È ormai un mondo di bassissima qualità

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A guardarli da lontano, sembrano due titani. Hanno le chiavi del mondo in tasca e un seguito che neanche i Beatles sotto acido. Poi li ascolti. Li osservi. E ti accorgi che parlano come due adolescenti ubriachi al McDonald’s delle tre del mattino, che si insultano a colpi di tweet e si sfidano come se il potere fosse una puntata di Jackass.
Trump e Musk, per capirci. I due uomini più potenti del pianeta.
Due miliardari. Due fenomeni. Due imbecilli.

Sì, ho detto imbecilli. Ed è più unico che raro il fatto che io insulti qualcuno così platealmente. So che a qualcun altro verrà l’orticaria, ’ché “imbecille” non si addice a chi ha alabarde spaziali, followers e conti in banca così grassi da poter ingrassare anche l’anima di un Paese. Ma il punto è proprio questo: viviamo in un’epoca in cui l’imbecillità è diventata una risorsa strategica. Fa curriculum. Aiuta la carriera. È l’unica cosa che non viene mai censurata, mai tassata, mai disincentivata.
Un tempo, l’intelligenza serviva a evitare le figuracce, a proteggere sé stessi e gli altri, a distinguere l’insulto dall’argomento. Oggi, se fai tutte e tre le cose contemporaneamente — figuraccia, danno a te stesso, danno a chi ti circonda — vieni premiato con una copertina su Time, un TED Talk e una linea di moda.

Il vero crollo del nostro secolo non è il PIL, non è il clima, non è nemmeno l’etica. È la capacità di giudizio. Quel software mentale che, una volta, ci aiutava a capire che il pomodoro fresco batte il ketchup, che Satie è meglio del beat trap su TikTok, che leggere Carrère non è lo stesso che leggere l’ennesimo romantasy dove una sirena innamorata combatte l’egemonia dei licantropi in un liceo del New Jersey.
Ma c’è dell’altro. È che ci siamo dentro tutti. Anche chi scrive, anche chi legge. Le “maggioranze” non sono una massa indistinta di barbari. Sono il nostro vicino, nostra zia, noi. E come diceva il vecchio Goya, quando la ragione dorme, i mostri non si limitano ad arrivare: si candidano, vincono, e ti mandano newsletter motivazionali.

L’ECONOMIA DELLA MEDIOCRITÀ:
DALL’ELEGANZA ALLA RESA INCONDIZIONATA, DALLA RIVOLUZIONE ALLA RIPETIZIONE

Prendiamo il mercato. Ce l’hanno sempre venduto come una democrazia spontanea: quello che la gente vuole, la gente ottiene. Il problema è che la gente ha smesso di volere cose buone, e ha cominciato a volere cose comode. E allora ci ritroviamo a masticare snack al formaggio radioattivo invece che pane fresco, a ballare sulle note di motivetti costruiti in laboratorio come croccantini musicali, a leggere romanzi che sembrano scritti da chatbot con il ciclo.
Eccezione? Il cibo. Sì, il cibo resiste. Non tutto, ma qualcosa. Forse perché resta legato a un sapere fisico, tangibile, sensuale. Un pomodoro del supermercato sa di plastica, e nessuna campagna pubblicitaria riuscirà mai a convincere le nostre papille gustative del contrario. È l’ultimo baluardo della verità sensoriale in un mondo di verità costruite. Se mangi una mozzarella di bufala vera e poi addenti quella cosa gommosa che ti vendono nei discount tedeschi, il corpo se ne accorge. La lingua si ribella. Il naso si indigna. E tu, almeno per un momento, capisci che esiste ancora un discrimine tra buono e schifoso. È come se il cibo conservasse una memoria ancestrale di quello che siamo: animali che devono nutrirsi per sopravvivere, e che quindi hanno sviluppato meccanismi infallibili per distinguere il buono dal cattivo, il sano dal tossico.
Ma appena ti sposti su cose meno tattili, come l’arte, la musica, la lettura… puff. Tutto si livella. Tutto è uguale. Tutto è “contenuto”.

