Se qualcuno ci chiedesse a bruciapelo: «come ha avuto origine la vita sulla Terra?», cosa risponderemmo, evitando per una volta di ricorrere al bellissimo ma ormai stucchevole «42» di Douglas Adams?
La domanda è una delle più affascinanti e complesse che l’umanità si sia mai posta. Attualmente sono in campo diverse teorie, ma non esiste ancora un accordo definitivo.
In base alla tesi dell’origine chimica, la più accreditata e credibile, gli scienziati ritengono che la vita sia emersa circa 3,8 miliardi di anni fa attraverso un processo di evoluzione chimica. Il biochimico sovietico Alexander Oparin (1894–1980) fu il primo scienziato a formulare un’ipotesi compiuta circa l’origine della vita in un saggio del 1936; egli ipotizzò la presenza di un’atmosfera primitiva “riducente” che, entrando in soluzione negli oceani, avrebbe portato alla formazione di molecole complesse che sarebbero state in grado di aggregarsi grazie all’energia luminosa e alla presenza di catalizzatori inorganici, come fanghi e argille. (L’atmosfera riducente conteneva principalmente idrogeno, metano, ammoniaca, vapor acqueo e altri composti che non contenevano ossigeno libero, O2. In chimica, un ambiente “riducente” è quello in cui gli atomi tendono a guadagnare elettroni, il che è opposto a un ambiente ossidante dove gli atomi perdono elettroni. L’atmosfera odierna è ossidante, ricca di ossigeno libero — ndr) L’ipotesi del biochimico russo suscitò molte polemiche ma anche molti consensi in Europa e lo scienziato inglese J. B. S. Haldane (1892–1964) perfezionò l’idea dei “coacervati” (goccioline microscopiche composte da molecole organiche, principalmente proteine e acidi nucleici, che si aggregano spontaneamente in soluzione — ndr), postulando che le piogge avessero dilavato la pellicola, ricca di carbonio, formatasi sulle rocce primordiali, rendendo gli oceani simili a un brodo diluito caldo, dove si sarebbero formati proteinoidi in grado di agire da reagenti per ulteriori reazioni. Mentre Oparin poneva l’accento sulla formazione delle prime cellule, l’attenzione di Haldane era soprattutto rivolta alla sequenza delle prime reazioni chimiche. I loro studi aprirono la strada all’indagine nota come “esperimento di Miller-Urey”: nel 1953 Stanley Miller e Harold Urey dimostrarono che, simulando le condizioni della Terra primitiva (atmosfera riducente, scariche elettriche), era possibile creare amminoacidi, componenti base delle proteine, a partire da molecole semplici.
Un’altra teoria correlata e molto diffusa, detta “dell’RNA”, sostiene che le prime forme di vita potrebbero essersi basate sull’RNA, molecola in grado di immagazzinare informazioni genetiche e svolgere funzioni catalitiche.
Queste due prime ipotesi si sono recentemente arricchite di due notevoli studi.
Nel primo, l’ingrediente chiave da cui avrebbe preso il via la vita sul nostro pianeta si chiama “diamidofosfato” (DAP); a identificarlo i ricercatori dello Scripps Research Institute (Stati Uniti) che sulle pagine di Nature Chemistry hanno raccontato come questo composto sia il plausibile catalizzatore primordiale per la “fosforilazione”, la reazione chimica cruciale nell’assemblaggio dei tre ingredienti base per le prime forme di vita: i primi peptidi (per svolgere il lavoro delle cellule), lipidi (per formare strutture protettive, come le pareti cellulari) e nucleotidi (per memorizzare informazioni genetiche), tutti precursori della vita sulla Terra.
In presenza di acqua e imidazolo — composto organico che si pensa fosse presente fin dai primordi — il DAP potrebbe innescare efficacemente la fosforilazione dei lipidi, che hanno il compito di bloccare il glicerolo e gli acidi grassi, portando così all’assemblaggio di piccole capsule (proprio come le vescicole moderne). In acqua a temperatura ambiente, DAP ha anche fosforilato amminoacidi come glicina, acido aspartico e acido glutammico, collegando queste molecole in brevi catene peptidiche, ovvero versioni più piccole delle proteine. Soprattutto, il DAP potrebbe innescare la fosforilazione nei “nucleosidi”, ossia i blocchi costituenti l’RNA. (Nucleotidi e nucleosidi sono due cose diverse.)
Tale ricerca è apparsa giusto a una settimana di distanza da uno studio delle università della Carolina del Nord e di Auckland, pubblicato sulla rivista Molecular Biology and Evolution, secondo cui il brodo primordiale da cui ha avuto origine la vita sulla Terra sarebbe stato composto da un cocktail di acidi nucleici e di piccole proteine, i peptidi. L’ipotesi contraddice la teoria più accreditata secondo cui la vita avrebbe avuto origine solamente dagli acidi nucleici (e che solo in un secondo momento si sarebbe arrivati alle proteine). Più precisamente, la ricerca evidenzia due famiglie di enzimi molto antichi, le cui tracce si trovano oggi in strutture come mitocondri e virus. Questi enzimi sono esattamente 20, si chiamano aaRss (aminoacyl-tRna synthetases) e ognuno di questi riconosce uno dei 20 amminoacidi (i mattoni del DNA), e oggi negli organismi servono a convertire le informazioni dei geni nelle proteine (processo noto come “traduzione”). In altre parole, questi enzimi vengono composti in un modo talmente semplice che lo stesso meccanismo potrebbe esser stato effettuato per dare origine alle prime forme di vita sul nostro pianeta.
Una terza ipotesi, sempre chimica, suggerisce che la vita possa essere emersa vicino a sorgenti idrotermali sottomarine, dove condizioni chimiche e termiche uniche avrebbero potuto favorire la formazione di molecole complesse.
Infine c’è la teoria della “panspermia”: i primi “semi” della vita sarebbero giunti sulla Terra da altri pianeti tramite meteoriti o comete, sebbene ciò non spieghi completamente il… “clic” iniziale della vita («Non è originaria della Terra, OK, ma il problema resta: anche se lo ha fatto altrove, com’è cominciata, ’sta benedetta vita?»). Ma forse le cose vanno formulate in un altro modo. Per dire, l’asteroide Bennu è sotto osservazione della NASA da diversi anni e i risultati dell’analisi di alcuni campioni prelevati nel 2020, quando la sonda spaziale OSIRIS-REx è riuscita a raggiungerlo, sono stati una sorpresa. Questo corpo celeste ha un’età di circa 4,5 miliardi di anni, è il “figlio” di un corpo molto più grande, e la sorpresa è che il pianeta (o asteroide) di origine conteneva molta acqua, poi evaporata e che ha lasciato un deposito di salamoia salata.
I campioni riportati sulla Terra (120 grammi di materiale) contengono materia organica complessa, inclusi amminoacidi e tutte le cinque basi nucleotidiche del DNA e dell’RNA (adenina, guanina, citosina, timina e uracile). Nel materiale di Bennu sono stati identificati 14 dei 20 amminoacidi presenti negli organismi terrestri, oltre ad amminoacidi non comuni o assenti nella biologia terrestre. Inoltre i campioni sono ricchi di composti azotati e ammoniaca, formatisi miliardi di anni fa in regioni fredde e distanti del Sistema Solare. L’analisi ha poi identificato una varietà di sali minerali, tra cui fosfati contenenti sodio, carbonati ricchi di sodio, solfati, cloruri e fluoruri. La presenza di una sequenza completa di minerali evaporitici (ovvero che si formano a seguito dell’evaporazione di acqua contenente sali e altre sostanze disciolte — ndr) dimostra che l’acqua non solo ha alterato le rocce sul corpo progenitore di Bennu 4,5 miliardi di anni fa, ma esisteva come pozze o vene sotterranee, probabilmente spesse solo uno o due metri. Questi accumuli di acqua hanno concentrato elementi come fosforo, sodio, cloro e fluoro provenienti dalla roccia madre, per poi evaporare, lasciando minerali e composti che spaziano da quelli mai osservati sulla Terra al cloruro di sodio, il comune sale da cucina. L’aspetto rilevante della scoperta è che questi minerali formatisi in salamoie dimostrano che non solo gli elementi o gli “ingredienti” necessari per i primi passi verso la vita erano presenti negli asteroidi del giovane Sistema Solare, ma lo era anche l’ambiente che ha permesso loro di combinarsi per formare molecole più complesse. Insieme, tutti i minerali individuati — inclusi carbonati, fosfati, solfati, cloruri e fluoruri — suggeriscono che l’acqua abbia attraversato Bennu e successivamente si sia dispersa nelle prime fasi della storia del Sistema Solare. Oggi, questi ingredienti e processi si trovano sui pianeti nani ghiacciati e sulle lune, ma esistono fin dalla nascita del nostro sistema planetario e probabilmente sono stati disseminati su tutte le lune e i pianeti.
Ora, se consideriamo la storia del nostro pianeta, sappiamo che i suoi inizi sono stati piuttosto travagliati. Dopo i primi 500 milioni di anni dalla formazione, la Terra subì un grande bombardamento da parte di asteroidi e comete; gli effetti di tale bombardamento sono ancora oggi osservabili nell’innumerevole quantità di crateri da impatto presenti sulla Luna. Inoltre, la Terra originariamente si è formata in una zona arida del disco protosolare, troppo vicina al Sole per poter mantenere la presenza di acqua, molto abbondante invece nelle zone esterne da Giove in poi. Per tale ragione gli studiosi pensano che, insieme all’acqua, gli asteroidi abbiano trasportato sulla Terra anche molecole organiche necessarie alla nascita della vita, che altrimenti non sarebbero state presenti sul nostro pianeta. La vita, cioè, si sarebbe formata sulla Terra grazie all’apporto di materiale organico che è stato sintetizzato nello Spazio e che una volta arrivato sul nostro pianeta ha trovato l’ambiente ideale per mettere in moto una innumerevole quantità di reazioni chimiche complesse, dando infine origine alla vita.
(Per dirlo con una battura, più che di “panspermia”, dunque, si dovrebbe parlare di un… giaciglio accogliente per l’amplesso — la Terra. E va da sé che un simile processo autorizza a ritenerlo comune in tutto l’Universo, perlomeno laddove esistano stelle di una certa dimensione con pianeti rocciosi orbitanti in zone “Riccioli d’oro”.)
E poi, ovviamente, c’è sempre la più vetusta delle dottrine, l’ipotesi dell’architetto divino.
