Ah, questo abbaiar di NATO…

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Uno dei fenomeni più interessanti di quest’epoca assurda è la “Natofobia”.
Chi ne è affetto ritiene che ogni male dell’orbe terraqueo origini dall’Alleanza Atlantica e che la Russia, da sempre vittima di indicibili angherie, resista quale baluardo contro l’imperialismo occidentale.
Nella foga antiatlantista, spesso sconfinante nel delirio, scopriamo che la NATO attacca da sempre gli alleati della Russia e che quindi alla fine Mosca ci sta solo rendendo “pan per focaccia”.

«Gli sgovernanti europei sono talmente masochisti che prima del vertice NATO dell’Aia tremavano all’idea che Trump rinnegasse l’articolo 5 del Trattato Atlantico: quello che obbliga tutti i Paesi membri della NATO a entrare in guerra per difenderne uno se viene attaccato. Ma quell’articolo, ormai anacronistico, è una minaccia soprattutto per noi. Aveva un senso nella Guerra Fredda, quando NATO e Patto di Varsavia rispettavano le linee rosse e si guardavano bene dall’attaccare o provocare Paesi del campo avverso. Poi la NATO iniziò a provocare la Russia aggredendo i suoi alleati (Serbia, Iraq, Libia, Iran) e destabilizzando i suoi vicini di casa, inglobandoli nell’Alleanza, organizzando esercitazioni militari, rovesciando i governi con rivoluzioni “colorate” (d’oro come il dollaro e la sterlina), discriminando le minoranze russe, armando squadroni della morte, annullando o contestando elezioni di esito sgradito. E Mosca, appena poté, cominciò a renderci pan per focaccia.
Finora Mosca non si era mai sognata di attaccare Paesi NATO. Ma ora, col folle riarmo dell’Europa, comincia a guardarla con altri occhi. Anche perché tutti dicono di riarmarsi contro Mosca. E i più vicini alla Russia, dai Baltici alla Polonia, dalla Finlandia alla Germania, dicono apertamente di prepararsi a farle la guerra. I Baltici discriminano le minoranze russe e la loro lingua con leggi nazionaliste modello Ucraina. E ora, insieme alla Finlandia e alla Polonia, disdettano la convenzione di Ottawa contro le mine anti-uomo per disseminarle lungo il confine russo: una mossa criminale che si può capire se la fa l’Ucraina pseudo-democratica e aggredita, ma che meriterebbe le peggiori sanzioni europee a Paesi democratici che non sono in guerra. Invece, dopo le bombe a grappolo e all’uranio impoverito, sdoganiamo anche le mine, purché anti-russe. Del resto assolviamo da tre anni il terrorismo dell’“alleata” Ucraina che manda in giro i suoi 007 a far saltare gasdotti e petroliere (già cinque in acque italiane da inizio anno) e assassinare ragazze innocenti, giornalisti, blogger, politici e attivisti russi o filorussi, senza che nessuno li fermi o li punisca, anzi continuiamo ad armarli fino ai denti. Se, ora che gli USA hanno smesso, qualcuno a Est vuol provocare un intervento russo e fare la fine dell’Ucraina, liberissimo. Ma che c’entriamo noi italiani, spagnoli, francesi e così via? Perché mai dovremmo mandare i nostri figli a morire in qualche altra guerra provocata dalle presunte vittime? Se avessimo la forza e gli attributi per fermarle, non rischieremmo nulla. Ma siccome siamo governati da nani vigliacchi, i primi a contestare l’articolo 5 dovremmo essere noi. Non avendo nemici, è ora di piantarla di dissanguarci per i falsi amici».

Questo è l’editoriale di un famosissimo giornalista italiano, datato 3 luglio 2025.
Sua Celebrità Indignata tuttavia non è un giornalista: è un operatore narrativo dentro una guerra ibrida. Da trent’anni si muove sul crinale tra indignazione e disinformazione, con l’aria di chi combatte il potere mentre ne sdogana le forme più autoritarie. Per alcuni è l’erede di Montanelli, per altri l’ultima coscienza critica. In realtà, è la voce italiana di un’ideologia che traveste l’autoritarismo da ordine e la propaganda da verità.
La sua carriera è un lungo percorso di legittimazione del potere personale: prima l’ossessione per il giustizialismo (soprattutto anti-berlusconiano), poi l’esaltazione dell’uomo solo al comando. Da Grillo a Conte, passando per Casaleggio e Di Battista: ogni suo endorsement premia chi disprezza la mediazione politica e glorifica la leadership incontestabile. Oggi, quel culto trova il suo compimento in Vladimir Putin. L’ammirazione per il Cremlino non è una provocazione: è l’esito coerente di un pensiero che detesta la complessità, rifiuta l’Occidente e romanticizza l’ordine imposto con la forza.
Il metodo è chirurgico. Selezione faziosa delle fonti: mostra i danni collaterali ucraini, ignora i massacri russi. Finta equidistanza: attacca l’Occidente, accarezza Mosca. Memoria corta: 24 ore prima dell’invasione la ridicolizza (celebre un suo tweet), poi la condanna, infine la riduce a semplice conflitto regionale. E quando viene sbugiardato da fact-checker indipendenti, non replica: reitera. Non è distrazione, è strategia. L’obiettivo non è informare, ma disorientare.
La sua “controinformazione” è un cavallo di Troia: all’apparenza difende la trasparenza, in realtà veicola i principali punti del revisionismo russo. La NATO come aggressore, l’Ucraina come corresponsabile, l’Unione Europea come burattino di Washington. Tutto ciò che sfugge a questa narrazione viene silenziato. La menzogna non è esplicita: è costruita per erosione, per saturazione, per annegamento della verità nel dubbio.
Il personaggio resiste perché indossa bene la maschera dell’anticasta. Ma l’abito da ribelle copre un impianto profondamente reazionario. Quello che un tempo sembrava una voce fuori dal coro è oggi parte integrante di una sinfonia tossica: pacifismo che paralizza, scetticismo che assolve, giornalismo che sabota.

