Complotterie, cospiratismi e congiuraggini

Come funziona una “teoria del complotto”?
È un misto di psicologia, ignoranza e tecniche di manipolazione.

Accusare l’avversario di qualcosa ne modifica l’immagine, anche agli occhi di chi non crede all’accusa. Dopo aver immaginato una scena, non si può tornare indietro e disimmaginarla. La scena di Tizio che fa qualcosa di orribile — per esempio, violenta bambini — rimane in mente anche se razionalmente la si ritiene una calunnia: si è attivato un frame, una cornice narrativa in cui Tizio è ridotto a mostro, disumanizzato. E non si può più disattivare. È su questo stesso presupposto che si basano le fake news e in passato il successo di Goebbels. Se hai immaginato qualcosa non puoi più disimmaginarla, ti resta da qualche parte nella capoccia.

Sono diffusi, in molte società contemporanee, sentimenti di rifiuto e diffidenza nei confronti degli “esperti”, a qualunque settore appartengano, la medicina come l’astronomia, l’economia come la storia. La comunicazione semplificata tipica dei social media fa nascere la figura del contro-esperto che rappresenta una presunta opinione del popolo, una sorta di sapienza mistica che attinge a giacimenti di verità che i professori, i maestri e i competenti occulterebbero per proteggere interessi e privilegi. I pericoli sono sotto gli occhi di tutti: si negano fatti ampiamente documentati; si costruiscono fantasiose contro-storie; si resuscitano ideologie funeste in nome della de-ideologizzazione.

«L’anti-intellettualismo si è insinuato come una traccia costante nella nostra vita politica e culturale, alimentato dal falso concetto che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”».
(Isaac Asimov, 1980, su Newsweek)

Siamo ignoranti e con un sacco di pretese, col rovesciamento dell’onere della prova: dimostrami tu che la cosa che sai esiste, che vale la pena di saperla, che serve a qualcosa, che chiunque tu sia — professore universitario, ricercatore, semplice laureato, a qualsiasi titolo esperto o conoscitore o studioso di qualunque cosa, ma persino, talora, umile applicatore dei principi basilari della logica — hai il diritto di dirla, e questo diritto sta alla pari col mio diritto di non saperla e comunque di contraddirti.

In un numero significativo di umani si fa largo la convinzione che si possa fare a meno delle mediazioni, degli esperti, dei sacerdoti: molti ne deducono di essere stati gabbati per secoli. Si guardano intorno e, animati da una certa (in qualche modo comprensibile) venatura di risentimento, cercano la prossima mediazione da distruggere, il prossimo passaggio da saltare, la prossima casta sacerdotale da rendere inutile.

Quando non si capisce, ci si affida agli stregoni. Il complotto è supplente dell’intelligenza: non capisci e ti affidi a una tesi indimostrabile, un complotto appunto. Il complottista vede sempre un oscuro burattinaio che congiura nella cantina della Storia.

Nella cultura anglosassone l’atto del teorizzare non è circondato di aprioristico rispetto, anzi, nell’uso comune “theory” vuol dire congettura, illazione: «Come on, that’s just theory». In italiano questa connotazione è assente. Nella nostra cultura impregnata di idealismo filosofico, una teoria è comunque qualcosa di importante, anche prima di qualunque verifica sulla sua fondatezza. Usando teoria al posto di opinione o parere — «Ho una mia teoria al riguardo» — si risulta subito più autorevoli. Dunque “teoria del complotto” non ha per forza un connotato negativo, non a tutti sembra qualcosa da rigettare a priori. Del resto, di complotti ne sono esistiti e ne esistono. In ogni momento, da qualche parte, c’è qualcuno che complotta. Ed è grazie a teorie divenute inchieste che certe cospirazioni reali — come la Strategia della tensione o i piani della loggia P2 — sono state scoperte.

Le teorie del complotto sono in risonanza con alcuni dei preconcetti incorporati nel nostro cervello e con le scorciatoie che il nostro pensiero tende a prendere, e attingono dal pozzo dei nostri più profondi desideri, delle nostre paure, delle nostre presupposizioni sul mondo e le persone che ci vivono. Tutti crediamo, abbiamo creduto o potremmo credere a qualche fantasia di congiura.

Nelle analisi che si fanno sull’odierno cospirazionismo social andrebbe sostituita “teoria del complotto” con “fantasticheria di complotto”; per le teorie del complotto fondate e riscontrabili andrebbe invece usata l’espressione “ipotesi di complotto”.
Le ipotesi di complotto servono a indagare complotti specifici e situati, orientati a un fine preciso, che solitamente cessano dopo essere stati scoperti, o al momento della loro scoperta sono già cessati. Le fantasticherie di complotto, invece, riguardano sempre una cospirazione universale, che ha come fine la conquista o la distruzione del mondo intero da parte di società segrete, confraternite occulte, “razze infide”, singoli individui descritti come onnipotenti burattinai, conquistatori alieni… o un’alleanza di tutti questi soggetti. Una cospirazione costantemente denunciata eppure sempre in pieno svolgimento, da decenni, da secoli.
Nella prima categoria troviamo: lo scandalo Watergate e le manovre di Nixon per insabbiarlo; il programma Cointelpro dell’FBI per infiltrare le Pantere Nere e altri gruppi radicali; i tentativi di assassinare Fidel Castro da parte della CIA; i depistaggi sulle stragi italiane da Piazza Fontana in poi; le trame della P2 di Licio Gelli; la produzione di false prove contro il regime di Saddam Hussein per giustificare l’invasione dell’Iraq.
Nella seconda categoria troviamo gli incubi a occhi aperti sugli Illuminati, i Protocolli dei Savi di Sion, il piano Kalergi, la “grande sostituzione etnica” e George Soros che muove i fili del mondo, Bill Gates che ci controlla con i nanochip nei vaccini, i Rettiliani, le scie chimicheQAnon e la Cabàl di satanisti pedofili.
Anche quando una fantasticheria di complotto sembra riguardare un singolo evento, lo integra in una congiura vastissima, innervata a tal punto nei centri del potere mondiale e con un tale numero di complici da implicare per forza il complotto universale.