La musica? Un tempo era il luogo dove l’orecchio si educava, dove un ragazzo scopriva Debussy grazie a un campionamento dei Massive Attack. Ora è una giostra che gira su sé stessa, dove ogni canzone è uguale alla precedente, con testi che sembrano estratti da un algoritmo che ha letto solo status di Instagram e note vocali in zona Cesarini.
La musica, che una volta era la più rivoluzionaria delle arti — quella che rompeva gli schemi, che anticipava i tempi, che educava l’orecchio a sentire il nuovo — è diventata la più conservatrice. È il paradosso della nostra epoca: abbiamo liberato la musica dai vincoli dell’industria discografica solo per consegnarla agli algoritmi di Spotify, che sono molto più tirannici di qualsiasi produttore musicale.
Un tempo, per sentire musica, bisognava fare uno sforzo: comprare un disco, andare a un concerto, sintonizzarsi su una radio. Questo sforzo creava un rapporto diverso con la musica: più rispettoso, più attento, più disposto all’ascolto paziente. Oggi la musica è ovunque e da nessuna parte, come un rumore di fondo che accompagna la vita senza mai davvero penetrarla.

I libri? Stessa storia. Il libro, ultimo tempio della profondità in un mondo di superfici, sta subendo la stessa sorte di tutto il resto. Un tempo, leggere era un atto di trasformazione. Ti alzavi da un libro che eri migliore, più curioso, più umano. Oggi, si leggono storie che sembrano scritte da chi ha paura della virgola, da chi crede che il lieto fine sia un diritto costituzionale, da chi confonde il piacere con la profondità. C’è chi legge dieci libri l’anno, e li macina come si beve un mojito, convinto di essere in un club esclusivo. Ma se il libro è solo anestesia, se serve a distrarti senza mai scomporti, allora tanto vale un puzzle da cinquecento pezzi con paesaggio svizzero.
C’è qualcosa di profondamente melanconico nel vedere come l’editoria abbia rinunciato al suo ruolo di custode della cultura per diventare una fabbrica di intrattenimento. È come se i bibliotecari di Alessandria avessero deciso di bruciare i papiri per far posto ai fumetti. Non che i fumetti siano intrinsecamente cattivi (tutt’altro!), ma sostituire Euripide con gli Avengers non è esattamente un progresso.
Il fenomeno più deprimente è forse quello dei “book influencer”: persone che raccomandano libri basandosi non sulla qualità letteraria, ma sulla capacità di generare engagement sui social media. È la letteratura ridotta a content, la critica letteraria ridotta a recensione consumistica. È come se avessimo trasformato la Sorbona in un centro commerciale.

La moda è forse l’esempio più doloroso di questa capitolazione culturale. Un tempo Coco Chanel diceva: «La moda passa, lo stile rimane». Oggi potremmo dire: «Lo stile è passato, la moda rimarrà per sempre». È il trionfo di quello che Veblen chiamava il “consumo vistoso”, ma degradato: non più l’ostentazione raffinata della ricchezza, ma l’ostentazione volgare del conformismo.
I grandi stilisti, che una volta erano i sacerdoti di una religione dell’eleganza, sono diventati i camerieri di un banchetto della mediocrità. Hanno scoperto che è più facile — e più redditizio — seguire la massa che guidarla. È la rivincita del cattivo gusto democratico sul buon gusto aristocratico, ma è una vittoria di Pirro: vincendo, il cattivo gusto ha perso la possibilità di migliorare.
C’è qualcosa di tragicamente ironico nel vedere come il lusso democratico abbia prodotto una povertà estetica generalizzata. Abbiamo reso accessibili a tutti i simboli dell’eleganza, ma nel farlo li abbiamo svuotati di significato. È come aver tradotto la Divina Commedia in emoji: tecnicamente è ancora Dante, ma ha perso l’anima nella selva oscura.
Lo “streetwear” — questo ossimoro che pretende di essere allo stesso tempo strada e moda — è l’emblema perfetto di tale confusione. È la consacrazione dell’idea che non esista differenza tra il casuale e l’intenzionale, tra il trascurato e il curato, tra il banale e il ricercato. È la democrazia applicata all’estetica, con tutti i limiti che la democrazia comporta quando non è guidata da una qualche forma di educazione.