Da poco arricchitasi con la trovata del “disegno intelligente”, teoria pseudoscientifica lanciata da Phillip Johnson, professore di legge, con il volume “Darwin on trial” del 1991, la quale sostiene che alcune caratteristiche dell’Universo e degli esseri viventi siano meglio spiegate da un’intelligenza progettuale piuttosto che da processi di natura come l’evoluzione per selezione naturale. Dalla sua ha perfino alcuni scienziati che fanno capo al Discovery Institute di Seattle, come Stephen Meyer, geologo e filosofo della scienza formatosi a Cambridge, e soprattutto Michael Behe, biochimico della Lehigh University in Pennsylvania (ateneo che ha preso ufficialmente le distanze dalle sue posizioni): Behe ha portato notorietà alla causa del disegno intelligente con la tesi della “complessità irriducibile”, secondo la quale certe strutture biologiche sarebbero così sofisticate da non poter essere spiegate da un processo evolutivo. Nata come alternativa “scientifica” al creazionismo, principalmente negli Stati Uniti, Paese in cui i fondamentalisti protestanti della destra repubblicana propalano l’idea che l’evoluzione sia “una credenza come un’altra”, cerca di presentarsi come una teoria basata sulla Scienza, pur non soddisfacendo i criteri del metodo scientifico. Il fatto che sia fortemente sostenuta da alcuni ambienti religiosi conservatori non ne rinforza certo il credito. Le sue argomentazioni sono sostanzialmente due: alcuni sistemi biologici sono “troppo complessi” per essersi evoluti “casualmente”, e la probabilità che la vita si sia sviluppata “spontaneamente” sarebbe troppo bassa. Entrambi gli argomenti, di tipo logico-retorico, sono facilmente smontabili dalla Scienza grazie alle prove empiriche, fossili e genetiche sull’evoluzione e sull’azione della selezione naturale darwiniana; al di là di questo, il “disegno intelligente” non propone meccanismi verificabili e non produce ricerche o esperimenti scientifici. Va presa così com’è, calata dall’alto.
Affine all’intelligent design c’è pure la cosiddetta “ipotesi della simulazione”, originariamente attribuita al filosofo svedese Nick Bostrom, il quale in un citatissimo articolo pubblicato nel 2003 sulla rivista The Philosophical Quarterly sostenne che ci siano rilevanti probabilità che la specie umana si trovi all’interno di una simulazione realizzata da una super-intelligenza esterna al nostro mondo. Il dubbio di vivere in una realtà simulata, parte della trama di innumerevoli film e racconti di genere, è una riformulazione relativamente recente di una questione fondamentale del pensiero filosofico occidentale e orientale, il problema della conoscibilità delle cose. «Ammesso che sia possibile un giorno arrivare a simulare un’esperienza indistinguibile dalla realtà», ci si chiede in sostanza, «cosa permetterebbe a quel punto di escludere che la realtà stessa non sia una simulazione?»
In un racconto molto noto nella storia del pensiero filosofico orientale e attribuito al filosofo taoista Zhuangzi, vissuto nel IV Sec. a.C., lo stesso Zhuangzi sognò di essere una farfalla, libera e svolazzante, ignara di essere Zhuangzi; all’improvviso si svegliò e seppe di essere Zhuangzi, indubbiamente, ma non sapeva se fosse lui ad aver sognato di essere una farfalla o una farfalla che stava sognando di essere Zhuangzi. In altri termini, Zhuangzi non poteva essere sicuro della realtà del suo mondo. Un dubbio molto simile a quello che sarebbe potuto sorgere anche in Neo, il protagonista del celebre film Matrix interpretato da Keanu Reeves, al quale a un certo punto viene spiegato che la sua vita ordinaria non è altro che una simulazione.
Come sia possibile conoscere la realtà è anche uno dei quesiti centrali nella ricerca del filosofo francese Cartesio e in particolare nel suo testo del 1641 “Meditazioni metafisiche”, da cui deriva gran parte della concezione dualistica moderna che oppone mente e corpo, pensiero e materia. Cartesio si chiese come sia possibile non dubitare del mondo esterno, cosa escluda l’ipotesi che la realtà non sia frutto di un inganno congegnato da un “genio maligno”. E trovò un limite a questa ipotesi nel fatto che il dubitare stesso, e quindi il pensare, sia prova dell’esistenza umana (cogito ergo sum), almeno in termini di sostanza pensante (res cogitans) opposta alla realtà fisica (res extensa).
Ciò nondimeno qui ci troviamo in un territorio più attinente alla filosofia che al metodo scientifico (o alla religione stessa), e soprattutto la parte davvero problematica dell’ipotesi della simulazione è che sottintende che sia possibile riprodurre tutto l’osservabile utilizzando non le leggi della Fisica bensì un algoritmo sottostante sviluppato da un programmatore. Tuttavia nessun super-essere potrebbe riprodurre la Relatività Generale o il Modello Standard o la Meccanica Quantistica attraverso un algoritmo da far girare su una qualche macchina: è certamente possibile approssimare alcune leggi naturali attraverso una simulazione al computer, cosa che gli scienziati fanno continuamente, ma non riprodurle — e non lo sarà nemmeno in futuro con computer quantistici o qualsiasi altra supermacchina: la capacità computazionale richiesta sarebbe comunque sempre troppa perfino nel caso in cui si avessero a disposizione cose come l’Eternità o l’Infinito.

La spiegazione dell’origine della vita è per forza speculativa; per definizione, nessuno ha potuto essere presente e vedere che cosa succedeva. Esiste un certo numero di teorie (scientifiche e dunque credibili) rivali, ma tutte hanno alcuni aspetti comuni. Il resoconto semplificato che segue, realizzato dal celebre biologo e genetista Richard Dawkins, è probabilmente vicino alla verità.
Non sappiamo quali materiali chimici grezzi fossero abbondanti sulla Terra prima dell’avvento della vita, ma fra quelli possibili vi sono acqua, anidride carbonica, metano e ammoniaca: tutti composti semplici che sono presenti almeno su alcuni altri corpi del nostro sistema solare (Titano ed Encelado, satelliti di Saturno; Europa, satellite di Giove; Tritone, satellite di Nettuno; il pianeta-nano Plutone; comete come 67P/Churyumov-Gerasimenko). I chimici hanno cercato di imitare le condizioni chimiche della Terra primordiale, mettendo queste semplici sostanze in una fiasca e fornendo una fonte di energia come la luce ultravioletta o scariche elettriche, una simulazione dei lampi e dei fulmini primordiali. Ogni volta che si prova questo esperimento, invariabilmente dopo qualche settimana si trova qualcosa di interessante nella fiasca: un brodo marroncino che contiene un gran numero di molecole più complesse di quelle introdotte in origine. In particolare, proprio come nell’esperimento di Miller-Urey, amminoacidi, le unità che compongono le proteine, una delle due grandi classi di molecole biologiche.
Prima che questi esperimenti venissero eseguiti, la presenza di amminoacidi veniva considerata una prova dell’esistenza della vita. Se fossero stati trovati, diciamo, su Marte, la vita su quel pianeta sarebbe stata considerata quasi certa. Oggi, invece, la loro esistenza implica soltanto la presenza di alcuni gas semplici nell’atmosfera, di qualche vulcano, della luce del sole e/o dei temporali.
Più recentemente, simulazioni in laboratorio delle condizioni chimiche della Terra prima dell’avvento della vita hanno prodotto sostanze organiche chiamate purine e pirimidine. Esempi di purine sono Adenina e Guanina, due delle quattro celebri basi azotate presenti nella doppia elica del DNA — ma si trovano anche nell’RNA —; esempi di pirimidine sono gli altri due celebri costituenti della doppia elica, Citosina e Timina, ma anche l’Uracile, presente invece nell’RNA. Insomma, nel “brodo simulato” sono apparsi tutti i mattoncini sia del DNA che dell’RNA.
Processi analoghi a questi devono aver dato origine al “brodo primordiale” che i biologi ritengono costituisse i mari da tre a quattro miliardi di anni fa. Le sostanze organiche diventarono qua e là concentrate, forse in pozze che asciugavano lungo le rive o in minuscole gocce in sospensione. Sotto l’influenza di energia come la luce ultravioletta del sole queste sostanze si sono combinate in molecole più grandi. Oggi grandi molecole organiche non durerebbero abbastanza a lungo: sarebbero rapidamente assorbite e distrutte dai batteri e da altre creature viventi. Ma i batteri e gli altri esseri viventi sono arrivati molto dopo: in quei giorni primordiali le grandi molecole organiche poterono sopravvivere tranquille nel “brodo” che si ispessiva.

A un certo punto, durante queste reazioni chimiche, si formò una molecola particolarmente notevole: quella che Richard Dawkins chiama “il replicatore”, e che qui battezzeremo “Xerox”, dal nome del primo fotocopiatore commercializzato nel 1959.
Xerox non era necessariamente la più grossa o più complessa molecola esistente, però aveva la straordinaria proprietà di essere capace di creare copie di sé stessa. Ciò può sembrare un evento molto improbabile, e in effetti è vero, è molto improbabile. Nella vita di un essere umano, cose che sono così improbabili possono essere considerate dal punto di vista pratico come impossibili. Ciò spiega perché pensandola così non vinceremo mai un mucchio di soldi al Superenalotto. Ma nelle nostre stime umane di ciò che è probabile e di ciò che non lo è non siamo abituati a pensare in termini di centinaia di milioni di anni. Se giocassimo una schedina ogni settimana per un centinaio di milioni di anni, faremmo probabilmente parecchi Sei.
In realtà una molecola che produce copie di sé stessa non è così difficile da immaginare come sembra a prima vista, e fra l’altro è sufficiente che compaia una volta soltanto. Si pensi a Xerox come a uno stampo.
Lo si immagini come una grossa molecola che consiste di una catena complessa costituita da varie specie di unità più semplici, disponibili in abbondanza nel “brodo” che circonda Xerox.
Supponiamo ora che ciascuna unità abbia affinità per molecole uguali a sé stessa: tutte le volte che una di queste molecole viene a trovarsi vicino alla parte dello Xerox per cui ha affinità, tenderà ad attaccarvisi. Le unità così attaccate saranno automaticamente disposte in una sequenza che copierà quella dello Xerox stesso. È quindi facile pensare che si possano unire a formare una catena stabile identica allo Xerox originale. Questo processo potrebbe continuare strato su strato all’infinito, come succede nella formazione dei cristalli.
D’altra parte, le due catene potrebbero separarsi dando origine a due Xerox, ciascuno dei quali procederebbe a formare altre copie.

Una possibilità più complessa è che ciascuna unità abbia affinità non per unità identiche a sé stessa, ma in modo reciproco per unità di un particolare tipo diverso.
