia ci avevano già mostrato dove portano i grandi e piccoli agitatori che saziano i popoli di indignazione. Ma noi popoli, evidentemente, non abbiamo imparato niente.
Indignarsi, infatti, significa sentirsi estranei a ciò che accade: dire «io non c’entro», «io non approvo», «io sono diverso» è una reazione civile, sì, ma che respinge il coinvolgimento. Al contrario di quanto sosteneva Hessel, l’indignazione non è il primo passo della partecipazione: è il suo contrario. È il passo indietro. Le divisioni, come detto, sono guerre: non le vincono i buoni, le vince la forza.
Negli anni Settanta in Italia circolava la celebre “strategia della tensione” di matrice massonica: creare paura per invocare ordine e autorità. Oggi viviamo dentro una “strategia dell’indignazione”: fomentare rabbia per ottenere repressioni, divisioni, capri espiatori. La conseguenza è la stessa: sfiducia nelle democrazie, insofferenza verso le garanzie, desiderio di punire anziché costruire.
Così, invece di un’opinione pubblica vigile, ci ritroviamo una folla sempre pronta a urlare «vergogna!», ma incapace di elaborare un progetto comune. Una folla che si compiace della propria coscienza critica e si consola dicendo: «Io sono ancora uno che sa indignarsi».
Uscire dall’impasse
Eppure un’alternativa esiste. Perché qualcosa duri e abbia seguito non basta internet, non bastano i like. Servono pazienza, costanza, impegno. Serve soprattutto la volontà di costruire un bene comune che vinca per forza propria, non per sconfitta dell’avversario.
Quando la vittoria diventa solo annientamento del nemico, il risultato è sempre lo stesso: nel migliore dei casi, il nulla. Le coscienze sveglie non si limitano a indignarsi: creano. Immaginano realtà nuove, generano convivenze, educano alla tolleranza. Non cercano identitarismi, restaurazioni, muri.
L’età dell’indignazione ci ha lasciato una lezione amara ma chiara: l’indignazione non basta. Se resta un fine, è veleno. Se torna a essere un mezzo, può servire. Ma a una sola condizione: che dopo l’indignazione venga il passo successivo, quello che oggi manca quasi ovunque. Il passo della costruzione.

(Per chi non avesse capito il titolo del blogpost, «Io miro, tu tiri, egli sira»: basta aggiungere gli opportuni apostrofi dopo ogni iniziale di verbo. Insomma, io m’iro, tu t’iri, egli s’ira — voce del verbo IRARSI…)

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