Non si combatte solo con armi e trincee: la guerra passa anche dai talk show e dagli editoriali. E per non cadere vittime, serve lucidità. Bisogna riconoscere il meccanismo, smontarne le tecniche, restituire senso alle parole. Perché se non chiamiamo le cose con il loro nome, finiremo per applaudire mentre la democrazia viene smontata, pezzo per pezzo, tra un applauso e uno share. E dunque torniamo all’editoriale. Dice la verità? Andando con ordine…
L’Iraq non fu mai attaccato dalla NATO, ma da USA e Gran Bretagna insieme ad altri alleati, inclusa l’Australia che col Patto Atlantico non c’entra nulla (altri membri quali Francia, Germania e Belgio addirittura si opposero).
L’Iran? La NATO non ci ha mai messo piede.
La Libia? Qui alcuni Paesi dell’Alleanza (pertanto non “la NATO”) intervennero col voto favorevole del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e quindi in accordo (udite udite) con la Russia.
Fra quelli citati nell’editoriale, l’unico vero intervento fu quello in Serbia: che tuttavia non fu anti-Russia, ma semmai per fermare genocidi e pulizie etniche varie — che stranamente il famosissimo giornalista italiano non menziona mai, perché dovrebbe altrimenti dire che Mosca li aveva abbondantemente autorizzati, minacciando il voto contrario alle Nazioni Unite insieme alla Cina.

Sempre la NATO, seguendo la stessa “logica”, sarebbe responsabile di rivoluzioni “colorate” dei Paesi confinanti con la Russia. Che cosa sarebbero queste note di colore? Fu una serie di movimenti di protesta pacifici che hanno portato a cambiamenti di governo in diversi Paesi dell’ex blocco sovietico tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000. Ogni rivoluzione ha preso il nome da un colore o simbolo specifico.
Rivoluzione delle Rose (Georgia, 2003): guidata da Mikheil Saakashvili, questa rivoluzione ha portato alle dimissioni del presidente Eduard Shevardnadze dopo brogli elettorali. I manifestanti portavano rose come simbolo di protesta pacifica. Rivoluzione Arancione (Ucraina, 2004): scoppiata dopo le elezioni presidenziali contestate tra Viktor Janukovyč e Viktor Yushchenko. I sostenitori di Yushchenko indossavano nastri arancioni e occuparono piazza Maidan a Kyiv per settimane, portando alla ripetizione delle elezioni e alla vittoria di Yushchenko. Rivoluzione dei Tulipani (Kirghizistan, 2005): conosciuta anche come “Rivoluzione Rosa”, ha portato alla caduta del presidente Askar Akayev dopo proteste per brogli elettorali. Il nome deriva dai tulipani, fiore nazionale del Kirghizistan. Questi movimenti sono stati caratterizzati da proteste di massa non violente, uso strategico dei media e dei social network, e spesso dal supporto di organizzazioni internazionali per la democrazia. Hanno influenzato profondamente la geopolitica dell’Europa orientale e dell’Asia centrale.
Per chi soffre di Natofobia, è impensabile che Paesi come Georgia e Ucraina avessero deciso di opporsi spontaneamente all’amorevole desiderio di Putin di trasformarle in satelliti in stile Bielorussia. Quelle rivoluzioni furono peraltro la reazione del popolo a elezioni grossolanamente truccate da Mosca. Nella realtà capovolta dei natofobici, “golpista” è chi si ribella a un tentativo illegittimo di presa del potere, non chi lo compie.

E poi si arriva alle “provocazioni” di oggi: quelle di Baltici, Polonia e Finlandia. Descritti come pazzi, perché sfruttano irrazionali timori verso la notoriamente pacifica Russia per prepararsi in realtà a farle la guerra. La prova? Con una decisione «criminale» hanno addirittura minato i propri confini. Una scelta però che, da che mondo e mondo, non prelude alla volontà di invadere ma semmai di impedire ad altri di farlo. E la Russia putiniana il vizietto di portare carri armati in terra altrui e lasciarceli ce l’ha ormai dal 2008, anche se, poverina, sempre costretta dai cattivoni occidentali a radere al suolo città, fare stragi di civili, torturare, rapire e stuprare.
Peraltro, le convenzioni internazionali come quella contro le mine antiuomo non sono leggi valide per tutti: sono più simili a un accordo, che vincola gli Stati che decidono di farne parte a rispettarlo. Tra i Paesi che NON hanno firmato la Convenzione ci sono gli Stati Uniti, la Cina, l’India e (udite, udite) la Russia.
L’Ucraina ha ratificato la Convenzione nel 2006, e quindi al momento sarebbe tenuta a non utilizzare mine antiuomo. A fine giugno 2025 (dopo oltre tre anni di invasione), però, il presidente Volodymyr Zelenskyj ha firmato un decreto per ritirare il Paese dalla Convenzione (sebbene il trattato proibisca comunque a un Paese in guerra di usarle anche dopo essersi ritirato). Perché? Proprio perché la Russia non aderisce al trattato e durante la guerra ha usato estesamente le mine antiuomo, tanto che l’Ucraina è rapidamente diventata uno dei Paesi più minati al mondo.
Ora che San Donald ha finalmente riportato gli USA sulla retta via, dice ancora il perfetto natofobico, qualcun altro a est si prepara a provocare la Russia e a fare la fine dell’Ucraina.

Che poi, checché ne dicano i filoputiniani e i rossobruni, la Russia è così non dal 2008 e nemmeno da quando Putin è al potere ma da due secoli: nel dubbio, invade.
È l’eterna convinzione secondo cui i pericoli per lo Stato russo sono esterni e ideologici, e non interni e strutturali.

Nel 1830 lo zar Nicola I invase la Polonia.
Nel 1848 sempre Nicola I invase l’Ungheria.
Entrambe erano “operazioni militari speciali” progettate per impedire il diffondersi di idee sovversive in Russia: liberalismo, diritti, pensiero razionale. (Era l’epoca dei “risorgimenti”, della laicizzazione e del primo progresso industriale.)
Lo Stato zarista, un impero di matrice feudale a forte connotazione religiosa, durò per altre due o tre generazioni, finché tutto quello che Nicola I aveva temuto alla fine accadde davvero e l’ispirazione proveniente dai socialdemocratici tedeschi e da altre correnti liberali e rivoluzionarie dell’Occidente penetrò disastrosamente proprio nella sua Russia. Era il 1917. E lo zar era allora il suo bisnipote Nicola II.
Il fragile Stato russo andò a fondo. E riemerse come una dittatura comunista. La religione fu vietata. Ma la dinamica di base rimase la stessa. Sui liberali e sulle correnti liberalizzatrici provenienti dall’Occidente, Stalin aveva una visione identica a quella di Nicola I.
Allo scoppiare della WWII invase da est la Polonia e se la spartì con Hitler.