Allora lo Xerox di turno agirebbe da stampo non per una copia identica ma per una specie di “negativo”, che a sua volta rifarebbe una copia esatta del “positivo” originale. Ai fini del presente articolo non importa se il processo originale di replicazione sia positivo-negativo oppure positivo-positivo, sebbene valga la pena di notare che gli equivalenti moderni del primo Xerox, ossia le molecole di DNA, usano una replicazione positivo-negativo. Quello che importa è che di colpo fece il suo ingresso nel mondo una nuova specie di “stabilità”. È probabile che, in precedenza, nessuna specie particolare di molecola complessa fosse molto abbondante nel “brodo”, perché ciascuna dipendeva dall’associazione fortuita di alcune unità in una configurazione stabile particolare. Immediatamente dopo la sua formazione, Xerox deve aver sparso molto rapidamente le sue copie attraverso i mari, fino a che le unità più piccole diventarono una risorsa scarsa e le altre molecole più grandi si formarono sempre più di rado.
Come che fu, si dovette arrivare a una grande popolazione di repliche identiche. E a questo punto si deve parlare di una proprietà importante di ogni processo di copiatura: il fatto che non sia sempre perfetto ma sia soggetto a errori.
Immaginiamo i tempi precedenti all’invenzione della stampa, quando libri come i Vangeli erano copiati a mano: tutti gli scrivani di qualsiasi epoca, per quanto attenti, commettono degli errori, e alcuni non sono altro che piccoli “miglioramenti” volontari. Se tutti copiano da un unico originale, il significato non viene troppo modificato. Ma se le copie vengono fatte da altre copie, che a loro volta sono fatte da altre copie, allora gli errori cominciano ad accumularsi e a diventare gravi. Noi tendiamo a considerare gli errori di copiatura come una cosa negativa, e a ben guardare, nel caso di documenti umani, è effettivamente difficile pensare a esempi in cui gli errori possano essere considerati come miglioramenti. Uno dei fenomeni più buffi di tale genere di cose fu quando un monaco ricopiò male la parola “kamilos” (fune), scrivendo “kamelos” (cammello): il suo errore si trasmise a tutti i copisti successivi e infine entrò nel Canone. Da allora i credenti si ritrovano a fare i conti, in silenzio e a capo chino, con l’incredibile frase «È più facile che un CAMMELLO passi per la cruna di un ago…», laddove nelle primissime versioni del testo evangelico c’era originariamente un più accettabile «È più facile che una FUNE passi per la cruna di un ago…». Con lo stesso sistema si diede origine a qualcosa di assai più grosso quando la parola ebrea che significava “giovane donna” venne erroneamente tradotta con la parola greca che significava “vergine”, portando alla profezia «Una vergine concepirà e partorirà un figlio».

A ogni modo, gli errori di copiatura negli Xerox biologici possono dar luogo a miglioramenti in senso reale, ed è stato essenziale per la progressiva evoluzione della vita che alcuni errori siano stati fatti. Non sappiamo e non potremo mai sapere quanto fossero accurate le copie eseguite dagli Xerox originali. I loro discendenti moderni — le molecole di DNA — sono sorprendentemente fedeli in confronto al più fedele processo di copiatura umano, ma anch’essi commettono talvolta degli errori e, in ultima analisi, sono proprio questi errori a rendere possibile l’evoluzione. Probabilmente gli Xerox primigeni erano molto più imprevedibili, tuttavia in ogni caso possiamo essere sicuri che venivano fatti degli errori, e possiamo essere sicuri che questi errori erano cumulativi: una volta apparso il cammello al posto della fune, poi rimaneva cammello.
Man mano che le copie sbagliate venivano prodotte e propagate, il brodo primordiale si riempiva di una popolazione composta non di repliche identiche, ma di parecchie varietà di molecole che si replicavano, tutte “discese” dalla stessa molecola progenitrice. Quasi sicuramente alcune varietà erano più numerose di altre, perché certe molecole, una volta formate, erano più resistenti e si spezzavano più lentamente. Questi tipi di molecole si trovavano con relativa abbondanza nel brodo, non solo come diretta conseguenza logica della loro “longevità”, ma anche perché avevano a disposizione un tempo maggiore per produrre copie di sé stesse. Gli Xerox a lunga vita tendevano quindi a diventare più numerosi e, a parità di altre condizioni, si creava nella popolazione di molecole una “tendenza evolutiva” verso una maggiore longevità.
Ma le altre condizioni non erano probabilmente uguali: un’altra proprietà di un tipo di Xerox che deve avere avuto un’importanza ancora maggiore per la sua diffusione nella popolazione è la velocità di replicazione o “fecondità”. Se lo Xerox di tipo A fa copie di sé stesso in media una volta alla settimana, mentre quello di tipo B fa copie di sé stesso una volta all’ora, non è difficile capire che molto presto le molecole di tipo A saranno in minoranza, anche se “vivono” molto più a lungo delle molecole di tipo B. Nelle molecole del brodo ci deve quindi essere stata una tendenza evolutiva verso una maggiore fecondità.
Una terza caratteristica degli Xerox che dovrebbe essere stata selezionata positivamente è l’accuratezza della replicazione. Se molecole di tipo X e di tipo Y hanno la stessa durata e si replicano alla stessa velocità, ma X fa un errore in media ogni dieci replicazioni mentre Y ne fa uno soltanto ogni cento, Y diventerà ovviamente più abbondante. Il contingente di X nella popolazione perde non solo i “figli” sbagliati ma anche i loro discendenti, reali o potenziali.
Chi sa già qualcosa dell’evoluzione, è possibile che trovi quest’ultimo punto un po’ paradossale: si può conciliare l’idea che gli errori di copiatura siano un requisito essenziale per l’evoluzione con l’affermazione che la selezione naturale favorisce un’elevata fedeltà di copiatura? La risposta è che, sebbene l’evoluzione possa sembrare, in un certo senso, una “cosa buona” — specialmente perché noi ne siamo il prodotto —, niente in realtà “vuole” evolvere. L’evoluzione è qualcosa che succede che lo si voglia o no, nonostante tutti gli sforzi degli Xerox (e oggi dei geni) per impedirlo. Errori, velocità e fedeltà sono andati tutti avanti in forza della propria stabilità.

Tornando al brodo primordiale, questo con ogni probabilità si popolò di varietà stabili di molecole; stabili nel senso che le singole molecole duravano a lungo o si replicavano rapidamente o accuratamente. La tendenza evolutiva verso questi tre tipi di stabilità si può esemplificare in questo modo: se si fossero presi campioni del brodo in due tempi diversi, l’ultimo campione avrebbe dimostrato di contenere una proporzione maggiore delle varietà dotate di alta longevità/fecondità/fedeltà di copiatura. Questo è essenzialmente ciò che un biologo intende per “evoluzione” quando parla di creature viventi, e il meccanismo è lo stesso: la selezione naturale.
Dovremmo allora dire che gli Xerox originali erano “viventi”? La questione non ha davvero alcuna importanza. Se io dico «Darwin è l’uomo più grande che sia mai esistito», e tu rispondi «No, è Newton», e una terza persona davanti a noi oppone un «Macché, è Einstein», nessuna conclusione sostanziale deriverebbe da una simile diatriba. Che noi la consideriamo “grande” o no, la realtà della vita e delle imprese di Einstein, Newton e Darwin resta totalmente invariata. Allo stesso modo, la storia degli Xerox si è svolta indipendentemente dal fatto che noi decidiamo di chiamarli “viventi”. Molte sofferenze umane sono state causate dal fatto che troppi di noi non riescono a capire che le parole sono soltanto strumenti da usare e che la semplice presenza nel dizionario di una parola come “vivente” non implica necessariamente che questa si riferisca a qualcosa di definito nel mondo reale. Che noi li consideriamo viventi o no, gli Xerox sono stati i progenitori della vita, i nostri lontanissimi antenati.
(Vedere anche: “La vita, in realtà, non esiste”)
Un altro fattore decisivo, di cui Darwin stesso sottolineò l’importanza (sebbene riferendosi a piante e animali e non a molecole) è la competizione. Il brodo primordiale non era in grado di sostenere un numero infinito di Xerox; tanto per cominciare, banalmente, le dimensioni della Terra sono finite. Tuttavia certo influirono anche altri fattori limitanti. Nel nostro quadro dello Xerox che agisce da stampo, lo abbiamo considerato immerso in un brodo ricco di piccole unità base necessarie per la formazione delle copie. Ma quando gli Xerox divennero numerosi, queste unità “sfuse nel brodo” furono utilizzate a un ritmo tale da diventare una risorsa scarsa e preziosa, tanto da far nascere una competizione tra tipi o linee diverse di Xerox. Abbiamo considerato i fattori che possono aver aumentato il numero di specie favorite di Xerox; adesso vediamo che le varietà meno favorite devono in effetti essere diventate meno numerose a causa della competizione, e alla fine molte di esse si sono estinte. C’è stata quindi una “lotta” per l’esistenza fra le varietà di Xerox. Essi non sapevano di lottare né se ne preoccupavano; la lotta era condotta senza odio, anzi senza alcun sentimento.
Gli Xerox lottavano nel senso che qualunque errore che portasse a un nuovo livello superiore di stabilità, o a un nuovo modo di ridurre la stabilità dei rivali, veniva automaticamente conservato e moltiplicato. Il processo di miglioramento era cumulativo e i meccanismi che aumentavano la stabilità di uno Xerox e diminuivano quella dei rivali divenivano più elaborati e più efficienti. Alcuni di essi forse “scoprirono” anche il modo di rompere chimicamente le molecole di varietà rivali e di usare le unità così rilasciate per fare copie di sé stessi. Questi proto-carnivori ottenevano cibo e simultaneamente rimuovevano i loro rivali. Altri Xerox forse scoprirono il modo di proteggersi, sia chimicamente che costruendo intorno a sé una parete fisica di proteine. Questo può essere il modo in cui sono apparse le prime cellule viventi. Gli Xerox non soltanto hanno cominciato a esistere ma hanno anche costruito dei contenitori, dei “veicoli” che li aiutassero a continuare a esistere.
Gli Xerox che sopravvissero furono quelli che costruirono delle “macchine di sopravvivenza” in cui vivere. Le prime consistevano probabilmente di un semplice rivestimento protettivo; ma con il graduale aumento della difficoltà della vita, a causa dell’insorgere di nuovi rivali dotati di macchine di sopravvivenza migliori e più efficaci, queste divennero sempre più grandi ed elaborate, in un processo cumulativo e progressivo.
