Ridateci gli utopisti e i dissidenti

Tempo di lettura: 8 minuti

«W Marx, w Lenin, w Mao Tse Tung». Era uno degli slogan più gettonati del movimento del ’68. Preistoria per i tempi attuali. Ma ricordare il furore collettivo, rivoluzionario che percorreva l’intera società, significa fare i conti con la miseria politica e culturale di oggi. Naturalmente è buona cosa che quasi più nessuno invochi il comunismo, visti i risultati del socialismo reale.

Il problema, drammatico, è che dal socialismo in un solo Paese siamo passati al capitalismo in tutti Paesi. Oggi i comunisti possono fare conto solo sul despota nordcoreano Kim Jong-un, sulla vicinanza sentimentale di Fausto Bertinotti e sul remake rossobruno di Marco Rizzo, alleato di Gianni Alemanno: la strana coppia che tiene assieme Lenin, i no-vax e quelli che «Mussolini ha fatto anche cose buone». L’unica garanzia di credibile lotta anticapitalista la offre Bernie Sanders, che volendo esagerare è un socialista riformista. Ovvero un socialdemocratico, che ai tempi di Togliatti — ma ancora di Berlinguer — era una mezza offesa.

Battute a parte, ciò che oggi sgomenta, soprattutto perché non viene percepita come emergenza e dramma epocale, è l’assoluta mancanza di opposizioni e alternative all’attuale sistema. Se vale l’immagine calcistica, da anni ormai si gioca a una porta sola. Quella del capitalismo, che non avendo più competitori, ha stravinto. Non avendo più opposizione, nemmeno sul piano utopico o donchisciottesco, è ritornato a galla lo spirito da padrone delle ferriere. I nomi sono luccicanti di contemporaneità — “capitalismo delle piattaforme” o “della sorveglianza”, “gig economy” — ma la sostanza e la realtà sono ottocentesche. Con la cosiddetta “economia dei lavoretti” sono ritornati precariato e sottoccupazione, mentre l’esercito di riserva di marxiana memoria ha le forme attuali dei rider di Foodora e Deliveroo, dei “turchi meccanici” di Amazon, dei tanti giovani che a dispetto dei roboanti anglismi (web director, strategist, social media manager) guadagnano salari da fame. Da digital-proletari. Ma ora privi della coscienza di classe che peraltro nessuno più nomina e invoca. Nemmeno i sindacati ai quali la parola “alienazione” — centrale nell’analisi marxiana — suona aliena.

«La guerra di classe infuria», disse il miliardario Warren Buffett, «ma la stanno vincendo i ricchi». Anche perché il ceto intellettuale — ovvero l’intellettuale collettivo che doveva guidare il popolo — s’è liquefatto. Forse è per questo che sono due anni che si celebra Pier Paolo Pasolini: un misto di nostalgia e impotenza, che guarda al passato per non fare i conti con il presente e non chiedersi perché non esistono più movimenti controculturali, essendo peraltro scomparso il termine “controcultura”. Allo stesso modo di “alternativa”, parola chiave della sinistra nei decenni 70 e 80, che ora viene usata dal movimento neonazista dell’AfD tedesca.

Assemblea all’università di Nanterre nel 1968

Ironia della Storia (che però non fa ridere), visto ciò che sopravvive degli ideali e dei movimenti di rivolta del ’68. Per esempio, che fine hanno fatto gli hippy, gli anti-sistema gentili che leggevano Siddhartha e teorizzavano peace and love? Tornano in mente quando si rivedono i Cugini di Campagna o si va in vacanza a Formentera, dove sopravvivono a uso turistico e mercatino della nostalgia. Ma la metamorfosi più spettacolare è avvenuta in Polonia. La racconta Aleksandra Twardowski ricordando che «negli Anni 70 e 80, i Monti Bieszczady divennero un rifugio per gli outsider della controcultura che cercavano di sfuggire all’occhio onniveggente della Polonia comunista. I Bieszczady promettevano una vita di libertà, vicini alla natura, lontani dalle rigide strutture sociali». Fra i leader dei figli dei fiori polacchi c’erano due dei più importanti esponenti dell’attuale destra conservatrice, bigotta e autoritaria: Ryszard Terlecki e Marek Kuchciński, un tempo hippy ornati di perline e adesso guardiani dell’autorità centralizzata. Il fenomeno non è nuovo: la Storia è piena di incendiari di diventati pompieri — e viceversa.

