La guerra civile d’Occidente

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Stati Uniti, futuro prossimo venturo: una nuova guerra civile infuria nella fu superpotenza. Il Presidente degli Stati Uniti (Nick Offerman) millanta alla televisione di grandi vittorie e ricostruzione, ma la realtà è che le sue ore sono contate, i ribelli stanno per sfondare le ultime difese. Il film non dice molto su di lui e come si è arrivati a questo punto, fa solo capire che è un presidente dittatoriale, autoritario, al terzo mandato di un percorso rovinoso. Prima che tutto sia finito, la celebrata fotoreporter Lee Smith (Kirsten Dunst), assieme ai colleghi Joel (Wagner Moura) e Sammy (Stephen McKinley Henderson) decide di attraversare il Paese in guerra per arrivare a intervistare il presidente o a catturarne le ultime ore.
È la trama del recente “Civil War”, film che ha una costruzione narrativa semplicemente perfetta nella capacità di armonizzare micronarrazione con macronarrazione, nel fare di quel gruppo di veterani del giornalismo nelle zone calde del pianeta i nostri occhi e orecchie con cui comprendere il mondo in cui il regista Alex Garland fa sprofondare. La prima cosa che arriva è la verosimiglianza con cui il film mostra un’America divisa in 4 o 5 fronti diversi, dominata dal caos e da un tutti-contro-tutti che strizza l’occhio ai Balcani degli anni ’90 e all’Africa distrutta dai genocidi del XX Secolo. Il presidente e il suo racconto irreale mentre attorno tutto crolla, mentre si consumano mille vendette e morti immotivate, non può che richiamare alla mente il Mussolini degli ultimi giorni, l’Hitler che aspetta la sua fine, ma ciò non toglie assolutamente nulla alla profonda “americanità” di un’opera che si pone come simbologia esaustiva di ciò che non funziona nell’Occidente di oggi, a partire dagli USA della seconda amministrazione Trump, con la polarizzazione di opinioni e l’incapacità della politica di farsi strumento in grado di prevenire e sopire la conflittualità.

Civil War fa paura, la fa veramente perché ci rendiamo conto che il Grande Impero, come altri in precedenza nella Storia, si sta sgretolando dall’interno tra spinte anarchiche, incapacità di accettare il diverso e questa visione della Nazione come negazione dello Stato. E torna utile per descrivere il Donald Trump che si è presentato al Congresso il 4 marzo 2025 in assetto da guerra — almeno tre i fronti aperti: quello commerciale, quello delle guerra culturali e quello contro la burocrazia federale —, anche se per identificarlo con precisione dobbiamo partire dal 2016 (una data molto vicina, in realtà: vi sono altre radici ben più profonde).
Lo stesso vale per il J.D. Vance della Conferenza di Monaco, o per la Conferenza conservatrice del CPAC (quella nella quale è intervenuta anche Giorgia Meloni).
Dopo il decennio populista — quello del primo Trump, della Brexit, dell’elezione di Bolsonaro e di tanti altri eventi a “trazione” populista — si può dire che ora siamo entrati nel decennio della guerra civile occidentale.
La prima presidenza compiutamente post-liberale dell’èra americana è un’evoluzione di quella insediatasi nel 2016: mette in discussione il pilastro della separazione dei poteri, dell’indipendenza della burocrazia e persegue in modo strategico il rafforzamento incostituzionale dell’esecutivo, intende limitare i diritti costituzionali degli oppositori.
Può farlo in virtù di una preparazione alla guerra totale che si è avviata nel 2016 (quando però erano presenti contrappesi politici nella stessa Casa Bianca e nel Partito Repubblicano), di una riorganizzazione ordinata durante la presidenza Biden (con le idee dei think tank, la ricerca di personale politico-amministrativo “nativo trumpiano”, nuovi testimonial nei media digitali) e di un lasciapassare da parte di ampi settori della finanza e delle corporation.