Il graduale miglioramento delle tecniche e degli artifici usati dagli Xerox per assicurare la propria sopravvivenza era destinato a finire? C’era molto tempo per migliorare. Quali strani strumenti di autoconservazione avrebbero portato i millenni? Quale sarebbe stato il destino di questi antichi Xerox quattro miliardi di anni dopo? Essi non si sono estinti in quanto sono gli antichi maestri dell’arte della sopravvivenza: però non cerchiamoli nel mare, perché hanno rinunciato a quella libertà molto tempo fa. Adesso si trovano in enormi colonie, al sicuro all’interno di… robot giganti, fuori dal contatto con il mondo esterno, con il quale comunicano in modo indiretto e tortuoso e che manipolano a distanza. Essi si trovano dentro di te e di me, di noi tutti — non solo noi esseri umani ma noi animali e vegetali —, ci hanno creato, corpo e mente, e la loro conservazione è lo scopo ultimo della nostra esistenza.
Hanno percorso un lungo cammino, questi Xerox, e adesso sono conosciuti sotto il nome di “geni”, e noi siamo le loro “macchine di sopravvivenza”.

L’«inutilità» di un creatore
In definitiva, la selezione naturale non solo spiega tutta la vita, ma rivela che la Scienza ha il potere di mostrare come la complessità organizzata emerga da inizi semplici senza alcun intervento esterno. Se si comprende bene la selezione naturale, si procede con coraggio anche in altri campi, perché si finisce per sospettare che anche in essi, come già in campo biologico prima di Darwin, siano state prospettate false alternative.
Il filosofo Daniel Dennett, ottimo conoscitore della Scienza, ha osservato che
l’evoluzione contraddice una delle nostre idee più radicate, ossia che occorra una cosa bella e grandiosa per produrne una più piccola. La definisco la teoria della “creazione discendente”. Non si vedrà mai una lancia che fabbrica un fabbricante di lance, né un ferro di cavallo che fabbrica un fabbro o un vaso che fabbrica un vasaio.
Darwin ha scoperto un processo concreto che agisce proprio in tale modo controintuitivo, ed è questo che rende il suo contributo al pensiero umano così rivoluzionario e così capace di risvegliare le coscienze.
Dall’altro lato, la logica creazionista è invece sempre la stessa. Un dato fenomeno naturale è «statisticamente troppo improbabile, complesso, bello e mirabile per essersi originato per caso».
Il “progetto intelligente” è l’unica alternativa al caso che il creazionista sa immaginare: «Se non è stato il caso, allora dev’esserci stato un autore». Anche la risposta della Scienza a questa logica fallace è sempre la stessa: il “progetto” non è l’unica alternativa al caso, la selezione naturale è un’alternativa migliore. Anzi, il progetto non è una vera alternativa, perché solleva un problema ancora più grande di quello che risolve: chi ha progettato il progettista? Né il caso né il progetto sono soluzioni valide al problema dell’improbabilità statistica, perché il primo è il problema e l’altro lo ripropone. La vera risposta è la selezione naturale, l’unica soluzione concreta che sia mai stata avanzata; e non solo concreta, ma anche di un’eleganza e di una potenza meravigliose.
Come mai la selezione naturale risolve il problema dell’improbabilità, laddove il caso e il progetto restano al palo? Perché è un processo cumulativo, che scompone il problema in piccole parti. Ciascuna parte è leggermente, ma non totalmente improbabile. Quando innumerevoli eventi leggermente improbabili si accumulano uno dietro l’altro, il prodotto finale è molto, molto improbabile; così improbabile da non poter essersi verificato “per caso”. È di questi prodotti finali che sproloquiano tanto i creazionisti, portando sempre gli stessi, triti argomenti. Il creazionista non coglie il punto: egli infatti (alle donne, per una volta, non dispiacerà l’uso del pronome maschile) si ostina a trattare la genesi dell’improbabilità statistica come un evento unico e straordinario.
Non capisce il potere dell’accumulazione.
Peraltro, non ha senso calcolare la probabilità dopo l’evento. «Mentre venivo qui, ho visto una macchina targata ANZ912. Potreste per favore calcolarmi la probabilità che di tutte le targhe dello Stato io vedessi proprio ANZ912?»… Si vede bene che è ridicolo.
A preoccupare i teologi rigorosi è che le lacune si colmano sempre più con il progredire della Scienza, e Dio rischia alla fine di non avere niente da fare e alcun posto dove nascondersi. A preoccupare gli scienziati, invece, è qualcos’altro. È parte essenziale dell’impresa scientifica riconoscere l’ignoranza e perfino rallegrarsene, perché essa rappresenta una sfida per conquiste future. Come ha scritto il divulgatore scientifico, giornalista e saggista britannico Matt Ridley: «La maggior parte degli scienziati è annoiata da ciò che ha già scoperto. È l’ignoranza a spingerli ad andare avanti».
Quando uno scienziato dice di non sapere la risposta, si rende conto di essere ignorante. Quando dice che ha una vaga idea di cosa succederà, è incerto. Quando è abbastanza sicuro e dice: «Scommetto che andrà così», ha ancora qualche dubbio. Ed è di primaria importanza, ai fini del progresso scientifico, riconoscere il valore di questa ignoranza e di questo dubbio. Il dubbio ci spinge a guardare in nuove direzioni e cercare nuove idee. Il progresso della Scienza non si misura solo dalla quantità di nuovi esperimenti, ma anche — molto più importante — dall’abbondanza di nuove ipotesi da verificare. Se non si potesse, o volesse, guardare in nuove direzioni, se non si avessero dubbi, o non si riconoscesse il valore dell’ignoranza, non si riuscirebbe ad avere idee nuove.
La Scienza è quindi soltanto un metodo di indagine. Il metodo si basa sul principio che l’osservazione è il giudice ultimo di come stanno le cose. Quando si capisce che solo l’osservazione può dimostrare la verità di un’ipotesi, ogni altro aspetto e caratteristica della Scienza diventa immediatamente comprensibile. In questo contesto «dimostrare» significa «verificare», o «controllare», e il famoso detto «L’eccezione dimostra la regola» dovrebbe essere cambiato in «L’eccezione verifica la regola», o meglio «L’eccezione dimostra che la regola è sbagliata». Questo è il principio scientifico. Se c’è un’eccezione, e si può osservare direttamente, allora la regola è sbagliata.

Chi crede nella Scienza, crede che il mondo sia governato da una serie di leggi immutabili. Certo, qualcuno potrebbe affermare che tali leggi sono “opera di Dio”, ma questa tesi contribuisce più a dare una definizione di Dio che non una prova della sua esistenza.
Ma la cosa davvero importante è che queste leggi fisiche o “di natura” o come altro le si voglia chiamare, oltre a essere immutabili, sono universali: non si applicano solo al volo di una pallina, ma anche al moto di un pianeta e a tutto ciò che avviene nel cosmo. A differenza delle leggi fatte dagli uomini, quelle di natura non possono essere infrante; è per questo che sono così potenti e, se considerate dal punto di vista della religione, controverse. Se si accetta che le leggi di natura siano fisse, non ci vuole poi molto a chiedersi: quindi qual è il ruolo di Dio?
Potremmo anche definire Dio come la personificazione delle leggi di natura, eppure non è così che lo intende la stragrande la maggioranza dei credenti, per i quali, invece, Dio è un essere simile a noi, con il quale è possibile stabilire un rapporto personale. Quando però guardiamo la vastità dell’Universo e riflettiamo su come sia insignificante e accidentale la vita umana al suo interno, questa posizione sembra ben poco plausibile.
Per dare un’idea di questo strano ma cruciale concetto, Stephen Hawking tirò fuori una semplice analogia.
Immaginate che un uomo voglia costruire una collina su un terreno pianeggiante. La collina rappresenta l’Universo. Per realizzarla, l’uomo scava una buca e usa la terra che ne ha estratto. Com’è ovvio, però, in questo modo non sta creando solo una collina, ma anche una buca, che rappresenta di fatto una versione negativa della collina stessa. Il materiale che era contenuto nella buca è ora diventato la collina, così i conti tornano perfettamente. Questo è il principio che sta dietro a ciò che è avvenuto all’inizio dell’Universo. Quando il Big Bang ha prodotto un’enorme quantità di energia positiva, ha prodotto allo stesso tempo la medesima quantità di energia negativa; in questo modo, il positivo e il negativo si azzerano sempre a vicenda. È un’altra legge di natura. Ma dov’è finita oggi tutta questa energia negativa? Si trova […] nello Spazio. Potrebbe suonarvi strano, lo so, ma stando alle leggi di natura che riguardano la gravità e il moto — leggi che sono tra le più vecchie nella Scienza — lo Spazio stesso è un deposito di energia negativa, grande abbastanza da far tornare i conti.
Cosa comporta quindi tutto questo in merito alla nostra domanda sull’esistenza di un Dio? Be’, se l’Universo, nel suo complesso, ammonta a nulla, non occorre un Dio per crearlo. L’Universo costituisce l’esempio principe di un pasto gratis.
Nell’istante del Big Bang è accaduto qualcosa di straordinario: il tempo stesso ha iniziato a esistere.
Il ruolo giocato dal tempo all’inizio dell’Universo costituisce la chiave ultima per rimuovere la necessità di un grande progettista e dimostrarci che l’Universo si è creato da solo, e come.
Man mano che viaggiamo all’indietro nel tempo verso il momento del Big Bang, l’Universo diventa via via più piccolo, finché non si riduce a uno Spazio talmente ridotto da essere, di fatto, un buco nero infinitamente piccolo e infinitamente denso. E, come per gli odierni buchi neri che fluttuano nello Spazio, anche per quel buco nero le leggi di natura stabiliscono qualcosa di straordinario: il tempo deve fermarsi. Non possiamo individuare un tempo precedente il Big Bang per il semplice fatto che prima di esso non esisteva alcun tempo. Abbiamo infine trovato qualcosa che non ha una causa, perché non c’è un tempo precedente in cui tale causa possa esistere. L’assenza di un tempo nel quale un ipotetico creatore dell’Universo possa essere esistito esclude la possibilità stessa che un creatore ci sia stato. Prima del Big Bang il tempo non esisteva e, di conseguenza, non c’è stato un tempo in cui Dio possa aver plasmato l’Universo. È come chiedere da che parte bisogna andare per giungere ai confini della Terra: essendo una sfera, e in quanto tale non avendo confini, cercarli è uno sforzo inutile.
Quello che in genere consideriamo “vita” si basa su catene di atomi di carbonio uniti a pochi altri tipi di atomi, come l’azoto o il fosforo. Possiamo ipotizzare forme di vita che abbiano qualche altra base chimica, come il silicio; di fatto, però, il carbonio sembra essere il più adatto, perché ha la chimica più ricca. L’esistenza stessa degli atomi di carbonio, con le loro specifiche proprietà, dipende da una precisa regolazione di diverse costanti fisiche, come la scala della cromodinamica quantistica (che determina non solo dimensione e massa di protoni e neutroni negli atomi ma anche la possibilità stessa della loro esistenza), la carica elettrica e anche la dimensionalità dello spaziotempo: se queste costanti avessero valori significativamente differenti, il nucleo dell’atomo di carbonio non sarebbe stabile o gli elettroni collasserebbero sul nucleo.
