Niente di nuovo sul lobo occipitale

La nostra comprensione del mondo si basa quasi esclusivamente sul senso della vista: grazie a quel decimo del cervello che elabora gli stimoli in modo permanente, analizzando distanze, forme, colori, movimenti. Se siamo in grado di percepire ogni stimolo visivo intorno a noi, lo dobbiamo al lobo occipitale, un’area del nostro cervello all’altezza del collo che, pur essendo la più piccola tra i lobi cerebrali, influisce maggiormente sulla nostra vita quotidiana.
Ma mentre il resto del mondo è pieno di bellezza, di piccole sfumature che compongono la nostra eccitante realtà, quel che il nostro lobo occipitale percepisce della politica somiglia a un fermo immagine grigio e sfocato.

@giorgiameloni_ufficiale

Il lavoro ti può portare ovunque, mentre il reddito di cittadinanza ti lascia dove sei. E noi abbiamo scelto di credere nell’Italia e negli italiani. #gliappuntidiGiorgia

♬ suono originale – Giorgia Meloni
«Il lavoro c’è, basta cercarlo». Un Presidente del Consiglio che probabilmente non vive davvero nel suo Paese…

Non bisognava avere le doti di Nostradamus per prevedere che cosa sarebbe successo una volta che Giorgia Meloni avesse formato il governo di destra, cronologicamente e ideologicamente il secondo governo di destra-destra dopo il famigerato Conte uno. Era evidente già in campagna elettorale che, una volta nominata Presidente del Consiglio, Meloni si sarebbe trovata di fronte al “dilemma del sovranista prigioniero al governo”: provare a realizzare tutte le scemenze urlate in piazza e nei talk show in questi anni e quindi far fallire il Paese oppure metterle da parte, governare come una persona seria e gestire l’inesorabile fallimento del fresco matrimonio con gli elettori.

Meloni sta ancora provando una strada alternativa fatta da una parte di slogan («la pacchia è finita»), di minuzie (no ai rave, uso del POS, limite ai contanti) e di messaggi in codice per il proprio elettorato (richiami nostalgici al MSI, reintegro dei medici no-vax) e dall’altra di una certa compostezza amministrativa e istituzionale sulle questioni fondamentali come la legge di bilancio, la continuità con Draghi e il rapporto con l’Europa e con la Nato.
Certo, Supergiorgia ha, si perdoni il francesismo, menato il torrone per 15 anni con la destra sociale e la “vicinanza al popolo”, poi fa una manovra di bilancio che sarebbe piaciuta alla Thatcher e va in conferenza stampa a dire che «il mercato del lavoro va flessibilizzato», che «i giovani devono “mettersi in gioco”», che «bisogna aiutare le aziende». E vabbé. Pur tuttavia e come che sia c’è chi sostiene che questa strada alternativa porterà Meloni a governare con successo per parecchi anni, perché da capo di una minoranza radicale e impresentabile la trasforma nella leader di uno spazio ben più ampio, centrale e moderato, peraltro abbandonato dagli altri interlocutori politici.

È una lettura raffinata e ottimistica di quello che sta succedendo, ma che non tiene conto di due cose: dell’inadeguatezza evidente della classe dirigente di Fratelli d’Italia, delle tensioni con e tra i partner di maggioranza e della certezza che nell’epoca della politica polarizzata è più facile perdere i propri elettori che conquistarne altri.
Questo lento spostamento di Meloni sul fronte serio dello spettro politico, ammesso che sia l’esecuzione di un piano strategico e non un tardare a rispondere al “dilemma del sovranista prigioniero al governo”, rischia di essere travolto dall’insoddisfazione di chi l’ha condotta a Palazzo Chigi sulla scia di sentimenti antieuropei, di richieste impossibili da realizzare e di intenzioni nostalgiche.

A favore del tentativo di Meloni c’è ovviamente l’immensa fortuna di confrontarsi con un’opposizione schizofrenica, elaborata dopo profondi studi a Parigi alla Sciences Po, che prima l’ha legittimata incoronandola interlocutrice unica della destra e poi l’ha segnalata al Paese come una «pericolosa fascista» contro cui costruire un fronte democratico — evitando però accuratamente di costruirlo, preferendo invece assecondare risentimenti adolescenziali più che politici e salvaguardare la vecchia guardia della cosiddetta “ditta” PD.