LA LOGICA PERVERSA DEL SUCCESSO

Ma sono solo alcuni esempi che dimostrano che il grande successo non si deve necessariamente — non si deve quasi mai, ormai — a una reale qualità come la consideriamo sulla base di conoscenze e competenze. E che anzi, se lavori per abbassare la qualità della domanda — come hanno fatto forze politiche e industriali soprattutto dalla fine del secolo scorso — potrai abbassare la qualità dell’offerta, e ottenere maggiori consumi a costi minori. O più voti quando sei un imbecille.
Ecco il punto centrale: abbiamo creato un sistema economico dove la stupidità è più redditizia dell’intelligenza. È più facile vendere a chi non capisce che a chi capisce. Chi capisce fa domande scomode, pretende qualità, non si accontenta. Chi non capisce compra tutto, senza fare storie.
È la logica perversa del capitalismo degenerato: invece di elevare i consumatori per vendere prodotti migliori, si abbassano i prodotti per vendere a consumatori peggiori. È più economico produrre spazzatura che capolavori, e la spazzatura si vende meglio perché non richiede educazione né sforzo per essere apprezzata.
Questa è forse la scoperta più sconvolgente della nostra epoca: la qualità non solo non paga, ma è controproducente. È un ostacolo al successo, non un trampolino. Chi produce qualità deve spiegare perché vale di più, deve educare il pubblico, deve lottare contro i pregiudizi. Chi produce mediocrità deve solo aspettare che il pubblico la riconosca e la abbracci.

Eppure, guai a dirlo. Guai a sembrare “snob”. E così abbiamo iniziato a celebrare tutto: il romanzo brutto, la serie idiota, il cantante che balbetta due note aggiustandole con l’autotune. Tutto ha valore. Tutto è “cultura”. Tutto è “voce”. Un gigantesco karaoke del conformismo, dove l’unico vero peccato è essere selettivi, esigenti, critici. Dio non voglia.
La verità è che abbiamo venduto la qualità in cambio dell’inclusività. E va bene, va anche bene: che tutti leggano, ascoltino, guardino. Ma se nessuno distingue più il bello dal banale, allora siamo un popolo che ha confuso la merda di piccione con l’arte. E ogni tanto, dopo cena, ci troviamo a difendere l’ennesima canzoncina idiota come se fosse Kind of Blue, perché “piace a tutti”. Eh già, anche il Big Mac piace a tutti. Ma nessuno lo paragona a una tartare di tonno con scorza di lime e olio buono.

LA POLITICA: IL TRIONFO DELL’INCOMPETENZA

La politica è forse l’ambito dove il trionfo dell’incompetenza è più visibile — e più pericoloso. Non è un caso che i leader più popolari siano spesso quelli più inadeguati: è la logica del sistema che li premia. Chi sa davvero come funziona il mondo è noioso, complicato, difficile da seguire. Chi non ne sa niente ma lo dice con convinzione è affascinante, semplice, rassicurante.
È il paradosso della democrazia senza educazione: più il potere è diffuso, più è importante che chi lo esercita sia competente. Ma più è diffuso, più è probabile che vada a finire nelle mani di chi è più bravo a conquistarlo che a usarlo. È come affidare un bisturi al miglior venditore di coltelli: magari sa convincerti a comprarlo, ma non saprai mai dove e come tagliare.
La politica contemporanea è fatta di persone che sanno tutto di come arrivare al potere e niente di cosa farne una volta arrivati. È l’arte della conquista senza l’arte del governo, la retorica senza la sostanza, la popolarità senza la competenza.
E in fondo, anche in politica, il meccanismo è lo stesso. Berlusconi era l’antipasto. I grillini il primo piatto. Salvini il secondo. Ora siamo al dessert: Santanchè, Valditara, Lollobrigida, Giuli. Dopo il caffè, probabilmente ci sarà il karaoke: e il microfono sarà in mano a qualcuno ancora più inadeguato, più volgare, più ridicolo. E noi, con il nostro bel sorriso di rassegnazione, applaudiremo.