Il decennio populista: rivolta e distacco

La fase populista degli anni Dieci si è presentata come una febbre dei sistemi democratici, sia di quelli “maturi” che di quelli più fragili. Sono state versate tonnellate di inchiostro e di byte sul fenomeno del populismo, soprattutto a partire dall’anno simbolo del 2016: uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e sconfitta elettorale di Hillary Clinton.
Il populismo rappresenta un elemento connaturato ai sistemi democratici. Il “governo del popolo” è una chimera che nessun regime politico può davvero garantire, e in specifiche fasi di crisi emergeranno attori che denunceranno la mancata promessa delle élite. Al governo democratico si può avvicinare per approssimazione — caratterizzata dalla presenza di élite politiche e partiti relativamente rappresentativi, da una società civile vivace che interagisce con le istituzioni, da conflitti “governati” e da una certa redistribuzione del benessere —, e se questa approssimazione riesce a funzionare, le democrazie possono dormire qualche sonno tranquillo, almeno per un po’. Quando vengono meno alcune di quelle condizioni il populismo riemerge, e con esso nuovi imprenditori politici che denunceranno la corruzione morale delle élite.

La febbre populista è ciclicamente inevitabile (almeno dai tempi della contrapposizione fra populares e optimates: a volte ha anche avuto effetti benefici, perché ha fatto emergere bisogni e domande che non trovavano cittadinanza).
Gli anni Dieci dei Duemila hanno visto l’emersione di outsider che oggi sono leadership di governo, o che rappresentano un’opposizione sufficientemente robusta da aspirare a ruoli di governo. Vi è stata una rivolta contro gli esiti della globalizzazione economico-finanziaria avanzata nel dopo Guerra Fredda abbastanza leggibile (a partire dalla crisi del 2007/2008). Vi sono stati segmenti di società danneggiati dalla crisi in modo diretto negli Stati Uniti e altrove, mentre in Europa i nostri cittadini hanno patito le scelte dell’austerity imposta dall’UE.
In questo contesto si è resa ancora più visibile una geografia del declino interno ai Paesi occidentali (territoriale e sociale), una mappa di apocalittici e integrati (le “nostre Detroit” danneggiate dalle nuove configurazioni dell’economia e della produzione globale, per esempio). Infine, ne è uscita malconcia anche la classe media occidentale, vero architrave della tenuta delle nostre democrazie.

Una parte consistente di cittadini ha abbracciato il populismo anti-sistema nelle sue diverse forme, o è scivolata nell’apatia e nel distacco.
Negli Stati Uniti la sfiducia nelle istituzioni divenne fatto sociale — rilevato dalle società demoscopiche — dopo la guerra in Vietnam; dopo una serie di alti e bassi, l’ultimo decennio ha rappresentato un’ondata di rabbia e apatia senza precedenti, che coinvolge anche istituzioni come la Corte Suprema, le corporation, le burocrazie pubbliche, i media, le organizzazioni di rappresentanza, quelle culturali e di terzo settore. Il mondo organizzato dell’èra precedente (che ha tante colpe per essersi ridotto così, in verità) è sotto attacco o non è legittimato a sufficienza per essere considerato credibile. Non offre promesse di futuro più allettanti della vendetta populista.