MECCANISMO BIOLOGICO

Le neuroscienze localizzano quello che chiamiamo raziocinio nella corteccia cerebrale prefrontale. Un’area molto sottile, un «fazzoletto grigio» — così la definisce Massimo Polidoro (giornalista, divulgatore scientifico e segretario del Cicap, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) — della neocorteccia, la parte del nostro cervello che si è evoluta più di recente. Le emozioni risiedono invece nel sistema limbico, un’area molto più antica che il neuroscienziato Paul D. MacLean — ricordato per la teoria del “cervello trino”, oggi superata — chiamava in modo efficace «paleocervello». Nell’area limbica è molto importante l’amigdala, struttura che ha il compito di reagire ai pericoli e mandare segnali d’allarme a tutto il corpo.
In presenza di uno stimolo, prima entrano in gioco le funzioni del paleocervello, in particolare dell’amigdala, poi quelle della corteccia prefrontale. Quest’ultima interviene per vagliare i segnali d’allarme, regolare le emozioni, farci ragionare. Basandosi su questo, lo psicologo Daniel Kahneman ha introdotto la distinzione tra il “pensiero veloce” del sistema limbico (emotivo, impulsivo, automatico) e il “pensiero lento” della corteccia prefrontale (analitico, prudente, controllato).

Il pensiero veloce ci ha permesso di sopravvivere come specie. «I nostri antenati che vivevano nella savana», scrive Polidoro nel suo Il mondo sottosopra, «erano alle prese con leoni, pantere e altre minacce alla propria sopravvivenza, e non potevano permettersi di riflettere troppo. Era necessario decidere in fretta se la sagoma scura che si vedeva tra le foglie poteva essere un predatore o solo un gioco di luci e ombre: non farlo poteva significare l’estinzione. Dunque, meglio scappare sempre… piuttosto che fermarsi a verificare».
Il problema è che il nostro cervello tende a funzionare così anche in contesti diversissimi. In momenti di stress, paura o collera questo ci porta a compiere errori, a prendere decisioni sbagliate o a trarre conclusioni ingiuste prima che il pensiero lento possa intervenire. Da ciò derivano molti dei bias (pregiudizi) che condizionano la nostra vita, studiati dalla psicologia e dalle scienze cognitive.
Nel corso del decennio scorso il cortocircuito tra il flusso continuo e ansiogeno delle notizie — molto spesso cattive notizie — e gli algoritmi dei social network che incentivano reazioni immediate ha rafforzato i nostri bias e reso gli errori non solo più frequenti ma più rapidi nel propagarsi.

Il Corpo amigdaloideo, situato nella parte dorsomediale del lobo temporale del cervello: gestisce le emozioni, e in particolar modo la paura

MECCANISMI PSICOLOGICI

Il funzionamento della cosa è splendidamente e riccamente spiegato in varie pubblicazioni da parte del collettivo Wu Ming.
Il primacy effect è la tendenza a ricordare le prime informazioni ricevute e a ritenerle più importanti di quelle lette o sentite dopo. Avviene anche quando sono calmo, ma molto di più quando provo emozioni intense. Se ricevo una notizia mentre sono inquieto, arrabbiato o impaurito, tendo a ricordarla più facilmente. Questo influenzerà le mie elaborazioni e decisioni successive. Anche quando entra in azione la corteccia prefrontale, l’effetto è difficile da correggere per via dell’euristica della disponibilitàse ricordo una cosa, vuol dire che è importante. Tendo a ritenere più valido quel che posso richiamare alla mente con poco sforzo, a scapito di ciò che potrei conoscere con uno sforzo maggiore. Ne deriva il pregiudizio di ancoraggio: pensando, non mi allontano dal punto su cui mi sono fissato fin dal principio, convinto che sia il punto della questione, quando in realtà l’ho scelto in modo arbitrario.
Se le informazioni ricevute all’inizio erano all’insegna del “niente è come sembra” e dell’idea che esista una verità nascosta da trame occulte, tendo a restare in quello schema, mettendo in fila altri bias e distorsioni cognitive. Il pregiudizio di intenzionalità mi fa pensare che se qualcosa è accaduto — un incidente, un’alluvione, un’epidemia — qualcuno deve averlo voluto e pianificato. Il pregiudizio di proporzionalità mi convince che un evento su vasta scala e con molte conseguenze non possa avere una causa “piccola”: deve averne per forza una “grande”, che a sua volta — in base al pregiudizio di intenzionalità — deve dipendere dalla volontà di qualcuno.

Una pandemia non può avere come causa scatenante un episodio impercettibile come lo svolazzo di un virus da un animale a un essere umano, in seguito a processi impersonali, oggettivi, a cui tutti contribuiamo: deforestazione, urbanizzazione, allevamento intensivo… No, dev’essere l’esito di un piano globale, e quel piano deve avere un volto. Mi additano Bill Gates. È ricchissimo, mi è sempre stato sulle palle, fa carità ipocrita, c’entra qualcosa con i vaccini, Windows mi si blocca sempre… Ok.

A questo punto, scatta il pregiudizio di confermasenza nemmeno accorgermene, scelgo le informazioni che rafforzano la mia convinzione e scarto quelle che la metterebbero in crisi. Ogni volta ne traggo la sensazione che ciascun tassello vada al proprio posto, cosa che mi dà soddisfazione, mi fa sentire forte e in grado di dominare ogni tema e materia. L’esaltazione rafforza l’effetto Dunning-Kruger: ciascuno di noi tende a sopravvalutare le proprie conoscenze, a darle per scontate. Perché a volte si vede la luna di giorno? Perché d’estate fa più caldo che d’inverno? Cosa fa il fegato, esattamente? A queste domande, la maggior parte di noi non saprebbe rispondere al volo. Io vado oltre, mi getto nelle dispute e disquisisco di virologia, ingegneria, balistica, chimica degli esplosivi o dei gas, astronautica, storia delle religioni…
Più sopravvaluto la mia capacità di leggere il mondo, più l’apofenia mi fa percepire collegamenti e schemi dove non ce ne sono. Noto che Trump indossa spesso cravatte gialle. Ci vedo un segnale preciso: sta dicendo che la pandemia è finta. La bandiera gialla è usata per segnalare che una nave non ha persone infette a bordo, e nel codice internazionale nautico il giallo sta per la lettera Q. Tutto torna. QAnon.
Entra in gioco anche la pareidolia, che mi fa vedere immagini nascoste, simboli o facce che affiorano da sfondi, come un tempo il volto di Satana nel fumo delle Torri Gemelle o la “faccia su Marte”. Avvisto il virus sars-cov-2 in una scena del film Captain America – Il primo vendicatore. È proprio il coronavirus, inconfondibile… ed è accanto a una pubblicità della birra Corona! Il film è del 2011, dunque tutto era previsto. Mi basterebbe fermarmi un minuto, guardare meglio, e capirei che quello non è il virus. È un mazzetto di bucatini Barilla disposti in modo da ricordare un fuoco d’artificio.