Perché abbiamo smarrito il giudizio, e con esso anche la vergogna.
Perché chiamare le cose con il loro nome è diventato un atto di arroganza.
Perché pensare è faticoso, e sognare costa.
E allora ci accontentiamo. Di Musk, di Trump, di trap da discount, di romanzi con elfi innamorati.
Perché tutto va bene, se tutto vale.
E l’imbecillità, come la plastica, è il nuovo standard globale: leggera, resistente e infinitamente riproducibile.

L’ESTETICA DEL DECLINO E L’ARTE DI ABITARE IL DISINCANTO

Daniel Pennac, se mi è concesso immaginarlo in queste pagine, probabilmente riderebbe di tutto questo. Direbbe che preoccuparsi della qualità della letteratura quando c’è gente che non sa leggere è come lamentarsi del colore della carta da parati mentre la casa va a fuoco. E avrebbe ragione, naturalmente. Ma aggiungerebbe anche, con quel suo sorriso malinconico, che proprio perché la casa va a fuoco vale la pena guardare quanto era bella la carta da parati.
Ecco forse il senso di queste riflessioni: non cambiare il mondo — impresa ormai impossibile per chi ha superato i vent’anni e ha ancora un briciolo di buon senso — ma imparare a guardarlo con occhi che sappiano vedere la tragedia senza perdere l’ironia, la decadenza senza perdere la tenerezza.
È l’arte di abitare il disincanto: riconoscere che il mondo è mediocre senza diventare mediocri noi stessi, accettare che la stupidità governa senza rinunciare all’intelligenza, sapere che la qualità è morta senza smettere di cercarla negli angoli dove forse, chissà, è ancora viva.
Perché, ed è questa la scoperta più consolante di chi ha smesso di credere nel progresso, la qualità non è morta: si è semplicemente trasferita in periferia. Come i cristiani nelle catacombe durante l’impero romano, i cultori della bellezza si sono rifugiati negli spazi marginali, lontano dai riflettori del mainstream.

Ci sono ancora librai che consigliano libri invece di vendere bestseller, musicisti che compongono invece di ripetere formule, cuochi che cucinano invece di riscaldare prodotti industriali, insegnanti che educano invece di intrattenere. Sono i partigiani della qualità in un mondo occupato dalla mediocrità.
Non cambieranno il corso della Storia, è vero. Non salveranno la cultura occidentale dal suo declino programmato. Ma mantengono accesa una fiammella che forse, un giorno, qualcuno più giovane e più coraggioso di noi potrà usare per riaccendere l’incendio.

CONCLUSIONI PROVVISORIE (PERCHÉ TUTTO È PROVVISORIO)

Alla fine di questo amaro viaggio attraverso la mediocrità trionfante, mi ritrovo dove sono partito: a osservare due uomini potenti che si comportano come bambini viziati, e a chiedermi come siamo arrivati a questo punto.
La risposta, ora lo so, è semplice e terribile: ci siamo arrivati perché lo abbiamo voluto. Non coscientemente, forse, ma con la complicità di chi sceglie sempre la strada più facile, il prodotto più economico, il leader più rassicurante.
Abbiamo democratizzato tutto — il potere, la cultura, il gusto — senza democratizzare l’educazione. Abbiamo dato a tutti il diritto di scegliere senza dare a nessuno gli strumenti per scegliere bene. È stata la nostra grande illusione: credere che la libertà fosse automaticamente saggezza, che l’uguaglianza fosse automaticamente eccellenza.
Il risultato è sotto i nostri occhi: un mondo dove i mediocri comandano i mediocri, dove l’ignoranza guida l’ignoranza, dove la stupidità governa la stupidità. Non è il peggiore dei mondi possibili — quello atomico, che pure torna a sfiorarci, sarebbe fin troppo drammatico — ma è forse il più deprimente: il mondo dove tutto funziona male ma nessuno se ne accorge davvero.