Mai come oggi però la radicalità di pensiero e azione sembra essere latitante. In tutta Europa le enclavi controculturali e antisistema sono state inglobate nelle stesse strutture a cui si opponevano. A Berlino, le case occupate dagli squatter sono ora appartamenti di lusso. La scena controculturale di Amsterdam ha lasciato il posto a un’economia turistica che mercifica il suo passato ribelle. A Praga, il quartiere di Žižkov, noto per aver ospitato il movimento di resistenza ceco e la bohème, è stato sostituito da caffè alla moda, gallerie d’arte e appartamenti di lusso. Sono peraltro le città a mostrare i segni più forti ed evidenti della fine delle narrazioni urbanistiche progressiste, contestuale alla finanziarizzazione dell’intero settore immobiliare. Ci si trova oggi a rimpiangere la grande tensione progettuale degli urbanisti e pianificatori, capitanati da Colin Ward, che nei decenni 70 e 80 immaginavano città giardino liberate dalle auto, sistemi energetici autonomi, tecnologie conviviali. Tutti noi senza essere esperti tocchiamo con mano quanto l’interesse pubblico e la tensione comunitaria, che allora si immaginavano dominanti nel 2000, non siano attualmente all’attenzione delle amministrazioni locali, anche progressiste. Quando va bene, si parla di piste ciclabili, perché sono la sicurezza e la paura dei cittadini a monopolizzare il dibattito pubblico. Che peraltro si è spento da solo, nelle città della fretta, degli spazi collettivi che non sono più identitari, delle case private diventate rifugi, delle telecamere poste ovunque, delle sirene e allarmi che sono le nuove sonorità urbane. La prospettiva oggi non è la “Città radiosa” di Le Courbusier, ma il “modello Caivano”.

Torna di prepotente attualità L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse, con la sua critica a ogni tipo di totalitarismo e di pensiero conformista. Se si pensa alla ricchezza del dibattito e del dissenso, anche estremo e violento, e alla varietà di movimenti culturali dei decenni 70 e 80, oggi ci si trova a rimpiangere le lunghe, verbose, ma affollatissime assemblee dell’epoca. Così come i maestri di pensiero che le infiammavano. Anche quelli ritenuti “cattivi” come Toni Negri. Il filosofo Umberto Galimberti non è Foucault né Baudrillard, però stupisce che, con i venti di guerra che tirano, dichiari (in una puntata di La Torre di Babele) che «la pace intorpidisce».

Ci si può però consolare con le sfuriate di Massimo Cacciari, uno dei pochi intellettuali da TV che pratica la “fatica del concetto” (Antonio Gramsci). Ma l’auspicio è che ritorni prepotente il bisogno di pensiero indipendente e critico. Anche perché dopo avere dichiarato 30 anni fa la fine delle ideologie e della Storia e annunciato che Internet ci avrebbe reso un’umanità migliore, ci troviamo oggi a fare i conti con la polarizzazione sociale e il bellicismo trionfanti. Tali da indurci a invocare: ridateci gli utopisti, i sognatori, i rivoluzionari, i dissidenti. Ovvero intellettuali impegnati in cose serie, come si diceva una volta, e non a fare video e tutorial su YouTube e TikTok.

La lotta di classe, scandalo per la sinistra e follia per la destra, è una chiave di lettura del mondo che nessuno riesce più a introdurre nel discorso politico. Eppure la lotta politica diventa sempre più una lotta del linguaggio.
Si prendano due casi recenti.

Christian Raimo, durante la festa nazionale di AVS, si esprime così sul ministro Valditara:

Da un punto di vista politico Valditara va colpito. (…) Dentro la sua ideologia c’è tutto il peggio: la cialtronaggine, la recrudescenza dell’umiliazione, il classismo, il sessismo.
Se è vero che non è lui l’avversario, è vero che è lui il fronte del palco di quel mondo che ci è avverso, e quindi va colpito lì, come si colpisce la Morte Nera in Star Wars.