Il consolidamento del nazionalcapitalismo

Uno scenario del genere non poteva che favorire nuove élite nazionaliste. Negli anni Venti dei Duemila dovremmo dismettere questa categoria onnicomprensiva del populismo — che pure è utile per comprendere alcuni elementi decisivi, sia di sostanza che di processo — e acquisire come, alla fine della febbre democratica del decennio precedente, viene ora proposta una via d’uscita dall’ordine liberale che potremmo definire “nazionalcapitalista”. (Questa definizione è ripresa da un articolo uscito per la Rivista del Mulino il 20 giugno 2023, a firma dell’economista Roberto Tamborini.)
Una via d’uscita accettabile per molti elettori, già al governo nel Paese più potente del mondo e in altri Paesi.
È già operativa e sta apportando modifiche ai nostri sistemi economici, istituzionali, politici, costituzionali (ovviamente non possiamo sapere quanto profonde).
La sinistra è in fase di arretramento perché è stata il campione della fase precedente, quello neo-liberale, entrata in crisi con lo shock finanziario del 2008: «La sinistra riformista era nata per riformare il capitalismo rendendolo socialmente equo e sostenibile, ora vuole riformare la società per renderla adatta al capitalismo globale» (questa citazione viene da un altro articolo di Roberto Tamborini del 2018. Vi si descriveva la defunta sinistra della “terza via”).
Nel frattempo il capitalismo globale — pensiamo a quello delle piattaforme — da forza distruttiva di innovazione (ricordiamo l’alleanza fra Barack Obama e la Silicon Valley) è divenuto attore oligopolistico e rentier, alleato con Trump contro i competitor internazionali e gli spettri della regolazione (quella della UE, ma anche quella di Joe Biden e della sua “zarina dell’antitrust”, Lina Khan).
Questa la definizione di nazional-capitalismo offerta nell’articolo citato:

organizzazione socio-economica di tipo capitalista incorniciata in un sistema ideologico, politico e istituzionale imperniato sulla nazione e l’interesse nazionale (in contrapposizione alla defunta socialdemocrazia europea, assorbita nei Novanta dal modello liberista anglosassone).

E ancora:

La materia dello scambio politico, in sintesi, è la promessa di restituire un insieme di benefici materiali (sicurezza economica, sociale, individuale, militare) e immateriali (identità culturale, religiosa) andati perduti.
La produzione di tali benefici richiede un’organizzazione dei poteri statuali e del loro ruolo nell’economia diversa, tendenzialmente alternativa, rispetto a quella sia del modello liberista sia di quello socialdemocratico.
I leader nazionalcapitalisti presentano un’offerta politica interclassista, di ricomposizione della società polarizzata, rivolta sia a chi detiene le leve dell’economia sia a chi ne dipende. Il punto di sintesi è l’idea di nazione, la difesa della sua sovranità e del suo interesse, presentati come sovranità e interesse di tutti.

Emerge un quadro ideologico molto preciso, ormai ben visibile e reso palese dall’attuale amministrazione americana: ritorno a una politica imperiale tradizionale in nome dell’interesse nazionale, che si esplicita in una politica estera centrata sulle sfere di influenza territoriale; difesa dell’identità nazionale, intesa come ancoraggio dei valori americani a presunti valori “tradizionali” contro la società secolarizzata e multietnica (le guerre culturali); la promessa della difesa dell’economia nazionale e del cittadino lavoratore/consumatore che da essa dipende; la difesa della nazione dall’immigrazione; l’attuazione piena della volontà popolare per mezzo della leadership presidenziale, il cui corollario è il superamento dei freni posti da contro-poteri istituzionali e poteri indipendenti (dai giudici alla agenzie federali); la promessa di una pressione fiscale ridotta, a sostegno dei “produttori” nazionali; lo Stato minimo, contro lo Stato novecentesco, palude di corruzione e spreco che va riorganizzata con logica privatistica e manageriale (se non appaltata, direttamente, ai privati: il corollario è l’abbattimento del confine pubblico/privato, à la Musk).