Eppure, e qui sta il miracolo quotidiano che ci permette di alzarci dal letto ogni mattina, la vita continua. I bambini continuano a nascere, i pomodori continuano a crescere, qualcuno da qualche parte sta ancora scrivendo una bella canzone o un bel libro. La qualità si nasconde, ma non muore mai del tutto.
Forse è questo l’unico ottimismo possibile in tempi come questi: non la speranza che le cose migliorino, ma la certezza che da qualche parte, nonostante tutto, qualcuno sta ancora facendo le cose per bene. Non per cambiare il mondo, ma semplicemente perché è giusto farle.
È una forma di eroismo microscopico, invisibile, inutile. Tuttavia è l’unica forma di eroismo che ci rimane: continuare a fare il proprio dovere in un mondo che ha smesso di credere nel dovere, continuare a cercare la bellezza in un mondo che ha smesso di credere nella bellezza.

E magari, chissà, mentre noi lamentiamo la fine della civiltà, da qualche parte un Einstein bambino sta imparando a leggere, un ragazzo sta scoprendo Bach, una ragazza sta scrivendo il romanzo che cambierà tutto. Magari il futuro non è quello che vediamo in televisione o sui social media, bensì quello che non vediamo, quello che cresce nel silenzio e nell’ombra.
Magari la qualità è come i semi: può rimanere sepolta per anni, apparentemente morta, e poi improvvisamente germogliare quando meno te lo aspetti. Forse la nostra epoca non è la fine della storia, ma solo un inverno particolarmente lungo.

Forse. E forse è abbastanza. Forse, ed è qui che emerge l’ironico disincanto pennacchiano, c’è qualcosa di liberatorio in questa caduta. Smettere di credere nella qualità può essere l’inizio di una forma diversa di libertà. Non dover più difendere l’arte dall’intrattenimento, la cultura dalla mediocrità, l’intelligenza dalla stupidità. Accettare che tutto si equivale e che quindi niente conta davvero.
È la saggezza del disinganno: quando capisci che il mondo è assurdo, smetti di prenderlo sul serio e cominci a prenderlo come viene. È la filosofia del “tanto vale”: tanto vale leggere Tiziano Terzani che leggere Fabio Volo, tanto vale ascoltare Bach che ascoltare i Maneskin, tanto vale votare per uno statista che per un comico.

EPILOGO: UNA MALINCONIA FUNZIONALE

Mentre scrivo queste righe, mi chiedo se non sia io stesso parte del problema che sto descrivendo. Se questa critica alla mediocrità non sia a sua volta una forma di mediocrità, se questo elogio dell’intelligenza non sia a sua volta una forma di stupidità. È il dubbio che assale chiunque provi a giudicare il proprio tempo: come fai a sapere se stai guardando dall’alto o dal basso?
Forse la vera saggezza sarebbe smettere di lamentarsi e iniziare ad accettare. Accettare che viviamo nell’epoca che ci meritiamo, con i leader che ci meritiamo, con la cultura che ci meritiamo. Accettare che la qualità è un lusso che non possiamo più permetterci, un’aristocrazia che non possiamo più sostenere.

Ma non ci riesco. C’è qualcosa in me che si ribella all’idea di dover rinunciare alla bellezza per amore della democrazia, di dover scegliere tra l’eccellenza e l’uguaglianza. Forse è questo il mio limite, o forse è questo il mio valore: non riuscire a rassegnarmi completamente, mantenere viva una forma di nostalgia funzionale.
Perché in fondo, e qui sta l’ironia finale, anche questa malinconia per la qualità perduta è diventata un genere letterario, un prodotto da consumare. Anche io, scrivendo queste righe, sto producendo intrattenimento per lettori che cercano conferma dei propri pregiudizi contro il proprio tempo. È il serpente che si morde la coda: critico la commercializzazione della cultura producendo cultura commerciale sulla critica alla commercializzazione. Esticazzibus!

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