Dalla controcultura a contro la cultura

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La vera benzina del populismo mondiale è l’odio per le élite. Non per i padroni, non per i miliardari, non per i monopolisti, non per i boss — non c’entra la lotta di classe, che la destra ignora per natura — ma per le élite culturali, scientifiche, artistiche, politiche, quelle che possono mettere in campo il valore della conoscenza e il talento intellettuale.
Su di loro, da un bel po’ di anni, è dirottato il rancore degli esclusi, ma anche, e non lo si dice mai, di un sacco di gente per nulla esclusa: accettare di essere mediocri è molto più difficile e doloroso che accettare di essere poveri.
Tutte queste destre e questi ricchi oligarchi, dotati di un vocabolario di 150 parole e possiedono cultura in modo inversamente proporzionale ai loro soldi, non oseranno mai ammetterlo, soprattutto di fronte a sé stessi, ma la cultura rappresenta, per loro, un muro umanamente invalicabile, ed è per questo che la odiano.

Queste non sono parole mie, sono di Michele Serra.
Tuttavia sono così importanti, sono da sottolineare con talmente tanta forza che ora proverò a riscriverle nello stile di 7 fra i miei scrittori preferiti.

Chuck Palahniuk:
Controcultura, sì. Ma adesso è contro la cultura.
Non odiano i ricchi. Non odiano i padroni. Amano i miliardari che twittano razzismo. Odiano chi sa le cose. Chi capisce i grafici. Chi sa usare le parole per distruggere.
Non è guerra di classe. È guerra di status. Guerra al cervello. Guerra alla differenza.
L’escluso non è solo povero. È mediocre. E la mediocrità fa più male della fame.
Meglio credere a un complotto che accettare d’essere stupidi. Meglio seguire uno stronzo virale che leggere un libro.
La cultura è un bastardo elegante che non puoi comprare.
È un party a cui non sei invitato.
E allora lo fai saltare.
Con odio.
Con orgoglio.
Con un like.

Don DeLillo:
Il populismo globale si nutre di un rancore preciso: non contro il denaro, ma contro il pensiero. Non contro i padroni del mondo, ma contro chi lo decifra.
L’élite che fa paura è quella che parla un’altra lingua: la lingua della complessità, dell’ambiguità, della conoscenza.
Un’intera folla si accalca ai margini, non per mancanza di pane, ma per un’overdose di senso.
Accettare la povertà è sopravvivere. Accettare la mediocrità è morire.
E allora colpiscono chi riflette. Chi crea. Chi mette in dubbio.
La cultura diventa nemico.
Un corpo estraneo.
Un codice irraggiungibile.
E l’unico modo per affrontarla è negarla, distruggerla, ridurla a caricatura.
Così il vuoto si difende: gridando.

Charles Bukowski:
il carburante del populismo non è la fame, né il lavoro che manca. è l’odio per chi sa. non per i padroni, i miliardari o i boss — quelli ormai li applaudono. no, l’odio va a chi ha cervello: scienziati, artisti, filosofi, gente che usa le parole come armi.
è su di loro che si sfoga la frustrazione degli esclusi. e pure di quelli che esclusi non sono affatto: accettare d’essere poveri è dura, ma accettare d’essere mediocri brucia peggio.
i ricchi con tre verbi in croce in testa odiano la cultura perché non possono comprarla. è un muro troppo alto, e allora lo prendono a pugni, gridando che è élite.
ma sotto sotto lo sanno: non ci arriveranno mai. e questo li divora.
perché la cultura, quella vera, è l’unica cosa che non si lascia fottere.

Philip Roth:
Non è Marx, non è la lotta di classe, è peggio. È personale. Odiano chi sa. Non chi ha. Odiano chi legge libri senza figure, chi usa parole lunghe, chi ragiona, analizza, crea.
Odiano chi li mette davanti allo specchio e gli mostra quello che non saranno mai.
La rabbia degli esclusi? Certo. Ma anche quella di chi è dentro e sa di valere poco. Il vero inferno è essere mediocri e saperlo.
Meglio odiare l’intelligenza che accettare la propria inadeguatezza.
Meglio un miliardario ignorante che un professore brillante: il primo è aspirazione, il secondo condanna.
E allora giù botte alla cultura, alle élite, ai cervelli.
Non perché contino troppo.
Ma perché contano davvero.