C’è peraltro un che di speciale nello Spazio tridimensionale. In tre dimensioni, i pianeti possono avere delle orbite stabili intorno alle stelle. Questa è una conseguenza del fatto che la gravitazione obbedisce alla legge dell’inverso del quadrato, scoperta da Robert Hooke nel 1665 ed elaborata in seguito da Isaac Newton. Pensiamo all’attrazione gravitazionale tra due corpi posti a una determinata distanza. Se tale distanza raddoppia, la forza di attrazione si riduce a un quarto; se la distanza triplica, la forza si riduce a un nono; se quadruplica, la forza si riduce a un sedicesimo e così via. Questo ci porta ad avere delle orbite planetarie stabili. Pensiamo ora a uno Spazio con quattro dimensioni: in questo caso, la gravitazione obbedirebbe a una legge dell’inverso del cubo, il che significa che se la distanza tra due corpi raddoppia l’attrazione gravitazionale si riduce a un ottavo, se triplica si riduce a un ventisettesimo e se quadruplica a un sessantaquattresimo. Questo passaggio a una legge dell’inverso del cubo impedirebbe ai pianeti di avere delle orbite stabili intorno alle loro stelle: finirebbero per cadere dentro il loro sole o fuggire per la tangente e perdersi nelle fredde e buie distese dello Spazio. In modo simile, anche le orbite degli elettroni negli atomi non sarebbero stabili, con la conseguenza che la materia come la conosciamo non esisterebbe. Pertanto, anche se l’idea delle “molteplici storie” del multiverso (uno degli scenari più affascinanti e controversi nella Fisica: l’ipotetica e attualmente inverificabile esistenza di molteplici “bolle” di universi dotati di differenti costanti fisiche, al di là del nostro universo osservabile — ndr) consentirebbe l’esistenza di universi con un qualsiasi numero di dimensioni quasi piatte, soltanto quelli con tre dimensioni piatte conterranno esseri intelligenti. Solo in queste storie e in questi universi, cioè, ci sarà qualcuno in grado di chiedersi: «Perché lo Spazio ha tre dimensioni?».
L’esperienza comune attesta che, col passare del tempo, le cose diventano più disordinate e caotiche. Questa osservazione empirica trova anche espressione in una precisa legge, la “seconda legge della termodinamica”, la quale afferma che la quantità totale di disordine — o entropia — nell’Universo è in continua crescita con il trascorrere del tempo. L’ordine in un particolare corpo può anche aumentare, a patto che la quantità di disordine in ciò che lo circonda aumenti in misura ancora maggiore.
Questo è ciò che accade in un essere vivente, che possiamo definire come “un sistema ordinato in grado di andare avanti resistendo alla tendenza al disordine e capace di riprodursi, ossia di creare altri sistemi ordinati simili a lui ma indipendenti”. Per fare queste cose, deve convertire l’energia che assimila in qualche forma ordinata (come il cibo, la luce del sole o l’energia elettrica) in energia disordinata, sotto forma di calore; in questo modo soddisfa il requisito in base al quale la quantità totale di disordine aumenta mentre, contemporaneamente, nel sistema stesso (e nella sua discendenza) è l’ordine a crescere.
(Per inciso, la seconda legge della termodinamica impedisce di fatto che possa esistere il viaggio indietro nel tempo. L’aumento dell’entropia determina infatti una “freccia del tempo” unidirezionale: i processi spontanei procedono sempre nella direzione che aumenta l’entropia totale. Per esempio, il calore fluisce spontaneamente dal corpo caldo a quello freddo e mai viceversa. Oppure immaginiamo un bicchiere che si rompe cadendo a terra: il processo aumenta l’entropia — il bicchiere in pezzi è più disordinato del bicchiere intatto —; per “riavvolgere” questo evento e riportare il bicchiere intatto sul tavolo, sarebbe necessario ridurre l’entropia, cosa che implicherebbe un’inversione dell’aumento di entropia in tutto l’Universo, con un’incalcolabile quantità di energia e un controllo perfetto delle condizioni iniziali e finali. In sostanza, questo tipo di manipolazione su scala cosmica sarebbe impraticabile. La seconda legge è legata anche al concetto di irreversibilità dell’informazione: quando un sistema evolve, perde inevitabilmente informazione sul suo stato iniziale; tornare indietro nel tempo significherebbe dover “recuperare” questa informazione persa, violando un ennesimo principio fisico fondamentale. Dunque, scordiamoci di poter tornare indietro a vedere com’è iniziata la vita, anche in un lontanissimo futuro in cui fossimo super-progrediti.)
Le stelle sono fatte di atomi, e anche gli animali sono fatti degli stessi atomi, ma combinati in una tale complessità da apparire misteriosamente “vivi”. Che grande avventura contemplare l’Universo, al di là dell’uomo, contemplare come sarebbe senza l’uomo, così com’è stato per quasi tutta la sua lunga storia, e quasi ovunque! Raggiungere finalmente questa visione obiettiva, apprezzando appieno il mistero e la maestà della materia, e poi puntare di nuovo la lente sull’uomo, visto come materia, guardare la “vita” come parte di questo profondo mistero universale, è un’esperienza rara ed esaltante. Solitamente si conclude in una risata, quando ci si arrende di fronte all’impossibilità di capire che cos’è mai questo atomo dell’Universo, questo cosino — un atomo curioso — che guarda sé stesso e si meraviglia della propria meraviglia.
Tali visioni scientifiche finiscono in un senso di mistero, perse al margine dell’incertezza, ma appaiono così profonde e impressionanti da far sembrare la teoria che tutto sia solo un palcoscenico su cui l’uomo si dibatte tra bene e male, con Dio come spettatore, semplicemente inadeguata.
I mistici esultano nel mistero e vorrebbero che restasse misterioso. Gli scienziati esultano nel mistero per un motivo diverso: vi trovano motivo di ricerca. Più in generale, uno degli effetti veramente negativi della religione è che ci insegna a considerare una virtù il pascersi della propria ignoranza.
Riassumendo…
Per secoli, una delle più grandi sfide per l’intelletto umano è stato spiegare come mai l’Universo sia così complesso e improbabile da apparire frutto di un “progetto”.
La tentazione naturale è quella di attribuire all’apparenza lo statuto di realtà. Nel caso dei manufatti umani, come un orologio da polso, il progettista è davvero un tecnico intelligente; perciò si è tentati di applicare la stessa logica a un occhio, un’ala, un ragno o una persona.
La tentazione è fuorviante, perché l’ipotesi del progettista solleva immediatamente il problema più vasto di chi abbia progettato il progettista. Il problema di partenza è quello di spiegare l’improbabilità statistica e, ovviamente, non è una buona soluzione postulare qualcosa di ancor più improbabile. Come ha scritto Richard Dawkins, «abbiamo bisogno di una “gru”, non di un “gancio appeso al cielo”», perché solo una gru può permetterci di passare in maniera graduale e plausibile dalla semplicità a una complessità altrimenti improbabile. La gru più ingegnosa e potente che sia stata scoperta finora è l’evoluzione per selezione naturale. Darwin e i suoi successori hanno dimostrato che, con la loro incredibile improbabilità statistica e un’apparenza che suggerisce il progetto, le creature viventi si sono evolute per gradi molto lenti da organismi più semplici. Con le conoscenze raggiunte fino a oggi, ormai possiamo affermare con sicurezza che l’impressione di un progetto è solo un’illusione.

Sul nostro pianeta andò così. Circa 4 miliardi di anni fa, condizioni particolari sulla Terra (presenza di acqua liquida, composti chimici semplici, energia sotto forma di radiazione UV o fulmini) permisero la formazione di molecole organiche semplici come amminoacidi, zuccheri e basi azotate. Queste molecole si sono combinate per formare strutture “autoreplicanti” che hanno portato alle prime cellule.
Le cellule si sono evolute in organismi unicellulari, poi in organismi multicellulari. Attraverso la selezione naturale, gli organismi multicellulari si sono diversificati in piante e animali. Circa 500 milioni di anni fa si svilupparono i vertebrati, con una colonna vertebrale e un sistema nervoso più sofisticato. Tra 250 e 65 milioni di anni fa, durante l’èra dei dinosauri, i mammiferi iniziarono a differenziarsi, sviluppando tratti come sangue caldo, peli e cure parentali.
Tra i primati, circa 7 milioni di anni fa, comparvero i primi ominidi, nostri antenati diretti, che svilupparono la capacità di camminare eretti e un cervello più grande. L’evoluzione della bipedia (camminare su due gambe) liberò le mani, favorendo l’uso di strumenti e il trasporto di oggetti. Gli ominidi iniziarono a fabbricare utensili circa 3,3 milioni di anni fa. Homo Erectus e successivamente Homo Sapiens svilupparono un cervello più grande e diversificato. Circa 70.000 anni fa, Homo Sapiens mostrò capacità di pensiero simbolico, arte, linguaggio e trasmissione culturale. Circa 10.000 anni fa iniziò l’agricoltura, che portò alla formazione di società stabili e complesse. Lo sviluppo della tecnologia, delle strutture sociali e della cultura ha consentito a Homo Sapiens di diventare la specie dominante sul pianeta.
È stata dunque una fatica incommensurabile e “altamente improbabile” se vista nell’insieme, quella fatta dalla Natura per passare dalla chimica organica “inanimata” iniziale a quella meraviglia che è l’essere umano moderno, meraviglia probabilmente più unica che rara nell’intero Universo.
Forse la probabilità che la vita appaia in maniera spontanea è talmente bassa che la Terra è l’unico pianeta della galassia — o magari addirittura dell’Universo osservabile — su cui si è generata. Oppure, quand’anche si formassero sistemi in grado di autoriprodursi (come le cellule), è possibile che la maggior parte di queste forme di vita non sviluppino l’intelligenza. Noi siamo soliti considerare la vita intelligente come una conseguenza inevitabile dell’evoluzione: ma chi ci dice che sia davvero così? Il “principio antropico” (cfr. box qui in basso) dovrebbe metterci in guardia da questo genere di ragionamenti. È più verosimile che l’evoluzione sia un processo dove l’intelligenza è solo uno degli innumerevoli esiti possibili. Non è neppure chiaro, peraltro, se l’intelligenza giochi davvero un qualche ruolo nella sopravvivenza a lungo termine. I batteri e altri organismi unicellulari potrebbero sopravvivere anche se tutte le altre forme di vita sulla Terra venissero spazzate via a causa delle nostre azioni. Forse l’intelligenza rappresentava uno sviluppo improbabile per la vita sulla Terra, visto che, stando alla cronologia dell’evoluzione, ci è voluto tantissimo tempo — due miliardi e mezzo di anni — per passare dalle singole cellule agli esseri pluricellulari, che costituiscono un necessario predecessore dell’intelligenza. Questo periodo rappresenta una porzione non irrilevante del tempo disponibile prima che il Sole inglobi la Terra (10 miliardi di anni), il che confermerebbe l’ipotesi secondo cui ci sono scarse probabilità che la vita si sviluppi fino allo stadio dell’intelligenza. In tal caso, potremmo aspettarci di trovare molte altre forme di vita nella galassia, ma è improbabile che siano intelligenti — sebbene, come già visto, l’improbabilità non sia davvero un ostacolo nel mettere in piedi cose meravigliose.