Che Trump creda davvero a tutto questo o si tratti di un’ideologia intesa come “falsa coscienza” (un circo Barnum mediatico/ideologico organizzato a favore dei propri interessi di clan), poco importa. Conta il risultato, e conta sapere che, dopo Trump, le correnti ideologiche del nazionalcapitalismo — non sempre in accordo fra loro — gli sopravviveranno.
Un elemento di grande rilievo rispetto al 2016 è che questa ideologia è tollerata e accettata dalle élite economico-finanziarie e dei fondi di investimento, da Black Rock a J.P. Morgan, che non trovano più ragionevole fiancheggiare il Partito Democratico americano. Quest’ultimo, per quattro anni, ha sostenuto una politica economica orientata verso nuove forme di regolazione, di politiche anti-trust e di intervento pubblico (Bill Ackman, grande nome della finanza americana e storico elettore democratico, è stato uno dei primi a sostenere la campagna di Elon Musk contro i campus americani).
Nulla di rivoluzionario o di “socialista” nell’azione di Biden (specie dopo la crisi Covid-19), ma sufficiente a diffidare del corso dell’economia bideniana e della sua debole vicepresidente.
Tale semaforo verde — che non sappiamo per quanto resterà acceso — è un altro elemento dell’accelerazione reazionaria di questi anni, un altro tassello del puzzle nazionalcapitalista.

Trump al Congresso, 4 marzo 2025. Alle sue spalle si riconosce JD Vance

La nuova guerra civile d’Occidente

Questa ideologia si consolida all’interno di un ecosistema mediatico filo-trumpiano che riesce costantemente, per ora, a spiazzare l’avversario e a impedirgli contromanovre efficaci.
La strategia individua nemici da abbattere e si basa su una narrativa sganciata dai dati fattuali.
In particolare, non esiste una contronarrazione che permetta ai democratici di guardare altrove rispetto ai temi che Trump mette al centro della scena: al comando è sempre lui.
Non esiste anche perché i democratici sono impalpabili, divisi fra correnti ed élite molto diverse fra loro — i vecchi moderati della terza via, le nuove leve radicali, i campioni delle micro-identità o dei micro gruppi di interessi, specifici interessi materiali, etc. — e non ancora capaci di replicare e coordinare una contronarrazione che utilizzi tecniche altrettanto efficaci e che diventi altrettanto popolare e virale (come fu, per esempio, la reazione collettiva alla morte di George Floyd nel 2020). Lo stesso vale per l’Europa.

Tempo fa, il conduttore di Fox News Jesse Watters ha fornito una spiegazione sintetica e accurata di come la destra amplifichi le notizie e raggiunga il suo pubblico:

Stiamo conducendo una campagna di guerra informativa contro la sinistra da XXI Secolo, mentre loro usano tattiche degli anni Novanta (…). Quello che vedete a destra è guerriglia asimmetrica e dal basso. Qualcuno dice qualcosa sui social media, Musk lo ritwitta, Rogan ne parla nel suo podcast. Fox lo trasmette. E quando arriva a tutti, milioni di persone lo hanno già visto.

La cosa importante da ricordare è che ciò che Watters sta descrivendo riguarda informazioni inaffidabili o inaccurate, ma che risultano comunque accattivanti per la destra.
Quello che i media al di fuori della bolla della destra cercano di ricacciare indietro, invece, sono affermazioni false o ingannevoli. Ciò che ha più valore a destra è l’attenzione, e ciò che Watters descrive è il suo acceleratore: la viralità.
Le menzogne spesso diventano virali, e la viralità è il dominio sia di Musk che di Joe Rogan. L’approccio wattersiano alla diffusione di falsità si basa in primis sulla sfiducia del suo pubblico nei confronti degli altri media.
Un sondaggio del Washington Post, condotto lo scorso anno tra gli elettori degli Stati “in bilico”, ha mostrato quanto la sfiducia e la politica di destra siano intrecciate: gli intervistati che avevano meno fiducia nei media erano anche i più forti sostenitori di Trump.
E qui veniamo al punto finale: dall’incredibile e irrituale apparizione di J.D. Vance alla Conferenza di Monaco del 14 febbraio 2025, al discorso di Trump di fronte al Congresso del 4 marzo, quella a cui assistiamo è una continua riproposizione di una fiaba organica e coerente.