A PROPOSITO DEL PD…

Il Partito Democratico è stato dato per morto infinite volte, da prima ancora di nascere. Questa però potrebbe essere la volta buona.
Con un gruppo dirigente sconfitto che si autoincarica di riscrivere la carta fondamentale del partito e addirittura di rifondarlo, non dopo un legittimo confronto congressuale, ma prima. Con il tentativo di riscrivere la carta dei valori da parte di un pletorico comitato di ottantacinque dirigenti e personalità variamente assortite, scelte da Letta e dal gruppo dirigente uscente, che non ha avuto un mandato che lo legittimasse a farlo. Un po’ come se la coalizione battuta nelle urne pretendesse di riscrivere la Costituzione prima di cedere il passo ai vincitori.

È abbastanza singolare, e non spiegabile con le categorie della politica, che oggi sia proprio Letta, già vicesegretario di Franco Marini nel Partito Popolare (l’altra gamba delle origini, la prima era quella degli orfanelli del PCI poi PDS), a tentare l’ultimo colpo di mano per riscrivere la costituzione del PD insieme con gli ex fuoriusciti di Articolo Uno, accreditando una svolta a sinistra, neosocialista e neoradicale, che ha un’unica ragion d’essere: far dimenticare che è l’ala sinistra ad aver vinto l’ultimo congresso, nel 2019, e ad avere dunque la responsabilità di tutte le scelte compiute da allora, e dei relativi risultati. A cominciare dall’ultimo, disastroso, risultato elettorale.
L’improvvisa esigenza di sradicare il neoliberismo dal mondo e tornare al socialismo, infatti, non coincide solo con il passaggio del PD dal governo all’opposizione (già di per sé un tempismo piuttosto sospetto), ma anche con il desiderio di fare una campagna congressuale da opposizione dentro il partito, liberandosi da ogni passata responsabilità.

Potrebbe essere la volta buona per la fine del PD, si diceva. Alla lunga sfilza di alibi, scuse, supercazzole e capri espiatori con cui i vertici del Partito Democratico e gli osservatori più amichevoli hanno condito le loro analisi dal 25 settembre al presente, obiettivamente, mancava solo il Qatar. Per fare un solo esempio, così il Corriere della Sera dava notizia dell’ultimo tracollo nei consensi: «Dopo il Qatargate, il Partito Democratico precipita nei sondaggi, sotto il quindici per cento. È al 14,7 per Swg, che nella rilevazione per il Tg La7 calcola un calo di 0,4 punti. Un balzo all’ingiù…».
Un balzo? Precipita? Un calo dello 0,4 per cento, più che un «balzo», si direbbe un gradino, e di quelli bassi. Il guaio è che è l’ultimo di una lunga scalinata, cominciata ben prima del Qatargate.

Non c’è dubbio che lo scandalo europeo sia gravissimo in sé e particolarmente pesante per l’immagine del Partito Democratico (per non parlare di Articolo Uno, che poi rappresenterebbe il principale acquisto della cervellotica «fase costituente» organizzata da Enrico Letta). Ma se il PD, dopo avere sostanzialmente confermato il minimo storico raccolto alle Politiche del 2018, dal 25 settembre 2022 a oggi ha continuato a precipitare nei sondaggi al ritmo di un punto in meno ogni tre settimane, la ragione non può essere quanto accaduto nelle due successive al Qatargate.
Il che ovviamente non significa che non sarebbe stata comunque raccomandabile una reazione meno tardiva, imbarazzata e a tratti imbarazzante.