Nel 1956, quando l’Ungheria comunista decise di esplorare possibilità vagamente liberali, Chruščëv individuò in questo un pericolo mortale per lo Stato russo e fece la stessa cosa che aveva fatto Nicola I. Invase l’Ungheria.
Poi salì al potere Brežnev. E si rivelò della stessa pasta. Tra i leader comunisti della Cecoslovacchia si fece strada un impulso liberale. E Brežnev invase la Cecoslovacchia.
La fine della Guerra Fredda segnò un altro piccolo spartiacque: Stato russo nuovamente affondato e faticosa riemersione, stavolta sotto l’egida di una cleptocrazia simil-mafiosa guidata da un furbo e nostalgico ex-KGB: addio all’ideologia novecentesca (il comunismo) e ripristino della doppia matrice imperiale ottocentesca di stampo religioso-nazionalistico (chiesa ortodossa più eurasiatismo).

Questi erano i precedenti quando Putin, nel 2008, decise l’invasione su piccola scala di una Georgia che era da poco diventata liberale e “rivoluzionaria”. E quando poi, nel 2014, decise l’invasione della Crimea, che faceva parte della “rivoluzionaria” Ucraina.
Ciascuna di queste invasioni del XIX, XX e XXI Secolo avevano l’obiettivo di preservare lo Stato russo, impedendo che una brezza puramente filosofica di pensieri liberali e di esperimenti sociali potesse fluttuare al di là del confine. E gli stessi ragionamenti — gli Ucraini volevano entrare nella UE e «vivere all’europea» — hanno condotto all’invasione più feroce di tutte: quella attuale.

Ricapitolando, dunque, la NATO è responsabile di aggressioni che non compie, mentre la Russia è vittima di quelle che fa. Andare in soccorso di alleati che 80 anni fa sono morti per renderci una democrazia è assurdo, e riarmarsi per contrastare un Paese criminale e molto più armato di te non ha senso.

E dalla clinica dei natofobici sarebbe tutto, senonché è da evidenziare che la patologia è diffusissima anche in una certa parte politica: quella che un tempo si chiamava “sinistra”.
Da anni ormai una certa sinistra — o meglio, una sua caricatura nostalgica e identitaria, affetta da anti-occidentalismo pavloviano — continua a spacciare una narrazione stanca e pericolosa, quella dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, e ora anche posti ameni come Iran e Venezuela) come baluardo della resistenza contro l’imperialismo occidentale, avanguardia di un presunto “ordine multipolare” emancipatore, paladino dei popoli oppressi contro il capitalismo neoliberale USA-centrico.
Una favola tossica. Perché chiunque osservi con un minimo di onestà la realtà sa benissimo che i BRICS non rappresentano alcuna alternativa progressista, nessuna rottura con il capitalismo. Al contrario, sono il volto di un capitalismo autoritario, repressivo, oligarchico, ultra-nazionalista e talvolta teocratico. Un capitalismo che non solo non si oppone a quello occidentale ma ci fa affari d’oro, ne copia le logiche predatorie, lo imita nei suoi tratti più cinici e brutali.

Prendiamo la Cina: campione mondiale di sorveglianza di massa, schiavitù moderna, censura e repressione politica, mentre al tempo stesso è un gigante economico che fa shopping nei mercati occidentali, esporta beni a basso costo, finanzia infrastrutture in mezza Africa in cambio di materie prime e pesante sfruttamento. Ma siccome non è “l’America”, per qualcuno sarebbe un faro della liberazione. Ridicolo.

La Russia? Governata da una cleptocrazia reazionaria dove gli oligarchi vivono tra yacht e castelli, mentre chi dissente finisce in carcere, in Siberia o precipita da una finestra. Un Paese che basa la propria economia parassitaria sulla rendita energetica, e che ha invaso e devastato uno Stato sovrano come l’Ucraina in nome di un imperialismo vintage condito da retorica zarista e deliri neo-stalinisti. La Russia da un quindicennio provoca il caos nelle società occidentali, manipola il consenso con l’ingegnerizzazione delle fake news, corrompe i processi elettorali, finanzia le forze estremiste ed eversive allo scopo di indebolire le democrazie liberali e di riconquistare il controllo dei Paesi un tempo colonizzati o sotto la sfera di influenza sovietica, e sfida il mondo libero in Medioriente e in Asia, alleandosi con i peggiori aguzzini mai apparsi sulla faccia della Terra, aiutandoli e facendosi aiutare. Putin ha mandato al massacro 600mila uomini, ha perso la Siria, ha perso la famigerata Wagner, ha perso la flotta e il controllo del Mar Nero, ha svuotato le casse statali e metà degli arsenali, ha depotenziato il rublo, ha spinto quasi tutti i Paesi a comprare gas altrove, ha rivitalizzato la NATO dal coma e indotto a entrarvi Paesi neutrali da un secolo, ha creato un’identità ucraina che ancora non c’era, ha spinto in orbita occidentale quasi tutti i Paesi slavi innescando la crisi georgiana… e tutto per prendersi il Donbass e le campagne di Kherson e Zaporižžja, senza alcuna grande città ucraina. Ma “resiste alla NATO”, e dunque la Russia di Putin va difesa. Emetico.

L’India? Modi è uno dei leader più pericolosi del mondo, un despota autoritario che promuove l’hindutva (versione indiana del suprematismo religioso), perseguita minoranze e dissidenti, ma mantiene una faccia sorridente nei summit economici internazionali. Un Paese dove la povertà più nera convive con il culto delle start-up e del libero mercato. Ma siccome fa parte dei BRICS, c’è chi lo difende a spada tratta. Grottesco.

L’Iran? Una teocrazia repressiva, misogina, violenta, che imprigiona, tortura e uccide chi manifesta; da decenni finanzia il terrorismo internazionale e i movimenti islamici violenti come Ḥamās, Ḥizbullāh e Ḥūthī. Ma siccome è “anti-imperialista”, va bene tutto. E poco importa che le sue élite clericali si arricchiscano mentre le sanzioni colpiscono i più poveri: basta che ululi contro l’Occidente e diventa “resistente”. Doppiezza allo stato puro.

Ecco il punto: definire questi Paesi “alternativi” al capitalismo occidentale è come dire che il petrolio è un’energia verde perché lo estraggono la Russia o l’Iran o il Venezuela invece che la Exxon. Pura disonestà intellettuale, figlia di un’ideologia che ha smesso da tempo di interrogarsi sulla realtà e preferisce rifugiarsi nei miti, nei vecchi slogan, nei tic identitari.
I Paesi BRICS non sono contro il capitalismo: ne rappresentano una versione più brutale, a tratti forse meno ipocrita ma certo non più giusta.
Il loro potere si fonda sullo sfruttamento, sulla concentrazione della ricchezza, sulla repressione delle libertà individuali, sull’intolleranza verso il dissenso. In tutto questo sono perfettamente compatibili con le logiche del mercato globale: vendono armi, risorse, dati, manodopera a basso costo. Giocano nello stesso campionato, solo con una maglia diversa.
Chi crede ancora nella giustizia sociale, nella libertà, nella solidarietà tra i popoli, dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente: non basta essere anti-occidentali per essere dalla parte giusta della Storia. Bisogna essere contro tutte le forme di sfruttamento, di autoritarismo, di dominio. E oggi come ieri, queste forme esistono certamente a Ovest ma molto di più a Est.