Ci sono passaggi di policy sostanziali, che i cronisti annotano per capire in quale direzione va l’amministrazione (per esempio i nuovi round di dazi per l’Europa e altri Paesi), tuttavia questi discorsi servono soprattuto a mantenere viva la guerra civile (fredda) che gli USA stanno combattendo ed esportando nel resto del mondo.
Secondo Vladimir Propp, linguista e antropologo sovietico (1895–1970), la fiaba — oggi diremmo lo storytelling — si costruisce attorno a una serie di funzioni narrative prestabilite e ruoli tipologici che, seguendo un ordine invariato, generano la coerenza interna del racconto. I Repubblicani producono e consolidano miti; i democratici, indignati, denunciano e ricorrono al fact checking: cosa potrebbe andare storto?
Vance, nel suo discorso di Monaco, può risemantizzare il concetto di libertà accusando gli europei di volerla limitare (in pratica difendendo la libertà di offesa e mistificazione online di gruppi di destra ed estrema destra, alleati con il trumpismo), mentre Trump può continuare a ridisegnare a colpi di retorica il rapporto reale fra istituzioni americane. A sua volta, due settimane dopo, il presidente ha parlato per un’ora e mezzo ai membri del suo culto, radunati di fronte alla TV; nel frattempo, ha ricordato a un altro potere costituzionale — il Congresso — che DEVE fare ciò che chiede, perché fuori c’è il loro mondo che li guarda e li giudica.
Dentro il capo, fuori il popolo. In mezzo, congressmen che non devono ostacolare la nuova forma di espressione della volontà popolare — il capo medesimo.
Ha ribadito come imprescindibile la stesura di un disegno di legge sui tagli fiscali, e chiesto finanziamenti per difendere i confini «senza indugi». «Ho interpretato tutto questo come un segnale che dobbiamo metterci al lavoro», ha detto il senatore James Lankford, Repubblicano dell’Oklahoma, «quello che ne ricavo è… consegnatemelo il più velocemente possibile».
Il Re ha domandato. Il popolo ha ascoltato. Il Congresso si deve adeguare. I giudici non devono ostacolare. I wokisti dei campus (minacciati da Trump via Truth, il suo social personale) non devono protestare. I nemici devono tremare. Sperando che le forze che abbracciano questo stesso modello di relazione amico-nemico ce la facciano nel resto del mondo, dall’Argentina alla Romania. Anche loro in lotta con la “Threat from Within” (il nemico interno) evocato da Vance a Monaco di Baviera.

In definitiva, il fronte nazionalcapitalista ha le idee piuttosto chiare, anche se questo non basta a garantirgli un successo duraturo; sul fronte opposto non è chiaro quale alleanza sociale e politica possa emergere, organizzata da chi, con quale missione. L’appello alla difesa della democrazia — che in Europa si traduce, di solito, in grandi coalizioni o “blocchi repubblicani” — non pare bastare.

L’ipnocrazia populista

Il filosofo di Hong-Kong Jianwei Xun ha scritto un bel libro intitolato “Ipnocrazia. Trump, Musk e l’architettura della realtà” (2024), sostenendo che il nuovo potere americano utilizza una nuova tecnica di potere che consiste non nel controllo dei corpi o delle menti, ma nella manipolazione di stati di coscienza collettivi.
Le reti sociali in questo si sono rivelate strumenti preziosissimi per ipnotizzare le masse, facendole reagire a trend collettivi, riuscendo a fare muovere la gente come sciami di insetti, pur lasciando loro l’illusione di avere controllo sui propri pensieri e le proprie opinioni.

Il potere oggi opera direttamente, in modo algoritmico, sulla coscienza, creando stati alterati permanenti attraverso la manipolazione digitale dell’attenzione e della percezione.