Certo però se Letta non è riuscito a riempire nemmeno piazza Santi Apostoli, con la geniale idea di una manifestazione il 17 dicembre, la colpa non è certo del clima condizionato dal Qatargate (nota per i non romani: piazza Santi Apostoli somiglia più a un vicolo che a una piazza, ed è da sempre notoriamente il luogo in cui si convocano le manifestazioni a buon mercato, sapendo che bastano i compagni di classe per riempirla).
Il punto è che il Partito Democratico ha cominciato a precipitare molto tempo fa, come è stato certificato dal 19,1% delle ultime politiche (e con tutto Articolo Uno dentro la lista). Risultato che in una surreale direzione ha giudicato «non catastrofico» (Letta) e «non disastroso» (Andrea Orlando), ma al tempo stesso tale da giustificare addirittura la rifondazione dell’intero partito. Non però all’indomani del congresso, e dunque al termine di un vero confronto e di una votazione democratica, ma prima. Ragion per cui il congresso vero e proprio, unico momento in cui è almeno ipotizzabile lo sviluppo di una vera discussione sulle scelte compiute e i risultati ottenuti, è stato fissato a ben cinque mesi dalle elezioni, e con grandi proteste della sinistra interna, per la gravissima compressione dei tempi lasciati alla cosiddetta «fase costituente».
Del resto, questo della compressione dei tempi è ormai il loro alibi principe, quando hanno ragione di temere l’esito di un congresso: nel 2017 la motivazione ufficiale della scissione bersaniana da cui nacque Articolo Uno fu proprio la scelta di celebrare il congresso in appena tre mesi (nessun refuso: tre mesi, novanta giorni, duemilacentosessanta ore). In questo, va riconosciuta a tutti i protagonisti della polemica una certa coerenza: se tre mesi erano troppo pochi per un semplice congresso, come volete che possano bastarne due per un’intera «fase costituente», per quell’atto «rifondativo» che dovrebbe dar vita addirittura a un «nuovo soggetto»?

Ovviamente «fase costituente», «rifondazione», «nuovo soggetto» sono parole e nient’altro, nudi significanti, puro suono, senza il minimo riferimento a fatti, atti, cose di una sia pur minima concretezza, tali per cui se ne possa discutere, per consentire o per dissentire, con qualche cognizione di causa. La «fase costituente» è il nuovo nome delle «agorà democratiche», che erano il nuovo nome delle semplici assemblee, riunioni, iniziative (in gran parte su Zoom, per giunta) con cui Letta aveva deciso di aprire porte e liste elettorali a Elly Schlein, ai compagni di Articolo Uno e a un certo numero di altre figure della cosiddetta società civile.
All’indomani del voto, tutto questo ampollosissimo ambaradan ha avuto un unico effetto concreto, che è anche l’unica vera ragione per cui si è deciso di allestirlo: congelare gli assetti al vertice del PD, a cominciare ovviamente dal segretario e a seguire con l’intero gruppo dirigente, il quale prima si è detto da solo che il risultato elettorale non era poi così male e subito dopo ha cominciato a spiegare che era colpa del neoliberismo, anzi della subalternità al neoliberismo, quindi, in pratica, di Matteo Renzi e di Tony Blair. («Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!»)

Più ingenuo o forse più distratto di altri, Gianni Cuperlo è arrivato a dichiarare apertamente che la sinistra interna al congresso aveva delle cose da dire, perché in questi anni era stata «all’opposizione» (in un partito che ha governato tutto il governabile per gran parte degli ultimi quindici anni, ndr). Che è quanto tutti gli altri, cioè tutti i segretari, ministri e sottosegretari espressi dal Partito Democratico negli ultimi quattro anni, avevano avuto almeno il buon gusto di non esplicitare, sia pure tentando in ogni modo di farlo capire. Resta il fatto che l’ultimo congresso si è tenuto nel 2019 e lo ha stravinto la sinistra interna, con Nicola Zingaretti, eletto con il 66%, insieme con l’assemblea nazionale! (Qui ci vorrebbe un’emoji con una faccina che ride con le lacrime che scendono tipo Niagara…)
Di conseguenza, tutte le scelte, le alleanze, le liste elettorali, gli incarichi (compresa l’incoronazione di Letta quale successore di Zingaretti) sono stati decisi dal gruppo dirigente espressione di quelle primarie e di quell’assemblea. A cominciare dalla scelta di buttarsi a corpo morto tra le braccia di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle, salvo non avere nemmeno il coraggio o la capacità di andare fino in fondo, e provare maldestramente a tenere il piede in due scarpe, presentandosi al tempo stesso come i più grandi sostenitori di Mario Draghi, ma anche del suo nemico pubblico numero uno.