Nessuna guerra ha mai opposto fra loro due liberaldemocrazie capitaliste. Viceversa i regimi comunisti hanno combattuto anche svariate guerre fratricide: URSS contro Cina, Vietnam contro Cambogia, Cina contro Vietnam.
Il regime cinese sta indottrinando la popolazione: fin dai banchi di scuola instilla negli animi dei cinesi un nazionalismo rancoroso e revanscista. Pechino fomenta un clima bellicoso con le continue provocazioni militari ai danni dei Paesi vicini: non solo Taiwan ma anche Filippine, Vietnam, Malesia, Corea del Sud, Giappone.
Le conseguenze sono ben visibili nella strategia della superpotenza comunista: è in atto la costruzione di una “economia-fortezza”, progettata per possedere la massima autosufficienza e quindi resilienza di fronte agli shock esterni. Di qui a definirla una economia di guerra, il passo è breve e il confine è labile. Da anni, tutto ciò che Pechino sta facendo in termini di politica industriale, protezionismo, strategia di sostegno alle esportazioni, accaparramento di filiere strategiche per l’approvvigionamento in energia e materie prime, più la stessa transizione verso le energie rinnovabili, tutto è orientato a mettere la nazione in condizioni di affrontare “situazioni estreme”.

L’«Occidente guerrafondaio»? Solo negli ultimi anni:

  • la Russia invade l’Ucraina e minaccia Baltici, Polonia e Moldova;
  • l’Azerbaigian occupa il Nagorno Karabakh;
  • Ḥamās fa una strage di civili e Israele risponde bombardando Gaza;
  • la Corea del Nord minaccia quella del Sud;
  • la Cina minaccia Taiwan;
  • l’Iran arma Ḥamās, i jihadisti, gli Ḥūthī e Ḥizbullāh, poi bombarda Siria, Iraq e Pakistan;
  • il Pakistan risponde ai bombardamenti;
  • gli Ḥūthī colpiscono le navi in transito nel Mar Rosso;
  • il Venezuela fa un referendum per decidere se invadere la Guyana;
  • Israele bombarda l’Iran.

Insomma, il “solito maledetto Occidente che non la smette di fare guerre”…

VIVA L’OCCIDENTE PROGRESSISTA

Mi considero un progressista per tante ragioni, incluso il senso letterale della parola: credo nel progresso umano. Un tempo ci credeva la sinistra. Oggi le voci più urlanti e prepotenti all’interno della sinistra ufficiale hanno rinnegato la tradizione e i valori della sua storia, e impongono un pensiero unico apocalittico e catastrofista.
C’è una verità censurata dal conformismo: che il progresso degli ultimi secoli ha portato benefici immensi all’umanità, che esso ha avuto i suoi antefatti in Italia (Umanesimo, Rinascimento), in Francia (Illuminismo), in Inghilterra (Rivoluzione industriale), infine in America. No, noi non siamo “la civiltà più malvagia della storia umana”, com’è diventato obbligatorio recitare in omaggio al dogmatismo dominante. Fatta questa premessa, mi considero progressista anche per altre ragioni: credo nella giustizia sociale, nei diritti umani, nelle pari opportunità. Tutti valori che sono stati formulati nel modo più compiuto qui in Occidente, e anche se non sempre siamo coerenti con questi principî, il resto del mondo ce li ha copiati. (E, quando li respinge, genera atrocità.)
Il Capitalismo ha le sue patologie, e se non viene regolato in modo efficace genera mostri, ma per esempio ha sollevato un miliardo di cinesi dalla miseria. Tutto il “miracolo cinese” — modernizzazione, benessere, istruzione, innovazione tecnologica — è avvenuto copiando l’Occidente e la nostra economia di mercato. La combinazione fra democrazia liberale ed economia di mercato dà risultati migliori di tutti gli esperimenti socialisti.

LA MIGLIORE DESCRIZIONE DEL “PROBLEMA NATO-RUSSIA” L’HA DATA BILL CLINTON

La presidenza di Bill Clinton in America (1993–2001) ha segnato un’èra di prosperità economica, grazie a una lunga fase di crescita, riduzione del debito pubblico e boom tecnologico. Sul piano interno, ha promosso riforme su welfare e criminalità, spesso con compromessi bipartisan; sul piano internazionale, ha guidato un’America “globalista”, intervenendo nei Balcani, mediando in Medio Oriente e promuovendo il libero scambio (NAFTA, WTO). Nonostante una linea politica sostanzialmente orientata a privilegiare i problemi interni del Paese, Clinton fu costretto ad affrontare le conseguenze di quel passaggio di portata epocale, iniziato con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, che aveva collocato gli Stati Uniti in una posizione di supremazia pressoché esclusiva sul piano planetario.
Il suo dunque è uno sguardo esperto e privilegiato su cosa ha portato alla Russia di oggi, avendovi assistito in prima persona dalla poltrona più importante del mondo. Questo suo discorso del 2022 (vd. sotto) è esemplare. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, gli ex Paesi dell’Est volevano entrare nella NATO per sentirsi sicuri e liberi. Non è stata la NATO a forzarli né tantomeno invitarli, sono stati loro a chiederlo. Clinton li ha sostenuti, anche se la Russia era contraria, perché temeva che un giorno potesse tornare aggressiva. Con Putin al potere, la Russia ha scelto proprio quella strada: è tornata autoritaria. Quindi l’allargamento della NATO non è stata una provocazione, ma una protezione. La colpa non è dell’Occidente: è Putin che ha deciso di usare la forza invece della cooperazione.
Durante il suo mandato, Clinton fece molti sforzi per collaborare con la Russia: firmò accordi di pace, fece esercitazioni militari congiunte, aiutò economicamente Mosca e lasciò addirittura aperta la possibilità che un giorno pure la Russia potesse entrare nella NATO. Ma col tempo, e soprattutto con l’arrivo di Vladimir Putin al potere, la Russia ha scelto una strada diversa: invece di puntare su democrazia e cooperazione, è tornata a comportarsi in modo aggressivo, cercando di prendersi territori ex-sovietici e influenzare altri Paesi. L’esempio più evidente è proprio l’invasione dell’Ucraina.
Ho reso disponibile il suo discorso integrale, assai illuminante, in questo PDF:

discorso-Clinton-Nato

Questa sciocchezza della NATO che minacciava la Russia è una pura invenzione del Cremlino e chi negli anni ha vissuto la geopolitica sa benissimo che la NATO, prima dell’invasione della Crimea e poi dell’Ucraina, era un ente agonizzante («inutile», disse Macron) e che se la Russia fosse rimasta entro i suoi confini, senza mire imperialistiche, a quest’ora la NATO non esisterebbe più.
A terrorizzare Putin — e fin dal suo insediamento — non è mai stata la NATO (né tantomeno gli USA) bensì l’Europa. E non certo come forza geopolitica, ma perché portatrice di valori di libertà, tolleranza, democrazia, diritto e regole: ovvero, gli antipodi della mentalità russo-sovietica.
La penetrazione lenta ma graduale della cultura occidentale con film, libri, musica e abitudini comportamentali (anche alimentari), che “contaminava” i russi, strideva col rigido controllo statalista e centralizzato del popolo. Lo stesso Putin ha sempre considerato il crollo dell’URSS come la peggiore catastrofe del Novecento. Le radici e i valori tradizionali russi si stavano “annacquando” nella Coca Cola e nel Big Mac, nel vino francese e nei formaggi italiani, nella tolleranza per il diverso, nelle sitcom doppiate male e nelle popstar di MTV. Le magliette con la scritta I love NY, le scarpe Nike, i cellulari Nokia e Apple, i poster di DiCaprio, Madonna e Britney Spears: tutto quello che i dirigenti del Cremlino non riuscivano a filtrare finiva per insinuarsi nelle camerette dei figli dell’apparato. Il problema è che, a differenza dei carri armati o delle sanzioni, la cultura pop non dà preavviso: non dichiara guerra, non lancia ultimatum. Semplicemente arriva, ti fa ridere, ballare, sognare, e senza accorgertene ti toglie il senso di colpa per desiderare una vita diversa. Una vita non fondata sull’eroismo del sacrificio, ma sull’egoismo del piacere. Per il potere russo, tutto questo non è solo decadenza: è diserzione spirituale. E allora ecco il contrattacco ideologico: la riscoperta ossessiva dell’«anima russa», la famiglia “tradizionale”, il culto della sofferenza, della virilità, della patria minacciata. Il messaggio è chiaro: chi approva un matrimonio gay non difenderà mai Mosca dall’Occidente.
Bisognava riprendere il controllo di un popolo allo sbando che preferiva le spiagge di Rimini a quelle di Sochi, che stava sostituendo il borsch con gli spaghetti — e quale occasione migliore dello scatenare guerre, facendole passare per aggressioni alla tanto amata “russità”? Senza contare i vantaggi, per lo Stato, di una economia di guerra.
Lo Stato acquisisce poteri straordinari per dirigere l’economia, requisire risorse private e orientare la produzione verso obiettivi strategici. Molto più efficace nel breve termine rispetto ai meccanismi di mercato. La (presunta) minaccia esterna poi tende a compattare la popolazione attorno al governo, riducendo il dissenso interno e aumentando la legittimità del potere politico: l’effetto “rally around the flag” è un fenomeno ben documentato in politologia. Inoltre la pressione bellica spinge ricerca e sviluppo in settori strategici, con ricadute positive per l’economia civile (come avvenuto con internet, GPS, energia nucleare). Infine, l’economia di guerra elimina rapidamente la disoccupazione attraverso arruolamento militare e produzione bellica, creando una situazione di pieno impiego delle risorse umane; e invece di lasciare che i prezzi aumentino liberamente, lo Stato può controllare l’inflazione attraverso sistemi di razionamento e controllo dei prezzi.
La gente di Russia, abituata a chinare la testa di fronte all’autorità implacabile (polizia, magistratura asservita al governo) e di fronte alla minaccia della nuova e pervasiva azione dell’FSB, oltre che spaventata dal carcere e dai licenziamenti lavorativi (o, per i più giovani, l’invio al fronte), ha immediatamente ripreso il suo ruolo passivo di sempre, frutto di quasi un secolo di cultura repressiva sovietica. Di fronte al pericolo, il popolo russo, compatto, tace. E all’occorrenza si sacrifica su un fronte bellico. Una società dal pensiero unico, obnubilato dalla propaganda, dove ogni dissenso è proibito e ogni idea alternativa viene contrastata con il carcere, con la caduta da una finestra o con il novichok. (Per chi vuole approfondire, ho scritto questo doppio libro.)

COSA VUOL DIRE “MINACCIA ALL’EUROPA”?

La questione se la Russia sia o meno una minaccia per l’Europa assume spesso contorni farseschi. Ma cosa significa esattamente minaccia?
Se con questo si intende che ci sia qualche possibilità che Putin l’anno prossimo invaderà la Germania o il Regno Unito la risposta è ovviamente no, per il semplice fatto che non potrebbe neanche volendo. Un esercito che da più di tre anni non riesce ad avere ragione dell’Ucraina non può sperare di fare una guerra aperta a un qualunque Stato europeo occidentale che, di fronte a una provocazione di simile portata, avrebbe sicuramente l’appoggio diretto di altri Stati europei. Questo persino escludendo l’attivazione dell’Art. 5 della NATO la cui valenza futura non è più assicurata.
Ma allora di cosa si parla, quando si sente questa espressione, “minaccia all’Europa”? Cosa potrebbe succedere, visto che l’opzione nucleare è fuori discussione per svariati motivi?
Potrebbe succedere che invece di aggiungere un nuovo partner con grandi risorse e potenzialità alla sfera economica e culturale europea questo partner venga progressivamente fagocitato dalla Russia (leggi Ucraina).
Potrebbe succedere che un Putin ringalluzzito dal non aver pagato un prezzo si annetta (formalmente o sostanzialmente tramite dei capi di Stato fantoccio) anche Moldavia e Georgia, cosa che sta già provando a fare.
Potrebbe succedere che tramite piccole provocazioni, sostegno militare segreto e finanziando illegalmente movimenti politici la Russia crei tensione nelle zone russofone dei Paesi baltici per avere una scusa per “tutelare” quelle minoranze (il trucco è ormai vecchio, chiedere a Hitler, inoltre ha funzionato alla perfezione nel Donbass).
Potrebbe accadere che alcuni Stati europei concludano dei contratti con un qualche Paese (per esempio africano) per la fornitura di metalli o minerali indispensabili e la Russia decida di finanziare un colpo di Stato coi suoi gruppi di mercenari per sovvertire una situazione a lei sgradita (studiare cosa ha fatto la Wagner in Africa: in Repubblica Centrafricana, Mali, Sudan, Mozambico e Madagascar la milizia privata si è impadronita di miniere e altre risorse che oggi afferiscono direttamente al Cremlino).
L’Italia potrebbe essere ricattata in modo discreto ventilando l’ipotesi che le nostre infrastrutture energetiche all’estero potrebbero non essere al sicuro (è il motivo per il quale abbiamo liberato Almasri, uno dei più feroci criminali libici, trafficante di esseri umani e criminale di guerra: pura e semplice realpolitik).
Potrebbe succedere che i russi decidano di “forzare” il corridoio per Kaliningrad, lamentando che per loro sia una questione esistenziale: me li vedo i nostri pacifisti strillare che «non possiamo rischiare la Terza Guerra Mondiale™ per qualche chilometro di terra lontana da noi».
Potrebbe succedere che la Russia finanzi e protegga Stati o movimenti “canaglia” per ricattarci in modo subdolo danneggiandoci: c’è un esempio già in corso, gli Ḥūthī che mettono a repentaglio le rotte commerciali nel Canale di Suez.