Difficile dunque “svegliare” le masse da questo sonno della ragione, perché ogni appello a svegliarsi si trasformerà immediatamente in un nuovo flusso di coscienza collettivo, il Wake si trasforma in Woke, in moda, trend, frasi o memi ripetuti all’infinito, finte prese di posizioni, finte opinioni.
A questo scopo vale la pena tornare in ambito cinematografico a rivedere l’altro film premonitore, quello del 2021 intitolato Don’t Look Up, in cui la certezza di un fatto catastrofico che sta per colpire la Terra non riesce a creare il consenso, a organizzare l’azione, ma crea un flusso di coscienza collettiva alterata, agitata e inconcludente.
(Oppure, per tagliar la testa al toro, vale la pena leggere il mio saggio in due volumi uscito all’inizio del 2024, “Il sonno della ragione genera i nostri”: Vol.1 👉 https://amzn.to/3tXVQ3M – Vol.2 👉 https://amzn.to/3HlV7MN – Ebook in unico volume 👉 https://books.apple.com/it/book/il-sonno-della-ragione-genera-i-nostri/id6476240283.)

L’orrendo spettacolo della brutalizzazione di Zelensky da parte di Trump e Vance nell’Oval Office, concluso con la risata di Trump che dice: «Questo sì che fa un bello show televisivo!», è un altro esempio di ipnocrazia all’opera.

Alice Weidel, leader di AfD

Le origini della ipnocrazia

Ma l’ipnocrazia è più vecchia di Trump ed è una strategia resa possibile non solo dalle reti sociali, ma dai poteri autoritari che vogliono controllare, dividere, e rendere impotenti le popolazioni per comandare meglio.
La tecnica è sempre quella: rompere i confini tra realtà e illusione e rendere impossibile la separazione tra vero e falso: laddove esistono miriadi di narrazioni alternative, le nozioni di vero e falso non hanno più senso, perché ciò che è vero in una narrazione sarà falso in un’altra.
L’impressione è che l’ipnocrazia sia stata attiva in Europa almeno dagli Anni Dieci di questo secolo, con la crescita sempre maggiore dei populismi di destra e sinistra. Il potere delle nuove tecnologie è stato reclutato rapidamente da varie forze politiche populiste (in Italia, per esempio, i Cinquestelle con il loro teorico Casaleggio) e veri e propri ingegneri del caos (come racconta bene Giuliano da Empoli nel suo libro “Gli ingegneri del caos”, del 2019), da società private, come Cambridge Analytica, protagonista del colossale scandalo esploso nel 2018, e da veri e propri businessmen dell’ipnocrazia, primo fra tutti quello Steve Bannon che è stato consulente di Trump, della Lega, dei Cinquestelle, della Le Pen, dei promotori della Brexit e di altri ancora.

Segno dell’ipnocrazia in Europa è l’effetto copia/incolla dei programmi populisti nei diversi Paesi europei, che hanno bisogni e aspirazioni molto diversi, ma che martellano tutti lo stesso messaggio.
Il cavallo di battaglia dell’ipnocrazia europea è l’immigrazione. La quale è un perfetto argomento ipnocratico perché la sua salienza, ossia il fatto che i cittadini effettivamente percepiscono persone provenienti da altre culture nelle loro strade, nelle scuole, nei loro spazi pubblici, rende la narrativa vendibile come una realtà sotto gli occhi di tutti.
Per dieci anni gli Europei, invece di occuparsi di migliorare la fluidità del mercato interno europeo, di fare investimenti industriali, di ottimizzare le spese militari e imparare a proteggersi, di investire a fondo nella ricerca sull’intelligenza artificiale o in tutte le altre tecnologie di punta di cui abbiamo bisogno, di investire nelle energie pulite e in generale nell’ecologia, hanno ripetuto il mantra collettivo secondo il quale tutti i mali dell’Europa venivano dall’immigrazione.
Ore e ore di televisione, in Francia, in Germania, in Italia, in Polonia, in Svezia o altrove a parlare del velo delle donne musulmane, della violenza portata dagli stranieri, delle nostre identità.
Non bastava nessun dato, nessuna statistica che mostrasse che l’impatto dell’immigrazione non è il problema principale dell’Europa, a nulla è servito dimostrare che i Paesi che come la Spagna hanno adottato politiche generose e intelligenti sull’immigrazione hanno avuto i migliori risultati economici del continente (a detta per esempio di The Economist, 10 dicembre 2024).