Le parole di quello che è forse il lettiano di più antica data nell’attuale gruppo dirigente, Francesco Boccia, appena nominato coordinatore della “mozione Schlein”, sulla necessità di una «abiura» del sostegno a Draghi — e di una immediata ricucitura con i Cinquestelle — sono la prova migliore di quanto fosse ipocrita la posizione tenuta fino al giorno prima. Ed è già un passo avanti.
Certo è che la glaciazione brezneviana con cui, all’indomani di una tra le sconfitte più pesanti della sua storia, il PD ha deciso di lasciare ognuno al suo posto, rinviando alle calende greche l’unica vera occasione di discutere le scelte compiute, chissà perché, non ha portato al partito un fiume di nuovi consensi e di genuino entusiasmo. E a quanto pare nemmeno l’idea che un augusto consesso di un’ottantina di personalità (scelte sempre dal gruppo dirigente uscente) impiegasse questo tempo per riscrivere la carta dei valori del partito, documento di cui onestamente nessuno ricordava l’esistenza, si è dimostrata capace di risvegliare la mobilitazione delle masse. L’avreste mai detto?

Una classe dirigente o una classe digerente?

Non si sa chi vincerà il congresso del PD, ma si sa con certezza chi dovrebbe perderlo. Un preciso tipo di dirigente-digerente (digestione di qualsiasi cosa, alimento o pietra che sia), di cui non mancano esemplari in tutte le mozioni, correnti e sottocorrenti del partito. Non è difficile riconoscerli.
Sono quelli che oggi fanno dichiarazioni indignate in difesa delle ONG e contro la disumanità del governo Meloni, ma quando erano al governo con Giuseppe Conte sembravano avere perso la voce, tanto da metterci oltre un anno solo per decidersi a toccare i decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini e inaspriti con particolare entusiasmo dal Movimento 5 Stelle, e tutto questo semplicemente perché ai nuovi alleati grillini non piaceva l’idea di rimangiarseli tanto in fretta. Una posizione che tuttavia non impediva ai suddetti dirigenti del PD di indicare proprio i Cinquestelle quali alleati privilegiati per tutte le future elezioni, innalzando il loro leader, primo responsabile di quegli stessi provvedimenti, a punto di riferimento di tutti i progressisti, leader dell’intera coalizione e ideale candidato del Centrosinistra a Palazzo Chigi.
Sono quelli che nel frattempo facevano finta di non vedere cosa accadeva nei lager libici, di fatto finanziati e legittimati dagli accordi con l’Italia (accordi fatti indovina un po’ da chi). Sono quelli che pure in assemblea votavano ordini del giorno che chiedevano giustamente di stracciarli, quegli accordi, salvo poi in parlamento votare per rinnovarli lo stesso (sì, è successo anche questo).
Sono quelli che hanno passato una vita a combattere l’antipolitica, a difendere partiti e istituzioni dalle campagne populiste e giustizialiste, sono quelli che si sono indignati e hanno combattuto aspramente Matteo Renzi per parole d’ordine come «rottamazione», ai tempi delle primarie contro Pier Luigi Bersani, o «taglio delle poltrone», ai tempi del referendum del 2016, salvo poi accettare senza fare una piega di rimangiarsi tutti i precedenti voti contrari e approvare una riforma della Costituzione incentrata unicamente sul «taglio delle poltrone», quella voluta dai grillini, e votare e fare campagna a favore di quello scempio persino nel referendum.