Esplosivi che vengono fatti esplodere dagli Ḥūthī a bordo della nave portarinfuse Magic Seas, battente bandiera liberiana, durante il primo attacco al trasporto marittimo del Mar Rosso nel 2025. © ANSARULLAH MEDIA CENTRE/AFP

Potrebbe succedere che la Russia rivendichi un nuovo giacimento nel Mare del Nord mandando qualche nave militare e facendo volare qualche caccia in zona per indurci a riconoscere che appartiene a loro («Non vorrete rischiare la Terza Guerra Mondiale™ per un giacimentoh?!»).
Potrebbero continuare a finanziare illegalmente intellettuali, giornalisti e leader anti-europei (oltre ai famosi “utili idioti” dei quali prima o poi verranno a galla i finanziamenti del Cremlino).
Potrebbero aumentare gli attacchi informatici o gli incidenti ai cavi per le telecomunicazioni per moltiplicare il caos e l’insoddisfazione.
E poi, ancora, violazioni di spazi aerei (chiedere ai Paesi scandinavi per i particolari), piccoli incidenti di frontiera, modesti sconfinamenti per tenere a bada supposti terroristi occidentali, avvelenamenti misteriosi di personaggi scomodi, bluff nucleari ai quali ci ostiniamo a credere, rivendicazioni crescenti su questo o quello con la scusa di “garantire” la sicurezza russa e lo “spazio vitale russo” (i Sudeti nel 1938 non hanno insegnato niente), magari un’isoletta della Finlandia («Non vorrete scatenare la Terza Guerra Mondiale™ per un’isoletta finlandese, veroh?»).
E infine sì, dopo aver sapientemente saggiato la nostra incapacità di opporre resistenza, se non con la diplomazia, a minacce e soprusi ripetuti, dopo aver usato sapientemente il bastone e la carota per dividerci, dopo aver fagocitato piccoli pezzi di territorio, se l’Europa fosse indifesa e incapace di opporre alcun ostacolo, quegli stessi russi potrebbero minacciare azioni militari più o meno estese per costringerci a concedere sempre di più. Fino a intaccare la nostra sovranità, la nostra libertà, la nostra autodeterminazione.

Perché il “putinismo” non è solo Putin: lui presto o tardi scomparirà per vecchiaia, ma dietro di lui c’è tutto il movimento revanscista di Russia Unita, un sistema radicato che non si esaurisce con la biografia di un uomo. Putin non è l’origine del problema, ma il suo sintomo più efficace. Il vero nodo è un’intera classe dirigente, un’ideologia, una struttura di potere che affonda le sue radici in secoli di verticalismo zarista, di imperialismo espansionista, di paranoie geopolitiche mai elaborate.
Russia Unita non è un semplice partito: è la cinghia di trasmissione tra lo Stato profondo, l’intelligence, gli apparati militari e l’élite economica. È il contenitore ideologico del risentimento post-sovietico, della mitologia della Grande Russia, dell’ossessione per un mondo multipolare costruito sul disfacimento delle democrazie liberali. In questo senso, il putinismo è più longevo di Putin. Come ogni ideologia di potere, ha già predisposto i suoi eredi, i suoi narratori, i suoi tecnici della propaganda.
Chi pensa che la morte di Putin (per vecchiaia, beninteso!) coinciderà con un’apertura democratica, ignora la logica interna del sistema. Non c’è una società civile autonoma. Non c’è una vera opposizione istituzionale. Non c’è alternanza, ma solo successione. Il giorno dopo Putin, la Russia sarà ancora armata fino ai denti, seduta su risorse energetiche strategiche, guidata da uomini cresciuti nella stessa scuola di cinismo e dominio.
Il “problema Russia” è dunque strutturale, non personale. È la persistenza di un progetto politico fondato sullo scontro permanente con l’Occidente, sulla destabilizzazione dei vicini, sulla guerra psicologica, informativa, diplomatica. Il Cremlino non esporta solo gas, ma visioni del mondo. E finché quella visione resterà dominante — nei manuali scolastici, nei palazzi del potere, nei talk show patriottici — la minaccia continuerà. Con un volto nuovo, ma con le stesse mani sul timone. Il vero errore sarebbe archiviare la stagione di Putin come un’anomalia. Il putinismo è già postumo. E ci sopravviverà, se non lo riconosciamo per ciò che è: non il nome di un uomo, ma il marchio di un sistema.

«Non succederà mai!, questa è una frottola occidentale!, la lobby delle armi!, la Natoh!»… Chi è disposto a mettere la mano sul fuoco? «La Russia è un Paese pacificoh!»… Sul serio?!

Molti di questi scenari sarebbero stati fantascienza finché potevamo contare sull’alleato americano sempre pronto (a volte troppo pronto) a intervenire con la sua straordinaria forza militare ed economica. Ora, invece, diventano più credibili.
Parafrasando — un po’ goffamente, certo — il celebre sermone di Martin Niemöller:
Prima vennero a prendere gli ucraini e non mi preoccupai.
Poi vennero a prendere i moldavi e stetti zitto.
Poi vennero a prendere i georgiani e mi voltai dall’altra parte.
Poi vennero a prendere i lituani, gli estoni, i lettoni e qualche polacco e non mi ribellai.
Poi vennero a prendere i finlandesi ma era una questione che non mi riguardava.
Un giorno vennero a prendere me ma non era rimasto più nessuno a protestare.