Amos Oz:
Non l’odio per i ricchi, non per i potenti, ma per chi sa. Per chi cerca, studia, dubita.
Il populismo non si nutre di fame, ma di vergogna. La vergogna di sentirsi piccoli davanti a chi parla un’altra lingua, quella della complessità.
Non è solo il dolore degli esclusi. È il dolore segreto di chi è dentro e sente di non bastare.
Essere poveri è un destino. Essere mediocri è una ferita.
E allora si colpisce chi quella ferita la fa bruciare di più: l’intellettuale, il medico, l’artista, il professore.
La cultura diventa colpa.
Il sapere, un atto di arroganza.
E chi cerca luce viene accusato di voler accecare.
Così nasce l’odio.
Lento, sottile, quotidiano.
Come la polvere che si posa sulle cose e le spegne.

Manuel Vazquez Montalbán:
La vendetta degli ignoranti è un piatto servito nei talk show. Non odiano chi comanda, odiano chi pensa. Non i ricchi, ma chi sa spiegare perché lo sono.
Il populismo non nasce dalla fame, ma dall’umiliazione di non capire. Di non sapere usare il congiuntivo.
Si odiano le élite non per il potere, ma per il vocabolario.
La destra ha capito che la cultura è l’unico vero nemico: non si compra, non si eredita, non si improvvisa.
E allora si disprezza.
È più facile dire che è tutta una truffa che ammettere di essere rimasti fuori.
Meglio idolatrare l’imprenditore cafone che ascoltare il professore con le occhiaie.
L’intellettuale diventa bersaglio.
Perché la sua sola esistenza dice la verità: che non siamo tutti uguali.
E questo, nel supermercato globale delle illusioni, è intollerabile.

Jorge Luis Borges:
Il populismo odia le élite non per il loro potere, ma per la loro dimestichezza con l’invisibile: le idee, i simboli, i linguaggi occulti del sapere.
Non è l’odio per i ricchi, che incarnano il desiderio. È l’odio per chi sa nominare il mondo.
La conoscenza è un labirinto, e chi non sa percorrerlo preferisce incendiarlo.
Accettare la propria ignoranza è più arduo che accettare la povertà.
Perciò il disprezzo si abbatte su chi legge, chi scrive, chi pensa.
L’intellettuale è il custode di una biblioteca che il populista sogna di bruciare, pur sapendo che quella biblioteca contiene anche il suo nome.
La cultura diventa un crimine, il pensiero una colpa.
E così l’uomo, nel terrore di non comprendere, sceglie di distruggere ciò che potrebbe salvarlo.

Non ce ne siamo accorti, ma il sapere — che pure regge il mondo — sta finendo in minoranza, cacciato dalla nuova destra dal suo ruolo storico di interprete della realtà, dopo essere stato dileggiato dai populismi come il tabernacolo prezioso delle élite, che qui custodiscono il segreto del loro eterno primato. Come negli anni più bui, la conoscenza è maledetta, la scienza sospetta, la medicina complice, l’informazione ambigua, l’istruzione inquinata: l’intero scrigno della sapienza, il deposito di competenza, la trasmissione generazionale di esperienza, sono tutte riserve avvelenate della classe dirigente per proteggersi e perpetuarsi, ingannando il popolo e mantenendolo succube di una falsa cultura che in realtà è uno strumento politico di dominio e di riproduzione del potere.
È questa la chiave interpretativa della guerra dichiarata da Donald Trump a Harvard e alla Columbia, tenendo nel mirino il sistema universitario americano, il dispositivo di selezione delle élite, il processo combinato di insegnamento e apprendimento che è il meccanismo attraverso il quale una civiltà trasmette sé stessa. Certo, nella chiusura d’imperio di Harvard agli studenti di altri Paesi, il governo americano colpisce insieme tre bersagli emblematici di Trump: il mondo accademico, gli “stranieri”, lo spirito autonomo e ribelle delle generazioni studentesche che si succedono, vissute dalla Casa Bianca come focolai d’infezione progressista, di febbre “antiamericana” e di “contagio woke”. E proprio perché Harvard è un concentrato di simboli la sospensione del divieto governativo disposta da una giudice federale interrompe il blocco ma non il furore da resa dei conti dell’ultradestra, che ha ormai appiccato il fuoco al sistema della conoscenza, ben oltre il mondo accademico americano.