Risultato: alzate di scudi, stracciamenti di vesti. Maurizio Gasparri parla di “minacce”; Carlo Calenda di “parole metafora di idiozia”. Arriva anche il provvedimento disciplinare: sospensione dall’insegnamento per tre mesi e taglio dello stipendio del 50%.

Secondo caso: Maurizio Landini, leader CGIL, in occasione dello sciopero generale del 29 novembre 2024:

Come fa una persona a esser libera se è precaria? Come fa una persona a esser libera se pur lavorando non arriva alla fine del mese? Come fa una persona a esser libera se quando si ammala non ha il diritto di potersi curare? Come fa una persona a esser libera se il diritto all’istruzione, alla scuola per te e per i tuoi figli non viene garantito? Come fa uno a esser libero se deve sostenere una persona non autosufficiente o disabile a casa sua e non sa dove sbattere la testa?
Quando la libertà di esistere delle persone viene messa in discussione, perché le politiche economiche e sociali tagliano la spesa sociale e non vanno a prendere i soldi dove sono, uno cosa deve fare?
Io penso che sia proprio il momento di una rivolta sociale per cambiare questa situazione, utilizzando tutti gli strumenti democratici che ci sono.

Anche qui, parte immediatamente una generale stigmatizzazione: “Parole gravi e deliranti”, “Appello folle e preoccupante”, “Toni fuori misura”. Rossano Sasso (Lega): «Evidentemente la lezione degli anni di piombo non è bastata, qualcuno vorrebbe tornare alla stagione dell’odio politico. Lo Stato punisca i delinquenti».

Sono solo due casi noti, davanti ai quali verrebbe da dire, come si ama fare a destra, che “non si può più dire niente”. Ma la verità è più ampia e allo stesso tempo più sottile: si può dire tutto e in tutti i modi, anche i più sbracati e volgari (la comunicazione di Matteo Salvini lo dimostra).
Ma un tabù sembra essere sempre tacitamente condiviso: mai evocare il conflitto sociale. Si può battibeccare, litigare, diffamare, deridere e insultare, purché solo a livello personale.
Gli ultimi anni sono stati costellati di pubblici duelli (Berlusconi-Santoro, Renzi-Travaglio, Salvini-Rackete, Meloni-Saviano) ma quasi mai di battaglie collettive: le grandi contrattazioni recenti — Ilva, Whirlpool, GKN — non sono mai riuscite a ottenere una vera visibilità.

Una manifestazione per gli squatter a Berlino Ovest nel 1980

La scomparsa della lotta di classe

La grammatica della tensione collettiva non riesce mai a porsi, in nessun momento, nei termini di una vera e propria lotta. C’è qualcosa nel linguaggio della battaglia politica che pare disinnescato già in partenza: un divieto segreto, un’impotenza invisibile che avvelena ogni tentativo di esprimersi e rappresentarsi.

«Non mi viene in mente vittoria più eclatante dell’ultracapitalismo che questa rimozione, che sottrae sistematicamente alle classi subalterne il più necessario di tutti gli strumenti politici: le parole della lotta». (Fabrizio Sinisi)

I motivi sono diversi, molti dei quali vengono da lontano e hanno radici profonde. Non se ne parlerà qui: basti sottolineare che quest’epoca che si straccia le vesti se un intellettuale evoca un frasario “troppo anni Settanta”, quest’epoca a cui basta il termine “rivolta sociale” per dare a qualcuno del brigatista, quest’epoca di pace augustea e di austerità economica, è nel contempo l’epoca più militarizzata dai tempi del Dopoguerra.
Non si è mai speso così tanto in armamenti (al di là dello strombazzamento del “ReArm Europe”, già i Paesi NATO si avviavano singolarmente a raggiungere la soglia del 2% del PIL destinato alle spese militari — in Italia all’istruzione se ne destina il 4%, alla cultura lo 0,4%); almeno trentamila persone sono morte nei nostri mari soltanto negli ultimi dieci anni, e mai come ora ci troviamo vicini a un’escalation nucleare che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda.
Eppure i nostri alti rappresentanti continuano a ribadire in ogni occasione, con l’ossessività tipica della malafede, che la violenza va condannata sempre e in ogni forma. Ma è una condanna soltanto linguistica: l’unica vera censura a cui siamo soggetti. Come scriveva Wittgenstein: i limiti del linguaggio sono anche i limiti del mondo.