Travolti dall’iperrealtà

La narrativa sull’immigrazione è stata forse la strategia ipnocratica più forte degli ultimi dieci anni di politica europea, controbilanciata a sinistra dalla narrativa woke che a quella violenza rispondeva con regole di buona condotta, spesso soffocanti, per navigare nelle società multiculturali del futuro.
Il fatto che i discorsi fatti in Italia o in Francia fossero esattamente gli stessi di quelli fatti in un Paese come l’Ungheria che ha un’immigrazione pari a zero, avrebbe dovuto sollevare qualche sospetto nei cittadini. Le contraddizioni palesi di leader che predicano discorsi razzisti e sono sposati con persone provenienti dall’immigrazione, che gridano l’importanza della Nazione pur essendo residenti in Svizzera (sì, sto facendo l’esempio incredibile della leader dell’AfD in Germania, Alice Weidel: la boss dei neonazi tedeschi è lesbica, ha una compagna srilankese che vive in Svizzera con i loro due figli), che urlano Dio, patria e famiglia senza aver mai avuto una famiglia tradizionale né essere mai entrati in una chiesa (sì, sto parlando di Giorgia Meloni e Matteo Salvini e Marine Le Pen: le nuove élites populiste non si fanno alcun problema nel fare marketing elettorale con la “famiglia tradizionale” o i “confini chiusi” o la fede pur essendo loro, i Salvini o Meloni o Santanché o Weidel, i primi a contraddirli con convivenze more uxorio e figli fuori dal matrimonio — eppure pretendendo di mettere bocca sulle più intime e delicate scelte altrui come la sessualità, l’aborto, i figli o gli equilibri della vita di coppia…), mostrano che tali narrative sono prevalentemente ipnocratiche: un cocktail esplosivo di fabbricazione di realtà alternative che mette la gente in uno stato di ipnosi collettiva e fa esperire un’allucinazione confortata da alcune percezioni quotidiane.

L’indottrinamento populista, di destra o di sinistra, sorretto dall’iperrealtà del flusso continuo di informazioni, ci ha fatto perdere dieci anni di competitività sui veri problemi. Siamo come il vecchio detective Harrison Ford nel film Blade Runner, che deve distinguere tra umanoidi replicanti e veri umani: è estremamente arduo distinguere chi sta cercando di ipnotizzarci da chi sta cercando di fare vera politica — anche se dovremmo ormai essere avvezzi ai trucchi da imbonitori e alla retorica complottista-populista-sovranista: le frasi e i termini ripetuti all’infinito (l’«invasione» dei migranti, per esempio), l’incoerenza assoluta tra propositi ed etica personale (non si può sventolare la superiorità della famiglia tradizionale se non si ha una famiglia tradizionale), la sospetta applicabilità dello stesso concetto a realtà nazionali molto diverse ed eterogenee, la contraddizione palese tra le condizioni dei Paesi europei a natalità ormai quasi azzerata e il rifiuto di accettare lavoratori stranieri, i video TikTok che incitano ad azioni sterili, i meme sui social, le soluzioni semplici, le narrative che chiedono solo adesione e mai confronto… tutti questi dovrebbero essere segni evidenti del fatto che qualcuno sta cercando di indottrinarci.
Se vogliamo restare ottimisti sulla natura umana, sulla capacità di autonomia della ragione — il più grande lascito dell’Illuminismo —, dobbiamo cominciare a sviluppare strategie ragionevoli per riconoscere chi ci sta infinocchiando. Subito. Tutti quanti.


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