Ma… fermarmi? Non se ne parla. Dedico alla “ricerca” sempre più ore del giorno e della notte, non faccio che collegare elementi, discutere, diffondere materiali. Sono ormai in preda al bias da intensificazione dell’impegnoil tempo e le energie che ho investito non mi consentono di smettere, men che meno di invertire la rotta senza conseguenze sul mio ego, sulla mia autostima, sulla mia credibilità agli occhi altrui. Ogni giorno che passa, cambiare idea comporterebbe più fatica mentale. Ma perché dovrei cambiare idea, se sono nel giusto? È scattata la razionalizzazione post-acquisto: se ci ho investito tanto, vuol dire che l’affare era buono.
Se ogni tanto avverto una dissonanza cognitiva, per esempio tra la mia autostima e il fatto che la mia condotta abbia allontanato persone care, la risolvo nel modo meno faticoso: salvo l’autostima e dò la colpa agli altri.

Perdo amici, mi isolo da familiari e parenti? Colpa loro, non vogliono “svegliarsi”. Preferiscono restare nell’ignoranza? Che ci restino. E se non fosse solo ignoranza? Se fossero complici della Cabàl, potentissima congrega di adoratori del diavolo e carnefici di bambini? Per fortuna adesso mi stanno alla larga. Tanto ho una nuova comunità. E sempre più persone condividono le nostre idee. E se sempre più persone le condividono, vuol dire che abbiamo ragione. E così, contento del mio argumentum ad populum, vado avanti.
Quando dico che «ho fatto le mie ricerche», significa che ho navigato in Rete in balìa di tutti questi pregiudizi, errori e scorciatoie. Ho letto un paio di commenti su Facebook, guardato in fretta una foto su Instagram, leggiucchiato pagine trovate nella prima schermata di Google… Al massimo ho guardato pseudodocumentari targati QAnon come Fall of the Cabal o Out of the shadows.
E adesso è arrivato quel momento. Sono pronto. Devo portare la “ricerca” un passo oltre. Per nutrire un sempre più affamato pregiudizio di conferma e avere l’approvazione della mia nuova comunità, comincio a fabbricare prove.

È un “game”, direbbe Alessandro Baricco, in perfetta simbiosi con gli algoritmi dei social network, nell’ambito dell’ormai compiuta gamification delle interazioni. L’utente dei social è costantemente spinto a cercare segni d’approvazione, ricompense, punteggi alti, record personali. Un feticismo dei numeri e del dato quantitativo, si tratti di follower, like, commenti, condivisioni, reazioni, retweet, citazioni, visualizzazioni di un video, etcetera. In un ecosistema dove chiunque è sempre in mostra e sempre in cerca di acclamazioni, protagonista del proprio reality show.
E il cospirazionismo si diffonde anche a sinistra. Perché le fantasticherie di complotto propongono rappresentazioni semplicistiche — spesso caricaturali — del capitalismo e surrogati di critica al sistema. In questo modo occupano un vuoto di analisi e iniziativa, fanno imboccare scorciatoie mentali, deviano il malcontento dove potrà esprimersi solo in impotenti mugugni, deresponsabilizzano.
Roba che affligge solo gli ignoranti e gli stupidi? No: non è questione di imbecillità ma di proiezione, un meccanismo di difesa psicologica a cui tutti possiamo soccombere.
Il mio malessere di sfruttato, di “malpagato derubato deriso disgregato” (Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico), è legato al mio posto nei rapporti sociali, a disuguaglianze strutturali, alla concentrazione della ricchezza, a come funziona il mercato del lavoro. Per comprendere questo stato di cose dovrei riconoscere l’ideologia che lo giustifica e lo presenta come naturale. Dunque dovrei mettere in discussione come vivo, come lavoro, i miei consumi, i miei miti, il tempo che passo sui social network, le mie contraddizioni. È una presa di coscienza faticosa, spesso evitata — o lasciata affievolire nel corso degli anni — anche da chi si ritiene politicizzato e attivo. Se invece proietto il mio malessere su un presunto nemico occulto posso evitare scomode autoanalisi e continuare nel mio tran tran.

Neuroscienziati all’opera sul problema

Un fresco studio pubblicato su Nature Neuroscience chiarisce le cose dal punto di vista biologico per quanto riguarda uno dei fenomeni cognitivi più importanti nella formazione del complottismo e delle fake news, quello chiamato confirmation bias, o pregiudizio di conferma.
A rispondere sono stati i ricercatori della City University di Londra e della University College London: a giocare un ruolo decisivo in questo processo mentale è la corteccia frontale mediale posteriore (pMFC), area del cervello già nota per essere coinvolta nei processi decisionali.
Per farlo, hanno coinvolto 42 partecipanti, suddivisi in coppie. Successivamente è stato chiesto loro di stimare se il prezzo di alcune proprietà immobiliari fosse più o meno di un importo fisso, scommettendo poi da 1 a 60 centesimi, a seconda di quanto si sentissero sicuri delle loro affermazioni. Successivamente, ogni partecipante è stato sottoposto a risonanza magnetica funzionale (fMri), e gli sono state mostrate nuovamente sia le proprietà, sia i giudizi dati che le scommesse iniziali. È stato poi messo al corrente delle scommesse del partner e gli è stato chiesto, infine, di fare una scommessa finale.

Dalle analisi, i ricercatori hanno osservato che quando la stima del prezzo del partner confermava la valutazione iniziale, i partecipanti hanno proposto una scommessa finale con maggiori importi. Al contrario, quando le valutazioni erano in disaccordo, l’opinione del partner ha avuto un impatto limitato sulla scommessa iniziale. Ma non solo: i ricercatori hanno scoperto che l’attività della pMFC ha mediato l’effetto che la scommessa del partner ha avuto sulla scommessa finale del partecipante, ma solamente quando entrambe le valutazioni erano simili. Ciò suggerisce, spiegano i ricercatori, che l’attività della pMFC in risposta alle opinioni altrui si manifesta solo di fronte a un accordo e si riduce durante un disaccordo.
In sostanza, quest’area del cervello aumenta la sua attività quando opinioni altrui sono concordanti con le nostre; viceversa, diminuisce quando le informazioni sono in disaccordo con le nostri convinzioni.