LA CRONOLOGIA DEI NEGOZIATI RUSSIA-UCRAINA: I FATTI OLTRE LA PROPAGANDA

Tra gli argomenti ricorrenti della propaganda russa ripetuti a pappagallo in Italia vi è l’affermazione che il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj (“il fantoccio Zelenskyj”, nel delirio social) abbia impedito con un decreto i negoziati di pace già nei primi mesi del conflitto. Un’analisi della cronologia degli eventi mostra tuttavia una sequenza diversa. Una sequenza di facile verifica: basta usare il solito Google.
Tra il 23 e il 27 settembre 2022, la Russia organizzò referendum nelle regioni di Luhans’k, Donetsk, Zaporižžja e Kherson. Le consultazioni si svolsero in condizioni di occupazione militare, con parte della popolazione locale sfollata o deportata. Inoltre, le quattro regioni erano solo parzialmente sotto controllo russo: l’oblast’ di Kherson era stato in gran parte riconquistato dall’Ucraina, compreso il capoluogo, mentre anche di Zaporižžja il centro principale rimaneva ucraino.
Il 30 settembre 2022, Putin firmò l’annessione delle quattro regioni alla Russia, dichiarando nel suo discorso nel Salone di san Giorgio del Cremlino: «Le persone che vivono nel Lugansk e nel Donetsk, nel Kherson e nel Zaporozhye sono diventate nostri cittadini, per sempre. Siamo pronti al negoziato, ma la scelta del popolo di Donetsk, Lugansk, Zaporozhye e Kherson non sarà in discussione».
Il 4 ottobre 2022, quattro giorni dopo la cerimonia di annessione, Zelenskyj firmò un decreto che dichiarava “impossibile” la prospettiva di colloqui finché Putin fosse rimasto presidente, lasciando aperta la possibilità di negoziati con una Russia post-putiniana.
Le autorità russe hanno mantenuto una posizione ferma sui territori annessi. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha ribadito il 24 marzo 2023 all’AFP e di nuovo il 28 febbraio 2025: «I territori che sono divenuti soggetti della Federazione Russa, che sono iscritti nella Costituzione del nostro Paese, ne costituiscono una parte inseparabile. Questo è innegabile e non negoziabile».
La sequenza temporale mostra quindi che il decreto ucraino è stato una risposta ai referendum e all’annessione costituzionale russa, non un’iniziativa che ha preceduto o “impedito” i negoziati, come si narra sulla nostra stampa.
Col referendum, e il corrispondente cambiamento costituzionale, la Russia decretava l’annessione delle regioni — sulla carta, il 15% del territorio ucraino — alla madrepatria, così da rendere “esistenziale” e “non negoziabile” l’appartenenza russa di quelle terre (come della Crimea, occupata con gli stessi metodi nel 2014: infiltrazioni, provocazioni, governanti-ombra e infine referendum farlocchi). Il “territorio russo” non è negoziabile, nemmeno quando non ce l’hai.

L’ALLARGAMENTO DELL’ALLEANZA ATLANTICA

L’allargamento della NATO da 16 a 32 Paesi è talvolta descritto come una provocazione o una responsabilità dell’Occidente. È utile ricordare, tuttavia, che tutte le adesioni sono avvenute su base volontaria e sono state approvate all’unanimità dagli Stati membri. Quando molti Paesi dell’Est e del Nord Europa decidono di aderire all’Alleanza Atlantica, lo fanno per motivi di sicurezza nazionale: un segnale che potrebbe suggerire come la percezione della minaccia non sia legata tanto alla NATO, quanto al timore di una pressione da parte della Russia. Senza questa integrazione euroatlantica, diversi tra quei Paesi — oggi democratici, pacifici e con economie solide — avrebbero potuto trovarsi in una condizione di forte instabilità, se non in perenne attrito con Mosca. Senza la protezione dell’Alleanza Atlantica, sarebbero probabilmente democrature militarizzate armate fino ai denti, in stile Bielorussia. (Lo ha spiegato bene Bill Clinton nel discorso che ho pubblicato sopra — ndr)
Il caso dell’Ucraina e della Georgia, che nel 2008 ricevettero una generica apertura alla futura adesione senza però che fosse loro permesso di completare il processo, viene spesso citato come esempio. Entrambe si trovano oggi con porzioni del loro territorio occupate militarmente, e per alcuni osservatori questa situazione rappresenta una conseguenza della mancata integrazione immediata nell’Alleanza.
La lettura degli eventi di Euromaidan del 2014 come un “colpo di Stato orchestrato dall’esterno” contrasta con le testimonianze e con i dati sull’ampia mobilitazione popolare. Le proteste a Kyiv videro la partecipazione di centinaia di migliaia di cittadini, in alcuni giorni anche un milione, con una crescita della partecipazione a ogni episodio di repressione. Fenomeni analoghi di protesta interessano attualmente anche la Georgia. Studi indipendenti hanno analizzato il ruolo dei social media e delle dinamiche auto-organizzative nella diffusione delle manifestazioni.
Il presidente ucraino Viktor Janukovyč, dopo aver abbandonato il Paese nel febbraio 2014, non è più tornato al potere. Alle prime elezioni presidenziali post-Maidan del 2014, svolte regolarmente, non vi fu alcuna vittoria delle forze a lui vicine (anzi, le percentuali ottenute dai filorussi furono microscopiche), elemento che contribuisce a ridimensionare l’ipotesi di un colpo di Stato eterodiretto.
Resta controversa anche la definizione del conflitto del Donbass come “guerra civile”. Diversi dei protagonisti delle prime fasi del conflitto, di nazionalità russa, hanno in seguito dichiarato pubblicamente il loro ruolo attivo nell’avvio delle ostilità. Esistono inoltre immagini satellitari e rapporti indipendenti che documentano l’ingresso di colonne militari russe senza insegne oltre il confine ucraino, a supporto delle milizie separatiste locali.
Anche il tentativo di molti “esperti” (sic!) nostrani di legare la crescente gittata delle armi fornite all’Ucraina alla presa di territori da parte della Russia non trova univoca conferma nei fatti. La ragione dei progressi fatti dagli avanzi di galera guidati dal Cremlino sta proprio nel fatto che, grazie a chi fomenta l’opinione pubblica in ragione di un curioso pacifismo che consiste nel disarmare l’aggredito ma non l’aggressore, da oltre tre anni costringiamo gli ucraini a combattere con una mano legata dietro la schiena: la difficoltà di Kyiv sul campo deriva da una persistente carenza di mezzi e munizioni, a fronte invece di un impegno costante delle forze armate russe, sostenute anche da forniture militari provenienti da Paesi terzi come Iran e Corea del Nord.
Infine, le critiche rivolte ad alcune figure occidentali, come il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg («noto squilibrato corresponsabile della carneficina», copyright Marco Travaglio) o il presidente francese Emmanuel Macron («il leader più stupido d’Europa», copyright sempre Marco Travaglio, che per sovrammercato indica cordialmente a Macron pure un “posto nel quale ficcarsi il suo ombrello nucleare”), rientrano nel dibattito politico, ma sollevano interrogativi sull’equilibrio della narrazione, soprattutto quando mancano riferimenti agli attori che materialmente conducono le operazioni militari sul terreno.