Sono quelli che hanno passato una vita a difendersi dalle accuse di intelligenza con il nemico da parte di un infinito girotondo di giornalisti, intellettuali e magistrati, perlomeno dai tempi della Bicamerale D’Alema in poi, ripetendo che le riforme istituzionali andavano fatte con l’opposizione, e che i leader dell’opposizione non se li poteva scegliere la maggioranza (quando la maggioranza erano loro, e all’opposizione c’era Silvio Berlusconi), per poi riciclare addirittura gli stessi slogan, gli stessi giochi di parole, lo stesso lessico dei loro calunniatori, con «Renzusconi» al posto di «Dalemoni» e il “patto del Nazareno” al posto del “patto della crostata”.
Sono quelli che hanno inseguito — quando erano loro alla guida, e pensavano di vincere le elezioni che poi sistematicamente perdevano, o “non-vincevano” — premi di maggioranza e marchingegni elettorali e istituzionali di ogni tipo, dal semipresidenzialismo al premierato forte, dal doppio turno di collegio al maggioritario a turno unico con quota proporzionale, al proporzionale con premio alla coalizione, alla lista, alla qualunque. Salvo guidare campagne virulente contro l’«assalto alla Costituzione», l’«uomo solo al comando» e la «deriva presidenzialista», quando a promuovere simili pasticci, illudendosi di beneficiarne, erano i loro avversari, e tanto più quando erano gli avversari interni.
Sono quelli che sono stati più federalisti della Lega quando hanno fatto la riforma del Titolo V, poi si sono resi conto che bisognava tornare indietro (ma hanno votato contro il referendum per tornare indietro perché era pur sempre il referendum di Renzi) e ora si battono il petto gridando alla «spaccatura dell’Italia» e al «tradimento del Mezzogiorno» dinanzi alla riforma Calderoli, che in fondo non fa che applicare gli stessi principî da loro predicati (e purtroppo anche praticati) nel corso di questi decenni, in cui non hanno parlato d’altro che di «questione settentrionale».
Sono — soprattutto e prima di ogni altra cosa — quelli che ovunque si candidino, si facciano eleggere o nominare, lo fanno sempre e solo per «estremo senso del dovere» e con «grande spirito di sacrificio», per il bene del partito e «nell’interesse del Paese». Che è anche la principale motivazione psicologica per cui sono capaci con tanta naturalezza di rimangiarsi ciascuno dei principî solennemente proclamati fino al giorno prima, sacrificandoli sull’altare del loro «duro compito». E guai a chiunque si permetta di eccepire alcunché. Guai a quei miserabili traditori, venduti, opportunisti, ingrati e trasformisti che non abbiano voluto seguirli nell’ennesima giravolta, impedendo loro di fare o rifare il presidente del Consiglio o il presidente della Repubblica, il ministro o il commissario europeo, il deputato o il senatore.
Boccia e Schlein, il nuovo che avanza (dalla sera prima)