Detto in un altro modo: quando le persone non sono d’accordo, il loro cervello non riesce a codificare la qualità dell’opinione dell’altra persona, dando loro meno motivi per cambiare idea.

Excursus: DA GUY DEBORD AI SOCIAL MEDIA

Le preoccupazioni intorno ai social media sono diventate mainstream, ma i ricercatori devono ancora chiarire i meccanismi cognitivi specifici che spiegano il pedaggio che viene preteso sul nostro benessere psicologico. I nuovi progressi nelle neuroscienze computazionali, tuttavia, sono pronti a fare luce sulla questione. L’architettura di alcune piattaforme di social media prende la forma di ciò che alcuni scienziati hanno cominciato a chiamare “iperstimolatori” — problematici sistemi di consegna digitale per stimoli gratificanti e potenzialmente coinvolgenti. Secondo una nuova teoria leader nelle neuroscienze conosciuta come “elaborazione predittiva”, gli iperstimolatori possono interagire con specifici meccanismi cognitivi e affettivi per produrre esattamente il tipo di risultati patologici che vediamo emergere oggi.

L’elaborazione predittiva vede il cervello come un “motore di predizione”, qualcosa che cerca costantemente di prevedere i segnali sensoriali che incontra nel mondo e di minimizzare la discrepanza (chiamata “errore di predizione”) tra queste previsioni e il segnale in arrivo. Nel corso del tempo, tali sistemi costruiscono un “modello generativo”, una comprensione strutturata delle regolarità statistiche nel nostro ambiente che viene utilizzata per generare previsioni. Questo modello generativo è essenzialmente un modello mentale del nostro mondo, che include sia informazioni immediate e specifiche in ciò che stiamo facendo in un dato momento, sia informazioni a lungo termine che costituiscono il nostro senso narrativo di sé. Secondo questa struttura, i sistemi predittivi minimizzano gli errori di previsione in due modi: o aggiornano il modello generativo per riflettere più accuratamente il mondo, o si comportano in modi che portano il mondo meglio in linea con la loro previsione. In questo modello, il cervello fa parte di un sistema predittivo incarnato che si muove sempre dall’incertezza alla certezza. Riducendo le sorprese potenzialmente dannose, ci mantiene in vita e bene.

Consideriamo la temperatura corporea sana di 37°C per un essere umano. Uno spostamento in una delle due direzioni — più freddo o più caldo — viene registrato come un picco nell’errore di previsione, segnalando all’organismo che si sta muovendo verso uno stato inaspettato, e quindi potenzialmente pericoloso. Questo aumento dell’errore di previsione ci viene restituito sotto forma di sensazioni di disagio, stress e un’inclinazione a fare qualcosa per avere una migliore presa sulla realtà. Potremmo semplicemente sederci e venire a patti con il cambiamento di temperatura (aggiornare il nostro modello generativo), o potremmo prendere una coperta o aprire una finestra. In questi casi, quello che stiamo facendo è agire sul nostro ambiente, campionando il mondo e cambiando la nostra relazione con esso, al fine di riportarci entro limiti accettabili di incertezza.

Secondo il quadro emergente dall’elaborazione predittiva, la cognizione e l’affetto sono aspetti strettamente intrecciati dello stesso sistema predittivo. Gli errori di previsione non sono semplicemente punti di dati all’interno di un sistema computazionale. Piuttosto, l’aumento degli errori di previsione ci fa sentire male, mentre la risoluzione degli errori in linea con le aspettative ci fa sentire bene. Questo significa che, come organismi predittivi, cerchiamo attivamente ondate di errori di previsione gestibili — “incertezza gestibile” — perché risolverli ci fa sentire bene. Questi sentimenti si sono evoluti per mantenerci ben sintonizzati con il nostro ambiente, aiutandoci a sperimentare con curiosità strategie nuove e di successo per la sopravvivenza, evitando anche tutto lo stress e la sgradevolezza che viene con l’incertezza improvvisa.
Questa relazione attiva, ricorsiva e sentita con l’ambiente è fondamentale per capire come i social media possano essere dannosi per la nostra salute mentale, e perché spesso troviamo così difficile smettere di usarli.

Vivere bene, in termini di elaborazione predittiva, significa essere in grado di gestire efficacemente l’incertezza, e questo si basa sull’avere un modello generativo che rappresenti accuratamente il mondo. Un modello generativo che riflette male le regolarità dell’ambiente porterebbe inevitabilmente a un aumento delle cattive previsioni e a una marea di errori difficili da risolvere. I teorici dell’elaborazione predittiva stanno cominciando a sviluppare nuovi schemi sulle condizioni di salute mentale, concentrandosi sull’efficacia del modello generativo di una persona. La depressione, per esempio, è stata descritta come una forma di “rigidità cognitiva”, in cui il sistema non riesce a regolare la sua sensibilità al feedback correttivo dal mondo. Per le persone in buona salute mentale, il feedback emotivo permette loro di sintonizzare in modo flessibile le loro aspettative: a volte ha senso “cancellare” un errore di previsione come semplice rumore, piuttosto che vederlo come qualcosa che richiede un cambiamento nel loro modello generativo del mondo; altre volte, ha senso cambiare il nostro modello a causa dell’errore. Nella depressione, i ricercatori ipotizzano che perdiamo questa capacità di muoverci avanti e indietro tra stati più o meno “sensibili”, che si traduce in un errore di previsione crescente e ingestibile. Alla fine, arriviamo a prevedere l’inefficacia e il fallimento delle nostre stesse azioni, che a sua volta diventa una previsione auto-rinforzante (una sorta di profezia che si auto-avvera): otteniamo una certa soddisfazione minima dalla conferma. A livello della persona depressa, ciò si manifesta in sentimenti come impotenza, isolamento, mancanza di motivazione e incapacità di trovare piacere nel mondo.