In cosmologia esiste un principio a cui ci si appella spesso per spiegare lo stato del nostro Universo, e che nessuno saprebbe dimostrare o falsificare sperimentalmente. Viene definito “principio antropico”, ed è tirato in ballo per rendere conto alcune coincidenze che saltano fuori quando si osservano i parametri fondamentali del cosmo: variabili come la costante gravitazionale, la massa dei protoni, o l’età dell’Universo, che se fossero state appena diverse da quelle che vediamo, non avrebbero permesso alla nostra specie di essere al mondo. Funziona più o meno così: le cose stanno come stanno esattamente perché noi siamo al mondo. O per dirla in modo più formale: “Un osservatore (noi) può osservare solamente condizioni che ammettono degli osservatori”. Per parafrasare Cartesio: “Cogito, ergo mundus talis est”. Se penso, il mondo allora deve essere com’è. Dal fatto che esisto, posso dedurre che l’Universo non poteva essere diverso da come è.
All’inizio, il processo dell’evoluzione biologica è stato molto lento: ci sono voluti due miliardi e mezzo di anni per arrivare dal DNA e dalle prime cellule agli organismi pluricellulari. Poi, però, è bastato meno di un altro miliardo di anni perché la vita si evolvesse fino ai mammiferi, passando per pesci e rettili. Dopodiché, l’evoluzione sembra aver accelerato ulteriormente il passo: sono occorsi solo cento milioni di anni circa perché dai primi mammiferi si arrivasse a noi esseri umani. La ragione è che i primi mammiferi contenevano già una versione dei nostri organi essenziali: per questo passaggio, quindi, bastava solo qualche piccolo ritocco. Con la razza umana, però, l’evoluzione ha raggiunto uno stadio critico, comparabile per importanza a quello dello sviluppo del DNA. Stiamo parlando del linguaggio (e, in particolare, di quello scritto), che permette di passare l’informazione da una generazione all’altra attraverso una via diversa rispetto a quella genetica. Nel corso dei poco più di diecimila anni di storia dell’umanità ci sono stati alcuni cambiamenti rilevabili nel DNA umano dovuti all’evoluzione biologica, ma la quantità di conoscenza trasmessa da una generazione all’altra è cresciuta infinitamente di più.
Ciò che è insolito a proposito di Homo Sapiens rispetto a tutto il resto dei “viventi” si può riassumere quasi interamente in una parola: “cultura”. Non intendendo questa parola nel suo senso snob, ma come la intende uno scienziato. La trasmissione culturale è analoga alla trasmissione genetica nel senso che, sebbene di base sia conservativa, può dare origine a forme di evoluzione. Geoffrey Chaucer (1343–1400), definito il “padre” della letteratura e della lingua inglese, non potrebbe sostenere una conversazione con un inglese moderno, anche se i due fossero legati dalla catena ininterrotta di una ventina di generazioni di inglesi, ciascuno dei quali potrebbe parlare ai suoi vicini prossimi nella catena come un figlio parla al padre. Stesso dicasi per il “padre” della lingua italiana, Dante Alighieri, e di una sua ipotetica conversazione con italiani moderni. Il linguaggio sembra “evolversi” attraverso mezzi non genetici a un ritmo che è parecchi ordini di grandezza più veloce dell’evoluzione genetica. Come il DNA, anche il patrimonio culturale subisce mutazioni nel corso del tempo: qui però non si tratta di geni ma di idee che, a differenza delle mutazioni, non nascono solo in modo casuale ma in genere nascono intenzionalmente, di solito con l’obiettivo di risolvere un preciso problema pratico. Già questo determina una forte accelerazione nell’evoluzione culturale rispetto a quella biologica: chi cerca e trova una soluzione che permette un migliore adattamento all’ambiente può riuscire a diffonderla, in qualche misura, fra i suoi contemporanei. Non è necessario aspettare che sia l’errore di trascrizione a portare la mutazione adatta nell’arco di chissà quante generazioni.
Il DNA degli esseri umani contiene circa tre miliardi di coppie di basi azotate. Tuttavia, gran parte delle informazioni codificate in questa sequenza sono ridondanti o inattive; così, la quantità complessiva di informazione utile presente nei nostri geni corrisponde probabilmente a qualcosa come cento milioni di bit (dove un bit di informazione è la risposta a una domanda di tipo sì/no). Per fare un confronto, un romanzo potrebbe contenere due milioni di bit di informazione; pertanto, un essere umano equivarrebbe a circa cinquanta libri della saga di “Harry Potter”. Una grande biblioteca nazionale può contenere all’incirca cinque milioni di libri, pari a diecimila miliardi di bit; la quantità di informazione contenuta in questi volumi (magari presenti anche in formato elettronico su internet) supera quindi di centomila volte quella codificata nel DNA umano.
La scala temporale dell’evoluzione coincide con quella dell’accumulo di informazioni. Una volta quest’ultima si misurava in termini di secoli o anche di millenni, oggi invece si è ridotta a una cinquantina d’anni o anche meno. D’altro canto, il cervello con cui elaboriamo le informazioni si è evoluto solo sulla scala temporale darwiniana, di centinaia di migliaia di anni, il che sta iniziando a causare dei problemi. Nel XVIII Secolo c’era un uomo che si diceva avesse letto tutti i libri mai scritti; oggi, però, anche leggendo un libro al giorno, ci vorrebbero circa quindicimila anni per leggere tutti i volumi contenuti in una biblioteca nazionale (e, nel frattempo, ne verrebbero scritti innumerevoli altri). Questo significa che, nella migliore delle ipotesi, ciascun uomo potrà padroneggiare al massimo una piccola percentuale dello scibile umano. Le persone devono specializzarsi in campi sempre più ristretti, cosa che in futuro costituirà probabilmente un grosso limite. Senz’altro non potremo mantenere a lungo il tasso di crescita esponenziale della conoscenza che abbiamo avuto negli ultimi trecento anni. Un limite e un pericolo ancora più grande per le future generazioni sono dati dal fatto che noi possediamo ancora gli istinti — e, in particolare, gli impulsi violenti — che avevamo ai tempi dei cavernicoli. L’aggressività, manifestata soggiogando o uccidendo altri uomini e prendendo le loro donne e il loro cibo, ha rappresentato fino a oggi un chiaro vantaggio sul piano della sopravvivenza; ora, però, rischia di distruggere l’intera razza umana e gran parte del resto della vita sulla Terra.
Ma stiamo andando fuori tema.
Purtroppo non c’è ancora una “gru” equivalente in Fisica. In linea di principio, alcune teorie del “multiverso” potrebbero svolgere in questo campo la stessa funzione esplicativa che il darwinismo svolge in ambito biologico. Il multiverso appare meno soddisfacente del darwinismo, perché fa maggiore assegnamento sulla fortuna, ma il principio antropico ci autorizza a postulare molta più fortuna di quella che la nostra limitata intuizione umana si sente di auspicare. Come ha scritto Carlo Rovelli:
Quando parliamo del Big Bang o della struttura dello Spazio, quello che stiamo facendo non è la continuazione dei racconti liberi e fantastici che gli uomini si sono narrati attorno al fuoco nelle sere di centinaia di secoli. È la continuazione di qualcos’altro: dello sguardo di quegli stessi uomini, alle prime luci dell’alba, che cerca fra la polvere della savana le tracce di un’antilope. Scrutare i dettagli della realtà per dedurne quello che non vediamo direttamente, ma di cui possiamo seguire le tracce. Nella consapevolezza che possiamo sempre sbagliarci, e quindi pronti ogni istante a cambiare idea se appare una nuova traccia, ma sapendo anche che se siamo bravi capiremo giusto, e troveremo. Questo è la Scienza. La confusione fra queste due diverse attività umane, inventare racconti e seguire tracce per trovare qualcosa, è l’origine dell’incomprensione e della diffidenza per la Scienza di una parte della cultura contemporanea. La separazione è sottile: l’antilope cacciata all’alba non è lontana dal dio antilope dei racconti della sera. Il confine è labile. I miti si nutrono di Scienza e la Scienza si nutre di miti. Ma il valore conoscitivo del sapere resta. Se troviamo l’antilope possiamo mangiare.
Cerchiamo di non abbandonare la speranza che si presenti anche in Fisica una gru migliore, potente quanto il darwinismo in Biologia. Tuttavia, anche in mancanza di uno strumento soddisfacente come l’evoluzione, le gru relativamente deboli che abbiamo al momento attuale sono, soprattutto se sostenute dal principio antropico, assai migliori dell’illusorio gancio appeso al cielo rappresentato dal progettista intelligente.
ORA VAI ANCOR PIÙ LONTANO con questo articolo di dieci anni fa: “La vita, in realtà, non esiste”

Qualcuno, magari seguendo il vecchio adagio secondo cui nel nostro cervello fin dall’inizio esisteva un “vuoto a forma di Dio” che andava riempito, giunto fin qui nella lettura potrebbe ritenersi non sazio e chiedere anche:
MA QUINDI QUESTO “CREATORE” DA DOVE SBUCA FUORI?
Per rispondere a questa… “superdomanda extra” finale, utilizzerò parte dell’incipit del mio libro bestseller, “Cerco il Figlio”.
Guardiamoci allo specchio. Noi “stiamo in piedi”.
La posizione verticale è per noi tutti il superamento della condizione di “primati”; grazie a essa, lo Spazio è organizzato in una struttura inaccessibile alle altre creature viventi: quattro direzioni orizzontali progettate a partire da un centrale asse “basso-alto”. Per l’essere umano, tutto il visibile è organizzato intorno al suo corpo come se si estendesse davanti, dietro, a sinistra, a destra, sotto e sopra. Partendo da questa esperienza originaria — sentirsi catapultati in mezzo a un’estensione apparentemente illimitata e, in quanto sconosciuta, anche minacciosa — si elaborano i vari mezzi di orientamento. Non si può vivere a lungo nella vertigine del disorientamento.