Tuttavia la violenza esiste, e quando il linguaggio non la sistematizza, ecco scoppiare le intossicazioni, le patologie, i deliri.
La società di oggi è attraversata da un linguaggio afasico e malato, che irradia disagio da ogni sillaba. Ma come insegna la psicanalisi anche i disturbi del linguaggio costituiscono un linguaggio; e, se si impara ad ascoltarlo, si può coglierne il messaggio cifrato.

Il senso dell’odio

Cos’è l’odio su internet, se non un cortocircuito del linguaggio, il boccheggiamento convulso di un dibattito pubblico avvelenato e incapace di esprimersi? Nella gran parte dei casi, l’hating non è altro che pressione sociale inesplosa: odio di classe che non riesce a pronunciare il proprio nome.
Ma se quell’hater possedesse una più degna coscienza di sé e una lingua all’altezza delle sue esigenze, la sua formulazione sarebbe molto diversa.
Capirebbe, per esempio, che quel sentimento di adorazione misto a odio che prova nei confronti di questo o quella celebrità di Instagram non è un rapporto fra due esseri umani, bensì uno fra i tanti dispositivi di agonismo sociale.
E forse, in calce alle volgari ostentazioni dell’influencer di turno, l’hater medio non scriverebbe: «Devi morire, merda». Forse scriverebbe invece: «Non sopporto la tua posa superiore, il tuo atteggiamento, non sopporto i tuoi soldi e la tua strafottenza nell’esibirli; non sopporto le contraddizioni che nascondi e l’ipocrisia che esprimi, non sopporto la falsità che comunichi, la differenza tra ciò che sei davvero e la rappresentazione neocapitalista che provi a farne. Ciò che tu esprimi è così incompatibile con la mia vita e i miei problemi che non posso fare altro che odiarti: tutto ciò che io vivo e sono si contrappone a quello che tu vivi e sei, o perlomeno di come lo rappresenti. Il mio mondo è in tutto avverso al tuo. Io e te siamo nemici».

L’odio esiste: e molti ci hanno anche costruito una carriera. Il successo della parabola politica del Movimento 5 Stelle, così come quella di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni, è senza dubbio dovuto a una cinica, deliberata drammaturgia dell’odio.

Ma prima di rubricare frettolosamente tutto sotto la categoria del populismo dovremmo fare una constatazione: in un mondo neocapitalistico che cerca sistematicamente di rimuovere il conflitto sociale, gli unici a ottenere successo politico sono quelli che — con astuzia da incendiari, sì, e con mille ambiguità, ma certamente più in sintonia con lo spirito del tempo — hanno riportato il conflitto nel linguaggio.
La domanda da porsi quindi è: la categoria del conflitto è sempre un male? Una sinistra che voglia far fronte alle trasformazioni del mondo d’oggi può davvero permettersi di farne a meno, lasciandolo in mano alle destre?

Non sarà invece necessario, proprio da sinistra, riappropriarsi con forza del concetto di Lotta?

Un rider simbolo della gig economy

Mancano le parole

Già nel 2007 il grande poeta Edoardo Sanguineti diceva:

Bisogna restaurare l’odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare. Loro sono i capitalisti, noi siamo i proletari del mondo d’oggi: non più gli operai di Marx o i contadini di Mao, ma tutti coloro che lavorano per un capitalista, chi in qualche modo sta dove c’è un capitalista che sfrutta il suo lavoro.
Vedo che oggi si rinuncia a parlare di proletariato. Ma il proletariato esiste. È un male che la coscienza di classe sia lasciata alla destra, mentre la sinistra via via si sproletarizza. Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto? Recuperare la coscienza di una classe del proletariato di oggi, è essenziale.
Oggi i proletari sono pure gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari, i pensionati. Gente che ha problemi di sopravvivenza, a cui la destra propone con successo un libro dei sogni.

Insomma, sembra dire Sanguineti, la sinistra riparta dall’odio di classe. Una battuta, ma neanche troppo. Davanti a un potere si ostina a voler rendere orizzontale il conflitto, trasformandolo in una guerra tra poveri e in un diverbio tra curve, diventa sempre più urgente spostare quel conflitto in verticale: dal basso verso l’alto della gerarchia.