I social media sono un metodo spettacolarmente efficace per deformare i nostri modelli generativi. Li sovraccarica di prove negative sia sul mondo che ci circonda che su chi siamo. Lo spazio tra l’essere e l’apparire è potenzialmente vasto — con pochi tocchi, possiamo alterare drammaticamente il nostro aspetto, o scattare di nuovo la stessa foto 20 volte fino a quando il nostro volto trasuda esattamente la calma padronanza della vita che vogliamo proiettare.
Man mano che le piattaforme dei social media sviluppano caratteristiche che ci permettono di presentarci in modo inautentico, queste piattaforme diventano sempre più potenti generatori di cattive prove, inondando i sistemi predittivi dei loro utenti con informazioni imprecise, dicendoci che il mondo è pieno di persone impossibilmente belle e felici, che vivono meravigliosamente una vita lussuosa e piacevole. Tipicamente, nel mondo offline, il nostro modello generativo e le nostre aspettative sono codificate con le informazioni in arrivo dall’ambiente immediato (non filtrato), il che significa che il più delle volte il modello riflette accuratamente il mondo. Tuttavia, nei casi di impegno regolare e pesante con i social media, le informazioni in arrivo sul mondo sono accuratamente selezionate, curate e alterate — in altre parole, siamo potenzialmente impegnati con una fantasia, non con la realtà.
Il nostro rapporto con i social media è una sorprendente manifestazione delle preoccupazioni espresse dal filosofo francese Guy Debord nella sua opera classica La società dello spettacolo (1967). La vita sociale si sta spostando dal dovere al dover apparire, «deve trarre il suo prestigio immediato e il suo scopo ultimo dalle apparenze. Allo stesso tempo, tutta la realtà individuale è diventata sociale». Debord riconobbe che gli individui erano sempre più assillati dalle forze sociali, un’osservazione premonitrice alla luce della successiva ascesa dei social media: ma in quanto teorico politico che scriveva negli Anni ’60 egli avrebbe faticato a vedere come questo spostamento verso le apparenze potesse influenzare la psicologia e il benessere umani.
Per quanto riguarda il temuto passaggio di Debord dall’autenticità all’apparenza, le piattaforme dei social media agiscono come un piede di porco digitale, separando il nostro modello generativo dall’ambiente offline. Peraltro, il nostro modello del mondo reale viene ad assumere le aspettative generate attraverso quello online, e il risultato sono ondate sempre più ingestibili di errori di previsione che il sistema deve sforzarsi di minimizzare.

Un recente sondaggio ha scoperto che più della metà dei chirurghi estetici ha avuto pazienti che hanno chiesto loro esplicitamente procedure che avrebbero migliorato la loro immagine online, mentre alcuni chirurghi hanno anche riportato che i pazienti hanno usato immagini migliorate di se stessi come esempio di come vorrebbero apparire. Alcuni filtri di Instagram permettevano di “vedere in anteprima” gli effetti delle procedure cosmetiche: Instagram ha ora bandito quel filtro specifico, tuttavia molte altre app svolgono funzioni analoghe.

La cosiddetta “chirurgia di Snapchat” ha perfettamente senso nel quadro dell’elaborazione predittiva. Se ci abituiamo al nostro aspetto ritoccato, e a ricevere tutti i feedback associati a esso, presto il livello di convalida disponibile offline sarà registrato come un errore di previsione di montaggio. Questo provocherà probabilmente sentimenti di stress e inadeguatezza. Attraverso la lente dell’elaborazione predittiva, vediamo che ottenere un intervento chirurgico per assomigliare di più a un’immagine filtrata è solo il sistema che fa quello che fa sempre: non è diverso dal prendere una coperta quando la temperatura comincia a scendere. Stiamo campionando il mondo per riportarci in uno stato previsto. Ma i social media sono in grado di spostare la nostra immagine di sé così tanto che l’unico modo per correggere l’errore e soddisfare quelle aspettative è quello di modificare chirurgicamente il nostro aspetto.

Da notare, però, quanto sia alta la posta in gioco in questo scenario. Se non siamo in grado di risolvere l’errore e continuiamo a impegnarci con i social media, allora questo fallimento costante ci viene riportato, insegnandoci alla fine ad aspettarci il nostro stesso fallimento. Attraverso una cascata di previsioni di second’ordine — previsioni sulla nostra capacità di prevedere accuratamente (o meno) — saremo vivi soltanto per l’utilità attesa delle nostre azioni. E quando le nostre azioni fallissero costantemente, perderemmo un senso di fiducia in queste azioni. Alla fine, abbasseremo le nostre previsioni di successo, che sentiremo come una completa mancanza di speranza.
Questo è esattamente lo scenario descritto dai neuroscienziati che lavorano sugli schemi computazionali della depressione menzionati prima: se falliamo costantemente nel raggiungere le nostre aspettative, e poi non riusciamo a riaggiustare quelle aspettative, arriviamo ad aspettarci il fallimento delle nostre stesse azioni.
Il contenuto inautentico sui social media, le immagini di bellezza e lusso, possono bloccare queste previsioni, rendendo ancora più difficile per noi riadattare le nostre aspettative per la nostra vita sulla base del feedback del mondo reale. Così, i social media possono metterci in difficoltà: o portiamo il mondo in linea con le nostre nuove aspettative, o rischiamo di scivolare nella depressione e nella disperazione.

Naturalmente, c’è un modo ovvio per alleviare questi problemi: passare meno tempo online. Per alcuni di noi, tuttavia, questo è più facile a dirsi che a farsi: prove crescenti supportano il sospetto che i social media possano creare dipendenza. Una revisione completa nel 2015 ha definito la dipendenza dai social media come una preoccupazione sproporzionata e una spinta a usare i social media che compromette altre aree della vita, e ha scoperto che circa il 10% degli utenti mostra sintomi di dipendenza. È interessante notare che questa è circa la stessa percentuale di persone che hanno problemi con l’alcol: ma mentre i ganci di dipendenza dell’alcol sono relativamente ben compresi, quelli dei social media non lo sono.