Le antiche pietre lavorate rinvenute dagli archeologi furono rifinite in vista di una funzione che non era prefigurata nel corpo: intervenire sullo Spazio. Homo Sapiens è il prodotto finale di una decisione presa “al principio dello Spazio e del Tempo”: orientarsi e uccidere per poter vivere — la caccia determinò fra l’altro la divisione dei sessi in un’ottica di “economia del lavoro” —. Il dominio della distanza, conquistato grazie agli utensili e alle armi da caccia, suscitò credenze e leggende: mitologie articolate intorno a lance che si conficcavano nella volta celeste e permettevano di salire fino al cielo, oppure frecce che volavano attraverso le nuvole per trafiggere “demoni”…
Conquistata la sovranità dello Spazio, ci rendemmo conto che l’estensione in cui eravamo immersi non riguardava solo un davanti e un dietro, ma anche un prima e un dopo.
È il Tempo che, fluendo informe, tutti ugualmente ci misura e tutti ugualmente ci invecchia, a far suscitare la domanda religiosa e la riflessione sul “destino”; è sempre il Tempo a irrompere inaspettato sulla durata della vita, pur dando prima, nel fluire delle stagioni, l’illusoria idea di una sua insopprimibile e perpetua “circolarità”. Già considerato in sé — senza cioè essere visto come effetto di un Potere Superiore —, il Tempo basta a divaricare ciò che siamo e ciò in cui siamo: quella Natura che, pur prossima e amica, continua impassibile dopo di noi e senza di noi.
La religiosità cerca di sopravanzare il Tempo affiancandogli la nozione di Destino, o Provvidenza: Tempo e Destino sono piegati a una “finalità” superiore. Essa è fin dall’inizio della storia umana bagnata nell’invisibile di un divino dal quale è necessario recepire messaggi e auspici, ma ha anche altre prospettive che trascendono le “sincronie” divino-cosmiche dei primi paganesimi: l’invisibile è radicato non solo nel “tutto” che ci circonda qui e ora, ma pure nell’oltre che sta prima del principio e dopo la fine — alfa e omega.
La Religione è l’esperienza “notturna” dell’Esistenza, laddove quest’ultima è esperienza “diurna” costituita di minute certezze, di fatti verificabili quotidianamente, di piccoli doveri e accessibili soddisfazioni — ne è il lato problematico, inesauribile e profondo —. Se invece la vita è notte oscura, peso insopportabile e speranza inappagabile, allora la Religione ne diventa esperienza “solare”, consolatoria, integrata nell’esistenza con eventi che sporgono inspiegabili e superiori (divini) sui normali atti del Tempo (materiali).
Una visione laica ha poco o nulla da dire su un tema importante come la Morte; la visione religiosa sì, e fin dal suo apparire nella Storia, con un “ade” popolato di ombre esangui e dimentiche che i vivi onoravano tramite un culto che non era di sola memoria; prospettiva poi rovesciata nei culti “misterici” — «chissà se il morire è vivere e il vivere è morire» si chiede Euripide sulla scia di Orfeo, anticipando Platone e il Cristianesimo — e nella Bibbia, dove la “storia della salvezza” dà alla Morte una funzione di pietra miliare di un cammino che la trascende e la supera.
La sepoltura dei morti è presente da sempre nella storia umana: è frutto della “conquista del Tempo”, succeduta a quella dello Spazio. Una sopravvivenza alla morte suffragata dall’apparizione in sogno dei defunti. Ma come spiegare un “dopo” — quando non anche un “prima”, prima di nascere — senza corpo? Cioè senza Spazio? Ci dev’essere “qualcosa” oltre. Qualcosa di non spiegabile, di inafferrabile, ma che certo deve avere a che fare con quelle strane cose che sentiamo dentro — le emozioni, amore, ira, superbia —. E dev’essere quello stesso qualcosa che ha messo il cielo e le nubi sopra di noi. Che ha “creato” l’acqua e la terra, le piante e gli animali. Che ha “creato” anche noi. E forse ce n’è più d’uno. Perché tutte le cose sembrano “animate” (hanno un’anima, come gli umani): le nubi si muovono, si addensano minacciose, “urlano” e “fiammeggiano”, i fiumi a volte traboccano, i mari vanno in tempesta, la stessa terra trema, o erutta fuoco. Tutte le cose al mondo devono avere qualcosa di oltre.
Grazie ai sogni e alle esperienze estatiche, l’umanità realizzò che ci dovesse essere, oltre al corpo fisico immerso nello Spazio e nel Tempo, anche un corpo spirituale, indipendente dalla “materia”. Lavorando con una selce o un ago, unendo insieme pezzi di legno o pelli di animali, arando i campi o modellando una statuetta d’argilla, vedemmo svelate analogie insospettabili fra i vari livelli del reale: il mondo del lavoro quotidiano divenne il primo luogo del sacro, un centro misterioso e ricco di significati, simboli, rimandi.
Divenendo “creatore” del proprio cibo con l’agricoltura, l’essere umano perfezionò il “dominio del Tempo” affinandone il calcolo: al coltivatore non fu più sufficiente la semplice nozione di “circolarità temporale”, misurata con un rudimentale calendario lunare, dovendo elaborare i propri progetti — i raccolti — con precisione e con parecchi mesi d’anticipo. Il trionfo della cerealicoltura rivoluzionò il sistema religioso, stimolando creazioni e rovesciamenti di valori: attraverso il mito, le piante divennero sacre perché derivate dal corpo di una divinità uccisa (nutrendosi, l’uomo mangia un essere divino), oppure perché “rubate” agli dèi da eroi saliti in cielo (Prometeo è uno di questi ladri), o ancora perché frutto di una “ierogamia” fra il Padre Cielo e la Madre Terra.
La fertilità della terra fu solidale con la fecondità femminile: la donna, in quanto padrona del “mistero della creazione”, divenne responsabile dell’abbondanza dei raccolti e la sua posizione si elevò al vertice della società. Più tardi, dopo l’invenzione dell’aratro, il lavoro agricolo fu assimilato all’atto sessuale: ma per millenni la terra “s’ingravidò da sola”, per partenogenesi, e i miti riflettono questa visione (Era concepisce da sola Ares ed Efesto). Inoltre il seme deve “morire”, per poter “rinascere” come pianta, e parallelamente nei miti gli dèi muoiono e rinascono — come del resto il “dio Sole”, o le stagioni.
La creatività religiosa umana venne fuori dalla “creazione continua” della vita vegetale: il “mistero della nascita, morte e rinascita”, identificato nel ritmo della vegetazione. Le crisi che mettevano in pericolo il raccolto (inondazioni, siccità), per essere comprese, accettate, “dominate”, vennero tradotte in drammi mitologici. La fede si focalizzò intorno al “mistero cosmico” centrale: il rinnovamento periodico del mondo. Il simbolo della religione cosmica fu l’Albero/Ombelico del Mondo, protetto da un mostro; un Axis mundi centrale che affondava le radici negl’Inferi e toccava con la vetta i Cieli.
Nella religiosità caratteristica del mondo antico, “pagano”, le divinità non furono altro che gli agenti delle varie manifestazioni naturali: l’essere umano avvertiva la loro presenza continua in quanto esse si identificavano con i “fenomeni” circostanti — la luce del sole e la sua assenza, gli schemi formati dalle stelle in cielo, la meteorologia, il vento, la siccità, le inondazioni, le malattie… —; non c’era niente di irraggiungibile o inconoscibile negli dèi, tutta la natura era impregnata dei “segni” della loro presenza, con essi l’uomo comunicava anche attraverso pratiche di magia teurgica (riti intesi ad attrarli o a stabilire dei rapporti privilegiati con essi). La divinità non se ne stava in una dimensione puramente spirituale, né possedeva caratteristiche che la rendevano immensamente distante: il mondo antico non aveva ancora elaborato il concetto di “infinito”, gli uomini e gli dèi vivevano in una sfera chiusa e limitata.
Il “monoteismo” ebraico introdusse in Medioriente e poi in tutto l’Occidente una rivoluzione radicale che impose l’esistenza di un “dyaus” (termine d’origine vedico-iranica) solitario: Dio è “uno”, immateriale, onnipotente, trascendente, senza limiti di spazio o di tempo. L’armonia di sistema dell’esistere dell’antichità venne spezzata, il mondo si scisse: da un lato Dio, dall’altro la Natura con dentro l’Uomo; si creò un abisso vertiginoso che separò il “creatore”, infinito ed eterno, dal “creato”, finito e a scadenza. Un abisso che non era totalmente invalicabile: venne attraversato sporadicamente dall’alto in basso, come quando Dio rivelò i suoi “comandamenti” agli esseri umani; viceversa, nella direzione opposta, era possibile tentare di attraversare l’abisso mediante la preghiera, o più raramente (ed efficacemente) con l’estasi. Il teatro del rapporto con la divinità non fu più il mondo naturale ma l’azione morale della comunità umana.
Fu una costruzione immensa, un salto di qualità che comportò privazioni e sofferenze molto gravi; è straordinariamente difficoltoso accettare di convivere con un’entità senza volto e senza presenza che “è” molto di più delle divinità pagane — esseri superpotenti, sì, ma commensurabili all’essere umano e spesso con gli stessi difetti, sia fisici che umorali —, ma la rottura con il mondo mitologico implicò due conquiste poderose: la sfera morale dell’esistenza, e poi l’idea che il mondo e la vita abbiano un “significato”. Conquiste che si accompagnarono anche a un trauma: la perdita del contatto diretto e tangibile con il divino (il “dio-uno” ebraico, dopo quell’ultimo contatto dall’alto in basso, puramente legislativo, con Mosé sul Sinai, non si fa più vivo) iniziò a causare nell’uomo una sconfinata inquietudine, quella per il “silenzio di Dio”.
A questo punto eravamo, quando nell’esperienza del mondo fece irruzione la Scienza moderna. E anche questa è, a tutti gli effetti, evoluzione. Tornare indietro non ha senso, e in ogni caso la selezione naturale lo impedisce: bisognerebbe perciò farcene una buona volta una ragione, e dire finalmente addio al nostro Grosso Amico Immaginario che se ne sta nascosto Lassù.

Per gli antichi Dio era utile a fornire una spiegazione soddisfacente alle cose che non capivano: tempeste, terremoti, sementi che non germogliavano, malattie.