La passione del secolo

Odiare è la passione del secolo. E, come tale, occorre che diventi politica. Così come l’amore romantico nell’Ottocento è stato uno strumento politico indispensabile per la liberazione dei popoli europei dagli assolutismi monarchici, così oggi l’odio di classe necessita di una politicizzazione che non può e non deve essere quella dell’invettiva, dell’insulto, del vaffanculo, del dàgli all’immigrato.

L’odio può essere una grande potenza. Non va domato, né tantomeno rimosso o censurato: va alfabetizzato, sviluppato, trasformato — va culturalizzato.
Chi si deve far carico di questo compito? È evidente: gli intellettuali (se vogliamo che questo termine possa ancora avere qualche senso).

Agli artisti, agli scrittori, ai filosofi, ai registi, ai giornalisti, ai docenti, a chiunque lavori con le parole spetta oggi il compito di riscoprire e ristrutturare la lingua del conflitto.
Fornire parole, idee, agenda, vocabolario; mettere a disposizione del dibattito pubblico simboli, immagini, favole e prospettive.
Potenza poetica. Emozione estetica. Aver disertato questo compito è la maggiore causa della desolante irrilevanza in cui versano gli intellettuali in Italia.

Nel 1957 Pier Paolo Pasolini pubblicava una poesia famosa. Rivolgendosi al fantasma di Antonio Gramsci davanti alla sua tomba nel cimitero di Testaccio, descrive «lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere».
È un bivio a cui la cultura italiana è rimasta appesa per settant’anni, e in parte lo è tuttora: da un lato la ragione e dall’altro i sentimenti, da un lato l’impegno e dall’altro le relazioni, da un lato il linguaggio dei processi intellettuali e dall’altro quello delle passioni, da un lato il Noi e dall’altro l’Io.

Ancora oggi la letteratura sembra percorsa da questo dualismo. Eppure sono in tanti ad avvertire il bisogno di una rottura: l’esigenza di evadere dai narcisismi del privato, dalle convenzioni del romanzo borghese così come da certi ombelicali autodafé. Abbandonare certe retoriche novecentesche. Costruire epiche collettive, fantasie che ci portino fuori dall’ormai trito racconto di relazioni e psicologie. Buttare nella mischia non solo sé stessi e le proprie opinioni, ma la propria scrittura. Offrire potenze, parabole, visioni.

Prendersi carico di quella che è da sempre la missione dell’intellettuale: produrre simboli per la collettività.

Ogni volta che un intellettuale parla o scrive, non lo fa mai solo per sé stesso. Ogni volta che parliamo o scriviamo, stiamo parlando anche a nome d’altri: stiamo esprimendo una tensione collettiva. Una forza storica ci parla nella voce: quale? Per chi — e a nome di chi — stiamo parlando, scrivendo, agendo? Una risposta onesta a questa domanda potrebbe sorprenderci. E il bello è che possiamo deciderlo noi.

Nel finale di “Chi ha ucciso mio padre”, spettacolo teatrale da un testo di Édouard Louis con la regia di Thomas Ostermeier, il protagonista descrive il proprio padre: un ex-operaio che la fabbrica ha reso invalido e malato, abbruttito nel corpo e nella mente da un lavoro alienante; socialista da giovane e poi finito, come tanti, tra le braccia del Rassemblement National di Marine Le Pen.
Édouard guarda suo padre e si chiede chi siano stati i responsabili di quell’abbruttimento, di quella vita cattiva, di quella morte indegna. A quei responsabili dà nomi e i cognomi: capi del governo e singoli ministri, capitani d’industria, giornalisti miopi, insegnanti distratti, sindacalisti corrotti.
Per ogni nome appende una foto segnaletica a una corda del bucato. E poi alla fine, con l’ironia che si destina alle fantasie e alle passioni impossibili, butta lì quella che, fra tutte le antiche e nuove parole del conflitto, resta la più impronunciabile: «Certo, ci vorrebbe proprio una bella rivoluzione».


Scopri di più da L’internettuale

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.