L’elaborazione predittiva offre una nuova comprensione della dipendenza come un deragliamento dell’allineamento tra i sistemi predittivi e il loro ambiente. La vita contiene molte ricompense, e il cervello sperimenta queste ricompense come il raggiungimento di una diminuzione dell’errore di previsione: contrariamente alla credenza popolare, non è la dopamina in sé a essere gratificante, ma la riduzione dell’errore che l’accompagna. I neurotrasmettitori come la dopamina semplicemente codificano e radicano i comportamenti che impariamo a prevedere che ci daranno queste ricompense. Ora, proprio come varie droghe che creano dipendenza, il paesaggio in via di sviluppo della tecnologia digitale sta sconvolgendo questa relazione tra ricompensa e comportamento. Nel suo importante libro Your Brain on Porn (2014), lo scrittore scientifico Gary Wilson sostiene che la pornografia su internet si presenta come pericolosamente gratificante — un esempio di “iperstimolatore” —. Wilson sottolinea che, in una sera, il porno su internet facilita livelli di novità sessuali che non sarebbero stati disponibili per i nostri antenati nel corso di un’intera vita: schede o finestre multiple, centinaia di modelli diversi, feticci in escalation, tutto ciò cospira per far gridare ai nostri circuiti di ricompensa «Diavolo, stiamo facendo molto meglio di quanto abbiamo mai pensato possibile!», quando in realtà stiamo solo fissando uno schermo, da soli. La novità è particolarmente allettante, poiché il nostro cervello è sempre alla ricerca di nuovi modi per ridurre gli errori, nuovi modi per fare meglio del previsto. Il nostro cervello la registra come un’enorme risoluzione dell’incertezza, e il nostro circuito di ricompensa nel cervello va in overdrive, rinforzando questi particolari comportamenti di ricerca di ricompensa.

Ciò che la pornografia è per il sesso, le piattaforme dei social media sono per il nostro appetito intrinseco per la socializzazione.
Impegnarsi in legami interpersonali significativi fa leva su tutti i circuiti di ricompensa di cui sopra: ci si sente bene a socializzare, e la dopamina codifica l’apprendimento di comportamenti sociali di successo. Una grande somiglianza tra i social media e la pornografia è che entrambi sono un potente veicolo per prendere la fantasia accuratamente curata e presentarla come una realtà raggiungibile. Queste presentazioni di scenari “migliori della vita reale” (per esempio, immagini accuratamente messe in scena e filtrate; incontri sessuali massimamente eccitanti nella pornografia) sono altamente allettanti per gli agenti predittivi sempre alla ricerca di modi per migliorare. Sui social media, proprio come nel porno online, alti livelli di novità e di eccesso significano che il sistema di ricompensa viene messo in moto. Non c’è da meravigliarsi che un rapporto del 2019 abbia rilevato che l’adolescente medio negli Stati Uniti ora trascorre più di sette ore al giorno guardando uno schermo. Attraverso i social media, l’iperstimolazione lavora per riorganizzare il nostro modello predittivo e ristrutturare le nostre abitudini: ci svegliamo e raggiungiamo il nostro telefono, non usciamo mai di casa senza, e ci sentiamo costantemente attratti dai nostri telefoni anche quando siamo in compagnia di amici.

L’effetto iperstimolante dei social media, tuttavia, non emerge solo da un eccesso di contenuti curati con attenzione e da un feedback sociale potenzialmente massiccio. Deriva anche da caratteristiche di design deliberate: caratteristiche che pongono i social media molto più vicini al gioco d’azzardo che alla pornografia. Nel gioco d’azzardo, ciò che è così eccitante (e che forma l’abitudine) è l’anticipazione della ricompensa, o l’aspettativa di una ricompensa incerta. Anche le interazioni sociali offline sono spesso imprevedibili, nel senso che non sappiamo quando qualcuno potrebbe contattarci o interagire con noi in modi gratificanti: ma i siti dei social media sono progettati per aumentare questa anticipazione attraverso la gamificazione, in cui caratteristiche come la progressione, il punteggio e l’assunzione di rischi sono introdotti in un ambiente non di gioco. I social media gamificano l’interazione sociale, principalmente attraverso vari sistemi altamente interattivi di “mi piace”, “condivisioni”, “retweet”, commenti e così via, che si applicano ai contenuti creati dagli utenti. Questo feedback è la misura diretta del “successo” di un particolare post, e permette di confrontare la popolarità tra post e post.
Inoltre, quando il feedback arriva, non viene immediatamente comunicato all’utente. Piuttosto, riceviamo notifiche sotto forma di un pulsante che brilla o di un suono eccitante che ritarda la scoperta della natura precisa del contenuto in arrivo. Il semplice atto di premere un pulsante per rivelare un’informazione ha dimostrato di innescare eccitazione e comportamenti compulsivi, e le nuove funzioni sviluppate sugli smartphone aggiungono ulteriori livelli di anticipazione.

La funzione “swipe to refresh” del newsfeed dell’app di Facebook, per esempio, dove gli utenti strisciano fisicamente il dito sullo schermo per generare un nuovo flusso di informazioni, è un’azione sorprendentemente simile al tirare il braccio di una slot machine del casinò.

In ogni caso, gli utenti non sanno con certezza che tipo di contenuto spunterà fino a quando non passano il dito. Questa caratteristica, unita al fatto che il feed di Facebook è effettivamente infinito, ha portato l’app a essere descritta come “behavioural crack cocaine” (“cocaina della crepa comportamentale”: come dire, stai sniffando uno stupefacente che ti spacca in due il carattere).

Vale la pena di notare come lo spazio digitale dissolva i vincoli temporali e spaziali che governano l’interazione offline, offrendo un eccesso di novità e di convalida che semplicemente non è disponibile nel mondo reale. I profili Instagram di moderato successo possono contare anche tra i 40.000 e i 100.000 follower; gli utenti possono scambiare istantaneamente messaggi diretti con perfetti sconosciuti; e quando gli utenti si annoiano del contenuto con cui stanno interagendo, un rapido passaggio o un messaggio generano contenuti nuovi, eccitanti e imprevedibili. Queste caratteristiche strutturali, che deliberatamente suscitano stati anticipatori e facilitano un potenziale di novità quasi infinito, sono qualcosa che i resoconti minimizzanti sulla dipendenza dai social media spesso non riconoscono.

Debord aveva ragione a essere preoccupato per noi: il distacco dell’apparenza dalla realtà può causare danni profondi al nostro benessere, e spingerci a intraprendere azioni drastiche. Forse l’approccio di Debord a queste ansie è riassunto nel modo più incisivo nel gergo di internet dall’espressione “foto, o non è successo”: le esperienze stesse sono pienamente costituite dal loro aspetto che circola nelle reti sociali. Inoltre, Debord ha riconosciuto che questi danni non emergono dal vuoto: il pericolo dei social media non sta solo nell’inautenticità del contenuto, ma nella sua capacità di afferrarci. C’è una forza potente che guida il design dei social media, perché sta esattamente lì il loro immenso potenziale di monetizzazione.