Forzando il cancello di ferro di Harvard, infatti, il presidente americano attira l’attenzione del mondo su un obiettivo molto più ambizioso, perché estremo: una vera e propria frattura culturale nel nome dell’ideologia, la fine di un sapere condiviso che è il vero collante dell’unità nazionale e della continuità identitaria. Cioè della coscienza di sé di un Paese, quell’autoriconoscimento che nel disegno della storia fa degli Stati Uniti un’unica cosa, al di là delle differenze politiche e sociali.
La destra doveva rompere questa barriera, spezzare l’unità culturale, perché questo è il passaggio-chiave di ogni vera rivoluzione nel suo realizzarsi.

Qui siamo, anche se non vogliamo vederlo. Da oggi è aperta la contesa sulla cognizione del mondo, decisiva per riformulare il criterio in base al quale si valutano gli accadimenti e si giudicano i fenomeni, dopo che il populismo ha abbattuto il canone occidentale, autoilluso di avere una valenza universale. La partita è ovviamente decisiva perché la posta è la ridenominazione della realtà, l’esercizio del potere culturale di dare un nome alle cose ricreandole alla luce del nuovo dominio, stabilendo la moderna gerarchia, per arrivare a una riformulazione dei concetti di bene e male secondo l’etica sovrana.

Non siamo dunque davanti a una disputa scientifica o a una contesa intellettuale dentro un sistema riconosciuto e accettato, dove vale per tutti la legge di gravità e vige pacifica la convenzione secondo cui due più due fa quattro, sotto ogni regime, a ogni ora del giorno e con qualunque tempo. Siamo invece nell’esatto momento in cui si tenta di cambiare la tavola pitagorica del sistema, il suo alfabeto, l’algebra, attraverso la modifica del metodo di calcolo della realtà, alterando la sua percezione per mezzo della svalutazione dei fatti e della demolizione di quell’insieme di procedure, istituzioni e norme che rendono la verità — o quantomeno l’accaduto — qualcosa di verificabile, concreto, oggettivo: e proprio per questo sono un complemento della democrazia.

Ecco perché il potere neo-autoritario invece di inseguire le singole verità confutandole e contrastandole compie un salto sovrano, e attacca le agenzie che producono quelle verità, avvelenando direttamente la fonte, una volta per tutte.
Per delegittimare così l’autorità cognitiva del sistema democratico, minare l’impianto istituzionale del sapere, contrastare la produzione naturale di verità spontanea, ridurre l’autonomia intellettuale, svalutare il metodo scientifico: svuotando infine il perimetro della conoscenza per prosciugare la costruzione sociale che rende la verità possibile, a garanzia di tutti.

Sapevamo da Orwell che chi controlla il passato domina il futuro, e chi comanda il presente controlla il passato, e lo ripetevamo come una formula letteraria suggestiva e inoffensiva. Ma oggi l’ubiquità dei flussi informativi, la velocità della comunicazione, l’immaterialità della trasmissione della conoscenza, la contemporaneità concentrica di ogni esperienza sfondano la dimensione del tempo dopo aver annullato lo spazio, rendendo possibile l’ultima tentazione neo-autoritaria: ricreare direttamente la realtà, saltando addirittura il concetto di verità e annullandolo dopo averlo respinto ai margini della considerazione sociale. Non abbiamo più bisogno di verità, così come non rinnoviamo il dubbio mentre consideriamo finite le domande, perché la rinegoziazione del reale operata dal potere contiene già tutte le risposte.

Finalmente, abbiamo raggiunto il punto zero: non c’è più niente da capire. E infatti non abbiamo capito che da questa metamorfosi può nascere soltanto l’uomo-zero, all’alba del secolo post-democratico.


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