L’istinto è rimasto lo stesso anche oggi che quelle cose le comprendiamo. Oggi sappiamo cosa le provoca. Ma non comprendiamo la materia oscura. Non comprendiamo i buchi neri. Non comprendiamo gli ampi settori dell’Universo che si trovano al di fuori della nostra percezione. Istintivamente alcuni, e fra questi gli scienziati che sono anche credenti (e ce ne sono, sebbene siano pochissimi), di fronte a una simile cecità e a questa incapacità di comprendere, cercano Dio. E questo — il fatto che l’abbiamo sempre fatto — dimostra una volta di più quanto sia una realtà improbabile.
«I vivi non sono che morti in vacanza», disse un comico. Non è solo la morte a farci desiderare Dio. Dio soddisfa la psicologia umana in un sacco di modi, fornendo parecchi paraurti per proteggerci dalla fredda e cupa realtà. La morte è al centro di tutto — tutto scaturisce dalla morte o, per meglio dire, dalla nostra consapevolezza della morte —, ma Dio fornisce anche una storia.
Gli esseri umani hanno bisogno di organizzare, strutturare, il caos dell’esistenza. Hanno bisogno di sentire che la vita è una narrazione. Una narrazione richiede un equilibrato sistema di pesi e contrappesi, tipo ricompense per i buoni e punizioni per i cattivi. E “Dio” fornisce tutte queste cose. Rende la vita una storia.
Insieme alla storia, ci viene da Dio un altro apparente beneficio: un significato. La percezione, a livello individuale, che la propria narrazione abbia un senso: che in qualche modo conti. Questo può accadere solo se c’è Qualcosa o Qualcuno che la prende in considerazione.
Funziona un po’ come nel complottismo. I teorici del complotto sono ispirati da una feroce speranza che il mondo e la Storia non siano solo una serie casuale di eventi. La cospirazione fornisce una narrazione, i suoi teorici sono profondamente confortati dall’idea che la realtà, così come loro la percepiscono, sia controllata. Che sia controllata da gente malvagia è il meno. Quello che conta davvero è che la realtà sia guidata. Immaginare che il mondo sia controllato dalle forze del male è più confortante che pensarlo senza controllo. Anche perché in questo modo c’è sempre la possibilità che a un certo punto gli eroi riescano ad assumere tale controllo e che il bene finisca per trionfare.
Naturalmente la teoria del complotto porta con sé un mucchio di altri effetti simili a quelli della religione, quali una tribù di persone che credono le tue stesse cose, in opposizione a una maggioranza di non credenti, e la percezione di aver visto al di là delle insidie del mondo immediato e ovvio per raggiungere una più profonda realtà sottostante.
Un altro modo di rispondere al quesito sul perché l’idea di Dio continui ad avere incredibile successo è di considerare la cosa dal punto di vista dell’evoluzione, sebbene possa a prima vista apparire paradossale.
È necessario andare su mondi distanti per trovare altre specie di “replicatori” analoghi al gene, e quindi altri tipi di evoluzione? Forse no, perché un nuovo tipo di Xerox è emerso di recente proprio sul nostro pianeta. Ce l’abbiamo davanti, ancora nella sua infanzia, ancora goffamente alla deriva nel suo… brodo primordiale ma già soggetto a mutamenti evolutivi a un ritmo tale da lasciare il vecchio gene indietro senza fiato. Il nuovo brodo è quello della cultura umana.
La parola “meme” è un neologismo introdotto per la prima volta nel 1976 dal biologo ed «entusiasta darwiniano», come egli stesso si definisce, Richard Dawkins nel suo volume divulgativo “Il gene egoista”. In esso Dawkins propone un nuovo modo di guardare all’evoluzione che consideri come unità fondamentale della selezione non la specie o l’individuo, bensì il gene, e nel capitolo intitolato “Memi: i nuovi replicatori” egli tenta un’analogia tra quanto avviene nell’evoluzione genetica e quanto avviene in quella culturale: si chiede cioè se sia possibile scoprire delle affinità tra i due meccanismi, e introduce dunque tale nuova nozione mutuata dal greco mimeme (imitazione) che abbrevia seduttivamente per assonanza in meme.
Proprio come i geni si propagano nel pool genetico saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o cellule uovo, così i memi si propagano nel pool memico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione.
Esempi di memi sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi. Ma anche il “super-essere creatore”.
Consideriamo l’idea di Dio, antichissima e originatasi nel pool memico molte volte per “mutazioni” indipendenti. (Il pool memico è il corrispondente del pool genico, concetto usato in genetica per descrivere l’insieme totale di geni e di varianti genetiche — gli alleli — presenti in una popolazione di organismi appartenenti alla stessa specie in un dato momento. Un pool genico più ampio, cioè con maggiore diversità genetica, è associato a una maggiore capacità della popolazione di adattarsi ai cambiamenti ambientali o di resistere a malattie.) In che modo il “meme Dio” si replica? A voce e per iscritto, aiutato dalla grande musica e dalla grande arte. Perché ha un così forte valore di sopravvivenza (laddove “valore di sopravvivenza” non significa valore di un gene in un pool genico, ma valore di un meme in un pool memico)? La domanda in realtà sarebbe: cosa c’è nell’idea di Dio che le fornisce stabilità e capacità di penetrazione nell’ambiente culturale? Il valore di sopravvivenza del meme Dio nel pool memico deriva dal suo grande richiamo psicologico. Esso fornisce una risposta superficiale plausibile a problemi profondi e inquietanti dell’esistenza; suggerisce che le ingiustizie di questo mondo possano essere eliminate nell’altro; fa da cuscino alle nostre inadeguatezze e, come un placebo, non è meno efficace per il fatto di essere immaginario. Queste sono alcune delle ragioni per cui l’idea di Dio viene copiata così prontamente dalle successive generazioni di singoli cervelli. Dio esiste, dunque, non fosse altro che sotto forma di un meme ad alto valore di sopravvivenza, nel “brodo” fornito dalla cultura umana.
Come nella genetica, nella “memetica” è ipotizzato che entità che hanno l’abilità di riprodursi fedelmente — quelli che qui abbiamo ribattezzato Xerox, ossia i replicatori — sono necessarie per spiegare la somiglianza fra generazioni. Nei modelli standard biologici questa funzione è affidata ai geni, che fanno copie di sé stessi, e questa caratteristica spiega per esempio come mai la prole abbia una così profonda rassomiglianza con i propri genitori. Se la cultura evolve similmente, è necessario trovare delle forme di replicatori culturali che spieghino l’eredità culturale: il meme assolve a questo ruolo. L’imitazione è il modo in cui i memi possono replicarsi, ma proprio come non tutti i geni possono replicarsi con successo, così nel pool memico alcuni memi hanno più successo di altri: l’analogo della selezione naturale darwiniana. In generale, le qualità che i memi devo avere sono sempre quelle tre cose viste all’inizio dell’articolo: longevità, fecondità e fedeltà di copiatura. E analogamente alla selezione darwiniana, anche nel caso del meme Dio alcuni “errori di trascrizione” possono rivelarsi un successo evolutivo: è accaduto per esempio con il passaggio dai politeismi ai monoteismi, o dalle religioni orali a quelle fissate da un canone scritto.
Bisogna dire, per onestà intellettuale, che l’estremo riduzionismo proposto dal biologo britannico non ha avuto un grande seguito nelle scienze sociali, in quanto troppo astratto: si è “replicato”, per rimanere coerenti al suo approccio, in qualche altro cervello e in qualche altro scritto, come in “Consilience: the unity of knowledge” (1998) di Edward O. Wilson o “La macchina dei memi” (1999) della psicologa Susan Blackmore e poi è stato sostanzialmente abbandonato. La memetica fornisce un modello utile per spiegare come certe idee, mode o pratiche culturali si diffondano e sopravvivano nel tempo, e può essere applicata a una vasta gamma di fenomeni, dai trend sui social media alle religioni, dalle ideologie alle tradizioni popolari; inoltre offre un ponte tra biologia, psicologia e scienze sociali, suggerendo che la mente umana funzioni come un ecosistema in cui i memi competono per sopravvivere. Di converso, non esiste un criterio chiaro per identificare un meme né una metodologia rigorosa per studiarlo — e dunque il meme non è un concetto “scientifico” —; la cultura non segue leggi meccaniche come la genetica: fattori come la coscienza, l’intenzionalità e il contesto storico influenzano profondamente la diffusione delle idee. Inoltre paragonare i memi ai geni biologici rischia di ignorare la complessità delle dinamiche culturali, che non si basano esclusivamente su trasmissione e selezione. In definitiva, la teoria memetica ha avuto un grande impatto come metafora e come punto di partenza per riflessioni sull’evoluzione culturale; tuttavia, soffre di limiti concettuali ed empirici che ne hanno ridotto l’accettazione nelle scienze accademiche. Nonostante ciò, l’idea di considerare le idee e le pratiche culturali come entità soggette a dinamiche evolutive ha stimolato un dibattito interdisciplinare di grande valore, soprattutto alla luce dei fenomeni culturali globalizzati e delle tecnologie dell’informazione.
Fede e ateismo, o fede e Scienza, in ogni caso sono mondi che non potranno mai dialogare davvero. Quelli che credono in Dio non dovrebbero usare argomentazioni logiche e/o di pertinenza della Scienza per sostenere la loro fede, perché Dio esiste al di là della logica e della ragione e della Scienza. «È Dio», e la fede è questo, oltre a un’infinita ripetizione di lodi in stile ossessivo-compulsivo con la disperata speranza che ripetendo qualcosa un numero sufficiente di volte un frammento riesca ad attraversare l’etere. D’altra parte chi non crede in Dio può usare la logica e la ragione per decostruire quelle argomentazioni fino al giorno del giudizio (un’espressione religiosa, certo!) ma non riuscirà a far cambiare opinione ai credenti, che possono sempre ripiegare sulla linea «al di là della logica e della ragione e della Scienza».
Se c’è una cosa a cui l’essere atei (o agnostici, o scienziati, o quel che si vuole in cui la presenza della divinità non sia prevista) dovrebbe portare, è un intenso impegno per il carpe diem. Il comico David Baddiel racconta questo aneddoto:
Da bambino, quando chiedevo ai miei genitori un premio — qualcosa di buono da mangiare, andare al luna park, stare sveglio fino a tardi a guardare la tv — loro di solito me lo negavano e aggiungevano: «Domani marmellata».
Intendendo: levati quel broncio, a un certo punto avrai quello che chiedi. In genere poi non succedeva, il che potrebbe spiegare perché non credo in Dio con tanta sicurezza.
Perché Dio è tutta una questione di Domani marmellata. E se vi convincete che la marmellata e il domani non arriveranno mai, ciò che dovreste fare è vivere per l’oggi. Dovreste essere spinti a prendere la vita per le palle e cercare di conquistare il mondo, e tutto questo perché, lo sapete: You Only Live Once, vai e prenditi quella cazzo di marmellata, David.

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