Se si scopre che l’impegno con gli iperstimolatori può portare a condizioni come la dipendenza e la depressione, e finché più (nostro) impegno significherà più (loro) profitto, allora i progettisti dei social media avranno un interesse di fatto nell’implementare progetti che portano alla miseria umana. Questo quadro scientifico emergente si aggiunge al crescente consenso che gli iperstimolanti digitali sono una minaccia per il nostro benessere, e dà peso a quelle voci che chiedono un cambiamento nel modo in cui i social media sono progettati, gestiti e regolati.


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In passato ho trattato il problema del complottismo con alcuni dei miei libri. In modi diversissimi.
Qui, nel 2005, prendendo in giro le maggiori leggende metropolitane (le chiamavamo così) dell’epoca.
Qui, nel 2008, affrontando con rigore due delle bufale più amate di sempre: Templari e Graal.


Informazione e auto-radicalizzazione: dentro la Tana del Bianconiglio

Definiamo radicalizzazione quel processo durante il quale le persone assumono delle posizioni estreme, in politica o nella religione per esempio. Fin qui, niente di nuovo. Di radicalizzazione, in Rete e in società, in fondo si parla già da tempo. Ma se la via alla radicalizzazione fosse più autonoma di quanto pensiamo?

Una ricerca pubblicata da Manoel Horta Ribeiro, Raphael Ottoni, Robert West, Virgílio A. F. Almeida, Wagner Meira Jr. dal titolo Auditing Radicalization Pathways on YouTube, ha preso in rassegna 72 milioni di commenti su YouTube presi da 330.000 video di 350 canali che andavano dai media generalisti fino all’estrema destra americana, passando dal sovranismo moderato e dai canali dei “cattivi maestri”, fino ai suprematisti bianchi. Lo scopo era capire se usare YouTube polarizzi e radicalizzi gli utenti. E i risultati — inquietanti — sono arrivati: secondo i ricercatori sì, le piattaforme consigliano attivamente i contenuti più “estremisti”, spostando progressivamente i commentatori dai canali più moderati verso quelli più estremisti.

Una scelta consapevole? Un tentativo concertato di spingere l’utenza verso il sovranismo? No, solo una parte di un fenomeno chiamato “auto-polarizzazione” o “auto-radicalizzazione”.
L’auto-radicalizzazione funziona in modo strano e principalmente su due livelli. Il primo è il livello top-down e avviene quando una persona preseleziona un esiguo numero di media per approvvigionarsi di notizie. Le persone sono “algoritmi biologici” che processano le informazioni per costruirsi un proprio modello di realtà: potendo intervenire sulla fonte di approvvigionamento delle informazioni di una persona si riesce a cambiarne la percezione.

Con l’auto-radicalizzazione accade che se io mi approvvigiono principalmente su un certo tipo di stampa (faziosa da un lato o dall’altro) tenderò a escludere le notizie che riguardano un altro punto di vista, un altro tipo di stampa. Mi chiudo in una bolla, insomma, non diversamente dalla filter bubble dei social.
La conseguenza logica è che le mie posizioni si andranno a radicalizzare sempre di più. È ciò che accade certamente con tutta la stampa politica, ma anche all’interno di altri sistemi di approvvigionamento di informazioni, come Google e Facebook o siti internet. La tendenza collettiva è di cercare sempre gli stessi siti internet, le stesse pagine, le stesse persone, quelle che la pensano come noi. Non c’è alcun agente esterno che interviene per fornire altre informazioni. Così le informazioni, semplicemente, vengono filtrate e quelle divergenti dai miei preconcetti non arrivano.

Poi c’è il secondo livello di auto-radicalizzazione: il bottom-up che funziona direttamente con la persona che si informa autonomamente sulla Rete. È quella che, affermano i ricercatori, ha pesantemente influenzato il “fenomeno Brevik”, ovvero il suprematismo bianco online che porta a episodi di violenza terroristica. Ed è un livello incredibile di auto-radicalizzazione perché ne siamo tutti un po’ responsabili, soprattutto gli informatici — pensiamo per esempio a tutte le volte in cui si dice «cercalo su Google».
La verità è che informarsi su Google significa andare a infilarsi sempre di più nella tana del bianconiglio perché i contenuti che gli utenti cercano sono sempre di un certo tipo (esempio: non “vaccini”, ma “i vaccini fanno male” oppure “i vaccini causano l’autismo”). Questa azione genera due risultati: da un lato la radicalizzazione di quell’idea preconcetta, dall’altro che nel tempo ciascuno di noi troverà sempre più spesso informazioni che confermano le nostre tesi iniziali. La stessa cosa accade nell’esempio dello studio su YouTube: per ogni contenuto che andiamo a cercare, l’algoritmo ci proporrà nuovi contenuti ma sempre simili che confermeranno la nostra opinione, solo un po’ migliori, più “interessanti” e più radicali.

L’auto-radicalizzazione è un problema per tutti. È un problema per i jihadisti, per gli antifascisti e per i razzisti. Per i vegani, le femministe e le antifemministe. È un problema sia per i sovranisti che per chi chiede maggiore integrazione. E la causa del problema siamo principalmente noi: è il meccanismo che usiamo per avere informazioni che ci sta sempre più radicalizzando, che ci sta spingendo sempre di più nella “Tana del Bianconiglio”. Sempre più in profondità.
Non ci sono soluzioni facili. Si parla di anti-radicalization patterns, ovvero di percorsi di de-radicalizzazione, che rappresentano forse la sfida più grande all’orizzonte. Perché in una società che si è polarizzata alle estreme conseguenze ciò che abbiamo ottenuto e che è sempre più facile polarizzarsi ed è sempre più difficile ottenere una visione corretta della realtà. Così facendo ciò che otterremo sarà solo l’incessante ripetersi dei nostri schemi mentali.