CHE COSA DIFENDIAMO

Che cosa difendiamo, difendendoci, è la domanda che conta, e la risposta è determinante. Difendiamo la pace e la tolleranza, prima di tutto, e le inseguiamo dovunque si nascondano, perché l’intera architettura europea è concepita, proprio dalle fondamenta, per questo scopo.
Difendiamo i diritti, il multilinguismo, la libertà religiosa, l’inclusione, la separazione dei poteri; e non da ultimo — e forse in questo momento per primo — difendiamo lo Stato sociale, che è la sola vera difesa dei più deboli e non a caso è il bersaglio numero uno della tecno-plutocrazia salita al potere negli Stati Uniti, ricchi che dicono ai poveri: di qui in poi, arrangiatevi.

L’Europa era un progetto di cooperazione e di sviluppo, di mediazione e di progresso, di multilateralismo e di superamento dei blocchi: era nata sulle rovine del Novecento per scongiurare altre guerre. Nel 1957, a Roma, un “esercito comune” non fu mai pensato perché avrebbe contraddetto lo spirito di quel Trattato, costruito sulla pace e per la pace nell’èra della Guerra Fredda e dell’equilibrio del terrore.
È chiaro, lo scenario oggi è radicalmente cambiato: insieme alla storia è riesplosa la geografia, le crisi economiche hanno riacceso razzismi e sovranismi, sono tornati il sangue e il suolo, i conflitti bellici e le invasioni barbariche. È quindi legittimo il realismo di chi, “per fare la pace, prepara la guerra”. (’Ché il Si vis pacem, para bellum di Vegezio sarà pure stantio, ma personalmente sono fra quelli che preferiscono dar retta all’antica saggezza calabrese: “cu’ si vardau, si sarbau” — chi si è guardato, si è salvato.)

IL GRANDE SPETTACOLO DELLA LEADERSHIP MONDIALE

E poi c’è il triste, caotico declino dell’America.
L’attuale amministrazione Trump si distingue per la sua straordinaria capacità di sorprendere quotidianamente: annunci sui dazi che vengono puntualmente smentiti il giorno dopo, dichiarazioni che fanno tremare i vicini di casa (notoriamente pericolosissimi come il Canada o il Messico), riforme universitarie che promettono di riportare l’America all’età della pietra, e una guerra santa contro l’inclusione perché evidentemente era proprio quello di cui il mondo aveva bisogno. Senza dimenticare l’hobby preferito: intimidire i media, attaccare scienziati e intellettuali (che fastidio, questi che sanno le cose), e naturalmente ignorare allegramente le leggi quando disturbano i piani.

Le sfide della politica estera: master class di diplomazia

In Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno brillantemente scelto il ruolo di fornitore esclusivo di armi per Israele, rinunciando a quella noiosa abitudine chiamata “diplomazia equilibrata”. Le trattative sul nucleare iraniano procedono magnificamente: mentre si negozia, si bombarda. Geniale strategia che sicuramente porterà alla pace mondiale.
I piani per Gaza sono di una logica cristallina: deportazioni di massa che tutto il mondo considera farneticazioni, ma che problema c’è? E le operazioni umanitarie? Funzionano talmente bene che ormai fanno più vittime dei bombardamenti. Un successo dopo l’altro.

Le questioni economiche: il genio del business

La politica dei dazi doveva portare tutti i leader mondiali a fare la fila per “baciare il culo” al presidente (parole sue, non nostre). Invece ha solo destabilizzato l’economia globale, fatto perdere la tripla A agli USA e rischia di “liberare” il mondo dal dollaro. Ma almeno ha “liberato” l’America dalla sudditanza commerciale verso quegli spietati aguzzini immaginari.
Il DOGE (il progetto di tagli alla spesa) ha avuto un destino eroico: prima bloccato dai tribunali, poi naufragato in una rissa tra il Presidente e il suo principale sponsor, che fino a poco tempo fa saltellava come un bambino ai suoi comizi. Che tenerezza.

Il conflitto ucraino: diplomazia da manuale

La gestione dell’Ucraina è un capolavoro di strategia: basata sugli “umori del momento” e su una dichiarata infatuazione per Putin (quello con 25 anni di guerre, crimini vari e mandato di arresto internazionale per rapimento di migliaia di bambini — davvero un amico che tutti vorrebbero avere).
La promessa di chiudere la guerra in 24 ore? Fatta sei mesi fa. Ma chi conta il tempo quando si tratta di pace mondiale? Nel frattempo, è pure esplosa un’altra guerra in Medio Oriente. Dettagli.

Le reazioni dell’opinione pubblica: tutto sotto controllo

Il consenso che aveva riportato il Cialtrone-in-chief alla Casa Bianca è svanito dietro i cartelli dei milioni che ormai apertamente lo contestano nelle piazze. Ma lui sorride sereno, insulta qualche capo di Stato, posta sui social e si autocelebra come pompiere di un mondo in fiamme. Peccato che sugli incendi getti benzina invece che acqua.

Le prospettive future: il commissario liquidatore

Trump si conferma il perfetto “commissario liquidatore dell’impero americano”, prodotto e causa del suo tramonto. Ma tranquilli: può non esserlo dell’Occidente intero, se l’Europa riuscirà a evitare che la bancarotta morale e politica di quella che era la “holding del mondo libero” si trasformi in un fallimento a catena.
Insomma, tutto procede magnificamente secondo i piani. Quale piano? Be’, questa è un’altra storia.

Scusate ma… è il mio pianeta, questo?!
Sul serio queste cose sono state pubblicate dall’account ufficiale della Casa Bianca?!


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