Il grottesco dibattito congressuale del PD mostra sempre di più che l’opposizione a Meloni è destinata a consegnarsi a Giuseppe Conte, l’ex premier che al governo fu un appassionato sodale di Trump e di Putin — il primo un golpista e truffatore acclarato, l’altro un assassino e criminale di guerra — il quale si era messo al servizio anche del nemico numero uno del mondo libero, quella Cina di Xi Jinping cui aveva offerto la surreale adesione italiana alla nuova Via (imperialista) della Seta.
Con Conte come capo dell’opposizione tutto è possibile, compresa l’ipotesi che Meloni governi l’Italia per vent’anni di fila, ma l’esito non sarebbe la conseguenza di una precisa strategia meloniana, semmai della resa definitiva della sinistra progressista al populismo eversivo dei Cinquestelle.

In ogni caso, lo spostamento al centro di Meloni non funzionerà per le ragioni già evidenziate prima: in un contesto economico internazionale così complicato, Giorgia Meloni “europeista e pragmatica” non è credibile né in Italia né all’estero e, soprattutto, non potrà reggere l’urlo populista del suo elettorato deluso e tradito.
Anche la via d’uscita delle “riforme istituzionali” non funzionerà — e non solo perché non ha mai funzionato.

RIFORME ISTITUZIONALI: UNA SPECIE DI FENICE CHE CONTINUA A RINASCERE DALLE CENERI

Si torna a discutere di presidenzialismo, semipresidenzialismo o premierato forte, che è esattamente il punto di partenza della discussione svoltasi nella bicamerale D’Alema del 1997 (infatti si discute anche dell’ipotesi di procedere con una nuova bicamerale sulle riforme: la quarta, per l’esattezza); si parla di una “nuova” (s’è ormai perso il conto di quante) riforma federalista di Roberto Calderoli; si parla della necessità di un partito unitario del centrodestra, che raccolga perlomeno Forza Italia e Fratelli d’Italia, cioè i due partiti nati — o rinati, nel caso di Forza Italia — dalla scissione del partito unitario che c’era prima: il PdL.

Come si vede, trascorrono le stagioni, passano gli anni, cambiano le mode e i modi di dire, ma non la sostanza: oggi si parla di «autonomia differenziata», ai tempi della riforma bocciata dagli elettori nel referendum costituzionale del 2006 (sempre di Calderoli) si parlava di «devolution», fatto sta che l’unica riforma federalista portata effettivamente a termine rimane quella fatta nel 2001, sulla base del testo approvato in bicamerale, dal centrosinistra. Riassetto che del resto un altro governo di centrosinistra, quello guidato da Matteo Renzi, cercò di rovesciare con la riforma del 2016, bocciata pure quella in un referendum costituzionale.

Dalla battaglia, è utile ricordare, trasse origine la scissione bersaniana del PD consumata nel 2017, che ora sembra essere in via di ricomposizione, come detto sopra, nell’ennesima «fase costituente» con cui i gruppi dirigenti (sempre gli stessi) si ripropongono di dar vita al grande soggetto unitario per la sinistra del nuovo secolo (espressione che tra l’altro andrebbe aggiornata anch’essa, perché dagli Anni Novanta a oggi il secolo ha fatto in tempo a nascere, crescere e andare all’università). Seguirà dibattito sul «cambiamento della legge elettorale». (La legge elettorale, però, si fa alla fine, sebbene sia sempre al primo posto nell’elenco delle emergenze che non consentono di andare a elezioni anticipate in caso di crisi di governo — se i calcoli sono esatti, dunque, se ne dovrebbe ricominciare a discutere non più tardi del 2024).

Il «Terzo Polo»: solo da noi è possibile definire così un movimento che non è nemmeno sesto nella classifica elettorale. Tuttavia, in bocca al lupo: sono gli unici ad avere enormi prospettive davanti

Alla fin fine, Renzi e Calenda sono semplicemente più attrezzati del resto dell’opposizione, e nel caso di Renzi anche più consapevoli del rischio che corre il governo sulle riforme istituzionali, e per questo tentano la premier con l’illusione della Grande Riforma, più per programmare la sua detronizzazione che per fare davvero le riforme.

Insomma, il progetto di Meloni è già fallito prima di cominciare, ma continuerà a balbettare e a restare in piedi fino alla nascita di un’alternativa seria e competitiva al bipopulismo.
Molto dipenderà nei prossimi mesi dal Congresso PD, dalla fine politica di Forza Italia e dalle faide interne alla Lega, oltre che dalle potenziali nuove offerte politiche repubblicane e costituzionali a vocazione maggioritaria in grado di intercettare l’ennesimo prossimo scombussolamento del quadro politico.

L’unica nota positiva per il Paese è che, a differenza degli altri spericolati populisti italiani, Giorgia Meloni si è formata prima ai margini e poi dentro un sistema politico democratico, ha una cultura pericolosa ma tutto sommato tradizionale, ed è pienamente cosciente delle difficoltà che deve affrontare al governo di un Paese.
Per queste ragioni, Meloni è dotata di una certa decenza istituzionale, non sguaina la spudoratezza di un Salvini o di un qualsiasi Cinquestelle, è consapevole di dove si trova e quindi è più propensa ad agire in modo responsabile, come dimostra la vicenda ucraina, almeno fino a quando a Washington ci sarà un presidente americano serio e non un golpista o un altro esponente dell’ala trumpiana dei repubblicani.

E insomma, per concludere, niente di nuovo sul lobo occipitale — pardon, fronte occidentale. Siamo sempre nel raggio d’azione d’un pensiero di mirabile, impareggiabile sintesi formulato nel 1958: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi», la celeberrima frase pronunciata da Tancredi, nipote del principe Fabrizio Salina, ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

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