Dinamiche sorprendenti

Ben Smith, ex direttore del sito di notizie virali BuzzFeed e oggi opinionista specializzato nel settore dei media per il New York Times, ha ripercorso la vicenda di Anthime Joseph Gionet, un suo ex dipendente a BuzzFeed che negli ultimi anni era diventato un cospirazionista e un piccolo influencer di estrema destra.
Smith scrive che Gionet aveva cominciato a BuzzFeed nel 2015 come responsabile di Vine, un social di brevi video virali che per certi versi era un precursore di TikTok. Dopo qualche mese, prese in carico anche un canale Twitter, sempre con l’obiettivo di creare contenuti leggeri e il più virali possibile. BuzzFeed, allora come oggi, è un sito che tiene assieme contenuti virali di intrattenimento e giornalismo professionale, e al tempo il suo approccio al primo tipo di contenuti era pionieristico: «Eravamo i migliori in quel periodo nel fare cose per i social media», scrive Smith. Il valore di Gionet, in questo contesto, era che «avrebbe fatto qualunque cosa per Vine», cioè per creare video che potessero diventare virali, e nel farlo era un «talento naturale», con una grande intuizione per quale tipo di video sarebbe stato più condiviso.

Smith non ha mai lavorato a diretto contatto con Gionet, ma ha parlato con tre suoi ex colleghi che l’hanno descritto come «sensibile», «desideroso di essere apprezzato fino alla disperazione» e «vuoto dentro», privo di ideologie e di valori politici. Nel 2016 aveva cominciato a costruirsi un personaggio politico: dapprima aveva messo sulla sua scrivania un ritratto di Bernie Sanders, il senatore di sinistra che fu il principale avversario di Hillary Clinton alle primarie del Partito Democratico, poi aveva cominciato a sostenere Donald Trump e ad andare in redazione con un berretto con scritto MAGA, Make America Great Again. In seguito, sempre nel 2016, Gionet fu assunto come tour manager da Milo Yiannopoulos, uno dei primi influencer trumpiani e di estrema destra, spesso accusato di razzismo e antisemitismo.

Da lì per Gionet è cominciata una carriera nell’ambiente di estrema destra, sempre legata ai social media. Partecipò alle manifestazioni razziste a Charlottesville e si costruì una certa fama sui social media della destra con le sue affermazioni apertamente neonaziste e complottiste. Tra le altre cose, con lo pseudonimo di Baked Alaska è diventato famoso per alcuni video in diretta su YouTube in cui spruzzava spray urticante sulla faccia di persone incontrate per caso.
Nonostante questo, Smith scrive che ancora «non è chiaro a cosa creda Gionet, sempre che creda in qualcosa». Il principale movente delle sue azioni sembra il desiderio di diventare o di rimanere popolare online, cercando approvazione da un pubblico di destra radicale. Secondo Smith, le tecniche di viralità studiate e raffinate da BuzzFeed potrebbero aver contribuito a trasformare Gionet in un estremista.

Se non avete mai fatto l’esperienza di postare sui social media qualcosa che diventa davvero virale, potreste non comprenderne la profonda attrattiva emotiva. Ti trovi improvvisamente al centro di un universo digitale, e ricevi attenzione da moltissime persone, come mai prima. La scarica di incoraggiamento che si riceve può dare le vertigini, creare dipendenza. E se non hai molto altro a cui appigliarti, corri il rischio di perderti.
A BuzzFeed avevamo delle limitazioni — dettate dalla verità nel caso della nostra sezione news e dalla necessità di conformarsi a valori generalmente positivi nella nostra sezione entertainment. Ma Gionet si è liberato di queste limitazioni, e apparentemente ha seguito i segnali che trovava sui social media senza nessuno scrupolo. La sua urgenza era di costruire un pubblico. Esaltava Bernie Sanders prima di cantare slogan antisemiti a Charlottesville, in Virginia, poi ritrattava temporaneamente queste affermazioni estreme ma in seguito commetteva crimini violenti su YouTube. Ha costruito un pubblico tra i negazionisti del coronavirus e poi, quando pare che abbia contratto la malattia, ha postato uno screenshot del risultato positivo del test su Instagram e un’emoji con le lacrime.

«La sua politica è stata guidata dalle statistiche della piattaforma», sostiene Andrew Gauthier, che è stato uno dei principali creatori di video di BuzzFeed e che in seguito ha lavorato per la campagna presidenziale di Joseph Biden. «Uno pensa che il male venga da personaggi come i cattivi dei film, e poi capisci che — oh no, il male può cominciare semplicemente da scherzi di cattivo gusto e da un comportamento nichilista alimentato da continuo incoraggiamento sulle varie piattaforme».

Si tende a pensare che molte persone radicalizzate siano sole, isolate e facili prede di estremisti online, ma questo non sarebbe il caso di Gionet:

La storia di Gionet non è quella ben nota di un giovane uomo solo che nella sua camera da letto cade sotto l’influenza di video che avvelenano la sua visione del mondo. È la storia di un uomo che viene ricompensato per essere un nazionalista bianco violento, e che per questo riceve l’attenzione e l’incoraggiamento che cerca disperatamente.
Abbiamo trascorso molto tempo a BuzzFeed a pensare a come ottimizzare il nostro contenuto per il pubblico online; Gionet ha ottimizzato se stesso. […] La sua storia mi fa chiedere se chi di noi è stato pioniere nell’uso dei social media per diffondere informazioni abbia una porzione di colpa. Forse abbiamo contribuito, assieme ai creatori delle piattaforme social, ad aprire il vaso di Pandora?

Smith cita anche un altro suo ex dipendente, il cui caso è più celebre: Benny Johnson. Assunto nel 2012 come voce conservatrice all’interno di una redazione tendenzialmente progressista come quella di BuzzFeed, Johnson si trasformò in un estremista di destra. Fu licenziato nel 2014 per plagio ma proseguì una carriera molto visibile sui social, e oggi presenta un programma su Newsmax, una delle reti televisive più trumpiane che ci siano. Anche in questo caso, i social media hanno un ruolo, perché secondo Smith l’interesse di Johnson nella destra estrema prima ancora che giornalistico o ideologico è “estetico”, e perché anche per lui le tecniche pionieristiche di viralità apprese a BuzzFeed sono diventate un elemento centrale.

Mentre a BuzzFeed affinavamo le nuove pratiche per i social media, abbiamo capito tardi che l’estrema destra ci stava guardando attentamente, e infine ci ha imitato.

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